7 - A scuola di musica nera

Data Tue 15 July 2008 8:00 | Categoria: colonna sonora

Senza voler assolutamente aprire una polemica tra l’analogico e il digitale, per quelli che come me avevano vent’anni nel sessantotto o (per altri) giù di lì, almeno per quanto riguarda la musica, credo abbiano assistito a ben altre rivoluzioni. Ancora bambino tenevo l’orecchio rapito attaccato alla radio. Poi appena ragazzino ho subito il fascino della prima televisione e la musica era quella che mandavano per Sanremo. In seguito i rudimentali giradischi e con i primi soldi a comprare i 45 gg. con quella che era finalmente la “nostra musica” e, di corsa a casa, ad ascoltarla fino allo sfinimento e a consumare il vinile.

Progetto di manifesto per cene migranti: Su sfondo di tela piccolo sole, piroga con quattro vogatori, due mappamondi di emisferi diversi in colori diversi raggiunti da volo di uccelli
autore Mario DG
Erano le estati dei jukebox. Verso l’imbrunire, sulle mitiche spiagge dell’Excelsior, del Des Bains, etc., in riva al mare, suonavano dal vivo le orchestrine, pardon: i complessi. Quella estate si esibiva con tepido successo il gruppo sconosciuto di Mino Reitano con i suoi fratelli, ma questa è un’altra storia; questa è solo la mia storia.
Dopo l’invasione dei primi complessi dall’Inghilterra e dall’America il ’66 da alla luce tre dischi da tutti considerati fondamentali: Pet sound dei Beach boys (in realtà è il parto unicamente di Brian Wilson), Aftermath dei Roling stones e Revolver dei Beatles. Così raccontano i cronachisti che si credono storici. Veramente in quell’anno escono anche altri dischi importanti come Blonde on blonde (la fine del trittico che chiude la svolta elettrica di Bob Dylan) e Freak out dei Mothers of invention di Frank Zappa.
Parliamo ancora di vinile, del mitico vinile. Il 45 gg., che ha anche limiti per la durata dei brani, inizia ad andare stretto e la musica si comincia a consumare a 33 gg. cioè su LP (il padellone). Verranno poi il Cd e il DVD e pertanto il digitale che renderanno le registrazioni teoricamente più fredde e forse asettiche, ma permetteranno il salvataggio e il recupero di tanto materiale e una conservazione destinata a durare.
Non si ascolta più solo la canzone o il suo lato B. E non credo ci sia qualcosa di nostalgico nel mio modo di ricordare; è solo che rintraccio ciò che ero e che ricordo, o solo qualcosa di me e di chi mi stava accanto.
Preferisco fermarmi prima e non intrappolarmi a parlare della musica usata per altri usi. Infondo trovo, per esempio, che i video-clips distraggano dall’ascolto e siano un’altra cosa, ma forse è solo perché anch’io sto invecchiando. Ma non invecchia quella musica, non al mio stesso ritmo almeno, anche se alcune cose magari si pensano poi solo dopo.
Quella di cui stiamo parlando è quasi esclusivamente una musica che canta e deve molto alla musica nera. Molti dei suoi protagonisti inglesi vi attingono a piene mani e si sono formati alla scuola dei Blues Incorporated di Alexis Korner o con John Mayall e i suoi BluesBrakers. Quella musica, nera, che non veicolava mai temi sociali o politici, l’unico testo di impegno che solitamente si menziona è quella Strange Fruits che Billy Holiday eseguì per la prima volta nel nightclub Café Society di New York nel 1939 [Billie Holiday (pseudonimo di Eleanor Fagan Gough, nota come Lady Day; Philadelphia, 7 aprile 1915 – New York, 17 luglio 1959) è stata una cantante statunitense, fra le più grandi di tutti i tempi nei generi jazz e blues].
Abbiamo scelto un brano classico di Blues urbano reso famoso da molti interpreti, non ultimi gli stessi Rolling stones, che lo incisero agli inizi della loro carriera: The Red Rooster. Noi abbiamo preferito la registrazione “colorata” che ne aveva dato nel 1961 Chester Arthur Burnett in arte Howlin’ Wolf.



Testo e traduzione della canzone




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