Radio Fulmini

Per installare RadioFulmini sul tuo sito clicca qui
_________________
Chi siamo
Login
Per gli Iscritti
Ricerca

Ricerca avanzata


Questo sito-rivista è la prosecuzione del blog-rivista fulmini, che in diciotto mesi ha capitalizzato 180.000 visite. Per conoscere il funzionamento di questo sito-rivista si può leggere il "Chi siamo" qui in alto.

RSS
(sfoglia) « 1 (2) 3 4 5 ... 148 » (sfoglia)
leOpereeiGiorni : Viaggio in Bulgaria. 1968
di fulmini , Tue 24 December 2019 4:00
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  


Bulgaria 1968
di Nicola Tarsia

Premessa

Era l'anno 1968. Il Direttore del Centro di Sperimentazione Agricola e Forestale dell’Ente Cellulosa, d’accordo con la mia consulente, aveva evidentemente individuato in un giovanotto dai modi distinti tipici dei diplomati all’Istituto Massimo la persona da lanciare per farne un buon massone.
La cosa, però, cominciò male fin dall’inizio. Ero vicino al matrimonio e con la mia fidanzata stavamo cercando casa. Lei si risentì fortemente che la lasciassi girare da sola. La mia assenza, tra l’altro, si sarebbe protratta per due o tre settimane però trattandosi di lavoro non potevo rifiutare.
Il Ministero degli Esteri aveva segnalato all’Ente l’utilità di una presenza italiana in un congressucolo indetto dall’URSS a Varna in Bulgaria come contributo russo per l’appena progettato Programma Biologico Internazionale. Venne trasmesso il mio nome e ricevetti la lettera d’incarico del Ministero. Ero eccitatissimo sia perché era la mia prima missione all’estero e sia perché mi aspettavo di ricevere l’allora “passaporto blu” che, con mia delusione, non ebbi. Anzi, dovetti rinnovare a mie spese quello che già avevo.
Fin da quando entrai nel consolato di Bulgaria per il visto avrei dovuto rendermi conto della povertà che avrebbe marcato tutta la mia missione.

La partenza

Con l’Alitalia scesi a Francoforte, da dove ripartii con un volo della Lufthansa che mi avrebbe portato fino a Sofia. L’aereo era, a quei tempi, il sicurissimo bimotore turboelica Fokker ad ala alta - l’unico aereo che il governo inglese permetteva alla famiglia reale (!). Il mio posto era all’ombra sotto l’ala, vicino alle ruote. Impettito rappresentante dell’Italia patii senza battere ciglio le ore di volo che mi separavano da Sofia.
Ho detto “patii” perché la rotta attraversava i Balcani la cui desolazione mi stringeva il cuore. Chi ci avrebbe trovato in un ininterrotto e disabitato susseguirsi di fitti alberi, senza nemmeno una strada? Comunque, sul far della sera, venne annunciata la discesa sull’aeroporto di Sofia.
Orrore e paura: la pista era un basolato romano di grosse pietre esagonali di un mezzo metro di lato, dalla superficie bombata e circondati di erba!

aeroporto


Vedevo la ruota del Fokker rientrare violentemente nel suo ammortizzatore e marcare il fine corsa con una gran botta. Comunque, bbum… bbum… bbum, alla fine ci fermammo indenni.
Il passaggio della frontiera fu semplice. C’erano diversi militari armati di fucile, panzerelloni dalla faccia ebetica rubizza. Mi fecero poggiare la valigia su di un lungo bancone blu, grossolano, realizzato dal falegname di zona. Me la fecero aprire senza scomporre il contenuto, mi chiesero se avevo con me calze da donna in nylon e profumi, quindi mi fecero entrare in Bulgaria.
Insieme ad altre due persone presi un taxi per Sòfia.


aeroporto


Il Balkan Hotel

Ormai si era fatto buio. Evidentemente la polizia di frontiera aveva letto sul vaucher, allegato al passaporto, che avevo una prenotazione al Balkan Hotel. Dico questo perché, senza che glielo chiedessi, l’autista mi fermò davanti alla migliore topaia della città che portava scritto in corsivo, in alfabeto latino, BalkanTurist. Era una scritta al neon, di quell’azzurrastro smorto tipico dei tubi primitivi.
L’interno era illuminato con lampadine a resistenza semiannegate in buchi nel soffitto. Subvoltate. Fui accolto con gentilezza da un portiere che parlava italiano che sapeva del mio arrivo. Gli lasciai il passaporto, mi dette la chiave della stanza e mi chiese se volevo comprare della valuta corrente. Con me avevo dei dollari comprati in Italia (unica valuta straniera ammessa) per pochi dei quali mi dette una gran quantità di leva. Mi portai da solo i bagagli in camera ed andai a cena. Per pochi soldi mangiai bene e bevvi meglio.
Volli fare due passi. Il portiere non mi restituì il passaporto, ma mi dette un sostitutivo che attestava che ero cliente di quell’albergo. Come ultima raccomandazione mi disse di non perdere sia quel foglio, che valeva come carta di identità, che la ricevuta di acquisto dei leva. Mi mise anche in guardia contro una comune trappola della polizia segreta che consisteva nel fermarmi per offrirmi leva al mercato nero. Se avessi accettato sarei stato arrestato.
La piazza dell’albergo era nel centro commerciale della città. Era grande quanto il piazzale di Porta Metronia a Roma, scarsamente illuminata da una sola lampada fioca pendente. Da lì si dipartivano alcune viette buie. C’era l’air terminal della Balkan Air con i suoi tubi al neon spenti e le serrande chiuse di alcuni negozi.
Fatto un giretto mentre facevo per tornare in albergo, sbucati da uno dei vicoli laterali mi fermarono due uomini. Con storia tanto lacrimoso-ridicola quanto ingenua, mi raccontarono in un italiano stentato che i compagni che stavano al governo non permettevano l’acquisto di certe medicine per la loro madre che stava male. Avevano, quindi, bisogni di valuta straniera per farle arrivare di contrabbando dall’Italia. In cambio mi avrebbero dato dei leva a metà prezzo. Insistevano. Pur dichiarandomi partecipe del loro dolore, io continuavo a rifiutare. Insistevano sempre di più, quasi con un tono di minaccia. Quando, alterato, dissi che mi sarei messo a chiamare aiuto se ne andarono tranquillamente.

Sòfia

Troppe emozioni. Andai a dormire. Mi svegliai piuttosto presto con l’intenzione di visitare la città, visto che il mio volo partiva nel pomeriggio.

Bulgaria


Come prima cosa andai ad ispezionare con sospetto il bagno. Era pulitissimo. Il w.c. era diverso da quelli nostri in quanto munito di una sorta di piattello orizzontale atto a ricevere le feci sul quale, poi, schizzava lo sciacquone. In seguito qualcuno mi spiegò che l’efficientissimo S.S.N. bulgaro aveva approvato quel tipo di tazza affinché ogni cittadino esaminasse i propri residui biologici alla ricerca di tracce di sangue o di vermi.
Feci colazione con il latte più buono che abbia mai bevuto e con biscotti squisiti.
La città mostrava tutta la povertà della nazione, dalla pavimentazione in pietra nerastra dei marciapiedi e della strada, alle facciate rappezzate con colori approssimativi, ai balconi dalla manutenzione trascurata, ecc.

Bulgaria


Per terra nemmeno una cicca di sigaretta.
I VV.UU. erano soldati col fucile a bandoliera, come quelli della “aerogara”.


La cattedrale

La piazza della cattedrale era larghissima, circondata da alcune garitte con sentinelle armate.

cattedrale


cattedrale


L’edificio era gigantesco, di quello stile ortodosso che niente lascia alla gioia dell’amore divino, pieno di Madonne e santi dagli occhi acquosi e piangenti come se il Cristo non fosse mai risorto. A confronto il nostro barocco sembra un lieve volo di farfalle.
Dai vetri superistoriati filtrava poca luce, forse per rappresentare il buio di questo mondo. Le pareti ed ogni angolo e spigoletto era impreziosito da pitture e mosaici molto belli, ma sempre tristi. Allegria, allegria con Campanile Sera!
Mentre turisteggiavo qua e là entrarono due giovani militari. Erano disarmati ma con la bustina in testa. Da un angolo nascosto sbucò rapido un pope che li affrontò gridando. I due, intimoriti, gli si inchinarono e si tolsero il copricapo.

Dal giornalaio

Ingenuo, cercavo un quotidiano come Il Tempo o Il Messaggero, ma l’unico periodico in lingua italiana era L’Unità. Dai titoli a caratteri cubitali lessi che il giorno prima avevano sparato a Martin Luther King ed in tutto il mondo i Servizi davano la caccia all’assassino.
A Roma, e forse non solo lì, c’erano stati gravi tumulti del PCI. Una fotografia mostrava una camionetta della Polizia, vista da dietro, dalla quale quattro poliziotti smanganellavano la gente a destra e a manca. Era chiaramente ritoccata, se non addirittura montata, sia perché dal tubo di scarico usciva una enorme fumata nera irreale e sia perché la macchina sembrava lanciata contro un poco nitido muro compatto di gente. Un potente teleobbiettivo aveva appiattito i campi dando un effetto terrorizzante.
Il giornalaio mi urlò in un francese stentato (unica lingua straniera permessa oltre al russo) qualcosa come “Belle cose avvengono in Italia!”. Non risposi.
Tirava proprio una bell’aria! Io, poi, con la Leica di servizio penzolante sul petto…
Pranzai in albergo. Come caffè mi chiesero se desideravo quello turco o il loro “cafènes” (da cui il nome Nescafè). Da buon turista scelsi il il cafènes. Mi dovetti sorbire una tazza di cicorione che del caffè aveva soltanto il colore.
Alla cassa ebbi la lieta sorpresa di un conto incredibilmente economico come già per la cena. Mi resero il passaporto e mi consigliarono conservare con cura la ricevuta di spesa insieme a quella dell’acquisto dei leva. Partendo, alla dogana avrei dovuto riempire un modulo per rendicontare le entrate e le uscite di denaro con tanto di pezze di appoggio. La moneta avanzata doveva essere restituita, ma non cambiata. Era assolutamente vietato esportare leva (niente niente qualcuno ci volesse speculare?!).
Andai alla BalkanTurist per prendere l’autobus per l’aeroporto.

L’organizzazione turistica bulgara

All’interno dell’air terminal per pochi “stotinski” di lev comprai il biglietto e mi sedetti ad aspettare. L’ambiente era rozzo.
La navetta tardava. Preoccupato, chiesi informazioni. L’interpellato, rozzo, ma dal sorriso cordiale, non conosceva altra lingua straniera che il russo però capì e provò a tranquillizzarmi napoletanamente (parlanne ch’i ‘mmane) e con l’unica parola in comune con l’italiano: “Momento… momento…”. Una hostess, che aveva udito, mi spiegò in francese che l’aereo per Varna avrebbe comunque atteso l’arrivo della navetta (ma qui il senso del tempo esiste?).
Fracassone, finalmente l’autobus arrivò. Il motore era interno, coperto da un cofano che ammaccato è dir poco. Il diesel era di vecchissimo tipo, simili ai Fiat degli anni ’50. Rumorosissimo. I posti erano semimbottiti, con uno schienale a 90°, più basso delle spalle, rotondo, con la parte superiore circondata da una ringhiera per il sostegno dei passeggeri in piedi (mi soffermo su questi particolari per qualcosa che seguirà). A bordo due-tre persone.
Dopo una decina di minuti arrivammo accanto alla pista di sampietroni già sperimentata all’arrivo. L’edificio partenze che trovava di fronte a quello arrivi- In mezzo, l’unica pista decollo-atterraggio(furbi!! – non si finisce mai d’imparare).
All’interno i soliti militari armati. Al chek-in esibii il biglietto di volo ed il passaporto. Ritirarono il bagaglio ammucchiandolo con altri in un angolo e mi dettero la carta d’imbarco. Questa era un rettangolone di plastica rossa con scritto Barna a lettere molto grandi. Lì incontrai altri stranieri diretti allo stesso congresso, ma non ebbi tempo di parlarci perché poco dopo chiamarono il volo in russo, bulgaro e francese. Dovevamo uscire dall’unica porta e dirigerci verso l’aereo di sinistra.
Nella piazzolona di sosta c’erano tre aerei. Perduti di vista gli altri congressisti, mi diressi verso il primo con la carta d’imbarco ben in vista e la solita Leica penzolante sul petto. Davanti alla scaletta d’imbarco, una persona in divisa della Balkanturist, agitatissimo, mi sbarrò la strada indicandomi con grandi gesti l’altro aereo. Effettivamente coloro che stavano salendo lì avevano la carta d’imbarco di colore diverso. Mamma mia, chissà dove mi sarei andato a trovare!
Davanti all’aereo indicato, in fila c’erano persone con la carta rossa tra i quali i congressisti che avevo visto prima. Tirai un sospirone di sollievo, ma ancora non sapevo…
Portati con un carretto a mano, i bagagli vennero lanciati dentro una porticina a poppa di quella dei passeggeri.
Salii. Non c’era nessuno ad accoglierci a bordo, per cui mi sedetti accanto ad un collega giapponese.
Non c’erano né cinture di sicurezza, né salvagente. I sedili erano identici a quelli dell’autobus, ringhiera compresa.
La cabina di guida era separata da una lastra di metallo, così come verso la coda un’altra ci separava dal vano bagagli. Nessun assistente di volo.
Qualcuno ha avuto occasione di vedere film della 2a Guerra Mondiale, dove comparivano i bimotori Douglas DC2 ad elica, quelli che avevano la ruota posteriore piccola per cui da fermi stavano in posizione inclinata. Quelli bulgari ne erano la copia economica. Scarto dell’URSS. Oltre la bussola, l’unico strumento di navigazione era la radio con quella tipica antenna che andava dalla carlinga alla cima del timone di direzione.
Consegnata la “carta d’imbarco” entrai e, camminando in salita, presi posto accanto ad un congressista giapponese. Dopo i saluti, naturalmente in lingua francese a scanso di guai, mi disse che l’aereo non sarebbe atterrato Varna ma a Plovdiv a causa di nebbia (di bene in meglio).
Dopo poco allontanarono la scaletta di accesso, chiusero il portellone dell’aereo e con gran rumore lo sprangarono dall’esterno (!).
A terra, un uomo salì su un’ala con una scala a pioli. Avvicinatosi al motore, con un fiammifero accese qualcosa di bianco, aprì un portellino e ce la gettò dentro. Con calma scese e si allontanò.
Dopo un attimo successe il finimondo. Ci fu un’esplosione fortissima seguita da fiamme e tanto fumo da avvolgere l’intero aereo. L’elica cominciò a girare.
Il mio vicino giapponese, avendo visto la mia faccia sbiancata, mi spiegò sorridendo che i pistoni di quei vecchi aerei si avviavano con la dinamite. Se me lo avesse detto prima non avrei bagnato i pantaloni.
La stessa operazione venne ripetuta sul motore di destra. L’aereo si portò sulla pista e, balzellon balzelloni, il viaggio cominciò. Beati i giovani che non conoscono il fracasso dei motori a pistoni senza silenziatore!

Plovdiv

E’ un aeroporto militare senza torre di controllo, con del lunghi pali agli angoli che io ingenuamente presi per aste di bandiera che, poi, si rivelarono essere quattro cannoni antiaerei.
Non so a quale altezza volassimo, ma sotto a noi tutte le piste erano occupate da piccoli caccia a reazione che continuavano ad evoluire a livello del suolo apparentemente infischiandosene della nostra manovra di atterraggio.
Toccammo terra indenni. L’aereo si fermò in una piazzola a fianco della pista.
A passo di corsa in perfetta fila per due, arrivò un plotone di soldati con fucile in spalla e baionetta inastata. La loro altezza, le loro facce slave, quei cappottoni lunghi fino al polpaccio incutevano timore. Circondarono la piazzola. L’ufficiale, come per affermare la sua autorità, ci passò in rivista fissandoci negli occhi uno per uno. Mi guardai bene dal nascondere la macchina fotografica.
L’unico pilota scese dalla cabina con una scaletta di ferro che agganciò al vano portabagagli. Cominciò a scaricare le valige letteralmente lanciandole verso di noi. Tutti riebbero le loro salvo il sottoscritto.
“Parlanne ch’i mane” gli chiesi della mia valigia. Lui capì, riguardò nella stiva, mi guardò ed allargò le braccia per significare che la stiva era vuota.
Chiaramente protestai. Lui estrasse dalla tasca un quadernetto con un lapis e mi disse qualcosa che intesi come “mi dia il passaporto”. Mentre prendeva nota dei miei dati vidi che gli brillarono gli occhi. Si volse a me con un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro e disse “Nicola?!”, poi, indicando sé stesso ripeté “Nicola!”.
Avevamo fatto amicizia. Mi fece cenno di tranquillizzarmi con quella solita parola “Momento… momento…”. Rientrò in cabina e, suppongo, chiamò per radio Varna. Si riaffacciò con il solito sorrisone amichevole e disse qualcosa in bulgaro che una signora mi tradusse in francese. La mia valigia era rimasta a terra e me l’avrebbero recapitata più tardi alla Balkantourist di Varna.
Tirai un sospirone e pensai : “ecco l’importanza di chiamarsi Nicola”.

Da Plovdid verso Varna e Druchba

Dopo poco arrivò un autobus sul quale continuare il viaggio. Naturalmente i sedili erano quelli standard già visti nella navetta di Sofia e nell’aeroplano.
Per ultimo salì quell’ufficiale già visto a terra. Questa volta la sua affermazione di autorità fu molto più esplicita : voltato verso di noi,a gambe larghe,dette un paio di manate sulla fondina della pistola. Più chiaro di così…
Io sempre con la mia Leica sul petto.
Visto su Google Earth il percorso da Plovdiv a Varna oggi è la superstrada E1 lunga 450 km, praticamente rettilinea. Nel ’68 era in costruzione. La maggior parte era di terra battuta manualmente con mazzapicchi di legno da numerosi forzati. Quei poveretti, vestiti con una sorta di pigiama a righe e berrettuccio a caciottella, erano incatenati due a due per la caviglia ad una grossa palla di cemento. Naturalmente circondati da militari armati di mitra.
Il viaggio fu noioso, attraverso una quasi ininterrotta foresta. Non dormii per la preoccupazione della valigia, per il rumore del motore e per i sobbalzi del veicolo.
A Varnami precipitai alla Balkanturist locale per reclamare il bagaglio. Miracolo : la mia valigia già stava lì! Mi spiegarono in francese che era arrivata da poco con aerotaxi espresso da Sofia. Dopo le scuse dovute, la Compagnia mi fece pagare per 15 minuti di prolungamento dell’orario di lavoro: erano le 18:45. Naturalmente mi rilasciarono regolare ricevuta con la solita raccomandazione di non perderla.
Un taxi mi portò per pochi stotinskialla sede del congresso, un albergo molto curato, sulle rive del Mar Nero, immerso in una bellissima macchia di alberi, sito a Druchba il quartiere “in” sulle rive del mar Nero. Considerai che nel mondo comunista tutti i compagni sono uguali, ma non sempre.
In lingua francese svolsi le mie pratiche : passaporto, ricevuta del pagamento anticipato dalla CIT-Min.Esteri, ecc. Ero ospitato nel vicino hotel Rossiza.

Bulgaria1


Bulgaria2


Bulgaria3


Anche lì dovetti ripetere il rito dell’iscrizione, ma con una variante : la direttrice, sulla sessantina portata male, esprimendosi in una sorta di francesebulgarense tentava di dirmi qualcosa che mi suonò come “compagnia per la notte”, “far l’amore”, e simili. Quando con il dito indice accennai se alludeva a sé stessadiventò tutta rossa e mi dette una fotografia in b.n. 4x4 di una ragazza in reggiseno e slip che mi spacciò come sua nipote. Declinai l’offerta. Ho usato il verbo “spacciare” per qualcosa che accadde a due miei colleghi uno o due anni dopo ai quali detti l’indirizzo di costei. Era una “guida turistica”.
Salii nella mia camera. L’ascensore, come altri che vidi dopo, era un lento montacarichi senza porte interne. La stanza era grande, con un ampio balcone affacciato sul Mar Nero. Era tutto molto pulito. Naturalmente gli apparecchi igienici erano del modello distribuito dal governo, uguali a quello visto a Sofia.
Mi rimisi in ordine e indossai un bellissimo vestito blu di sartoria ed una camicia su misura. Curai molto il nodo della cravatta (rappresentavo l’Italia). Annottava. Mi diressi verso la sede del congresso.
Nel salone regnava un gran brusìo per la numerosità dei partecipanti. L’illuminazione era la stessa già vista a Sofia, imitazione grossolana della luce diffusa : tante lampade ad incandescenza subvoltate, dalla luce un po’ rossastra, incassate in altrettanti buchi nel soffitto. Il tutto trasmetteva un’allegria triste.
Tra i convenuti ero l’unico italiano. Non mi vergogno a dire che ero di gran lunga il più elegante. Ci dettero un grande cartellino da portare sul petto dove, oltre al nome del congresso, si leggeva a caratteri grandi la nazione di provenienza ed il nome proprio.
Non avevo ancora esperienza del mondo della scienza, e mi emozionai vedendo che mi trovavo in mezzo a personaggi citati sui miei libri testo. Nomi che giganteggiavano nella mia mente.
Feci qualche giro per conoscere i presenti.
Tra me e me ridacchiai di un inglese che sul petto aveva inalberato un “Her Britannic Majesty Kingdom”. Dispettoso, gli domandai quale era la sua nazione. Lui, mettendosi dritto su di un pelo, esclamò “Great Britain!”. Dissi “ma non sarebbe stato più semplice scrivere GB o UK come tutti gli altri?”. Capì la presa in giro e, offeso, mi voltò le spalle.
Ero ben accolto da tutti, indipendentemente dall’età. La mia allora limitatissima conoscenza dell’inglese(parlato sottovoce) non mi fu di intralcio perché i linguaggi di convenienza sono universali.
Feci amicizia con gli spagnoli. Ci intendevamo perfettamente parlando ognuno nella propria lingua.
Baciavo la mano alle signore(vecchio trucco sempre valido).
Rividi pure quella simpatica inglese che si era fatta parte attiva col pilota la ricerca del mio bagaglio a Plovdiv. Quando le dissi che me lo avevano mandato espressamente per aerotaxi lei rimase sorpresa e mi commentò all’orecchio, “non vogliono sfigurare agli occhi dell’Europa”.
Un signore bulgaro molto distinto, dall’abito piuttosto usato, quasi liso, parlandomi in perfetto francese si presentò come il direttore del congresso. Sapeva dell’atterraggio a Plovdiv e se ne dichiarò dispiaciuto(oooh!). Memore del fatto che gli italiani sono famosi per la loro simpatia non volli smentire la fama riempiendolo di complimenti per la bellezza della Bulgaria e per l’efficienza della sua organizzazione. Entrai nelle sue grazie.

La cena ufficiale

Prendemmo tutti posto in un gigantesco tavolo. Tra ospiti e stranieri eravamo una cinquantina di persone. I francesi, su iniziativa di uno scienziato del quale non ricordo più il nome, mi invitarono a sedere tra loro “per fare un angolo di lingua latina”. Gente aperta!
Numerosi camerieri servivano ottimi antipasti, per lo più insaccati e formaggi. Chiaramente mancava il pane, sostituito da gallette. Gli aperitivi succedevano abbondanti, shnaps e controshnaps a base di vodka. Ne bevvi soltanto un paio.Dissi che non gradivo, mai camerieri continuavano a portarne. Fu così che davanti al mio piatto si era formata una curiosa barricata di bicchierini pieni sulla quale ridacchiavo con i vicini.
Vennero stappate molte bottiglie di vini spagnoli neri, forti, scelti male. Con i francesi ci scambiavamo taciti segni di disapprovazione. Noi mediterranei bevevamo con moderazione contrariamente agli europei settentrionali che libavano senza misura e, credo, anche senza il gusto del bere.
Dopo molto tempo servirono la cena. I piatti erano tutti di carne, prima di pollo o coniglio e poi di bovini. Tutto squisito, cucinato magistralmente, con contorno sempre di patate saporite presentate in varie maniere.
Si sa quanto le “magnate” di carni rosse attirino il vino, così bevvi più del mio solito ma sempre in maniera controllata.
Alla fine non servirono frutta,ma una scodella colma del prodotto nazionale : lo yogurt.
Essendo la prima volta che ne mangiavo, lo guardai dapprima con molto dubbio, ma poi scopersi che mi piaceva da morire. Non per niente uno dei due componenti di base è il Lactobacillusbulgaricus G. coltivato sul loro ricco latte.
Erano tutti brilli. Alcuni, seduti, giacevano reclinati sul tavolo evidentemente semiaddormentati. Altri camminavano qua e là dondolando. Parlavano tutti in maniera più o meno impastata.
Proprio un bello spettacolo per degli scienziati!
Uno di loro, meno sbronzo degli altri, mi chiese come mai io fossi ancora sobrio dopo aver bevuto parecchio. Con orgoglioso nazionalismo gli risposi che ero italiano, quindi molto resistente al vino.
La mattina successiva ci attendeva una colazione squisita con latte fresco, biscotti, pancetta affumicata, lardo, uova, thé. Ideale per le tasche di un cardiologo italiano, ma forse necessario per il fredda primavera bulgara. Desideravo un caffè. Un cameriere mi indicò il bar dove troneggiava una modernissima Gaggia. Al bancone c’era una simpatica giovane che, parlottando in un mezzo italiano, mi disse sottovoce che l’uso della macchina non era ancora ancora autorizzato, ma loro in segreto ci mettevano un po’ di vinacce ottenendo una sorta di acquavite. Potevo scegliere tra caffè turco o caffè nes (alias una bustina di caffè solubile). Scelsi quello turco. In Turchia sarà forse saporito, ma lì masticavo solo polvere insipida. La barista, vista la mia faccia, mi confessò che quello non era molto buono.

Il Congresso

Tema della riunione era il nascente Programma Biologico Internazionale (PBI). Tre ore di saluti ed introduzione logorroica russa e bulgara con traduzione estemporanea in tedesco, inglese e francese. Visto che io ero il solo italiano risparmiarono sull’interprete. Gli interventi tecnici erano previsti nel pomeriggio.
Il pranzo interruppe quella noia.
Come immaginabile, i piatti erano abbondanti ma quanto a leggerezza… Continuava a mancarmi la frutta.
Nella pausa postprandiale il direttore del congresso faceva il giro dei presenti per gli onori di casa. Persona educata e gentile, si fermava soprattutto con me. Una volta mi offrì anche il caffè.

Varna

Davanti all’edificio che ci ospitava sostavano regolarmente due o tre taxi che per pochi soldi mi portavano in centro. Da lì, mappa del Touring alla mano, con gli autobus andavo nei posti raccomandati. Naturalmente tenevo sul petto il cartello del Congresso e la solita Leica.
La città era stata edificata senza una buona urbanistica, nel suo centro si distingueva la parte più formale e fredda con una grande piazza poco frequentata

Bulgaria4


dove si trovava il Teatro

Bulgaria5


e uffici pubblici.

Bulgaria6


Accanto a questa, la zona commerciale dove i negozi offrivano merce di scarso valore a prezzi bassissimi, riservata esclusivamente ai bulgari, mentre io pagai l’equivalente di 2 $ per una semplice penna biro.

Bulgaria7


Bulgaria8


Regnava la trascuratezza. Nonostante fosse il centro vissuto della città, la rete fognaria era ancora in costruzione

Bulgaria10


Appena fuori dal centro c’era una chiesa ortodossa

Bulgaria11


e non lontano la cattedrale

Bulgaria13


entrambe povere. La gente era costituita da un interessante insieme di etnie e di religioni, per lo più turchi

Bulgaria24


Bulgaria36


e slavi. I giardinieri e gli spazzini comunali erano donne

Bulgaria56


Bulgaria 88


Tutti avevano in comune un tono di tristezza ; pure i pensionati seduti ai giardinetti erano in linea con quegli alberi ancora spogli.

Bulgaria 99


A parte le persone che andava a fare spese, molti bighellonavano per le strade, altri avevano una bottega

Bulgaria100


o avevano la licenza per vendere tabacchi, biglietti di lotteria

Bulgaria 101


Bulgaria22


gelati

Bulgaria 55


bibite e simili.

La piazza principale era molto grande, dominata da un enorme edificio di pietra grigio scuro : “Poste, telegrafo e telefoni”

Bulgaria 33


Mentre decifravo la scritta, una persona mi si avvicinò e con orgoglio mi disse in discreto italiano “La Bulgaria fa parte dell’Organizzazione Postale Mondiale”. Gli domandai quali fossero i vantaggi. Mi spiegò che i cittadini degli Stati membri potevano inviare lettere in tutto il mondo anche se,purtroppo, quelle indirizzate in Italia venivano aperte dai Carabinieri.
Era chiaro che aveva un cervello cotto dalla propaganda di partito.
Mi raccontò che aveva imparato la nostra lingua lavorando da noi per alcuni anni. Aveva notato che il nostro Paese era oppresso da uno Stato non democratico, a differenza della Bulgaria. Gli risposi che la sua forse era una falsa informazione perché “le democratiche Poste Italiane permettono di inviare lettere o telegrammi al Presidente della Repubblica senza spese. E lui risponde a tutti!”. Vidi che la cosa gli aveva fatto impressione, però controbatté che lì non esistevano differenze sociali, per cui i francobolli si pagavano indistintamente qualunque fosse il destinatario.
Volli visitare il porto. Mi incamminai lungo l’alto muro che lo nascondeva alla vista dei passanti. Un bulgaro, parlando un italiano limitato ma di buona pronuncia, mi consigliò di non proseguire perché pericoloso per un turista in quanto all’imboccatura del porto c’erano gli “alloggiamenti temporanei” dei cittadini in attesa della casa.
Egli aveva imparato la nostra lingua assistendo molte volte al film gratuito “il generale Della Rovere”, parlato in italiano e sottotitolato in bulgaro. Lo aveva praticamente imparato a memoria. Era uno dei pochissimi film stranieri ammessi dal regime perché fortemente antifascista.
Mentre passeggiavamo insieme (immersi nella sonnolenza comunista, i bulgari non avevano/hanno mai da fare) vidi un muro che si congiungeva ortogonalmente a quello del porto. Il mio Generale della Rovere disse che non sapeva cosa ci stesse dietro perché era vietato valicarlo. Più tardi seppi che era la condotta terminale delle fogne, un canale a cielo aperto, oggi intubato, che scaricava tutto a mare.
Prima di lasciarlo gli chiesi se c’era una chiesa cattolica. Rispose che l’unica esistente era quella di S. Comesichiama e mi indicò l’autobus per arrivarci. Erano soltanto pochi ruderi quattrocenteschi.Gli autobus urbani erano molto simili a quelli italiani degli anni del dopoguerra, più piccoli di quelli interurbani, tutti trainanti un piccolo vagone.
A bordo c’era il “fattorino”. Il biglietto costava pochissimo, una paio di stotinski di lev. I sedili erano dello stesso modello dell’aereo. Il fondo era costituito da palanche da cantiere che, disposte longitudinalmente e malamente avvitate, traballavano tanto da aprire tra loro ampie fessure.
Non avevo mai visitato un paese povero e, per di più, comunista

Bulgaria44


Tutto era triste. Essendo vietato non lavorare, il regime assumeva i disoccupati nelle imprese di stato,le quali diventando sovraffollate generando nuovamente nullafacenti. Così si passeggiava, si chiacchierava, si bighellonava. Ogni famiglia riceveva un salario dallo Stato e la promessa di una casa. Niente era di proprietà privata. Non si poteva nemmeno fare testamento.
In un larghissimo viale alberato, vidi alcuni palazzi in costruzione. Casermoni molto lunghi, di cinque piani, incompleti in maniera strana per noi. Mancavano le facciate, ma erano già parzialmente occupati

Bulgaria 77


Bulgaria999


Suppongo costruiti in loco e già dotati di sfinestrature. Delle potenti gru li alzavano ponendoli in posizione definitiva.
A Roma mio padre, ingegnere edile, mi spiegò che per la sistemazione o delle mensole dei ponti o per congiungere piani stradali sopraelevati, in Russia adoperavano colle sintetiche permanenti modernissime, che facevano corpo unico con il cemento armato. Pertanto, nella costruzione di grandi prefabbricati loro erano all’avanguardia.
Gli edifici non ancora terminati erano già occupati da famiglie intere che sostituivano le mura mancanti con coperte e stracci distesi su corde. Gli operai erano numerosi, ma pochi lavoravano. Quasi tutti stavano oziando vicino ad un chiosco di bibite

Bulgaria 777


I negozi di generi alimentari erano piccoli, della misura di 4x5 m circa, quasi tutti uguali tra loro. All’interno c’era un bancone con tocchi di carne in una grande vetrina ed qualche colonna di cassette di verdura. La maggior parte degli ortaggi, però, giaceva accatastata all’aperto. I generi alimentari arrivavano una volta alla settimana e per la scarsa capienza del locale, le verdure rimanevano sul marciapiede. Esposte alle intemperie. Anche in inverno.
In diversi quartieri c’era un casotto grossolano di un tre metri di lato, in legno pitturato di verde con a fianco alcune panche. Su queste sedevano persone che con un’aria di indifferenza ebetica, aspettavano… aspettavano… aspettavano... Una targa riportava degli orari con una scritta che lessi come : ‘dottore’ e ‘diario visite’. Col sole, col vento, con la neve, quella era loro… asl.

Bulgaria00


Gironzolando per la città avevo visto alcuni alberi pieni di mele grandi e belle. Ne avevo comprata una ed era squisita.

Lo spionaggio

Per la mia allora scarsissima esperienza di estero non sapevo che l’abitudine di mangiare frutta a tavola fosse quasi esclusivamente italiana. Fu così che parlando a cena col direttore del congresso chiesi (tacere non è mia virtù) come mai proprio nel Paese delle rose non si usasse mettere a tavola le mele “vengono forse mandate tutte in Russia?”.
Non mi ero reso conto di aver criticato il sistema sovietico di sfruttamento degli stati satelliti e non potevo sapere di aver toccato un segreto della corsa agli armamenti. Questo proprio dopo il recente assassinio di Martin Luther King, quando tutti i loro servizi di controspionaggio erano in piena agitazione, sia pure per piaggeria verso la Russia.
Alcune settimane or sono un romeno mi ha detto che a suo tempo i Paesi meridionali dell’URSS mandavano tutta la frutta in Russia ricevendone in cambio partite di armi.
La serata continuò allegramente come al solito ed io dimenticai l’episodio.
Da allora mele e pere non mancarono più a tavola (quanti mitra sarò costato?). Con piacere notai che i commensali le gradivano. Però a sbucciarle le pere col con forchetta e coltello ero solo io, molto guardato.
Dopo qualche giorno, verso le dieci di sera, il direttore mi disse che c’erano un paio di amici suoi che parlavano in italiano e che sarebbero stati contenti di esercitare con me quella lingua. Mi si avvicinarono due individui sorridenti, molto alti ma con quelle facce slave dure da metter paura. Con un modo di fare cordiale mi dissero in un italiano perfetto di conoscere il mio Paese per aver soggiornato a lungo vicino a Trieste. Tra una frase e l’altra mi proposero di andare all’aperto perché lì dentro… con tutto quel chiasso…
Chiacchierando del più e del meno ci avviammo (mi condussero) verso un bosco vicino alla riva del Mar Nero. Non c’era la luna ed il cielo era coperto. Le voci dei congressisti ormai lontani giungevano attutite. Il silenzio era rotto solo dal lieve rumore della vicina battigia. Nel buio fitto il mare faceva una sorta di buco ancora più nero.
Con voce improvvisamente dura uno dei due chiese :
“Quante divisioni ha l’esercito italiano?”
Avevo capito.
L’adrenalina mi salì alle stelle. Mi si accapponò la pelle anche perché eravamo completamente soli, lontani da qualunque possibile aiuto. Messo che qualcuno fosse intervenuto.
io: “Non so. Non mi è dato saperlo.”
loro : “Le divisioni corazzate di quali mezzi dispongono?”
“In una parata militare ho visto delle cingolette inglesi dell’ultima guerra e carri armati M47 Patton”
Mi sentivo come Alberto Sordi e Vittorio Gassman davanti agli austriaci. Ero pronto al peggio pur di non parlare. E sapevo molto.
Alternandosi, continuarono a farmi domande senza lasciar respiro.
“Pratica di Mare nelle vicinanze della sua città è una munitissima base aerea, lei l’ha certamente visitata”
“Quali sono i caccia italiani?”
“Di quali bombardieri dispone l’Italia e di quali missili?”
“In Italia il servizio militare è obbligatorio. Lei è un ufficiale di quale arma?”
“Non ho fatto il servizio militare. Sono stato esentato per grave insufficienza renale”
“Questo non è possibile! Abbiamo visto che lei a tavola mangia di tutto”
“La vostra cucina è così saporita che ho fatto un’eccezione. A Roma dovrò rimettermi a dieta”
Senza farla lunga è chiaro quale aria tirava. Loro già conoscevano il potenziale (…) militare italiano altrimenti non sarebbero stati al corrente di tante cose quali Pratica di Mare e la recente dotazione missilistica (alcuni HonestJon, tattici, a cortissimo raggio e dalla potenza limitata).
Ritornammo nell’albergo. Ormai la cena mi era andata per traverso.

La lettera

Era di venerdì, ultimo giorno di congresso. Sabato, come tutti gli altri, avrei preso l’aereo per tornare a Sofia dove domenica mattina c’era un volo Alitalia per Roma.
Dopo il pranzo, parlando perfettamente la nostra lingua, mi fermò l’interprete russo-francese del congresso. Mi disse di essere il titolare della cattedra di italiano della facoltà di lingue nell’Università di Sofia. Vista la mia meraviglia aggiunse che pure il direttore era un suo collega, titolare di cattedra di francese. Ammise che la Bulgaria non era preparata per tenere congressi internazionali. Sottovoce, guardingo, toccandomi il gomito, disse “un tempo qui si viveva bene, ma l’arrivo dei “compagni” (parola detta con tono sprezzante) ci ha ridotto in povertà” (!).
Mi dette una lettera pregandomi di portarla a suo fratello, l’ingegnere Georgy Bogoiavlensky, che era riuscito a fuggire a Roma prima dell’invasione dei russi mentre lui aveva preferito rimanere a Sofia per accudire alla madre anziana e malata (sì, perché io porto l’anello al naso!).
“Non abbia timori, dottore, è una lettera innocente scritta in lingua italiana per avere sue notizie che mi mancano dalla fine della guerra.Chiedo a lei la cortesia di portargliela perché le Poste Italiane regolarmente la respingono in quanto proveniente dall’URSS (ma come! Non fate parte dell’Unione Postale?)
E’ duro non sapere se il mio unico parente è ancora vivo… Ma per sua tranquillità gliela voglio leggere”.
Era una banalissima richiesta di notizie, scritta a mano e nemmeno tanto commovente come ci si sarebbe aspettati. Sulla busta, lasciata aperta, c’era l’indirizzo del destinatario ed il numero di telefono… Ma allora era una falsità che lui non avesse notizie!
Con la paura con la quale ormai convivevo accettai sorridendo.
Ci salutammo e non lo vidi più.
Mi consolava l’idea che il Presidente del Consiglio era il raggiungibilissimo Andreotti ed il Ministro delle Poste (lupus in fabula) era mio zio Gennaro Cassiani.

All’aeroporto di Varna

Stavamo tutti in gruppo in attesa dell’aereo per Sofia. Entrarono due militari altissimi, con la solita faccia slava terrorizzante. Si guardarono intorno e, senza dire né a né b, sollevarono per le ascelle il rappresentante della Norvegia e, sempre in silenzio, se lo portarono via. Nonostante fosse alto, i suoi piedi nemmeno toccavano terra. Il poveretto era un giovane allegro e simpatico, biondo, in compagnia del quale avevo passato buona parte del mio tempo. Non ne seppi più nulla.
Erano i tempi della guerra fredda, la Nato schierata con cannoni atomici, volavano i famosi ricognitori U2 ed i micidiali bombardieri atomici a volo continuo…
Gli USA scongiuravano il terzo conflitto mondiale inviando derrate di grano canadese nell’URSS disperata per la fame.
Quest’ultima, tecnologicamente inferiore, aveva posizionato una serie di radar aerei lungo il confine con la Norvegia causando affezioni da cancro e liti infinite a livello diplomatico. Tutto questo poteva spiegare l’arresto del povero norvegese. Forse come arma di ricatto.

A Sofia

Sotto il profilo tecnico il volo di ritorno si svolse senza problemi. Ma…
Dopo l’atterraggio, in piedi in attesa di defluire nel corridoio, vidi che nel posto esattamente dietro al mio c’era, incredibile dictu, il mio “grande amico” Direttore del Congresso. Non mi aveva rivolto una sola parola!
Depositato il bagaglio nel solito albergo, mi recai a pranzo nel migliore ristorante della città.
Era un salone tappezzato di damasco rosso autentico, al centro un gigantesco lampadario con pendenti di cristallo. Un unico lungo tavolo a capo del quale mi fecero accomodare. Ero sperdutamente solo. Quattro camerieri in livrea rossa e oro, con parrucca bianca settecentesca, con calze e guanti anch’essi bianchi, immobili come statue agli angoli della sala. Mi servivano in due. Mangiai abbondantemente all’italiana. Spaghetti al dente con sugo di pomodoro ed un parmigiano forse autentico. Arrosto di carne. Ottimo vino nero. Non facevo a tempo a finire il bicchiere che uno dei due, con perfetta classe, me lo riempiva nuovamente. Mancava la frutta, ma mi guardai bene dal chiederla.
Ero preparato ad un conto astronomico, ma spesi l’equivalente di cinquemila lire.
Nel pomeriggio passeggiai per una città resa meno triste da un sole splendente.
Cenai in albergo ed andai a dormire, pronto a partire la mattina successiva.
La mattina successiva… la mattina successiva… chi vidi uscire dalla stanza accanto? Il mio grande amico Direttore del Congresso!!!
Sguardo basso e nemmeno una parola di saluto.

Partenza da Sofia

La chicca sulla torta. Stavamo ordinatamente in fila per passare il controllo doganale in uscita. Oltre ai controlli ordinari di polizia, veniva ispezionato accuratamente il contenuto del bagaglio (avessimo portato via qualche mela!), frugate le tasche e chieste le ricevute di acquisto dei leva e quelle delle spese. La moneta residua doveva essere consegnata. Naturalmente senza rimborso.
Mi fecero uscire dalla fila passando avanti a tutti e, senza alcun controllo, mi fecero cenno di andare verso l’area d’imbarco.
L’aereo dell’Alitalia stava lì di fronte con la scaletta già pronta. Avrei voluto fare una corsa, ma mi dominai e procedetti con passo normale. Consegnai la valigia ed entrai in territorio italiano. Ero in salvo.
N’artro po’ baciavo ‘o stewarde.

A Roma

Dovetti sorbirmi le lamentele di Paola perché mentre stavo fuori lei aveva visto un bellissimo appartamento da affittare di fronte al Vascello. Lo avrebbe voluto fermare ma in mia assenza non se la sentiva (ironia : stava di fronte all’ambasciata di Russia).
Le raccontai della missione, poi telefonai a zio Dino Perretti.
Mi dette appuntamento nel suo ufficio al Comando.
Abituato a vederlo come parente, rimasi di sasso quando mi trattò come un militare con tanto di linguaggio da caserma! Mi rimproverò di aver accettato quella lettera probabilmente compromettente. Mi giustificò soltanto quando gli raccontai dei fatti del Mar Nero. Dette la lettera al suo Aiutante di Bandiera dicendogli di fare dei controlli. Non so chi avessero mobilitato, ma la risposta gli arrivò per telefono dopo una decina di minuti. Non gli chiesi nulla né lui mi disse niente, eccetto :
“Telefonagli da qui adesso e fatti dare un appuntamento per le ore ventuno. A quell’ora sto a casa e terrò libero il telefono.
Fai venire con te Paola che, con un congruo numero di gettoni. Ti aspetterà dentro la più vicina cabina telefonica.
Calcola il tempo di percorrenza cabina-portone e non protrarre la visita oltre cinque minuti.
Se non ti vedesse tornare nel tempo dato, che mi chiamasse immediatamente. Al resto pensiamo noi.”
Arrivammo davanti al portone dell’ingegnere Bogoiavlensky, a viale Romania poco prima delle nove di sera.Lasciai Paola dentro la prospiciente cabina telefonica e le detti il tempo. Avevo di nuovo un po’ di paura. In Bulgaria avevo subìto, ma qui me l’andavo a cercare!
C’era parcheggiata una Fiat 1100 blu con due uomini dentro. Forse erano carabinieri. Respirai profondamente e suonai il campanello. L’ingegnere mi accolse con un gran sorriso e mi fece entrare nello studio.
Nella paura e nel pericolo il cervello lavora a grande velocità. Dalle fotografie appese, e da un bozzetto su di un tavolo da disegno, mi resi conto che lui era l’autore di numerosi progetti di villini da mare pubblicati sull’allora quotatissimo settimanale Grazia. Ma la cosa non mi consolò perché in Bulgaria erano accaduti dei dati di fatto. Memorizzai i tratti del suo viso.
Le pareti ed il pavimento erano tappezzati con una moquette grigio-cenere. Le finestre avevano doppi vetri della migliore marca, la Sculponia, famosa per l’isolamento termico ed acustico. Credetti si trattasse di una stanza fonoassorbente.
Gli porsi la lettera. Mi ringraziò e mi ricordò del pericolo che avevo passato se la polizia bulgara mi avesse perquisito. Risposi che le circostanze mi avevano costretto a quel pericolo che forse non era ancora cessato. Che lui mi scusasse ma il Generale della 2a Divisione locale dei CC, mio zio, era al corrente della mia presenza in casa sua. Infatti, per avere l’appuntamento con lui avevo chiamato proprio dal Comando di Divisione. Ero arrivato a viale Romania scortato da un’auto di servizio che, parcheggiata qui sotto, stava aspettando il mio ritorno esattamente tra… guardai l’oroloogio: tre minuti!. I nostri Servizi sono allertati, ed in caso di mio ritardo traesse lui le conclusioni. Sempre col sorriso, mi invitò a non trattenermi oltre.

Raggiunsi Paola. Era finito un incubo.





Commenti?
leOpereeiGiorni : L'universo secondo Guido Tonelli
di fulmini , Thu 19 December 2019 4:00
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  

Registrazione integrale della relazione del Prof. Guido Tonelli, fisico presso il CERN di Ginevra, in occasione del 6. BBT Infotag.
https://www.youtube.com/watch?v=SxE487f9Bss&t=2100s

Commenti?
leOpereeiGiorni : Fuorinorma secondo me
di fulmini , Tue 17 December 2019 4:00
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  


Convegno Fuorinorma, il movimento per un nuovo cinema ideato da Adriano Aprà. Roma,14 dicembre 2019. Il mio intervento in quanto autore - partecipo al movimento con 'Il Negozio' e 'Il Secolo dell'Ebbrezza 1914 - 2014'. Registrazione video di Francesca Fini.
https://www.youtube.com/watch?v=5CvGDBZYBSk&t=8s

Commenti?
leOpereeiGiorni : Cronaca di uno, anzi due colpi di fucile
di fulmini , Sat 7 December 2019 4:00
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  


Nel 2012 ho scritto una serie di racconti sulla mia vita in Calabria, intitolati ‘I Diavoli del Meridione’, ora raccolti nell’ebook ‘Storie di poche parole’: https://www.amazon.it/Storie-poche-parole-Pasquale-Misuraca-ebook/dp/B076H8VNH9

Il primo racconto era questo:

1. Lucrezio
Ho visto mio padre sparare a un uomo, e mi è piaciuto il modo.
Era una mattina di giugno del 1957, avevo nove anni, e Lucrezio mio padre quaranta. Stavamo nella vigna a spollonare, lui nota qualcuno tra gli zappatori del terreno limitrofo e si dirige verso di lui. Giunto a pochi passi dal confine, costituito soltanto da un salto di terra, lo chiama e gli dice: “Questo legname d’ulivo che t'ho regalato portalo via presto – mi serve la terra libera.” Lo zappatore gli risponde non ricordo cosa ma ricordo la voce sua troppo alta, e che riprende a zappare. Mio padre afferra il ramo pendulo di un ulivo cresciuto sul confine e sale destramente sul terreno confinante.
Da questo momento non sento più niente – vedo soltanto.
Considerati il passo e la faccia di mio padre, due zappatori cercano di trattenerlo, ma lui si divincola allargando le braccia, e uno dei due cade a gambe all’aria come una bambola sul letto, si rialza, afferra la zappa e la solleva per dargliela in testa. Mio padre si guarda intorno. Di fronte lo zappatore che gli ha risposto male, di lato gli altri che lo controllano a breve distanza, dietro quello con la zappa in mano. Si fa largo, salta tornando nel terreno nostro e viene verso casa a larghi passi. Tutti si guardano in silenzio. Don Lucrezio si è impaurito e scappa?
Io resto nella vigna, tra loro perplessi e lui che non vedo più.
Ecco che mio padre esce da casa. Tiene il fucile con la sinistra, una cartuccia nella destra. Lo zappatore che ha alzato la voce scappa. Quello con la zappa la lascia cadere. Gli altri, impietriti. Mio padre apre il fucile, infila la cartuccia, lo chiude, segue con lo sguardo il fuggitivo, e aspetta. Cosa? Intuisco come in sogno che non vuole ucciderlo, solo impallinarlo. Quello continua a correre.
Quando non si vede quasi più tra gli alberi, lo mira e lo spara.
Il rumore della fucilata ora lo sento, e il grido liberatorio.

L’ho ripubblicato in questi giorni nella mia pagina Facebook, e ha ricevuto questo commento interessante:

Caro Pasquale , i colpi furono due ! Interessante l’interrogatorio in tribunale , dove il giudice amico di famiglia, convinto delle non malevoli intenzioni di Don Lucrezio, aveva concordato preliminarmente con l’imputato la domanda e relativa risposta , allora era ammesso . Alla domanda perché ha sparato il secondo colpo se non c’era l’intenzione di colpire il fuggitivo contadino iornatante, ma solo di spaventarlo , Don Lucrezio rispose : perché non ne avevo più altrimenti gliene avrei scaricati altri . Il giudice non poté fare altro che condannarlo , cosa che comporto il ritiro del porto d’armi di fucile , allora “anche” per uso caccia. Fu così che la moglie , professoressa Misuraca, ebbe il porto d’armi . Ciò ha consentito di detenere in casa i fucili con munizioni e forse qualche battuta di caccia in luoghi remoti e protetti dagli intrusi. Queste informazioni le ho desunte da una conversazione con Gianni Ieraci di almeno un mese fa . Alla mente mi sono affiorati vaghi ricordi di questa circostanza avvenuta , credo, alla fine degli anni ‘50. Mi ha fatto piacere risentirti dopo molti decenni. La mia frequentazione era di più con Luigi con cui facevo i compiti della scuola media , nel primo pomeriggio alla tua casa bianca ai Vignali . Poi si giocava con la carabina a pallini , facendo il tiro a bersaglio ed a qualche improbabile uccellino.
Vincenzo Albanese

Completo (provvisoriamente, la vita è un'avventura provvisoria fino alla fine) il resoconto su questa vicenda:

Non ricordo più chi mi ha riferito – assicurandomi che era stato testimone oculare - il dialogo tra mio padre Lucrezio e il maresciallo dei carabinieri che lo aveva convocato in caserma a seguito dell’episodio dello sparo: Il maresciallo, a mio padre: “Non Lucrezio, siete un picciotto.” Mio padre: “Maresciallo, siete un imbecille.” Maresciallo: “Che dite? Come vi permettete?” Mio padre: “Maresciallo, se fossi un uomo della ‘Ndrangheta, sarei un capo, non un picciotto.”

Commenti?
leOpereeiGiorni : Gesù aveva fratelli e sorelle?
di fulmini , Thu 5 December 2019 4:00
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  


Gesù aveva fratelli e sorelle?

Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Iose, Simone e Giuda? (Matteo 13,55)
Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Iose, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non sono qui fra noi?». (Marco 6,3 - Luca 4,22)
Leggiamo tutto questo in italiano tradotto dal testo greco, nel testo greco la parola fratello è adelphos ἀδελφός, ovvero fratello carnale, nato dallo stesso grembo. Abbiamo ragione di pensare che colui che chiede si rivolga ai presenti in aramaico, quindi la parola è ach, che può significare, oltre che fratello, fratellastro o cugino. A questo punto possiamo solo fare delle supposizioni. Chi ha scritto o tradotto i vangeli in greco? Giudei cristiani, cristiani ellenisti? Sono stati trascritti da copisti? I copisti spesso copiavano male, a volte in maniera approssimativa, non interpretavano il testo - al punto che si può pensare che la trasmissione orale sia più fedele di quella scritta.
Oggi possiamo dire che i “fratelli” di Gesù sono considerati fratelli dai protestanti, fratellastri dagli ortodossi, ovvero figli di un matrimonio precedente di Giuseppe, cugini dalla Chiesa cattolica che considera Maria SEMPRE vergine.
La verginità di Maria non è inscritta nei vangeli canonici. La Chiesa cattolica risolve la discussione dichiarando il dogma, verità universale e indiscutibile in cui si deve credere per fede, ciecamente e che non si deve mettere in discussione.
Sappiamo poco di Gesù, ancor meno di Maria e Giuseppe.
Nei vangeli si danno notizie scarse sui genitori di Gesù.
E tutti gli rendevano testimonianza e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». (Luca 4,22)
Gesù viene chiamato figlio di Giuseppe, figlio carnale. I cattolici dicono che Giuseppe è il padre putativo.
Se Giuseppe avesse detto che Gesù non era suo figlio Maria sarebbe stata giudicata adultera e lapidata. Se poi avesse detto che Gesù era nato per opera dello spirito santo non avrebbe avuto sorte migliore di Maria, in quanto blasfemo.
Il dogma non permette di dubitare.

Leggi tutto... | 1 commento
(sfoglia) « 1 (2) 3 4 5 ... 148 » (sfoglia)