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leOpereeiGiorni : La scuola uccide la creatività
di fulmini , Fri 5 April 2019 4:00
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La scuola uccide la creatività
di Ken Robinson (da internazionale punto it)

Viviamo in un mondo che è la rappresentazione vivente dell’ingegno umano, della sua creatività. Ogni cosa con cui abbiamo a che fare ogni giorno, un tempo era pura fantasia, il sogno strampalato di qualcuno.

La nostra forza, come specie, sta proprio in questo, nella diversità, nella varietà.

Ma ora ci troviamo davanti ad un futuro incerto, ed è proprio in questi momenti che facciamo affidamento alle nostre conoscenze. L’istruzione quindi ci riguarda molto, in parte perché è l’educazione che dovrebbe prepararci per questo futuro incerto.

Se ci pensate, i bambini che cominciano ad andare a scuola quest’anno andranno in pensione nel 2070. Ma nonostante tutto nessuno ha la più pallida idea nemmeno di come sarà il mondo tra cinque anni. Eppure abbiamo il compito di preparare i nostri figli per esso.

Come può quindi la scuola preparare i nostri figli a ciò che non conosciamo?

Ho qualche idea, ma partiamo dai bambini. Siamo tutti d’accordo sulla straordinaria capacità che i bambini hanno di innovazione. Sono convinto che tutti i bambini hanno enormi talenti. E noi li sprechiamo, senza pietà. I bambini hanno idee incredibili e vivono nel mondo del possibile.

Dico davvero. Un mondo dove tutto può diventare realtà e nulla è davvero impossibile. Non ci sono idee cosi strane da non poter essere realizzate. I bambini pensano anzi che per realizzare quelle idee debbano solo aspettare di diventare grandi. Non sanno che quel mondo pieno di colori presto scomparirà, a causa nostra.

Recentemente ho sentito una bella storia – amo raccontarla – di una ragazzina durante una lezione di disegno. Aveva 6 anni, era seduta in fondo e disegnava. L’insegnante diceva che questa ragazzina di solito non stava attenta, ma in questa lezione invece sì. L’insegnante era affascinata, andò da lei e le chiese: “Che cosa stai disegnando?”. E la ragazzina rispose: “Sto disegnando Dio”. E l’insegnante disse: “Ma nessuno sa che aspetto abbia”. E la ragazzina: “Lo sapranno tra poco”.

Ciò che queste cose hanno in comune è che i bambini si buttano. Se non sanno qualcosa, ci provano.

Non hanno paura di sbagliare. Ora, non voglio dire che sbagliare è uguale a essere creativi. Ciò che sappiamo è che se non sei preparato a sbagliare, non ti verrà mai in mente qualcosa di originale. E quando diventano adulti la maggior parte di loro ha perso quella capacità. Sono diventati terrorizzati di sbagliare.

E noi gestiamo le nostre aziende in quel modo, stigmatizziamo errori. E abbiamo sistemi nazionali d’istruzione dove gli errori sono la cosa più grave che puoi fare. E il risultato è che stiamo educando le persone escludendole dalla loro capacità creativa. Picasso una volta disse che tutti i bambini nascono artisti. Il problema è rimanerlo anche da adulti. Io sono convinto che non diventiamo creativi, ma che disimpariamo ad esserlo. O piuttosto, ci insegnano a non esserlo.

Dunque perché è così?

Se viaggi per il mondo e visiti tante scuole, come è capitato a me, scopri qualcosa di interessante: ogni sistema di istruzione ha la stessa gerarchia di materie. Ognuno. Non importa dove vai. Credi che sia diverso, ma non lo è.

In cima ci sono le scienze matematiche e le lingue, poi le discipline umanistiche e in fondo l’arte. Ovunque nel mondo. E, più o meno, anche all’interno di ogni sistema. Esiste una gerarchia nelle arti. L’arte e la musica occupano una posizione più alta nelle scuole rispetto a recitazione e danza. Non esiste sistema educativo sul pianeta che insegni danza ai bambini ogni giorno, così come insegniamo la matematica.

Perché? La matematica è molto importante, ma altrettanto la danza. I bambini ballano tutto il tempo se possono, noi tutti lo facciamo. In verità, ciò che succede è che, quando i bambini crescono, noi iniziamo a educarli progressivamente dalla pancia in su. E poi ci focalizziamo sulle loro teste.

Se tu visitassi il sistema educativo da alieno e ti chiedessi “A che serve la pubblica istruzione?” credo che dovresti concludere che lo scopo dell’istruzione pubblica in tutto il mondo sia quello di produrre professori universitari.

Il nostro sistema educativo è basato sull’idea di abilità accademiche. E c’è una ragione. Tutto il sistema è stato inventato – in tutto il mondo non c’erano scuole pubbliche prima del XIX secolo. Furono create per venire incontro ai fabbisogni industriali.

Quindi la gerarchia è fondata su due idee.

Numero uno: che le discipline più utili per il lavoro sono in cima. Ognuno di noi è stato benignamente allontanato da tutte quelle cose che ci piaceva fare da bambini a scuola, sulla base che non avreste mai trovato un lavoro facendo quello.

Non fare musica, non diventerai un musicista; non fare arte, non sarai un artista.

Numero due: l’abilità accademica oggi domina la nostra idea d’intelligenza, perché le università hanno creato il sistema a loro immagine. Se ci pensate, tutto il sistema della pubblica istruzione, in tutto il mondo, si concentra sull’ammissione all’università. Ed in seguito sul fare esami.

Non abbiamo università, ma esamifici. Dove tutti vengono preparati al superamento dei vari test e dei vari esami. Per questo abbiamo cosi tanti laureati ignoranti.

Nei prossimi 20 anni, secondo l’UNESCO, si laureeranno più persone al mondo di tutte quelle che si sono laureate dall’inizio della storia.

Ad un tratto i titoli di studio non valgono nulla Prima se avevi una laurea avevi un lavoro. Oggi invece ti serve anche la laurea specialistica, poi ti serve il PhD, ecc. Insomma è un business che produce solo lauree. Ed il bello è che il mondo del lavoro gli va dietro..

Dobbiamo ripensare radicalmente la nostra idea di intelligenza.

Sappiamo tre cose sull’intelligenza. É varia. É dinamica. É diversa.

Dobbiamo fare attenzione ad usare questo dono saggiamente e lo faremo solo se sapremo vedere le nostre capacità creative per la ricchezza che sono e se sapremo vedere i nostri figli per la speranza che sono. Il nostro compito è di educarli nella loro interezza affinché possano affrontare il loro futuro. Forse noi non vedremo questo futuro, ma loro sì. E il nostro compito è di aiutarli a farne qualcosa di migliore.

Tradotto da Susan Smith

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leOpereeiGiorni : 'Il Negozio' all'Università Roma Tre, oggi
di fulmini , Wed 3 April 2019 4:00
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Università Roma Tre / Mercoledì 3 Aprile 2019 / ore 17.00 - 19.30 - Aula Volpi - Via del Castro Pretorio, 20

proiezione del film IL NEGOZIO di Pasquale Misuraca
Italia, 2017, 75'

Introduce Prof. Fabio Bocci / Presidente del Visualfest

Dopo la proiezione, incontro con il regista
Introduce e coordina Prof. Roberto Cipriani / Fondatore e Past President Visualfest

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leOpereeiGiorni : Non critiche, bensì reazioni soggettive
di fulmini , Fri 29 March 2019 4:00
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Mimmo Pesce ascolta Giuliano Cabrini

Roma, 18 marzo 2012, Dialogo tra Mimmo e Giuliano


Perché le critiche non sono mai utili, di Oliver Burkeman, The Guardian, 26 marzo 2019 (da internazionale punto it)

Nel loro libro di prossima pubblicazione, Nine lies about work (Nove bugie sul lavoro), Marcus Buckingham e Ashley Goodall, fanno un’affermazione sorprendente, che va ben oltre il mondo del lavoro: sostengono infatti che non vale mai la pena dire alle persone quello che secondo voi fanno bene o male, o come farlo meglio.

Questo pare contraddire l’attuale tendenza alla “drastica franchezza” di certe aziende, come per esempio Netflix, dove, secondo un recente rapporto, sembra che i dipendenti che sbagliano siano inesorabilmente “svergognati” davanti ai colleghi (quando qualcuno viene licenziato, centinaia dei suoi ex colleghi possono ricevere un’email necrologio in cui sono elencati tutti i suoi errori). E contraddice anche l’ipotesi condivisa da molti di noi – come genitori, coniugi, superiori o amici – secondo cui, a volte, e se lo si fa con delicatezza è utile spiegare agli altri dove stanno sbagliando.

Buckingham e Goodall non solo sostengono che dovremmo tenerci tutta questa saggezza per noi, ma che probabilmente non abbiamo la più pallida idea di come potrebbe cambiare in meglio un impiegato che sbaglia (o un coniuge che ci fa infuriare). Secondo un vecchio cliché della vita coniugale, dovremmo sempre usare affermazioni che cominciano con “io” invece che con “tu”, cioè dire all’altra persona come ci fa sentire il suo comportamento, invece di accusarla di essere egoista o incompetente.

La spiegazione standard è che nel secondo caso le persone tendono a mettersi sulla difensiva, ma un’altra possibilità è che non siamo in grado di giudicare se qualcuno è egoista o incompetente. Come scrive Buckingham: “L’unico campo in cui gli esseri umani sono portatori di verità inoppugnabile è quello dei loro sentimenti e delle loro esperienze”.

Moltissime ricerche hanno dimostrato che siamo particolarmente incapaci di giudicare gli altri in base a criteri astratti, il che significa che una delle caratteristiche più comuni dei giudizi sulle prestazioni di un impiegato – per esempio quella di valutare se è un pensatore strategico o un buon compagno di squadra – è fondamentalmente inutile.

Secondo gli autori del saggio, questo tipo di giudizi dovrebbe essere sostituito da “reazioni”. Non dite agli altri quello che pensate delle loro capacità o quanto pensate che siano bravi, ma provate a spiegargli come percepite il loro lavoro. Non siete in grado di stabilire come qualcun altro dovrebbe cambiare il suo stile, per esempio, nelle presentazioni, ma avete tutto il diritto di dirgli se una certa presentazione vi ha convinto o vi ha annoiato.

I due autori dimostrano anche che le reazioni positive funzionano meglio di quelle negative: diamo il meglio di noi “quando le persone che ci conoscono e ci vogliono bene ci descrivono le loro sensazioni, in particolare se percepiscono qualcosa che funziona veramente”.

C’è una profonda verità in questo: il modo migliore per elogiare qualcuno non è valutare il suo talento ma dirgli come ci ha fatto sentire. Dopotutto, è straordinariamente arrogante fare i complimenti a qualcuno perché è un bravo scrittore, stratega, compagno di squadra e così via: chi ci autorizza a giudicarlo? Ma elogiarlo perché ci ha ispirato, convinto o aiutato a capire un argomento complesso è una cosa completamente diversa. Di questo gli unici veri giudici siamo noi.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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leOpereeiGiorni : Lino a Torino
di fulmini , Tue 26 March 2019 4:00
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Lino Angiuli a Torino (vedi il post precedente)
https://www.youtube.com/watch?v=UD6twPzkYcw

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leOpereeiGiorni : Poesia è Musica
di fulmini , Fri 22 March 2019 4:00
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Ieri Lino Angiuli ha parlato di poesia e musica, anzi di poesia è musica. Nel convegno 'La musica della poesia'. Giornata internazionale di studi e Soirée poètique. Università degli Studi di Torino. Palazzo Badini - Confalonieri.


Ripropongo il suo testo detto come testo scritto, ritenendolo illuminante su una questione essenziale della vita umana.

POEMUSICA
(Torino 21 marzo 2019)

Sono da tempo rassegnato: anch’io morirò senza sapere se sia nato prima l’uovo o la gallina; in compenso dispongo di una qualche ipotesi sulla sequenza cronologica che, nella fatidica ora ics, sarebbe intercorsa tra il big bang (il suono) e il verbum (la parola).
Ebbene, per le ragioni che andrò spiegando, io sono convinto che il primo fiat e il primo rumore nacquero insieme, all’unisono, nel senso che erano la stessa cosa: il suono era parola e la parola era suono, entrambi figli di primo letto di un immenso e oscuro silenzio. In altre parole il big bang non fece da colonna sonora al verbum, come invece fa un pianoforte cui viene chiesto di accompagnare in posizione ancillare una lettura poetica, conferendo implicitamente al verbum una sorta di primato ovvero primogenitura.
Riavvolgendo quindi il nastro fino al “principio”, col permesso dell’evangelista Giovanni direi che, almeno per una frazione di secondo, in principio ci fu il silenzio: parola maschile ‒ questa ‒ così come big bang, verbum, Dio, il che mi fa stare in pace con la premura androcentrica e patriarcale della tradizione giudaico-cristiana. Se poi volessimo stare in pace anche con il principio delle pari opportunità, potremmo dire che il silenzio si accoppiò con l’oscurità e nacque l’universo.
Non potrò però appacificarmi con Platone, almeno con il Platone del terzo libro della Repubblica. Nell’occuparsi dei requisiti che devono distinguere un testo finalizzato all’educazione dei guardiani, difatti, egli utilizza un verbo recante un che di servile per spiegare che l’armonia e il ritmo debbono essere subalterni alla parola: un concetto ‒ questo ‒ diventato pratica nella musica detta monodica quale quella gregoriana; un concetto facilmente contestabile ‒ ritengo ‒ da parte di un qualsiasi rapper.
Giacché siamo in area platonica, ne approfittiamo per fare una sosta veloce nel suo Fedro e cogliere il senso della paradossale critica verso la scrittura, intesa come tecnica di comunicazione alternativa alla trasmissione orale (critica oggi trasferibile, mutatis mutandis, nel campo della tecnologia informatica). Si trattava di una’opposizione motivata dalla certezza che la scrittura avrebbe finito per depotenziare la via dell’orecchio e promuovere oltre misura la via dell’occhio, svalutando così non solo i mezzi della comunicazione (memoria, ritmo, canto) ma anche i suoi contenuti (dialogicità, fisicità, musicalità). Ad ogni buon conto, è chiaro che nella testa del grande filosofo poesia e musica già viaggiavano su binari distinti se non distanti.
La mia ipotesi, che ‒ ripeto ‒ intende tradurre il suono del big bang nella simultanea parola fiat (ammesso che Dio parlasse in latino), non può nemmeno appacificarmi con la tesi di quel Johann Wilhelm Ritter, autore di un’opera postuma, dal titolo lungo e complicato, apparsa nel 1810, che considera la musica il primum movens, la madre di tutti i linguaggi e attribuisce all’uomo la responsabilità di aver separato la madre dai figli, per così dire, producendo una sorta di degrado della primigenia musica universale: teorema ‒ questo ‒ accolto da Nietzsche che ‒ rammentiamolo ‒ fu anche compositore musicale e che in diverse occasioni (anche nella Nascita della tragedia) manifesta sintonia con la posizione antiplatonica di Ritter, guardando alle lingue umane come a un livello di decadimento della musica totale originaria, decadimento che sarebbe testimoniato dalla moltiplicazione babelica degli idiomi. Il medesimo rapper di cui sopra avrebbe da ridire anche su questa argomentazione, che finisce per fare della musica un mondo a sé, distinto dal mondo delle parole, con cui dovrebbe relazionare a debita distanza per non compromettere la propria primazia.
Posso però sentirmi in pace con me stesso e con la mia scelta di intitolare «incroci» la rivista “di letterature e altre scritture” che dirigo da venti anni, con Daniele Maria Pegorari: rivista che, andando a caccia di paritetiche (e sottolineo paritetiche) relazioni tra diversi ambiti espressivi, ha più volte guardato all’ibridazione, sub specie creativa, tra poesia e musica e viceversa, tanto da aver intitolato Poemusica alcune sperimentazioni condotte in tal senso sulle sue pagine. A rinforzare la mia posizione, potrei convocare ad usum delphini lo stesso Orfeo, inventore e patrono sia della musica, sia del canto, sia della poesia.
Comunque, essendo stato io qui convocato quale operatore della parola, debbo adottare il mio personale, particolare e parziale angolo visuale, mettendo tra parentesi, almeno per il momento, teorie cosmogoniche e ipotesi mitologiche, e osservare a distanza ravvicinata l’evoluzione di certi fenomeni prettamente verbali. In questa ottica, mi basta ficcare velocemente il naso nella Storia, per notare che il verbum è stato a lungo parlato e cantato, quindi ascoltato, prima di essere scritto, quindi letto. Non a caso si chiama lingua, con riferimento diretto all’organo principale addetto alla fonazione, il complesso delle capacità verbali di un intero popolo come dell’intera umanità.
Il passaggio dalla via dell’orecchio a quella dell’occhio ha privato la parola di una parte cospicua della sua corporeità ovvero sonorità: l’oralità, infatti, comporta un alto tasso di fisicità, il che lega strettamente (carnalmente direi) colui che parla con colui che ascolta. Per questo, anche quando leggiamo mentalmente e azzeriamo il volume vocale, continuiamo a sentire nella testa suoni verbali, grazie a una sorta di automatismo percettivo e di illusione acustica di marca pavloviana.
La scrittura era destinata a mettere in crisi l’oralità per una ragione fon-damentale di natura antropologica, se si considera che essa forniva e fornisce all’uomo un potente strumento per poter fronteggiare la propria condizione mortale e la relativa angoscia. Così, la primitiva e stretta relazione, se non identificazione, tra parola e suono si è andata progressivamente e ulteriormente riducendo fino al punto che oggi, per parlare della relazione tra poesia e musica, dobbiamo accontentarci della e congiunzione al posto della è voce del verbo essere: “poesia e musica” anziché “poesia è musica”.
Questo convegno, a giudicare dal suo titolo (La musica della poesia), mi pare che aspiri a rimettere l’accento sulla vocale e come segno di stretta parentela tra i due poli, fino a prefigurare il superamento della vigente distanza. Un superamento affidato a uno dei due poli in gioco, la poesia, ma lo stesso sforzo potrebbe essere sviluppato, specularmente, dai rappresentanti dell’altro polo.
In piena sintonia con questa prospettiva, posso tornare sui miei passi per ribadire che, secondo me, in principio, il big bang e il fiat erano la stessa cosa, perché prima del due, in principio, ci fu l’Uno, come spiegano non solo le teologie monoteistiche ma anche certo pensiero orientale che assembla il due costituito dallo ying e yang in un unico simbolo armonico. L’Occidente, invece, radicalizzando il pensiero binario, ha spaccato il capello in quattro, l’atomo in mille e il sapere in tanti specialismi settoriali e incomunicanti. Figuriamoci se non doveva dividere anche la poesia dalla musica, come due campi autonomi con autonomi linguaggi e autonome istituzioni culturali.
Restando nei paraggi dei massimi sistemi, cerco di approdare alle mie minime conclusioni che, per certi aspetti, potrebbero accontentare anche Platone, considerato quello che Aristofane afferma nel Simposio a proposito dell’origine unitaria dell’umanità alla cui ricomposizione gli umani tenderebbero seguendo la forza dell’amore e la nostalgia dell’unità.
In effetti, se in principio era l’Uno, mi viene di pensare che, a furia di di-videre l’unione primordiale tra verbo e suono, poesia e musica, si sia prodotto un forte risucchio nostalgico verso l’unità primigenia. Mi spingerei, anzi, a parlare di una sorta di elaborazione del lutto per la perdita di quell’unità, reale o immaginata. Tale nostalgia e tale elaborazione si compiono e manifestano attraverso gesti, tracce e rituali, di cui voglio fornire qualche significativo esempio all’insegna del motto Ut musica poesis:
- usa dire voce poetica, anche quando ci si riferisce a produzione scritta;
- la parola lirica, che deriva da uno strumento musicale della classicità, è monema polisemico, significando esso sia un genere musicale sia un testo poetico;
- la forma più nobile e assai presente nella letteratura poetica è il sonetto, inventato presso la Curia di Federico II da uno dei suoi notai;
- la poesia prevede la metrica così come la musica prevede il me-tronomo, in ossequio ai medesimi principi (in proposito dovremmo allargare il discorso al trait d’union matematico, abbattendo altre barriere);
- nella letteratura universale abbiamo il Cantico dei cantici; quella italiana si apre con il francescano Cantico delle creature, cui fanno seguito, volando tra i secoli, le cantiche e i canti danteschi, i pascoliani Canti di Castelvecchio, il dannunziano Canto novo; per la letteratura straniera basti citare i tanti chan provenzali; i Quartetti di Eliot, i Cantos di Pound, i numerosi Madrigali di Garcia Lorca; il Canto general di Neruda.
Al di là della valenza probatoria di questi esempi, a favore della mia ipotesi rimane disponibile un verbo che, da solo, è in grado di ripristinare la perduta unità: sentire, verbo valido sia per la poesia che per la musica, capace di mettere insieme i due emisferi cerebrali che la nostra cultura e la nostra organizzazione sociale hanno provveduto a separare.
La poesia, a suo modo, ha fatto del suo meglio per non smarrire il contatto intimo con la musica. E così la produzione “tradizionale” ha suonato e si è fatta sentire attraverso la metrica; quella contemporanea, dopo la scoperta del verso libero, preferisce affidare la pulsione musicale alle risorse fonosimboliche, ma il risultato è lo stesso: possiamo fare a meno del verbo capire (il verbo che tende a fare prigioniero un significato illudendosi che sia il significato) e abbandonarci al verbo sentire, per lasciarci attraversare dal senso profondo della comunicazione emotiva e moltiplicare così le chances della irripetibile relazione tra scrittore e lettore.
Ora, si parva licet compònere magnis, vorrei concludere con un riferimento alla mia personale esperienza creativa, nata e cresciuta nell’ambito di un mondo dialettofono colmo di oralità e fatto di nenie proverbi canti filastrocche bestemmie preghiere cantilene: tutto in lingua dialettale, cioè in una lingua a cui non interessa affatto la via dell’occhio ma solo quella dell’orecchio e che ci permette, tra l’altro, di sentire se una persona sia veneta, piemontese o siciliana. Non a caso Piero Jahier affermava che per conoscere bene l’Italia avrebbe voluto conoscere i suoi numerosi e diversi dialetti.
Personalmente ritengo che, porgendo l’orecchio alla lingua delle origini, i dialettofoni alias “madrelingua dialettali” siano più liberi di “cantare” la propria inalienabile canzone identitaria. Per questo la mia scrittura non sa fare a meno degli echi dell’oralità e della musica ancestrale che la cosiddetta linguamadre reca nel grembo della memoria individuale e collettiva. Anche la presenza del sermo planus e della lingua quotidiana garantisce alle parole di emettere suoni vivi e non sterilizzati dal comune senso della poesia, che tende a disossare il corpo delle parole per estrarne l’anima e che, per parlare di vite morti miracoli, ha bisogno di consistenti trasfusioni di sangue verbale. Cerco insomma di “incrociare” l’orecchio e l’occhio suonando le parole e parlando i suoni, per superare la condizione di separate in casa in cui a volte la poesia e la musica sono costretti ad agire. Di conseguenza, anche per rispetto nei confronti della musica, non accetto mai di far accompagnare le mie letture da strumenti musicali, aspirando a esprimere la musica e le sonorità di cui le parole, dialettali o meno, sono sempre portatrici.

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