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iLibrieleNotti : Cosa vuol dire scrivere bene
di fulmini , Sun 10 January 2021 4:00
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Cosa vuol dire scrivere bene

Il comunismo nasce dal sentimento e dall’idea che questo non sia il migliore dei mondi possibili, e dalla volontà di fare il Paradiso in Terra qui e ora, senza aspettare l’altra vita e il giudizio di Qualcuno.

Fra i libri che il comunismo hanno raccontato c’è La condizione umana di Andrè Malraux. Non te ne parlerò io, lo faccio fare a Simone Barillari, che per passione e professione fa il saggista e il maestro di scrittura nella Scuola Holden e al Corso oblique, e ha scritto la straordinaria postfazione alla nuova edizione del testo (Bompiani, 2020), mostrando in concreto cosa vuol dire scrivere bene.

Vuol dire prima di tutto leggere bene, leggersi dentro, leggere la realtà, leggere la letteratura.

“Malraux non poté che dare a una storia sulla condizione umana la struttura di una tragedia greca. Pone all’inizio di tutto il cadavere di un uomo (che e stato ucciso) e alla fine il cadavere di un altro (che si e suicidato), come tracciando le soglie di un tempo e di uno spazio su cui regna la Morte; fa accadere quasi tutta la storia nelle tenebre, come in un’unica, lunga notte, e la divide in sette parti, che formano tre atti perfettamente
simmetrici.
Compone il primo atto con le prime tre parti: i preparativi della rivoluzione, l’insurrezione, il dialogo sulle sorti della rivoluzione. Lo fa iniziare il primo giorno di primavera e lo pone sotto il segno della speranza e dell’azione – il sole sorge per la prima volta quando i rivoluzionari si impadroniscono delle armi – ma semina presagi – e scende la notte quando i rivoluzionari si convincono a consegnarle. Consacra al secondo atto la parte più lunga, la quarta, in cui mette in scena lo straziante stallo della rivoluzione attraverso infiniti discorsi e azioni fallite: tutto sta continuamente per accadere, e non accade mai nulla, come nella vita degli uomini…”

A me la vita di Malraux fa venire in mente la vita di Alessandro Magno che, conquistato il mondo, si ubriacò e morì, per non passare il resto della vita ad amministrarlo. Malraux, vinto il Goncourt con La condizione umana, si diede alla politica.

Ah, dimenticavo, dopo aver letto bene, come si scrive bene? Infilando le cose ad arte, come Arianna, Aracne, Penelope, Elena, le Moire... “Les perles composent le collier, mais c'est le fil qui fait le collier” ha scritto Gustave Flaubert, uno dei maestri di Barillari.

(Alias, 9 gennaio 2021 / rubrica Fulmini e Saette)

https://ilmanifesto.it/cosa-vuol-dire-scrivere-bene/

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iLibrieleNotti : Dormiveglia (2)
di fulmini , Fri 18 December 2020 4:00
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disegno


SCENA SECONDA

La scena seconda di ‘Dormiveglia’ si svolge dentro e fuori l’automobile guidata dal padre - con Eftimios seduto al suo fianco-, nel viaggio dei due da Roma a Pianamola di Bassano Romano. Una scena padre-figlio-mondo che riprende e rielabora in forma gioiosa la fuga solitaria e tragica di Pasolini da Roma alla Torre di Chia nell’incipit del mio primo film, ‘Angelus Novus’, del quale Eftimios sedicenne ha curato, negli anni 1986 e 1987, le musiche.

La scena deve essere girata in un giorno di nebbia, o di neve, o di Sole con le nuvole, insomma in condizioni luministicamente e oggettivamente straordinarie – al modo del Caravaggio, insomma, che ottiene la straordinarietà dell’accadere con l’affiorare dal nulla alla luce delle sue figure. Non penso ad una fotografia ‘alla Caravaggio’, non sono un manierista, quindi non lavoro mai ‘alla maniera di’, e poi Caravaggio è un autore tragico – questo film vuole essere una tragedia sì ma gioiosa.

Anche questa seconda scena, come la prima, è ripresa da videocamere fisse. Due videocamere, due macchine che riprendono oggettivamente, documentaristicamente ciò che accade. Una si trova all’interno dell’automobile, sta sul cruscotto ed è rivolta verso di loro – vedi riprese del genere in programmi televisivi correnti. L’altra sta fuori e sopra l’automobile, al centro del tetto, e rivolta in avanti – vedi riprese di cittadini normali per ragioni di curiosità o di sicurezza.

Lo spettatore del film si aspetta – dopo aver visto e ascoltato la scena prima - che padre e figlio parlino, e specialmente che parli il figlio morto e risorto. Il padre gli ha chiesto, alla fine della scena prima, di rivelargli cosa abbia fatto e dove sia stato nei trenta e più anni che lo dividono dalla propria morte, e il figlio ha acconsentito. Invece niente.


Eftimios non parla, guarda il padre, guarda il mondo – stupefatto, sorpreso. Il padre guarda il figlio e il mondo, commosso, incredulo. Il silenzio paradisiaco di chi sa stare zitto e ama senza parole.

E poi, da un punto drammaturgico, dopo una scena di parole, qui serve una scena di silenzio di parola. Una scena di rumori, di suoni, di sguardi, di visioni.
Nel breve video che segue, video che fa parte organicamente della sceneggiatura, rifletto sulla ragione non personale, non individuale, non privata, bensì superindiduale, sociale, artistica, che mi ha spinto a realizzare nel corso del tempo una serie di film che hanno come fuoco gravitazionale Eftimios – il quale poi, per suo conto, era caratterizzato non solo da un sereno ateismo, ma anche da una stoica accettazione della mortalità della vita umana e da una prefigurazione pienamente laica della resurrezione possibile:


https://www.youtube.com/watch?v=SD28NeXt2GY&t=25s

La SCENA PRIMA di 'Dormiveglia' la trovi qui: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5094

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iLibrieleNotti : Dialoghi impossibili. Ovidio e Kafka
di fulmini , Sun 6 December 2020 4:00
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Dialoghi impossibili. Ovidio e Kafka (2)

Ovidio e Kafka, usciti dalla libreria romana La Fenice ( leggi Dialoghi impossibili, Kafka e Ovidio (1) https://ilmanifesto.it/dialoghi-impossibili-kafka-e-ovidio/ ) continuano a dialogare sui libri loro intorno alle metamorfosi di umani e divini, prima passeggiando lungo la via di ‘Quer pasticciaccio brutto’ e de ‘Il Negozio’, e poi sedendo ad uno dei tavoli di Panella – che si trova al fianco dell’Auditorium di Mecenate.

Ovidio, naturalmente offrendo le consumazioni – in qualità di membro del circolo letterario di Mecenate - ha ordinato un cappuccino (quella bevanda che non sai dove finisce il latte e comincia il caffè), e Kafka una spremuta di mapo (quella bevanda che non sai dove finisce il mandarino e comincia il pompelmo).

Nella libreria, Ovidio aveva chiesto a Kafka cosa lo avesse mosso a scrivere ‘La Metamorfosi’, ora al bar Kafka ricambia la cortesia chiedendo a Ovidio del racconto ‘Ciparisso e il Cervo’.

K: Mi sono spesso chiesto non cosa volesse dire veramente scrivendolo, perché questo un vero scrittore non lo sa mai esaurientemente, ma cosa lo ha innescato.

O: Il comportamento di un amico siciliano, uomo amorosamente eccessivo.

K: Eccessivo… Come Ciparisso?

O: Proprio.

K: ‘Eccessivo’ in italiano equivale al latino ‘imprudens’? Lei scrive ‘puer imprudens’ nel suo racconto, per definire Ciparisso. Ma ‘imprudens’ non significa propriamente ‘colui che non prevede’? Ciparisso uccide il Cervo amatissimo perché non ha saputo prevedere che il giavellotto scagliato da lui stesso lo avrebbe ucciso?

O: Ciparisso desiderava ucciderlo.

K: La morte del Cervo non è stata accidentale?

O: No. Ciparisso non lo sapeva, ma lo sentiva, che doveva ucciderlo. Perché lo amava troppo. Si può sopravvivere al difetto d’amore, non all’eccesso d’amore. E l’amore che Ciparisso provava per il Cervo lo trascinava sempre più nel vortice d’una insostenibile eccitazione.

K: E perché proprio nell’albero cipresso Ciparisso sarà trasformato?

O: Il cipresso è sempreverde ed emana il fetore della morte, richiama i vivi e lascia dormire i morti: le sue radici scendendo a fuso nella terra non invadono le fosse cimiteriali, e la resina sul suo fusto assume la forma di goccioline del tutto simili a lacrime. Lacrime d’amore.

K: Prosit!

O: Prost!

...

Il testo intero:

I

A Roma, in via Merulana, quella del libro barocco ‘Quer pasticciaccio brutto’ e del film surrealista ‘Il Negozio’, c’è anche la libreria mitologica ‘La Fenice’. Ieri l’altro ci sono entrato – mascherato – e vi ho trovato Kafka e Ovidio, entrambi mascherati anche se sono morti e non possono morire più.
Li ho individuati a colpo d’occhio perché Kafka, magrissimo, teneva in mano il poema mitologico «Le metamorfosi» di Ovidio, e questo, cicciottello, da parte sua il racconto surreale «La Metamorfosi» di quello – e si guardavano stupefatti e divertiti.

Facendo il vago mi sono avvicinato un po’ e ho colto il seguente breve dialogo.
O: Salve. Ho apprezzato molto la sua Metamorfosi.
K: Dank. Senza le sue Metamorfosi la mia non sarebbe mai nata.
O: Mi ha dato molto da pensare il suo racconto. Mi sono chiesto non cosa volesse dire veramente scrivendolo, perché questo un vero scrittore non lo sa mai esaurientemente, ma cosa lo ha innescato.
K: La mia malattia.
O: La tubercolosi? Ma le è stata diagnosticata nel 1917… il racconto lo ha pubblicato nel 1915…
K: La diagnosi medica è una cosa, altra cosa è la scoperta che gli altri ti guardano in una maniera nuova, strana, vagamente timorosa e guardinga… mantenendo la distanza sociale… Accadde dieci anni prima della sua scrittura.
O: Lo sguardo degli altri… certo… Lei ha curato da sempre il corpo, poca carne, niente alcool, digiuni, nuoto, ginnastica… – pensi che l’ho riconosciuto dalla leggendaria magrezza, prima ancora di intravvedere nelle sue mani le mie Metamorfosi.
K: Il corpo… i suoi organi intelligenti… A vent’anni ho orecchiato una trattativa tra il mio cervello e i miei polmoni. ‘Alleggeritemi del peso delle preoccupazioni che mi levano il sonno, così andremo avanti ancora un pochino – disse lui – La mia vita è tutta un dormiveglia…’ E i polmoni risposero ammalandosi.

O: Continuiamo i nostri dialoghi fuori, alla fuggevole luce di questa ottobrata romana?
K: Volentieri. Vorrei chiederle qualcosa sul suo racconto «Ciparisso e il Cervo». Prego, La seguo.
Escono, poi esco anch’io, li vedo risalire via Merulana fino a Panella, il gran fornaio che fa i pani e i biscotti di fianco a ciò che resta degli Orti di Mecenate, sedersi a un tavolo. Vado ad occupare un tavolo a loro vicino.


II

Ovidio e Kafka continuano a dialogare sui libri loro intorno alle metamorfosi di umani e divini, Ovidio, naturalmente offrendo le consumazioni – in qualità di membro del circolo letterario di Mecenate – ha ordinato un cappuccino (quella bevanda che non sai dove finisce il latte e comincia il caffè), e Kafka una spremuta di mapo (quella bevanda che non sai dove finisce il mandarino e comincia il pompelmo).
Nella libreria, Ovidio aveva chiesto a Kafka cosa lo avesse mosso a scrivere ‘La Metamorfosi’, ora al bar Kafka ricambia la cortesia chiedendo a Ovidio del racconto ‘Ciparisso e il Cervo’.
K: Mi sono spesso chiesto non cosa volesse dire veramente scrivendolo, perché questo un vero scrittore non lo sa mai esaurientemente, ma cosa lo ha innescato.
O: Il comportamento di un amico siciliano, uomo amorosamente eccessivo.
K: Eccessivo… Come Ciparisso?
O: Proprio.
K: ‘Eccessivo’ in italiano equivale al latino ‘imprudens’? Lei scrive ‘puer imprudens’ nel suo racconto, per definire Ciparisso. Ma ‘imprudens’ non significa propriamente ‘colui che non prevede’? Ciparisso uccide il Cervo amatissimo perché non ha saputo prevedere che il giavellotto scagliato da lui stesso lo avrebbe ucciso?
O: Ciparisso desiderava ucciderlo.
K: La morte del Cervo non è stata accidentale?
O: No. Ciparisso non lo sapeva, ma lo sentiva, che doveva ucciderlo. Perché lo amava troppo. Si può sopravvivere al difetto d’amore, non all’eccesso d’amore. E l’amore che Ciparisso provava per il Cervo lo trascinava sempre più nel vortice d’una insostenibile eccitazione.
K: E perché proprio nell’albero cipresso Ciparisso sarà trasformato?
O: Il cipresso è sempreverde ed emana il fetore della morte, richiama i vivi e lascia dormire i morti: le sue radici scendendo a fuso nella terra non invadono le fosse cimiteriali, e la resina sul suo fusto assume la forma di goccioline del tutto simili a lacrime. Lacrime d’amore.
K: Prosit!
O: Prost!

https://ilmanifesto.it/dialoghi-impossibili-kafka-e-ovidio/


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iLibrieleNotti : Vite brevi
di fulmini , Tue 24 November 2020 4:00
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Pasquale a cinque anni


Fotografo anonimo, Io a cinque anni, Siderno, maggio 1953


E' pubblicato, 'Vite brevi':
https://www.amazon.it/dp/B08P27KNNX/ref=sr_1_1?dchild=1&qid=1606159182&refinements=p_27%3APasquale+Misuraca&s=books&sr=1-1

Ecco la Prefazione:

Non so tu che mi stai leggendo, ma io non la faccio lunga, quando scrivo.

Scrivo di getto, trascrivendo quello che penso come se stessi parlando con una persona, e non scrivendo sotto gli occhi di un letterato. Poi, perfeziono il testo potandolo, levando l’inessenziale, dandogli forma seminale.

Non la faccio lunga, ridondante, ma non la faccio corta, monca. Cerco di farla breve, che è quanto basta e non di più ma è tutto quello che serve alla comunicazione e all’espressione.

Per scrivere breve bisogna avere tempo, e rispettare il tempo di chi ti sta leggendo. Rispettare il tempo e l’attività del lettore. Il lettore non è mai passivo, non è un recipiente, è attivo, è un collaboratore nella costruzione e nella vita dell’opera. “Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore.” Joseph Conrad

Ma perché questo accada occorre scrivere giusto, scrivere breve, altrimenti poi si deve chiedere scusa, come Voltaire dovette fare nei confronti di un suo amico: “Vi scrivo una lettera lunga perché non ho tempo di scriverne una breve.”

Questo libro raccoglie le mie prose brevi, e comprende un altro libro, ‘Storie di poche parole’. L’ho riletto e corretto, seguendo anche le osservazioni dei lettori che ha avuto e mi hanno parlato o scritto. Lo ripubblico non soltanto come libro elettronico, ma anche come libro di carta – assecondando le amichevoli richieste di molti. Questo libro è più vasto del precedente, contiene due nuove e ampie sezioni, Aforismi e Pensieri haiku.

Fammi sapere cosa ne senti e pensi, di questo paniere di ciliege. E mi raccomando, quando lo farai, non farla lunga né corta, bensì breve. Non è esclusiva della poesia l’arte della condensazione, è propria anche della prosa. Dimenticarlo vuol dire diventare prosaici, che non è una bella cosa.

Pasquale Misuraca
Via Labicana in Roma, domenica 22 novembre 2020, è una giornata di Sole.

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iLibrieleNotti : Un nuovo libro
di fulmini , Sun 22 November 2020 4:00
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interno casa


Pasquale Misuraca, Roma, Casa labicana, sabato 21 novembre 2020


Sto componendo per la stampa un nuovo libro, stavolta nella doppia versione ebook e libro di carta.

La complice, conoscendo bene il suo contenuto, me ne suggerisce il titolo - 'Vite brevi' -, sì, buono, commovente, con Alexandra ci faccio tutto, figli e film e libri.

Torno alla scrivania, sono alla sezione Aforismi, includo questo:

L'uomo è la misura di tutte le cose, la donna di tutte le rose.

Vagolo per la casa labicana alla ricerca di un'immagine che accompagni questo post e colgo questo scorcio floreale.

Buona giornata a tutti dai felici prigionieri labicani.

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