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Critica della Repubblica : Critica dell'antipolitica
di orlandolentini , Tue 22 January 2013 4:00
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ANTIPOLITICA, insidia per la democrazia?
[appunti per la conversazione al Circolo Italia, PD Roma 3, novembre 2012 - di Orlando Lentini]


La politica come si pratica nel 2012 è il risultato di una lunga evoluzione dei metodi di regolazione dei conflitti, delle passioni e degli interessi. L’ultima determinazione in ordine di tempo è quella creata dagli Stati Uniti d’America come ‘prospettiva liberal’.
Partiamo dal dato storico che dopo la seconda guerra mondiale, con la vittoria delle united nations e la creazione dell’ONU, si sono affermati i principi della democrazia americana in versione New Deal. Ciò ha reso possibile la formazione di un sistema di stati orientati secondo la prospettiva liberal.
Senza voler offrire una descrizione adeguata del problema, possiamo supporre che negli ultimi duecento anni il mondo sia stato pensato in Europa con una prospettiva liberal-marxista, e che negli Stati Uniti questa prospettiva sia stata vissuta sempre con disagio.
Il mondo, negli Stati Uniti, è stato pensato per lo più in una prospettiva liberal che, pur comprendendo elementi del liberalismo e della socialdemocrazia europea, era lontana dall’economicismo, dal classismo, dall’idea che lo Stato sia centrale per l’organizzazione sociale, e insieme richiedeva che la legislazione fosse sempre orientata all’individuo, etc.
Ora, come conseguenza della vittoria nella II guerra mondiale, la prospettiva liberal per il mondo è la prospettiva standard per gli stati ammessi all’ONU.

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Critica della Repubblica : Carisma e Carismatico.2
di orlandolentini , Sun 23 January 2011 3:30
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La Repubblica del 23 gennaio 2011 sembra tentare di dare un senso alla definizione di carisma che Scalfari (e Curzio Maltese) hanno in mente quando usano il termine. Avevamo detto nella precedente ‘Critica della Repubblica’ che il carisma si infonde, anche quando il potenziale soggetto carismatico presenta doti di suo. Dal momento che il buon Bersani non sembra avere doti evidenti di suo, mentre Vendola ‘faceva sognare’, abbiamo proposto alla Repubblica di infondere carisma in Bersani, con la potenza mediatica del gruppo editoriale.
Qualcuno ha reputato che l’impresa sarebbe impossibile, e in effetti non è facile, dato lo stile dimesso (anche se molto concreto e realistico) del personaggio, che non intende vendere fumo.
L’editoriale di Scalfari, Ritorna in scena il partito democratico, sembra una conferma dell’idea che ha Scalfari di ‘carisma’, che sarebbe la capacità di far sognare, sia sul concreto che sull’immaginario. In altre parole, i poteri mediatici non sono sufficienti ad infondere carisma. Ma se il potenziale soggetto ha qualche dote di suo, allora ci si può lavorare, e così sia lui che Curzio Maltese nel suo Voglia di leadership, scelgono di infonderne un pochino in Walter Veltroni. Un bel regalo, direi, ad un leader che affabula almeno quanto Vendola, anche se lo fa su cose concrete. Per cui sarebbe il potenziale candidato alla guida della coalizione di centrosinistra più spendibile (salvo nuovi elementi tipo papa straniero).
Che poi Veltroni sia l’unico ‘ad avere il requisito’ è discutibile, visto che il Partito Democratico è letteralmente affollato di uomini di valore, competenze e tutto quel che ancora serve per il ruolo. Inoltre, nonostante la puzza al naso dei radical chic, il Partito Democratico è stato sempre in scena, anche nel più totale disinteresse della stampa progressista, che sembra ancora aspettare un messia.
Essere in scena quotidianamente nell’inferno mediatico non è facile, e i circoli ci provano, i deputati ci provano, i dirigenti si sforzano, senza i protagonismi alla Veltroni, con la sua strampalata e baumaniana idea del partito liquido (questa idea passerà forse alla storia della politologia come la più incredibile bufala).
Quindi dobbiamo supporre che la linea della Repubblica a questo punto sia di sostenere la linea Veltroni. Legittimo, e forse scommessa non del tutto azzardata. Ma, rimane il dubbio che la testata più democratica del paese e i suoi prestigiosi giornalisti abbiano dimenticato le elezioni del 2008, perse in modo davvero inglorioso proprio dal carismatico affabulatore sconfitto dal carisma lercio del mostro di Arcore.
Veltroni è venuto meno al suo impegno di offrirsi una pausa di riflessione, ha creato una sua corrente, un suo centro di ‘formazione’ privo di qualsiasi innovazione, destando qualche perplessità per l’immagine di divisione che ha determinato nell’opinione pubblica, accentuando la sensazione che il PD non fosse ‘pronto’ all’alternativa al centrodestra corrotto. Al Lingotto 2 la sua presunta nuova ‘linea’ non è emersa, mentre è apparso chiaro a tutti che (correttamente) reclamava il suo spazio di potere nel partito. Ma questo non è carisma, né fa sognare, serve solo a spartirsi le posizioni di governo di partito in modo più equo. Insomma, una minoranza piuttosto acquisitiva.
Ora che Scalfari e Maltese hanno deciso di infondere carisma in Veltroni, rischiamo di assistere ad una nuova versione della ‘sconfitta carismatica’, nonostante il fatto che il ‘principale esponente della parte avversa’ non sarà più Berlusconi, finito nelle sabbie mobili della prostituzione minorile di Arcore.
Lasciamo dunque perdere i ‘capi carismatici’, e parliamo di cose serie, infondendo carisma anche dove sembra una missione impossibile. O non infondendolo alle persone, ma piuttosto alle forze politiche che ne hanno il titolo.
Poi infine, che c’entra il capo carismatico con l’illuminismo? Proviamo a tornare alle pagine de Il Mondo?

Orlando Lentini

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Critica della Repubblica : Carisma e Carismatico
di orlandolentini , Fri 24 December 2010 4:00
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Si parla molto in questi ultimi mesi di ‘carisma’ e di ‘carismatico’. La Repubblica sembra essere caduta nella trappola del termine utilizzandolo come piacerebbe a Berlusconi e ai berlusconiani. Il principale azionista del giornale, De Benedetti, si è dichiarato convinto che Bersani non abbia carisma, e Scalfari a sua volta ha detto in una trasmissione di gossip chic (invasioni barbariche – ma forse anche un po’ cretine) che Bersani non ha carisma, e invece Vendola ha carisma – magari intendendo che Vendola piace e Bersani un po’ meno.

La nozione politologica di carisma deve a Max Weber la sua fama, perché questo notevole sociologo tedesco ha creato la nozione di ‘capo carismatico’ e l’ha utilizzata nel suo Economia e società. Ora, il carisma non è una dote psicologica o culturale, ma la semplice condizione di un capo o leader al quale viene riconosciuta una dotazione di qualità superiori adatte allo scopo di comandare. Sottolineo il fatto che si tratta di una dotazione riconosciuta e quindi attribuita.

Nel caso di Berlusconi, della cui mediocrità nessuno dubita, il carisma gli viene riconosciuto da parecchi anni grazie alla propaganda Mediaset e ai sui milioni. Si tratta di un carisma comprato. Chi si è bevuto il cervello ora assegna a Berlusconi una funzione carismatica.

Se il ragionamento è valido, allora i giornalisti e i leader d’opinione progressisti, specie quelli che auspicano un governo del ‘centro progressista’, dovrebbero riconoscere il carisma al leader di questo ‘centro progressista’ , cioè a Bersani, e farla finita con questi atteggiamenti snob o radical chic che vedono in Vendola un leader ‘carismatico’ (?).

Suona strano, in un grande giornalista neoilluminista come Scalfari, vedere un Vendola che ‘muove i sentimenti’ e un Bersani che muove la ragione [leggere a questo proposito il punto di vista di David Hume]. Il vero problema, ancora una volta, sono gli italiani, che invece di assegnare il carisma all’unico leader plausibile in questo momento, si dilettano di alternative del tutto improbabili, o addirittura offrono assist ai teorici del ‘papa straniero’ che dovrebbe essere insieme carismatico (che muove i sentimenti?) e con i piedi per terra alla Bersani.

Il mio suggerimento è il seguente: assegniamo il carisma alla persona giusta e i sentimenti lasciamoli alla bella rappresentazione delle primarie. Intanto, lasciamo perdere le nuove narrazioni tardo-pasoliniane e occupiamoci dei problemi dell’Italia.

La Repubblica e il suo fondatore fanno opinione, e allora perchè non sfruttano questa opinione a fin di bene, rendendo carismatico Bersani? Questo è il problema.

Orlando Lentini


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Critica della Repubblica : La vera cultura è di massa?
di orlandolentini , Tue 23 November 2010 4:00
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L’intervista di Fabio Gambaro a Frédéric Martel a proposito di un suo libro sulla cultura di massa, l’ennesima critica alle tesi elitiste della Scuola di Francoforte, può essere un buon pretesto per mettere in evidenza la dipendenza culturale del nostro paese da tutto ciò che viene da fuori, e in questo i responsabili ‘cultura’ de La Repubblica brillano da sempre per provincialismo ed eterodirezione.

L’idea che ci sia una ‘vera cultura’ è già un problema. Intanto, che cos’è la cultura? Rimando ad un mio testo pubblicato tempo fa sul sito-rivista, su ‘Culture as Virtual Reality’, ossia l’idea che non vi sono distinzioni plausibili fra le varie forme in cui si traduce la realtà virtuale, una mediazione istintiva fra il ‘reale’ e ciò che entra nella coscienza, chiamata da Pierre Levy virtualizzazione.

Senza virtualizzazione niente cultura. Quindi matematica, poemi, esperienza quotidiana in genere etc. sono disponibili solo in quanto gli esseri umani le producono e poi le definiscono come scienza, arte, religione (il prototipo della realtà virtuale collettiva, secondo Durkheim). Questo per fare della cyberfilosofia. Ma si potrebbe sviluppare un intero trattato per chiarire il punto.

Quanto all’articolo, se non c’è distinzione fra la cosiddetta ‘cultura di massa’ e la cosiddetta ‘cultura alta’, e su questo siamo senz’altro d’accordo, nel senso che si tratta sempre di realtà virtuale, la distinzione riemerge quando si tratta di recuperare il ruolo funzionale delle diverse realtà virtuali, e fra il blues nero degli anni trenta e la fisica quantistica dovremmo ammettere distinzioni funzionali non da poco. Se poi la fisica quantistica, e magari la filosofia diventano ‘di massa’ e vengono trasmesse anche ai bambini, nessun problema.

Quindi, da ciò deriva la banalità delle osservazioni di Martel, e del suo intervistatore, che sembrano voler combattere per l’ennesima volta la battaglia fra mass cult e mid cult, che era in voga negli anni quaranta e cinquanta e coinvolse un po’ tutti i sociologi dell’epoca.

La cultura è destinata ad essere sempre di massa, anche quando è ‘colta’.

Quanto alla ‘cultura’ intesa come arte, spettacolo, musica, intrattenimento, la realtà virtuale che più si presta ad essere trasformata in prodotto di massa per la distribuzione di massa, abbiamo un caso storico assai interessante nella produzione USA dell’epoca del New Deal. Derivando quasi interamente dalle componenti critiche e democratiche della società americana, il Jazz, il Blues, il teatro, la letteratura, i fumetti, il rock and roll etc., sono stati poi destinati alla riproduzione di massa e alla conseguente distribuzione di massa, segnano l’immaginario mondiale nella fase dell’egemonia USA, e anche nella fase di declino egemonico.

Questa storia è raccontata in Michael Denning, The Cultural Front, London-New York , Verso 1997. Come la cultura di sinistra e progressita avesse costituito un fronte di lotta (il fronte culturale del New Deal), allo strapotere del sistema delle società per azioni giganti e come le giant corporations abbiano saputo trasformare questa ‘cultura popolare’ in cultura di massa è il tema di straordinario impatto formativo del libro di Denning. Ne ho discusso con Denning a Yale, ed ho proposto al Mulino la traduzione, ma non ho avuto risposta. Eppure questo è un capitolo della storia della nostra realtà virtuale, ossia del nostro immaginario americano, che sarebbe bene portare alla consapevolezza storica e critica.

In conclusione, l’intervista di Gambaro appare banale e forse obsoleta, perché i giornalisti culturali di Repubblica sono ancora una volta ‘culturalmente’ eterodiretti.

Orlando Lentini


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Critica della Repubblica : Texas: democrazia addio?
di orlandolentini , Mon 24 May 2010 7:00
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L’articolo di Zucconi del 23 maggio 2010, Il Texas riscrive i libri di storia. Le Nazioni Unite sono anti-americane, suona come un campanello d’allarme per le visioni unomondiste e per la prospettiva liberal a scala mondiale. Vi si parla di libri di testo dello stato del Texas che riscrivono la storia americana e insieme quella mondiale, tornando a visioni isolazioniste di stampo repubblicano e alla riabilitazione delle visioni in auge durante la guerra fredda e il maccartismo.

I corporate liberal avevano superato già negli anni cinquanta queste visioni decisamente ademocratiche, ritenendo la democrazia repubblicana USA un modello per il mondo, e considerando l’ONU, da loro creata, la casa comune dei democratici di tutto il mondo. La scelta dei responsabili dell’istruzione dello stato del Texas indica che ormai quello stato non si considera più parte dell’eccezionalismo democratico americano, non si considera più parte del progetto di democratizzazione fondamentale creato dagli ‘stati uniti’ nel settecento, e inoltre si considera uno stato in procinto di avviare la disunione degli Stati Uniti. La riscrittura della storia è sempre un primo passo verso la presa di distanza dai valori fondanti di una repubblica, e poi prepara il terreno per una separazione. Potremmo presto assistere ad una più o meno cruenta nuova guerra civile, combattuta questa volta sul terreno della democrazia.

La scelta del Texas però è anche sintomo della fine dell’egemonia americana e del suo progetto mondiale; di qui l’accusa all’ONU di essere un organismo antiamericano. E in effetti l’ONU non è più un organismo sovranazionale nella disponibilità del Dipartimento di Stato. Questa era anche la fobia del cirrotico fascista che ha creato il maccartismo e che nostro signore si è ripreso con adeguata tempestività. Tornare a Mc Carthy è davvero incredibile, ma per i rozzi texani a quanto pare non c’è di meglio.

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