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iLibrieleNotti : Covid-19 e crisi di civiltà
di fulmini , Fri 5 March 2021 4:00
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gabbiano e uccello

Il danno più grave sul piano psicologico e politico della pandemia Covid-19 è la concentrazione ossessiva ed esclusiva sulla crisi sanitaria, e non sulla crisi economica e sociale e culturale che ha colpito il pianeta Terra da decenni (ben prima della crisi finanziaria dei subprime scoppiata negli Stati Uniti del 2006) - la crisi storica e strutturale della vecchia civiltà moderna.

Questa crisi che stiamo vivendo dai primi decenni del Novecento si può risolvere alla radice soltanto attraverso la costruzione di una nuova civiltà, come la crisi della civiltà medioevale si è risolta soltanto con la costruzione della civiltà moderna.
http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/scienza/196-la-vita-nuova-versione-multimediale.html

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iLibrieleNotti : Diario - Alexandra, io, il Don Chisciotte
di fulmini , Sun 28 February 2021 4:00
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Ieri sera ho completato la rilettura a voce alta, con e per Alexandra, del Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

Un capitolo quasi ogni sera, prima di addormentarci. Nella traduzione di Vittorio Bodini. Il libro primo è composto di 52 capitoli per 581 pagine, il Libro Secondo di 74 capitoli per 1183 pagine. Cinque mesi di divertimento, o per dirla con Alexandra grande ascoltatrice e grande poeta, di "spassatura".

Perché abbiamo letto e ascoltato il Don Chisciotte? Per stare insieme, sorridere insieme, pensare insieme, scambiandoci di volta in volta la maschera di Don Chisciotte e di Sancio Panza.

Io poi, da parte mia, ho ripercorso di gran gusto l'addio che Cervantes ha dato, scrivendo questo libro capitale, alla civiltà medioevale. Grazie a lui, ad Ariosto e Machiavelli, Shakespeare e Giordano Bruno e Galileo e Caravaggio e altri scienziati e artisti, la civiltà moderna prende forma e coraggio e affronta il mare aperto.

Io ho cercato e sto cercando di fare qualcosa del genere, da solo e con Luis Razeto, dando l'addio alla vecchia civiltà moderna, col cuore in gola e il sorriso sulle labbra. In tanti film e documentari, in tanti libri e saggi, e anche in tanti ebook, come questo, multimediale e illustrato: La Vita Nuova:

che indico, come Cervantes nell'incipit del suo libro, al "desocupado lector", a te che mi stai leggendo, ed a coloro ai quali tu lo indicherai, facendoti ponte tra il passato e il futuro, indossando anche tu, si capisce, di volta in volta la maschera seriosa o la maschera scherzosa del Signore e del Villano:

http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/scienza/196-la-vita-nuova-versione-multimediale.html

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iLibrieleNotti : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (3)
di fulmini , Thu 28 January 2021 4:00
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Capitolo 2. Disgregazione della civiltà cattolico-medioevale.

L’inizio della disgregazione del mondo medioevale si può cogliere in un insieme di fenomeni che investono simultaneamente, sebbene in maniera disorganica, le diverse sfere della vita sociale. “Dopo il Mille – scrive Gramsci, commentando un articolo di V. Rossi – s’inizia la reazione contro il regime feudale ‘che improntava di sé tutta la vita’ (con l’aristocrazia fondiaria e il chiericato): nei due o tre secoli seguenti si trasforma profondamente l’assetto economico, politico e culturale della società: si rinvigorisce l’agricoltura, si ravvivano, estendono ed organizzano le industrie e i commerci; sorge la borghesia, nuova classe dirigente (questo punto è da precisare e il Rossi non lo precisa) fervida di passione politica [...] e stretta in corporazioni finanziarie potenti; si costituisce con crescente spirito di autonomia lo Stato comunale.” (Q, 641)

Gramsci si sofferma poi su alcuni di questi fenomeni, i più significativi, che riguardano la Chiesa, la lingua, la letteratura, la struttura militare, i Comuni, l’urbanesimo, l’industria, il commercio. Fenomeni, questi, in cui si possono leggere non soltanto i sintomi della disgregazione dell’organamento medioevale ma insieme i primi tentativi di aggruppamento ‘partitico’, o meglio processi associativi che si pongono oltre le corporazioni medioevali senza essere ancora partiti politici.

Un primo fenomeno riguarda la Chiesa, che costituiva il centro unificante della civiltà medioevale. I primi segni dell’indebolimento della sua posizione egemonica sono individuabili nell’emergenza dei movimenti ereticali, che sono significativi non solo in quanto costituiscono una frattura nel sistema teorico (teologico-filosofico), ma in quanto evidenziano un processo di scissione fra la massa dei fedeli e gli intellettuali dirigenti della Chiesa. In questa situazione sorgono primi movimenti religiosi popolari che in quanto comunità e movimenti sorti da una mobilitazione religiosa spontanea dal basso sono espressione della separazione esistente fra intellettuali e semplici; movimenti che però vengono riassorbiti dalla Chiesa e istituzionalizzati negli ordini religiosi, diventando organi del tentativo di riunificazione operato dall’autorità.

“Che la Chiesa debba affrontare un problema dei ‘semplici’ significa appunto che c’è stata rottura nella comunità dei ‘fedeli’, rottura che non può essere sanata innalzando i ‘semplici’ al livello degli intellettuali (la chiesa non si propone neppure questo compito, idealmente ed economicamente impari alle sue forze attuali), ma con una disciplina di ferro sugli intellettuali perché non oltrepassino certi limiti nella distinzione e non la rendano catastrofica e irreparabile. Nel passato queste ‘rotture’ nella comunità dei fedeli erano sanate da forti movimenti di massa che determinavano o erano riassunti nella formazione di nuovi ordini religiosi intorno a forti personalità (Domenico, Francesco). (I movimenti ereticali del Medio Evo come reazione simultanea al politicantismo della chiesa e alla filosofia scolastica che ne fu una espressione, sulla base dei conflitti sociali determinati dalla nascita dei Comuni, sono stati una rottura tra massa e intellettuali nella chiesa ‘rimarginata’ dalla nascita di movimenti popolari religiosi riassorbiti dalla chiesa nella formazione degli ordini mendicanti e in una nuova unità religiosa).” (Q, 1383-4)

Gramsci sottolinea che questi movimenti popolari non hanno un significato soltanto religioso e interno alla vita della Chiesa, ma assumono anche un carattere e un valore politico in quanto espressioni di resistenza delle masse all’oppressione e allo sfruttamento: “Anche i movimenti religiosi popolari del Medio Evo, francescanesimo, ecc., rientrano in uno stesso rapporto di impotenza politica delle grandi masse di fronte a oppressori poco numerosi ma agguerriti e centralizzati: gli ‘umiliati e offesi’ si trincerano nel pacifismo evangelico primitivo, nella nuda ‘esposizione’ della loro ‘natura umana’ misconosciuta e calpestata nonostante le affermazioni di fraternità in dio padre e di uguaglianza ecc. Nella storia delle eresie medioevali Francesco ha una sua posizione individuale ben distinta: egli non vuole lottare, cioè egli non pensa neppure a una qualsiasi lotta, a differenza degli altri innovatori (Valdo, ecc. [e gli stessi francescani]).” (Q, 748-9)

Gramsci dà una valutazione complessa del significato che questi movimenti hanno in relazione al superamento dell’ordine medioevale, essendo manifestazioni della reazione al nuovo e al contempo novità essi stessi: “Movimenti di riforma della Chiesa; sorgono ordini religiosi nuovi che vogliono ripristinare la vita apostolica. (Questi movimenti sono sintomi positivi o negativi del nuovo mondo che si sviluppa? Certamente essi si presentano come reazione alla nuova società economica, sebbene la domanda di riformare la Chiesa sia progressiva: però è vero che essi indicano un maggior interesse verso il popolo da parte di grandi personalità religiose, cioè gli intellettuali più in vista dell’epoca: ma anche essi, in Italia almeno, sono o soffocati o addomesticati dalla Chiesa, mentre in altre parti d’Europa si mantengono come fermento per sboccare nella Riforma.” (Q, 641-2)

Un giudizio più comprensivo del significato e del ruolo della Chiesa nel passaggio alla nuova civiltà Gramsci lo dà distinguendo nella Chiesa stessa due identità, l’una etico-religiosa che si esprime nella comunità dei fedeli, l’altra economico-politica che si esprime nell’organizzazione del potere temporale: “Religione come principio e clero come classe-ordine feudale. Quando si esalta la funzione che la chiesa ha avuto nel medio evo a favore delle classi inferiori, si dimentica semplicemente una cosa: che tale funzione non era legata alla chiesa come esponente di un principio religioso-morale, ma alla chiesa come organizzazione di interessi economici molto concreti, che doveva lottare contro altri ordini che avrebbero voluto diminuire la sua importanza. Questa funzione fu dunque subordinata e incidentale: ma il contadino non era meno taglieggiato dalla chiesa che dai signori feudali. Si può forse dire questo: che la ‘chiesa’ come comunità dei fedeli conservò e sviluppò determinati principi politico-morali in opposizione alla chiesa come organizzazione clericale, fino alla Rivoluzione francese i cui principii sono [propri] della comunità dei fedeli contro il clero ordine feudale alleato del re e ai nobili: perciò molti cattolici considerano la Rivoluzione francese come uno scisma [e un’eresia], cioè una rottura tra pastore e gregge, dello stesso tipo della Riforma, ma storicamente più matura, perché avvenuta sul terreno del laicismo: non preti contro preti, ma fedeli-infedeli contro preti. [Il vero punto di rottura tra democrazia e Chiesa è da porre però nella Controriforma, quando la Chiesa ebbe bisogno del braccio secolare (in grande stile) contro i luterani e abdicò alla sua funzione democratica].” (Q, 116-7)

Un secondo fenomeno riguarda il linguaggio e la letteratura, che contengono gli elementi fondamentali di una concezione del mondo e di una cultura. Una manifestazione rilevante dell’incrinatura dell’unità e dell’egemonia della cultura dominante medioevale è il sorgere di lingue volgari in rapporto al configurarsi di nuovi comportamenti popolari e alla formazione incipiente della nuova classe borghese. L’elemento decisivo è dato dal fatto che questi linguaggi volgari diventano lingue, cominciando ad esprimere una propria letteratura. Si realizza così non solo una frattura tra la concezione del mondo degli umili e quella ufficiale (evidente nell’operare concreto di due lingue), ma anche il distacco di una fascia di intellettuali dalle tradizioni e dagli istituti medioevali, il costituirsi di gruppi intellettuali autonomi che elaborano una propria lingua (il volgare illustre) e si rivolgono al popolo creando un proprio pubblico.

“Si confondono – scrive Gramsci – due momenti della storia: 1) la rottura con la civiltà medioevale, il cui documento più importante fu l’apparizione dei volgari; 2) l’elaborazione di un ‘volgare illustre’, cioè il fatto che si raggiunse una certa centralizzazione fra i gruppi intellettuali, cioè, meglio, tra i letterati di professione. In realtà i due momenti, pur essendo collegati, non si saldarono completamente. I volgari cominciano ad apparire per ragioni religiose (giuramenti militari, testimonianze di carattere giuridico per fissare diritti di proprietà, prestate da contadini che non conoscevano il latino), frammentariamente, casualmente: che in volgare si scrivano opere letterarie, qualunque sia il loro valore, è ancora un fatto nuovo, è il fatto realmente importante.” (Q, 788-9)

E in altro luogo: “il sorgere del volgare segna un distacco dall’antichità, ed è da spiegare come a questo fenomeno si accompagni una rinascita del latino letterario. Giustamente dice il Rossi che ‘l’uso che un popolo faccia d’una piuttosto che d’un’altra lingua per disinteressati fini intellettuali, non è capriccio di individui o di collettività, ma è spontaneità di una peculiare vita interiore, balzante nell’unica forma che le sia propria’, cioè che ogni lingua è una concezione del mondo integrale, e non solo un vestito che faccia indifferentemente da forma a ogni contenuto. Ma allora? Non significa ciò che erano in lotta due concezioni del mondo: una borghese-popolare che si esprimeva nel volgare e una aristocratico-feudale che si esprimeva in latino? [...] In Francia la letteratura in lingua d’oc e di lingua d’oïl sboccia tra la fine del primo e il principio del secondo secolo dopo il Mille, quando il paese è tutto in fermento per i grandi fatti politici, economici, religiosi, culturali accennati prima [...]. Il moto innovatore dopo il Mille fu più violento in Italia che in Francia e la classe portatrice della bandiera di quel moto si sviluppò economicamente prima e più potentemente che in Francia e riuscì a rovesciare il dominio dei suoi nemici, ciò che in Francia non avvenne. La storia si svolse diversamente in Francia che in Italia. [...] L’origine della differenziazione storica tra Italia e Francia si può trovare testimoniata nel giuramento di Strasburgo (verso l’841), cioè nel fatto che il popolo partecipa attivamente alla storia (il popolo-esercito) diventando il garante dell’osservanza dei trattati tra i discendenti di Carlo Magno; il popolo-esercito garantisce ‘giurando in volgare’, cioè introduce nella storia nazionale la sua lingua, assumendo una funzione politica di primo piano, presentandosi come volontà collettiva, come elemento di una democrazia nazionale. Questo fatto ‘demagogico’ dei Carolingi di appellarsi al popolo nella loro politica estera è molto significativo per comprendere lo sviluppo della storia francese e la funzione che vi ebbe la monarchia come fattore nazionale. In Italia i primi documenti di volgare sono dei giuramenti individuali per fissare la proprietà su certe terre dei conventi, o hanno un carattere antipopolare (‘Traite, traite, fili de putte’). Altro che spontaneità e autoctonia. L’involucro monarchico, vero continuatore dell’unità statale romana, permise alla borghesia francese di svilupparsi più che la completa autonomia economica raggiunta dalla borghesia italiana, che però fu incapace di uscire dal terreno grettamente corporativo e di crearsi una propria civiltà statale integrale.” (Q, 644-6)

Nella valutazione complessiva di questo fenomeno e in particolare del sorgere della letteratura e della poesia in volgare, Gramsci osserva che esso deve essere considerato in termini di storia della cultura e non di storia dell’arte. E sottolinea, anche in riferimento a questo fenomeno, che l’inizio dell’incrinatura della civiltà medioevale è di origine popolare e non di origine colta, nasce dall’emergenza di nuovi comportamenti pratici e non da precise elaborazioni teoriche. “Origini della letteratura e della poesia volgare. [...] Il Levi sostiene che si tratta di un ‘fenomeno letterario’, ‘accompagnato da un movimento di pensiero’ e rappresentante ‘il primo affermarsi della nuova coscienza italiana, in contrapposizione alla età medioevale’. La tesi del Levi è interessante e deve essere approfondita. Naturalmente come tesi di storia della cultura e non di storia dell’arte. Il Battaglia scrive che ‘il Levi scambia questa modesta produzione rimata, che serba i caratteri e gli atteggiamenti di evidente natura popolare, per un fenomeno letterario’, ed è possibile che il Levi, come spesso avviene in tali casi, esageri l’importanza artistica di questi scrittori; ma che significa ciò? E che significa la ‘natura popolare’ contrapposta alla ‘letteraria’? Quando una nuova civiltà sorge, non è naturale che essa assuma forme ‘popolari’ e primitive, che siano uomini ‘modesti’ ad esserne i portatori? E ciò non è tanto più naturale in tempi quando la cultura e la letteratura erano monopolio di caste chiuse? Ma poi, al tempo di Uguccione da Lodi, ecc., anche nel ceto colto, esistevano grandi artisti e letterati? Il problema posto dal Levi è interessante perché le sue ricerche tendono a dimostrare che i primi elementi del Rinascimento non furono di origine aulica o scolastica, ma popolare, e furono espressione di un movimento generale culturale religioso (patarino) di ribellione agli istituti medioevali, chiesa e impero. La statura poetica di questi scrittori lombardi non sarà stata molto alta, la loro importanza storico-culturale non è perciò diminuita.” (Q, 787)

I primi processi associativi embrionalmente ‘partitici’ sono formazioni che elaborano e rendono coerenti movimenti spontanei diffusi di origine popolare; tentativi che falliscono perché riassorbiti dall’alto, e riassorbiti perché non raggiungono una elaborazione intellettuale superiore ed autonoma. Poiché se l’incrinatura di un ordine dato ha origini pratiche nella diffusione di massa e molecolare di condotte nuove, l’avvento di un ordine superiore ha origini intellettuali, necessita di un centro di elaborazione raffinata di attività teoriche; abbisogna di una teoria resa autonoma dal compimento di un processo di critica e assorbimento delle concezioni precedenti e dalla proposta di una nuova superiore razionalità.

Questa prospettiva è affermata da Gramsci nel seguito del paragrafo ultimo riportato, laddove attribuisce al movimento letterario in volgare una insufficiente unità politica e culturale, un valore di sola reazione e disgregazione nei confronti del mondo culturale esistente, dovendosi ancora attendere la successiva fioritura delle lingue nazionali, veicolo della nuova civiltà statale. “Altro pregiudizio sia del Battaglia che del Levi è che nel Duecento debba cercarsi e trovarsi l’origine di una ‘nuova civiltà italiana’; una ricerca di tal genere è puramente retorica e segue interessi pratici moderni. La nuova civiltà non è ‘nazionale’, ma di classe e assumerà forma ‘comunale’ e locale non unitaria, non solo ‘politicamente’, ma neanche ‘culturalmente’. Nasce ‘dialettale’ pertanto e dovrà aspettare la maggior fioritura del 300 toscano per unificarsi, fino a un certo punto, linguisticamente. L’unità culturale non era un dato esistente precedentemente, tutt’altro; esisteva una ‘universalità europea-cattolica’ culturale e la nuova civiltà reagisce a questo universalismo, di cui l’Italia era la base, con i dialetti locali e col portare in primo piano gli interessi pratici dei gruppi borghesi municipali. Ci troviamo quindi in un periodo di disfacimento e disgregazione del mondo culturale esistente, in quanto le forze nuove non si inseriscono in questo mondo, ma vi reagiscono contro sia pure inconsapevolmente e rappresentano elementi embrionali di una nuova cultura.” (Q, 787-8) Sull’insuccesso di questi movimenti, Gramsci conclude: “In realtà la borghesia nascente impone i propri dialetti, ma non riesce a creare una lingua nazionale: se questa nasce, è confinata ai letterati e questi vengono riassorbiti dalle classi reazionarie, dalle corti, non sono ‘letterati borghesi’, ma aulici. E non avviene questo assorbimento senza contrasto. L’Umanesimo dimostra che il ‘latino’ è molto forte, ecc. Un compromesso culturale, non una rivoluzione, ecc.” (Q, 789)

Un terzo fenomeno riguarda l’organizzazione militare e la guerra, che costituiscono un fattore decisivo della dissoluzione dell’ordine sociale medioevale. Altra espressione del formarsi di volontà collettive organizzate che fuoriescono dalle tradizionali forme medioevali è infatti il processo di organizzazione militare di una parte del popolo su basi comunali e lo scatenamento di conflitti permanenti fra i Comuni; con ciò si crea un principio di organizzazione stabile che si prolunga in tempo di pace, costituendo un punto di riferimento per il popolo che va acquistando consapevolezza di una certa propria forza. Non siamo ancora alla formazione di eserciti permanenti; la costituzione di questi segnerà il riassorbimento, e perciò la sconfitta, anche di queste iniziali associazioni ‘partitiche’.

“Le guerre reciproche fra i Comuni – scrive Gramsci – e quindi la necessità di reclutare una più vigorosa e abbondante forza militare col lasciare armare il maggior numero, davano la coscienza della loro forza ai popolani e nello stesso tempo ne rinsaldavano le file (cioè funzionarono da eccitanti alla formazione compatta e solidale di gruppo e di partito). I combattenti rimanevano uniti anche in pace, sia per il servizio da prestare, sia, in prosieguo, con crescente solidarietà, per fini di utilità particolare. Si hanno gli statuti delle ‘Società d’armi’, che si costituirono a Bologna, come sembra, verso il 1230 ed emerge il carattere della loro unione e il loro modo di costituzione. Verso la metà del secolo XIII le società erano già ventiquattro, distribuite a seconda della contrada ove abitavano (i componenti). Oltre al loro ufficio politico di difesa esterna del Comune, avevano il fine di assicurare a ciascun popolano la tutela necessaria contro le aggressioni dei nobili e dei potenti. I capitoli dei loro statuti – per esempio della Società detta dei Leoni – hanno in rubrica titoli come: ‘De auditorio dando hominibus dicte societatis...’; ‘Quod molestati iniuste debeant adiuvari ab hominibus dicte societatis’. E alle sanzioni civili e sociali si aggiungevano, oltre al giuramento, una sanzione religiosa, con la comune assistenza alla messa e alla celebrazione di uffici divini, mentre altri obblighi comuni, come quelli, comuni alle confraternite pie, di soccorrere i soci poveri, seppellire i defunti ecc., rendevano sempre più persistente e stretta l’unione. Per le funzioni stesse delle società si formarono poi cariche e consigli – a Bologna, per es., quattro o otto ‘ministeriales’ foggiati sugli ordini della Società delle arti o su quelli più antichi del Comune – che col tempo ebbero valore oltre i termini delle società e trovarono luogo nella costituzione del Comune.

Originariamente, in queste società entrano milites al pari di pedites, nobili e popolani, se anche in minor numero. Ma, a grado a grado, i milites, i nobili tendono ad appartarsene, come a Siena, o, secondo i casi, ne possono essere espulsi, come nel 1270, a Bologna. E a misura che il movimento di emancipazione prende piede, oltrepassando anche i limiti e la forma di queste società, l’elemento popolare chiede e ottiene la partecipazione alle maggiori cariche pubbliche. Il popolo si costituisce sempre più in vero partito politico e per dare maggiore efficienza e centralizzazione alla sua azione si dà un capo, ‘il Capitano del popolo’, ufficio che pare Siena abbia preso da Pisa e che nel nome come nella funzione, rivela insieme origini e funzioni militari e politiche. Il popolo che già, volta a volta, ma sporadicamente, si era armato, si era riunito, si era costituito e aveva preso deliberazioni distinte, si costituisce come un ente a parte, che si dà anche proprie leggi. Campana propria per le sue convocazioni ‘cum campana Comunis non bene audiatur’. Entra in contrasto col Podestà a cui contesta il diritto di pubblicar bandi e col quale il Capitano del popolo stipula delle ‘paci’. Quando il popolo non riesce ad ottenere dalle autorità comunali le riforme volute, fa la sua secessione, con l’appoggio di uomini eminenti del Comune e, costituitosi in assemblea indipendente, incomincia a creare magistrature proprie ad immagine di quelle generali del Comune, ad attribuire una giurisdizione al Capitano del popolo, e a deliberare di sua autorità, dando inizio (dal 1255) a tutta un’opera legislativa. (Questi dati sono del Comune di Siena). Il popolo riesce, prima praticamente, e poi anche formalmente, a fare accettare negli Statuti generali del Comune disposizioni che prima non legavano se non gli ascritti al ‘Popolo’ e di uso interno. Il popolo giunge quindi a dominare il Comune, soverchiando la precedente classe dominante, come a Siena dopo il 1270, a Bologna con gli Ordinamenti ‘Sacrati’ e ‘Sacratissimi’, a Firenze con gli ‘Ordinamenti di giustizia’. (Provenzan Salvani a Siena è un nobile che si pone a capo del popolo).” (Q, 2284-6)

La centralità di questo fenomeno è rimarcata così da Gramsci: “i signori feudali erano detentori di una particolare capacità tecnica, quella militare, ed è appunto dal momento in cui l’aristocrazia perde il monopolio della capacità tecnico-militare che si inizia la crisi del feudalismo.” (Q, 1514)

Un quarto fenomeno riguarda i Comuni, in quanto erano la principale organizzazione civile, relativamente indipendente dalla Chiesa, delle attività e dei rapporti economici e sociali nel tardo Medioevo. “Età dei Comuni, in cui si costituiscono molecolarmente i nuovi gruppi sociali cittadini.” (Q, 1960) All’interno dei Comuni si dispiega un conflitto fra gli interessi economici emergenti della borghesia comunale e gli interessi tradizionali ideologicamente unificati e rappresentati dalla Chiesa. Questa dà luogo alla formazione di gruppi politici opposti, di carattere, struttura e forma complessa e diversa a seconda dei casi: diversità consistente nel diverso valore che assumono in essi i fattori ideologici, politici, militari.

In Italia, ad esempio, i Guelfi e i Ghibellini. La lotta si prolunga irrisolta in quanto nessuno dei due schieramenti è in condizione di prevalere e di ricostituire una nuova unità: la borghesia comunale perché nelle questioni ideologiche è subordinata alla Chiesa e non elabora autonomamente una propria superiore concezione del mondo, l’aristocrazia e il clero perché ancorati al mondo che declina. Gramsci si riferisce a questo processo nel caso italiano esaminando la formazione dello ‘spirito borghese’: “A questa trasformazione della concezione del mondo hanno contribuito le lotte feroci delle fazioni comunali e dei primi signorotti. [...] Mi pare che in questo sviluppo si potrebbero distinguere due correnti principali. Una ha il suo coronamento letterario nell’Alberti: essa rivolge l’attenzione a ciò che è ‘particulare’, al borghese come individuo che si sviluppa nella società civile e che non concepisce società politica oltre l’ambito del suo ‘particulare’; è legato al guelfismo, che si potrebbe chiamare un sindacalismo teorico medioevale. È federalista senza centro federale. Per le quistioni intellettuali si affida alla Chiesa, che è il centro federale di fatto per la sua egemonia intellettuale e anche politica. [...] L’altra corrente ha il coronamento in Machiavelli e nell’impostazione del problema della Chiesa come problema nazionale negativo. A questa corrente appartiene Dante, che è avversario dell’anarchia comunale e feudale ma ne cerca una soluzione semimedioevale; in ogni caso pone il problema della Chiesa come problema internazionale e rileva la necessità di limitarne il potere e l’attività. Questa corrente è ghibellina in senso largo. Dante è veramente una transizione: c’è affermazione di laicismo ma ancora col linguaggio medioevale.” (Q, 614-5)

il vero volto di Dante


Il vero volto di Dante, seconda metà XIV sec., Firenze, Alle Murate.


I gruppi che si fronteggiano sulla base di diversi progetti economico-politici cercano di subordinare a sé in modo permanente i popolani e i contadini, per ragioni tanto economiche quanto politiche. “La storia dei Comuni è ricca di esperienze in proposito: la borghesia nascente cerca alleati nei contadini contro l’Impero e contro il feudalismo locale (è vero che la questione è resa complessa dalla lotta tra borghesi e nobili per contendersi la mano d’opera a buon mercato: i borghesi hanno bisogno di mano d’opera abbondante ed essa può solo essere data dalle masse rurali, ma i nobili vogliono legati al suolo i contadini: fuga di contadini in città, dove i nobili non possono catturarli. In ogni modo, anche in situazione diversa, appare, nello sviluppo della civiltà comunale, la funzione della città come elemento direttivo, della città che approfondisce i conflitti interni della campagna e se ne serve come strumento politico-militare per abbattere il feudalismo).” (Q, 2015)

Questo tentativo della borghesia comunale di affermare la propria direzione e controllo delle popolazioni fallisce, non si riesce quindi a stabilire un sistema di rapporti organici tra città e campagna, cioè a configurare quella unità territoriale e di mercato necessaria per la formazione degli Stati. I Comuni non vanno oltre una fase di organizzazione economico-corporativa, non giungono cioè a costituirsi come Stati. Gramsci rileva ciò in più luoghi, sottolineandone l’importanza. “Anche questo punto è da precisare: bisogna fissare che significato ha avuto lo ‘Stato’ nello Stato comunale: un significato corporativo limitato, per cui non si è potuto sviluppare oltre il feudalismo medio, cioè quello successo al feudalesimo assoluto – senza terzo stato, per così dire, - esistito fino al Mille e a cui successe la monarchia assoluta nel secolo XV, fino alla Rivoluzione francese. Un passaggio organico dal comune a un regime non più feudale si ebbe nei Paesi Bassi e solo nei Paesi Bassi. In Italia i Comuni non seppero uscire dalla fase corporativa, l’anarchia feudale ebbe il sopravvento in forme appropriate alla nuova situazione e ci fu poi la dominazione straniera.” (Q, 641) Più avanti ritorna “Sul fatto che la borghesia comunale non è riuscita a superare la fase corporativa e quindi non si può dire abbia creato uno Stato, poiché era Stato piuttosto la Chiesa e l’Impero, cioè che i Comuni non hanno superato il feudalismo.” (Q, 675) Qui è posto in evidenza come l’ordinamento complessivo è ancora dato dall’Impero e dalla Chiesa; più avanti Gramsci specificherà che il limite dei Comuni riguarda il problema del consenso e quello dell’espansione: “la borghesia comunale non riuscì a superare la fase economico-corporativa, cioè a creare uno Stato ‘col consenso dei governati’ e passibile di sviluppo. Lo sviluppo statale poteva avvenire solo come principato, non come repubblica comunale.” (Q, 695)

In realtà la borghesia comunale non era portatrice di un progetto di organizzazione statale; bisognerà attendere per questo il Machiavelli e la scienza politica. Ciò permette di individuare la funzione dei Comuni più come momento di smembramento della civiltà cattolico-medioevale che come fase di costruzione di una nuova integrale civiltà. In questa prospettiva d’analisi, Gramsci addita l’importanza di “comprendere la funzione storica dei Comuni e della prima borghesia italiana che fu disgregatrice dell’unità esistente, senza sapere o poter sostituire una nuova propria unità: il problema dell’unità territoriale, non fu neanche posto o sospettato e questa fioritura borghese non ebbe seguito: fu interrotta dalle invasioni straniere”. (Q, 568)

L’insieme dei fenomeni finora esaminati, riguardanti l’emergenza di forze e forme organizzative nuove nella Chiesa, nella cultura, nell’organizzazione militare, nei Comuni, esprime un primo momento di disgregazione dell’ordine medioevale. La Chiesa e l’Impero riescono a riassorbire (in certa misura) i movimenti ribelli o diversi particolari, e il passaggio a una nuova civiltà non si compie, fino a quando non prendono forma nuovi e più consistenti fenomeni trasformativi i quali segneranno la maturazione della crisi. Essi sono da un lato il Rinascimento e la Riforma, e dall’altro la costituzione delle monarchie assolute, con le trasformazioni nella struttura economica, sociale, giuridica e militare connesse. Nello svolgimento di tali fenomeni si costituiscono nuovi tipi di aggregazioni e associazioni a carattere politico.

ATTUALIZZAZIONE (Nota Bene: Questo Libro Secondo de La Traversata è stato scritto negli anni 1977-1978-1979-1980 a Roma, e la sua edizione critica attualizzata è stata realizzata a Santiago de Chile e Roma nel 2011.)

La precedente analisi storica degli inizi della traversata dalla civiltà cattolico-medioevale alla civiltà statale moderna, che si è svolta in un processo secolare, ci insegna come sia complesso e difficile il passaggio da quest’ultima che è in crisi organica già da un secolo, ad una nuova superiore civiltà. I ‘fenomeni’ che segnano sia la disgregazione dell’ordine dato, sia gli inizi di un ordine nuovo, costituiscono una storia di successi parziali ed effimeri e di riassorbimenti dei tentativi emergenti nelle vecchie strutture. Ciò, finché le iniziative ed i processi emergenti non vengano compresi e guidati da una nuova scienza, da una superiore struttura della conoscenza e della progettazione.

Cosí ad esempio, si può intendere il percorso del marxismo come uno di questi processi di scissione ed antagonismo, che fallisce poiché non raggiunge la necessaria autonomia intellettuale e politica riguardo la civiltà dei partiti e dello Stato, restando nell’orizzonte concettuale del naturalismo e del positivismo della civiltà moderna.

Un altro esempio di fenomeno che possiamo intendere come parte del processo di disgregazione della civiltà moderna, che però non ha comportato l’effettivo avviamento della nuova civiltà, nel campo delle arti è stato quello delle avanguardie storiche (il costruttivismo, il surrealismo, il futurismo, il dadaismo ecc.). Queste infatti sono nate come reazione critica alla cultura oggettivistica e scientista, come movimenti di scissione ed antagonismo nei confronti della concezione naturalista e positivista del mondo, della natura e della società, mettendo al centro la soggettività e la espressività. Il limite principale di queste avanguardie è stato quello di restare movimenti elitari, che non sono riusciti a farsi comprendere dal popolo, il quale ha assunto nei loro confronti un atteggiamento di estraneità se non di irrisione.

Altro esempio di fenomeni che facendo parte della disgregazione della civiltà moderna non sono riusciti ad avviare la creazione di una civiltà nuova, sono le ribellioni giovanili e studentesche del ‘sessantotto’, gli hippies, i movimenti autonomisti e controculturali, ecc. Questi infatti sono sorti come raggruppamenti polemici e di rottura nei confronti delle istituzioni fondamentali della civiltà moderna: i partiti, l’esercito, lo Stato, la scuola, le università, il diritto, la morale, la famiglia nucleare, il consumismo, il lavoro standardizzato, le professioni, le gerarchie religiose, le burocrazie, ecc. Hanno portato l’idea che sia possibile vivere in un’altro modo, dare nuove forme ai sentimenti ed ai comportamenti, plasmare a volontà e con l’immaginazione le realtà sociali e politiche. Il limite principale che ha impedito a questi movimenti di costituire forme permanenti di azione efficace, è stata la mancanza di una rigorosa comprensione della realtà storica e politica e la carenza di una nuova superiore proposta teorica in grado di progettare il percorso e il fine del cambiamento desiderato, cioè una nuova e superiore struttura della conoscenza e della progettazione. Da tale carenze è risultato che le loro proposte sono state in ultima analisi di carattere storicamente regressivo, ossia comportando un certo ritorno ad antiche e sorpassate forme di rapporti sociali, economici e politici, e infine sono stati riassorbiti socialmente e politicamente.

(Il libro intero lo trovate qui: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5108)

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iLibrieleNotti : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (2)
di fulmini , Mon 25 January 2021 4:00
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INDICE GENERALE
de
LA TRAVERSATA. Libro Secondo.
Dalla critica dello Stato e dei partiti all'avviamento di una nuova e superiore civiltà.



PROLEGOMENI.

I. ORIGINI E FORMAZIONE DEL PARTITO POLITICO NEL PROCESSO COSTITUENTE DELLA CIVILTÀ STATALE.

1. Introduzione.
2. Disgregazione della civiltà cattolico-medievale.
3. Rinascimento e Riforma.
4. Le Utopie e le Scienze politiche.
5. Scienza dell’economia.
6. Scienza del diritto.
7. Scienza delle idee.
8. La struttura conoscitiva delle scienze politiche e la figura intellettuale dello scienziato.
9. L’Illuminismo.
10. L’iniziativa giacobina e la Rivoluzione francese.
11. Il partito giacobino.
12. Sviluppo e diffusione dello Stato moderno.
13. Nazionalismo, imperialismo e crisi organica.

II. POLITICA E PARTITI NELLO STATO RAPPRESENTATIVO-BUROCRATICO E RICERCA DI UNA NUOVA STRUTTURA DELL’AZIONE TRASFORMATIVA.

1. Il modello teorico dello Stato rappresentativo-burocratico.
2. Paradigmi di politica nella civiltà moderna.
3. Verso un nuovo paradigma di politica.

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I. ORIGINI E FORMAZIONE DEI PARTITI POLITICI NEL PROCESSO COSTITUENTE DELLA CIVILTA’ STATALE.


Capitolo 1. Sulla relazione tra partito politico e Stato nella civiltà moderna.


Lo studio del partito politico comincia con l’individuazione di questo come parte costituente dello Stato moderno, con l’analisi storico-critica del nesso partito-Stato nel processo di costituzione e sviluppo della moderna civiltà degli Stati nazionali. È questo il punto di partenza poiché il nesso partito-Stato precede storicamente e teoricamente la strutturazione di altri nessi, quali partito-classe e partito-ideologia. Questa impostazione del problema sovverte i tradizionali approcci alla teoria del partito politico, che hanno preso le mosse dalla identificazione del carattere di ‘classe’ del partito (Marx) o dalla caratterizzazione del partito come associazione politica attorno a comuni valori e idee (Weber).


Come una teoria dello Stato non può prescindere da una teoria del partito, così questa non può essere concepita separatamente da quella. Questa affermazione comporta considerare il partito come un fenomeno proprio della moderna civiltà statale ed espressione dell’attività politica e della concezione della politica specifici di questa; un fenomeno perciò strutturalmente distinto e differente dagli aggruppamenti di individui a scopo politico operanti nelle epoche precedenti. Gramsci coglie la novità storica e politica rappresentata dall’emergenza del partito politico, e ne individua il momento costitutivo: “Il moderno Principe deve avere una parte dedicata al giacobinismo (nel significato integrale che questa nozione ha avuto storicamente e deve avere concettualmente), come esemplificazione di come si sia formata in concreto e abbia operato una volontà collettiva che almeno per alcuni aspetti fu creazione ex novo, originale. E occorre che sia definita la volontà collettiva e la volontà politica in generale nel senso moderno.” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi 1975, pagina 1559)


Antonio Gramsci



I giacobini in effetti costituirono il primo partito politico nel senso moderno, e proprio perché tali costruirono il primo Stato moderno: “i giacobini conquistarono con la lotta senza quartiere la loro funzione di partito dirigente; essi in realtà si ‘imposero’ alla borghesia francese conducendola in una posizione molto più avanzata di quella che i nuclei borghesi primitivamente più forti avrebbero voluto ‘spontaneamente’ occupare e anche molto più avanzata di quella che le premesse storiche dovevano consentire, e perciò i colpi di ritorno e la funzione di Napoleone I” (Q, 2027). I giacobini cioè si pongono al di là delle condizioni date e delle esperienze politiche conosciute. “Se è vero che i giacobini ‘forzarono’ la mano – prosegue poco oltre Gramsci – è anche vero che ciò avvenne sempre nel senso dello sviluppo storico reale, perché non solo essi organizzarono un governo borghese, cioè fecero della borghesia la classe dominante, ma fecero di più, crearono lo Stato borghese, fecero della borghesia la classe nazionale dirigente, egemone, cioè dettero allo Stato nuovo una base permanente, crearono la compatta nazione moderna francese.” (Q, 2029)


Il carattere di partito politico dei giacobini e le novità che ne definiscono la modernità sono delineati da Gramsci nel punto in cui precisa il significato storico di partito giacobino come “un determinato partito della rivoluzione francese, che concepiva lo svolgimento della vita francese in un modo determinato, con un programma determinato, sulla base di forze sociali determinate e che esplicò la sua funzione di partito e di governo con un metodo determinato che era caratterizzato da una estrema energia, decisione e risolutezza, dipendente dalla credenza fanatica della bontà e di quel programma e di quel metodo” (Q, 2027). Le caratteristiche moderne, distintive del partito politico, in questo passo individuate sono: avere una ideologia e una concezione della storia nazionale, disporre di un programma o progetto d’azione definito, stabilire una relazione privilegiata con certe classi o gruppi sociali particolari, dispiegare un modo di fare politica e di governare, centralizzare le decisioni e assicurarne l’esecuzione disciplinata, instaurare vincoli di fede nei seguaci.


Per cogliere concretamente il rapporto fra il problema del partito politico e il problema dello Stato occorre ricostruire il processo che porta dalla disgregazione della formazione economico-politica medioevale alla costituzione della civiltà statale moderna; analisi storica che permetterà al contempo l’approfondimento della teoria dello Stato e della politica (che già abbiamo avviato con la Teoria della crisi organica e la Teoria della burocrazia moderna – vedi LA TRAVERSATA. Libro Primo: https://www.amazon.it/Traversata-marxismo-sociologia-proposta-politica-ebook/dp/B076ZL9MRZ/ref=sr_1_16?dchild=1&qid=1610948820&refinements=p_27%3APasquale+Misuraca&s=books&sr=1-16).


Tale analisi riguarda complessivamente il processo di crisi dell’unità cattolica dell’Occidente nel Rinascimento e nella Riforma, il transito dalle signorie comunali alle monarchie assolute, il momento della rivoluzione giacobina, il processo di formazione degli Stati costituzionali nelle diverse nazioni, la realizzazione dello Stato burocratico-rappresentativo col suo regime dei partiti e delle associazioni di massa, fino alla crisi organica della civiltà statale. All’interno di questo processo si possono distinguere la fase del passaggio dall’una all’altra civiltà, che va dal Mille alla Rivoluzione Francese, e la fase dell’organizzazione, sviluppo e crisi dello Stato moderno, che si va esaurendo ai giorni nostri.


È da sottolineare al riguardo che un tale processo di superamento di una civiltà da parte di un’altra non si realizza con trasformazioni repentine e spettacolari, né con mutamenti che investono un settore particolare della struttura sociale ritenuto decisivo – proprietà dei mezzi di produzione, tecnologia produttiva, legislazione, classe politica, ecc. – ma si dispiega in un movimento plurisecolare di modificazione molecolare del complesso dei modi di sentire, di agire, di pensare, di comunicare delle moltitudini e nella configurazione di una nuova organizzazione integrale della vita collettiva e individuale.


La ragione per cui indietreggiare tanto nel tempo storico (come noi che stiamo scrivendo questi libro facciamo) sta nel fatto che è proprio con la crisi delle strutture medioevali che si pongono concretamente i problemi storico-politici che saranno poi risolti con la creazione di quell’insieme di attività teoriche e pratiche che configurano la società politica in quanto distinta dalla società civile, cioè la politica come attività sostenuta da una propria e specifica etica e ideologia, lo Stato e i partiti come realtà diverse dalla Chiesa e dalle sue organizzazioni. La nostra attenzione si concentrerà conseguentemente nell’identificazione di tali problemi e dei tentativi successivi di risposta ad essi.


Gramsci esamina questi processi in più luoghi dei Quaderni. L’insieme dei paragrafi che affrontano, anche in forma di commento a svariati testi, questioni generali o specifiche di storia degli intellettuali, delle classi, delle organizzazioni religiose e politiche, delle letterature e delle lingue, e in generale della cultura e degli Stati, ordinariamente considerate osservazioni sparse o riflessioni dotte su singole questioni storiografiche e culturali, sono invece elementi e momenti di una ricerca metodica, anche se incompleta, su questo nodo problematico preciso.


Uno sguardo generale a questi processi è già nel Primo Quaderno, nel paragrafo La crisi dell’Occidente, sulla base di una citazione da F. Burzio: “È esistita una prima unità dell’Occidente, quella cristiano-cattolico-medioevale; un primo scisma, o crisi, la Riforma con le guerre di religione. Dopo la Riforma, dopo due secoli, o quasi di guerre di religione, si realizzò di fatto, in Occidente, una seconda unità, di altra indole, permeando di sé profondamente tutta la vita europea e culminando nei secoli XVIII e XIX [...]. È questa nuova unità che è in crisi [...]. Essa poggia su tre filoni: lo spirito critico, lo spirito scientifico, lo spirito capitalistico [forse sarebbe meglio dire ‘industriale’ – commenta Gramsci]. I due ultimi sono saldi [se ‘capitalismo’ = ‘industrialismo’ sì – commenta ancora Gramsci], il primo invece non lo è più, e perciò le élites di Occidente soffrono di squilibrio e di disarmonia fra la coscienza critica e l’azione[...].” (Q, 83)



NOTA BENE.
I Prolegomeni di quest'opera che state leggendo li trovate qui:
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5108

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iLibrieleNotti : LA TRAVERSATA. Libro Secondo.
di fulmini , Mon 18 January 2021 8:10
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Il titolo di questo libro è: LA TRAVERSATA. Libro Secondo.

E il sottotitolo: Dalla critica dello Stato e dei partiti all'avviamento di una nuova e superiore civiltà.

Lo abbiamo scritto, dall'inverno 1977 all'estate 1980, Luis Razeto ed io, lavorando giorno dopo giorno fianco a fianco, quando abitavamo nel quartiere Colli Aniene di Roma, io artista e sociologo e docente italiano (immigrato dalla Calabria infestata dalla 'ndrangheta) e lui filosofo e sociologo e docente cileno figlio di italiani (esule dal Cile a seguito del golpe di Pinochet).

Trent'anni dopo ne abbiamo fatto l'edizione critica. (30 gennaio 2011. Foto di Alexandra Zambà. Nella casa labicana gli amici di una vita sono al lavoro. Luis è tornato in Italia, dopo tanti miei viaggi in Cile negli ultimi trent'anni, per completare l'edizione critica de LA TRAVERSATA. Libro Secondo. e l'edizione del libro multimediale in chiaro LA VITA NUOVA: http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/scienza/196-la-vita-nuova-versione-multimediale.html)

Luis Razeto e Pasquale Misuraca



PROLEGOMENI.

“Tu puoi solo vivere di quello che trasformi. Vivere per l’albero significa prendere della terra e trasformarla in fiori.” Antoine de Saint-Exupéry


Il grande problema che hanno oggi di fronte le istituzioni, i partiti e gli intellettuali è quello di elaborare e organizzare una strategia di superamento della ‘crisi organica’ degli Stati contemporanei. Il problema non consiste tanto nella ricerca del come i soggetti politici dati debbano svolgere la propria azione, quanto di chi sia in condizione di compiere una tale impresa. Occorre infatti chiedersi: sono i partiti politici le organizzazioni in grado di guidare la risoluzione della crisi? la crisi organica attuale non è anche crisi della politica, delle istituzioni e organizzazioni date, dei partiti stessi?

Possiamo intravedere l’esistenza di un nesso interno tra ‘crisi organica’ e crisi dei partiti politici attraverso una preliminare considerazione di alcuni tra i segni più evidenti della loro attuale situazione critica.

Il più evidente di questi segni è dato dal processo di scomposizione dei rapporti tradizionali dei gruppi dirigenti con le basi militanti sotto l’impatto delle nuove tecniche di comunicazione, la cui azione molecolare intensiva media in modo nuovo i rapporti tra i dirigenti e i diretti, rafforzando la comunicazione discendente delle decisioni e delle informazioni e indebolendo la comunicazione ascendente dalla base ai vertici. Le ‘masse’ sono organizzate come pubblico più che come soggetti attivi, le moltitudini sono disaggregate molecolarmente e ricomposte in modo che ogni ‘uomo-massa’ diviene pubblico ascoltatore di tutti i discorsi, e pubblico di ogni partito è ogni ‘uomo-massa’. Ciò non è il risultato di un progetto teoricamente guidato dai partiti ma dello sviluppo tecnologico generale a cui essi cercano di adattarsi, così che risultano sempre più somiglianti fra di loro.

Altro segno di crisi è da vedere nel cambiamento di funzione delle ideologie nei partiti, che provoca un processo di scissione fra teoria e pratica e uno sdoppiamento all’interno del momento teorico. I programmi e le scelte pratiche tendono a fondarsi sempre più su analisi empirico-sociologiche della realtà immediata, mentre le ideologie vengono adoperate per portare a una certa coerenza l’eterogeneità risultante dall’empirismo e dal pragmatismo, inquadrando le decisioni in una tradizione culturale e politica. Insieme ai rapporti fra teoria e pratica mutano quelli tra dirigenti e diretti: da una situazione in cui le ideologie realizzavano la coesione delle masse e assicuravano uno stretto collegamento fra gli intellettuali e i semplici in quanto rappresentavano un sistema di riferimento comune, si è venuti passando a una situazione in cui il discorso ideologico entrato in crisi non è più in grado di riprodurre una coscienza e volontà collettiva unitaria.

Un ulteriore segno della situazione critica è la tendenza alla sussunzione del personale dirigente dei partiti da parte di un nuovo sistema decisionale tecnico-burocratico che si è venuto formando e sviluppando all’interno dello Stato. Si tratta di un processo di burocratizzazione dei partiti politici che si svolge in rapporto alla tecnocratizzazione dei sistemi di decisione statale, nel quale la burocrazia sperimenta una significativa espansione e trasformazione. Lo sviluppo di centri decisionali economico-politici concentrati, operanti al di sopra degli organi rappresentativi e amministrativi dello Stato, e composti per cooptazione del personale più efficiente e di prestigio scelto volta a volta nell’industria, nella finanza, nei partiti, nei sindacati, nei mass media, determina una riduzione di incisività dell’intervento dei partiti in quanto le istituzioni e i luoghi dove ricade la loro azione hanno perso capacità deliberante e decisionale. I partiti politici sono progressivamente ridotti ad agire ai fianchi del potere e vengono ridotte le loro possibilità di iniziative autonome e alternative.

Altro segno ancora della crisi dei partiti politici è da cogliere nella loro perdita di capacità di stabilire legami organici tra scienza e politica. Con la diminuzione del valore connettivo dell’ideologia tra dirigenti e diretti, cade anche l’efficacia di questa nella mediazione tra scienza e politica; la scienza non subisce più il primato della politica e rivendica piena autonomia e la funzione guida. In questa situazione la politica offre sempre meno un terreno d’incontro fra la scienza e il senso comune, come si nota nel fatto che il ‘senso del realismo’ in politica tende a produrre scelte di tipo pragmatico anziché critico; il partito politico non può più costituire un ordine intellettuale, in quanto l’ideologia, le scelte pratiche, le conoscenze scientifiche, le attività organizzative “non possono ridursi a unità e coerenza neanche nella coscienza individuale per non parlare della coscienza collettiva: non possono ridursi a unità e coerenza ‘liberamente’ perché ‘autoritativamente’ ciò potrebbe avvenire” {Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p. 1378.}

Segno infine della crisi è l’emergenza di ‘movimenti’ costituentisi al di fuori dei partiti politici come forme di azione collettiva diversa e alternativa; associazioni che coinvolgono gruppi e categorie particolari e che esprimono domande e bisogni settoriali, che non investono l’insieme dello Stato. Il diffondersi di tali movimenti indica che i partiti non riescono a integrare determinati interessi e iniziative degli individui e dei gruppi, sicché il complesso delle attività politiche non trova nei partiti quel momento di sintesi e di universalizzazione che è la loro specifica funzione nell’organamento statale moderno. In questi movimenti si sperimentano nuove forme di azione politica, di rapporti e comunicazione interna; ma il superamento dell’odierna crisi organica domanda ben altre iniziative e attività teoriche e pratiche.

Questi segni di crisi dei partiti manifestano che in essi sono in corso i medesimi fenomeni che definiscono la crisi organica dello Stato e della civiltà moderni: la scissione fra dirigenti e diretti, fra teoria e pratica, fra scienza e politica, fra ‘struttura’ e ‘superstrutture’. La crisi dei partiti è parte determinante della crisi dello Stato poiché l’organicità dei rapporti tra governanti e governati è costruita e garantita precisamente dai partiti politici di massa; essa si produce a misura che i partiti perdono capacità di connettere allo Stato i grandi aggruppamenti sociali di cui sono storicamente i rappresentanti. Più in generale la crisi della politica è l’elemento centrale della crisi della civiltà statale moderna, poiché la razionalità specifica di questa è fondata appunto nel primato della politica. Tutto ciò porta al centro dell’attenzione teorica i processi di formazione, sviluppo, crisi del partito e della struttura della politica moderna, e muove alla delineazione di nuovi soggetti e di nuove forme dell’azione trasformativa.

Attualizzazione

La crisi dei partiti, i cui segni abbiamo individuato al loro sorgere, si è approfondita e allargata, fino al punto che oggi viene ammessa dai partiti stessi. Noi consideriamo che i partiti siano giunti alla fase terminale, nella quale si passa dalla crisi all’agonia.

Di fatto, coloro che un tempo costituivano le basi dei partiti hanno in gran parte abbandonato i partiti stessi o hanno smesso di essere politicamente attivi. Partecipano della scarsa vita politica dei partiti coloro che attraverso questi hanno trovato e conservano un posto nel settore pubblico, o vi aspirano. La vita interna dei partiti si è ridotta al compimento di rituali, e i loro dirigenti agiscono, parlano alle basi, lottano fra di loro e si riproducono attraverso la presenza nei mezzi di comunicazione di massa.

I partiti non sono più in grado di elaborare idee e progetti nuovi. I riferimenti ideologici, che un tempo servivano a inquadrare i discorsi in una tradizione culturale e politica, sono scomparsi e persino negati. I programmi e le decisioni non si fondano nemmeno su analisi empirico-sociologiche della realtà immediata, ma su inchieste di opinione ed eventi che occupano le prime pagine dei giornali e delle televisioni.

Le figure che appaiono in veste di dirigenti vengono scelte non più per cooptazione del personale più efficiente e di prestigio, ma per presenza fisica, facilità di parola, capacità seduttiva e spettacolare. I veri centri decisionali concentrati tecnocraticamente non operano visibilmente, e sono quasi sconosciuti dal pubblico.

La scienza, fallito il tentativo di realizzare una funzione di guida nei partiti e nello Stato, si è allontanata dalla politica e rinserrata nelle proprie istituzioni, e il rapporto tra scienziati e politici si è definitivamente rotto. I partiti non sono più strumenti di conoscenza bensí macchine di potere, hanno perso la capacità di convogliare l’impegno degli scienziati, e solo in casi particolari riescono a strumentalizzarne alcuni ai propri fini.

In quanto all’emergenza di ‘movimenti’ costituentisi al di fuori dei partiti politici come forme di azione collettiva diversa e alternativa, associazioni che coinvolgono gruppi e categorie particolari e che esprimono domande e bisogni settoriali che non investono l’insieme dello Stato, si sono moltiplicati e cercano nuove forme di rapporto fra di loro, nuovi metodi di azione e comunicazione, nuovi modi di espressione e di influsso politico attraverso l’uso delle reti virtuali.

Prima di entrare in materia conviene, portando avanti il ragionamento iniziato nei Prolegomeni e nelle Note teoriche I e II di LA TRAVERSATA. Libro Primo. Dalla Critica delle Sociologie alla Scienza della Storia e della Politica.

https://www.amazon.it/Traversata-marxismo-sociologia-proposta-politica-ebook/dp/B076ZL9MRZ/ref=sr_1_16?dchild=1&qid=1610948820&refinements=p_27%3APasquale+Misuraca&s=books&sr=1-16

dare alcune indicazioni sul significato del nostro rapporto di studio con Gramsci e sul metodo di lettura dei Quaderni. In quel precedente lavoro abbiamo analiticamente riscontrato che Gramsci nei Quaderni svolge una critica sistematica del marxismo e della sociologia, in quanto strutture conoscitive che furono elaborate per comprendere e dirigere i processi di trasformazione sociale e politica, e che si rivelano invece non sufficienti a dare ragione della novità e complessità che caratterizzano la crisi organica contemporanea, e per l’elaborazione delle iniziative atte ad affrontarla. Sulla base di tale giudizio e del progetto gramsciano di approntamento di una struttura conoscitiva e direttiva superiore, abbiamo cercato di delineare i fondamenti di una nuova scienza della storia e della politica, e di avviare la sua costruzione con la ‘Teoria della crisi organica’ e la ‘Teoria della burocrazia moderna’.

Proseguendo in questa direzione di ricerca, affrontiamo ora l’elaborazione della ‘Teoria del partito, dello Stato e della politica’ e la ‘Ricerca di una nuova struttura dell’azione trasformativa’. Lo facciamo prendendo Gramsci come punto di partenza. Lo studio filologico dei Quaderni e la riflessione metodica sui problemi storico-politici reali e attuali, ci hanno condotto a cogliere la gramsciana critica del marxismo e della sociologia come momento integrante di una analisi complessiva sulla civiltà della politica e dello Stato moderni; così anche le analisi teoriche sulla crisi organica, la burocrazia moderna, i partiti politici, sono momenti costitutivi dello studio del processo di formazione, sviluppo, crisi dello Stato.

È possibile individuare nei Quaderni il decorso di una ricerca sistematica di carattere storico-critico che segue il filo conduttore del partito politico come articolazione della civiltà statale. È in questo quadro che acquistano nuovo significato e collocazione un insieme di fenomeni di ‘volontà collettiva’ che si sviluppano successivamente nell’arco dell’ultimo millennio – dall’incrinatura della civiltà cattolico-medioevale europea alla crisi organica mondiale della civiltà moderna: dai movimenti ereticali agli ordini religiosi, dai Comuni al ‘terzo Stato’, dalle utopie alle scienze politiche, dalla Rivoluzione francese al regime dei partiti, dal partito giacobino al partito di massa.

Interconnessa a questa ricerca storica è l’elaborazione di un modello teorico dei rapporti fra il partito politico e lo Stato rappresentativo-burocratico, e l’individuazione dei paradigmi fondamentali ai quali si possono ricondurre le strutture e i dinamismi della politica. Dalla critica storica e teorica dei partiti e della politica moderna parte infine la costruzione dei lineamenti fondamentali di una nuova politica, di un nuovo sistema di azione trasformativa, capace di affrontare la crisi organica mediante il passaggio ad una civiltà superiore.

L’analisi di questa problematica è distribuita nei diversi Quaderni, senza mostrare un ordine tematico; tuttavia la ricerca è svolta metodicamente, come si vede nel fatto che nell’insieme affronta con una sua compiutezza i diversi aspetti e le varie fasi del processo. La sistematicità della ricerca gramsciana deve essere individuata nel suo concentrarsi su un nodo problematico unitario e comprensivo, lo studio del quale lo conduce a indagare la molteplicità degli elementi e dei rapporti che lo costituiscono. Una tale ‘sistematicità interiore’, per essere identificata e ricostruita richiede insieme un lavoro filologico rigoroso e una riconsiderazione teorico-scientifica del medesimo nodo problematico (nella sua configurazione attuale).

Gramsci fornisce alcune indicazioni di lettura di testi teorici (che riguardano anche i propri scritti, e che consideriamo utili anche per comprendere meglio i nostri): “Quistioni di metodo. Se si vuole studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo fondatore non è stata mai esposta sistematicamente (e la cui coerenza essenziale è da ricercare non in ogni singolo scritto o serie di scritti ma nell’intiero sviluppo del lavoro intellettuale vario in cui gli elementi della concezione sono impliciti) occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. Occorre, prima di tutto, ricostruire il processo di sviluppo intellettuale del pensatore dato per identificare gli elementi divenuti stabili e ‘permanenti’, cioè che sono stati assunti come pensiero proprio, diverso e superiore al ‘materiale’ precedentemente studiato e che ha servito di stimolo; solo questi elementi sono momenti essenziali del processo di sviluppo. Questa selezione può essere fatta per periodi più o meno lunghi, come risulta dall’intrinseco e non da notizie esterne (che pure possono essere utilizzate) e dà luogo a una serie di ‘scarti’, cioè di dottrine e teorie parziali per le quali quel pensatore può aver avuto, in certi momenti, una simpatia, fino ad averle accettate provvisoriamente ed essersene servito per il suo lavoro critico o di creazione storica e scientifica. È osservazione comune di ogni studioso, come esperienza personale, che ogni nuova teoria studiata con ‘eroico furore’ (cioè quando non si studia per mera curiosità esteriore ma per un profondo interesse) per un certo tempo, specialmente se si è giovani, attira di per se stessa, si impadronisce di tutta la personalità e viene limitata dalla teoria successivamente studiata finché non si stabilisce un equilibrio critico e si studia con profondità senza però arrendersi subito al fascino del sistema o dell’autore studiato. Questa serie di osservazioni valgono tanto più quanto più il pensatore dato è piuttosto irruento, di carattere polemico e manca dello spirito di sistema, quando si tratta di una personalità nella quale l’attività teorica e quella pratica sono indissolubilmente intrecciate, di un intelletto in continua creazione e in perpetuo movimento, che sente vigorosamente l’autocritica nel modo più spietato e conseguente. [...] La ricerca del leit-motiv, del ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e degli aforismi staccati.”(Q, 1840-2)

Una ultima osservazione va fatta sulle ragioni per le quali procediamo alla elaborazione di teorie dei processi storico-politici passando attraverso una analisi filologica dei testi di Gramsci. I Quaderni sono i materiali teoricamente elaborati sui quali lavoriamo, non tanto per darne la interpretazione giusta ma per giungere alla realtà storico-politica in essi rappresentata. In quanto Gramsci è riuscito ad esporre teoricamente un complesso di nessi costitutivi dell’esperienza storica e politica soggetto del nostro studio, i suoi si rivelano strumenti efficienti di accesso alla realtà. Le citazioni degli scritti di Gramsci non hanno conseguentemente la funzione di confermare la nostra interpretazione, ma quella di essere elementi di informazione e di teorizzazione che incorporiamo nella ricerca.

“Se è vero che la filosofia non si sviluppa da altra filosofia ma è una continua soluzione di problemi che lo sviluppo storico propone, è anche vero che ogni filosofo non può trascurare i filosofi che l’hanno preceduto e anzi di solito opera proprio come se la sua filosofia fosse una polemica o uno svolgimento delle filosofie precedenti, delle concrete opere individuali dei filosofi precedenti. Talvolta anzi ‘giova’ proporre una propria scoperta di verità come se fosse svolgimento di una tesi precedente di altro filosofo, perché è una forza innestarsi nel particolare processo di svolgimento della particolare scienza cui si collabora.” (Q, 1273)



Indice del Libro Secondo de LA TRAVERSATA


PROLEGOMENI:
I Prolegomeni sono questi sopra pubblicati.

I. ORIGINI E FORMAZIONE DEL PARTITO POLITICO NEL PROCESSO COSTITUENTE DELLA CIVILTÀ STATALE.

1. Introduzione: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5110
2. Disgregazione della civiltà cattolico-medievale:
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5115
3. Rinascimento e Riforma.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5137
4. Le Utopie e le Scienze politiche.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5154
5. Scienza dell’economia.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5158
6. Scienza del diritto.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5166
7. Scienza delle idee.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5168
8. La struttura conoscitiva delle scienze politiche e la figura intellettuale dello scienziato.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5169
9. L’Illuminismo.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5170
10. L’iniziativa giacobina e la Rivoluzione francese.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5171
11. Il partito giacobino.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5172
12. Sviluppo e diffusione dello Stato moderno.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5173
13. Nazionalismo, imperialismo e crisi organica.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5174

II. POLITICA E PARTITI NELLO STATO RAPPRESENTATIVO-BUROCRATICO E RICERCA DI UNA NUOVA STRUTTURA DELL’AZIONE TRASFORMATIVA.

1. Il modello teorico dello Stato rappresentativo-burocratico.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5175
2. Paradigmi di politica nella civiltà moderna.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5176
3. Verso un nuovo paradigma di politica.
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5177

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