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leOpereeiGiorni : Guido Oldani ritratto autoritratto
di fulmini , Thu 25 April 2019 4:00
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Guido Oldani ritratto autoritratto
https://www.youtube.com/watch?v=YMApu4JePmc

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leOpereeiGiorni : Giuseppe Donnaloia ritratto autoritratto
di fulmini , Tue 23 April 2019 4:00
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Ho scoperto, tre mesi fa, mentre dipingeva nel Palazzo Farnese di Piacenza, un gran pittore e scultore, italiano e tedesco, Giuseppe Donnaloia. Gli ho dedicato questo documentario, dove mostro in concreto, e specialmente ai giovani, il "duro divertimento" (Henri Cartier-Bresson) del lavoro dell'artista.

https://www.youtube.com/watch?v=UDlee8SG78c

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leOpereeiGiorni : Trilogia del lavoro creativo
di fulmini , Wed 17 April 2019 4:00
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Come vivono gli autentici artisti contemporanei questa crisi che io chiamo "crisi dell'intera civiltà moderna"? Creando in grande stile, e dispiegando il proprio lavoro creativo.
Ho realizzato in questi mesi tre ritratti autoritratti, di un pittore e scultore (Giuseppe Donnaloia), di un poeta e letterato (Guido Oldani), di una poeta e teatrante (Alexandra Zambà). Si proiettano, in forma di trilogia, al Lucca Film Festival e Europa Cinema, il 20 aprile prossimo.

ARTE & CINEMA / Speciale PASQUALE MISURACA.

Obiettivo sul lavoro creativo. Pittura, Scultura, Poesia e Teatro.

Giuseppe Donnaloia ritratto autoritratto. 2019, 34 min 41 sec

Guido Oldani ritratto autoritratto. 2018. 17 min 18 sec

Poesie e ombre dalla frontiera (ritratto autoritratto di Alexandra Zambà’). 2018, 65 min 39 sec

Luogo dell’evento: AUDITORIUM VINCENZO DA MASSA CARRARA

http://www.luccafilmfestival.it/evento/speciale-pasquale-misuraca/

Il curatore dell'evento è Alessandro Romanini

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leOpereeiGiorni : Il doppio precipizio
di fulmini , Sat 13 April 2019 4:00
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Come affrontai per tre volte la vertigine del doppio precipizio

Avevo sei anni. Vivevo in un paesino della Calabria ionica. Era una limpida mattinata del 1954. Camminavo verso il mare, e mi sono trovato in mezzo a un doppio precipizio.

Mi guardo indietro, e vedo distintamente il precipizio della comunità, il paesino disteso quietamente sotto il Sole, l’abbraccio avvolgente della famiglia, della scuola elementare, degli amici occhieggianti, e l’orizzonte limitato dalla corona delle montagne insormontabili. Ah! starsene insieme, come niente altro che semplice rotella ingranata nel tutto, smarrirsi nell’infanzia protetta delle partitelle a pallone senza fine e senza tempo, restare con le ginocchia eternamente scorticate, certo e fermo come un albero radicato nella terra dura! Perdersi nelle voci che non mutano, nelle cantilene e nei rumori che si ripetono e rimandano, discendere le timpe versi i ruscelli gorgoglianti, seguire gli odori rubati dalle cucine, rinserrarsi sotto gli archi di luci crepitanti delle feste in piazza, farsi rapire dall’estasi pomeridiana nei cinematografi, accoccolarsi in circolo intorno ai bracieri, dietro i muretti di pietre e calce, in mezzo ai cortili, in righe immobili sui banchi di legno dipinto di nero, coi grembiuli neri i fiocchi azzurri e i tondi colletti bianchi, aspettando il premio e il castigo del maestro, del padre violento e imperscrutabile, della guardia municipale. Sì, tornare indietro, e stringersi!

Ma di fronte al precipizio della terra, della comunanza di odori e sensazioni, ecco spalancarsi il precipizio del mare, il precipizio della solitudine. Avanzare inquietamente, partire, dividere, diventare grande, un altro, abbandonare tutti, tutto. Trasformarsi irrevocabilmente in vertice inaccessibile, in albero che s’invola come un aquilone dal filo spezzato, sotto la spinta e il fremito delle foglie, che diventano ali, remi, e ritrovarsi in forma di tronco che si perde nelle onde, diventare pesce, e uccello, nuvola leggera del cielo a pecorelle. Scoprirsi solo, lontano e in alto, trasvolare l’orizzonte aspromontano, provare l’orgoglio e il dolore della solitudine. Ecco! fra la terra e il mare un treno fischia, fuma, grida, esalta, chiama.

Avevo sei anni. Ero in mezzo a due attraenti precipizi. Dileguarmi nella intimità delle catene ininterrotte di cugini e nonni, o perdere tutti scrutando la spietata pupilla del futuro. Precipitare nella terra, o infilarmi nelle estreme regioni del cielo e del mare? Rimanere nella cerchia di uomini discreti e appartati o tentare l’esaltante avventura intellettuale che tronca una volta per tutte le radici del piccolo mondo antico? Avevo sei anni e ho visto improvvisamente il doppio precipizio. Ho deciso. Ho preso la carta e la matita colorata e ho disegnato il paesino il treno e il mare: mi sono sollevato in alto e ho visto tutto da lontano, e mi sono abbassato e ho scrutato tutto da vicino.

Avevo quarantadue anni. Vivevo sui Monti Sabatini, nell’Etruria Meridionale. Era un pomeriggio di luce senz’ombra del 1990. Camminavo sovrappensiero per un crinale, e mi sono trovato in mezzo a un doppio precipizio. Alle mie spalle, il precipizio della chiacchiera. Le strade che portano a Roma, il chiasso degli uomini e donne che si divertono, si distraggono, si eccitano reciprocamente. Il cicalìo dei giornali, delle radio, delle televisioni perpetue, i convegni, le accademie, i convegni a inviti, le conventicole, le tavole apparecchiate e ben rotonde, il-parlare-parlare-e-non-la-smettere-più. I saloni, i salotti, il mostrarsi, farsi vedere, farsi sentire, le mostre, le riunioni, i pentiti che convengono e distinguono, i disillusi dal mondo grande e terribile, i disperati, gli intonati, i sempre intelligenti, la verità spiegata alla gente che non sa più a cosa credere, la fine di tutte le rivoluzioni future, il bisogno di riciclarsi, confidarsi, telefonare, il cosa fai e dove ti eri cacciato in un momento di crisi come questo?

Di fronte, davanti ai miei occhi, il precipizio del mare lontano, oltre i boschi e il lago e l’ultima striscia di mondo. Il paesaggio sempre ispiratore. Il precipizio del silenzio. Da una parte il dover correre, fare appena in tempo, trovare un posto, il precipizio di spiritate parole, la schermaglia delle brillanti chiacchiere, le battute, le citazioni, le lamentele, i mugugni, le invettive, le smentite, le precisazioni, i puntini sulle i, le virgolette, il parlare anche in ascensore per puro terrore del silenzio. Dall’altra, fermarsi, dimenticare, dimenticarsi, non giusti care ad ogni passo e ad ogni costo le opere e i giorni, tacere, finalmente e impietosamente tacere, riflettere, restare senza parole e senza scampo. Obliare. Appagarsi del sognare i sogni senza volerli appagare. Contemplare lontano, il mare non più orizzonte da raggiungere e superare, ma specchio dove dolcemente naufragare, bara di freschezza, muta immagine.

Avevo quarantadue anni, stavo nel mezzo di un doppio precipizio. Parlare precipitevolissimevolmente o tacere sino alla fine? Tornare nella città o ritirarmi, distaccarmi? Ho scrutato il doppio precipizio. Ho deciso. Né Roma, né l’abisso marino che strizza l’occhio e confonde il pensiero, non solo le parole, non solo le immagini, ma il nome e l’ombra della cosa. Ho afferrato la cinepresa, ho percorso e registrato le città, i mari, le montagne, le parole gridate, gli attoniti silenzi. Ho fatto il film che dovevo fare.

Avevo ventiquattro anni. Vivevo e studiavo a Roma. Camminavo nel centro del centro nell’anno 1972. Camminavo, e si è materializzato intorno a me un doppio precipizio. Davanti a me, il precipizio della scienza che organizza gli uomini. Il marxismo, e la sociologia, le previsioni certificate, la promessa scientifica del mondo finalmente libero dal bisogno, dal passato, dallo sfruttamento, dal pregiudizio, dalle fumose ideologie, dalle illusioni, dalle patetiche delusioni. Ah! la società razionale dai meccanismi regolari, regolati, gli uomini-massa dai comportamenti ordinati, lineari, trasparenti, calcolabili, calcolati, uomini e donne tutti orientati e governati dalla scienza nella medesima direzione, tutti rettamente pensanti, tutti ragionevoli e morali! Alle spalle ormai le puerili religioni, le primitive superstizioni, le consolanti utopie, le irragionevoli speranze. Davanti, le leggi ferree della oggettività, dei grandi numeri, l’universo della precisione, del benessere progressivo, delle infinite quantità che trapassano irresistibilmente nelle infinite qualità, della soluzione finale dei problemi e dei dolori.

In alto, sopra di me, l’altro precipizio, il precipizio dell’arte come mondo parallelo al mondo reale. Le guglie attorte delle chiese barocche, le mirabolanti ragnatele di decorazioni, l’intrico di stucchi, vetrate magiche che fanno veder bella la vita, i geroglifici del ferro battuto avvitati nel cielo stellato. Ah! l’arte che libera dal peso e dalla grossolanità del quotidiano, che inganna e irretisce il tempo, consola e rapisce, supera d’un colpo i confini del mondo reale e inventa un altro mondo, più vero, più giusto, sereno ed essenziale, il mondo parallelo delle ombre, le care ombre che consentono di continuare a vivere anche quando le difficoltà eccedono. L’arte come arte della fuga.

Avevo ventiquattro anni, e ho visto chiaramente davanti e sopra di me un doppio precipizio. Da una parte la perfetta scienza, dall’altra l’arte pura. Davanti la cosa ridotta a numero, sopra l’ombra della cosa. Ho visto il doppio precipizio ed ero sul punto di precipitare. Cosa mi ha trattenuto sull’orlo del baratro? Perché ho riflettuto, prima di pensare? Come ho potuto evitare di piombare in rapida caduta, scegliendo una delle semplici tentazioni che si offrivano al mio passo? Ho scrutato il doppio precipizio. Ho deciso. Né la disciplina della necessità scientifica, né l’intuizione dell’arte segreta. Non una professione, non una carriera, non l’occhio della mente contro l’occhio che pensa. Ho visto e trascritto lo strabico percorso che traversava le strade della terra e le onde del mare, i numeri e le cose, la forma dei numeri e la forma delle cose. Ho scritto sulla pagina di carta e sulla tela dello schermo, con l’inchiostro e con la luce.

(Gennaio 1993)

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leOpereeiGiorni : Fannullone e Buono a nulla
di fulmini , Thu 11 April 2019 4:00
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Un amico di nome Luca ha pubblicato qualche giorno fa su Facebook questo testo:

"C'è fannullone e fannullone. C'è chi è fannullone per pigrizia o per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi prendermi per uno di quelli. Poi c'è l'altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell'impossibilità di fare qualcosa, perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d'istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d'essere! So che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire? C'è qualcosa in me, che è dunque? Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale. Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c'è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c'è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: "gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata", e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore. "Ecco un fannullone" dice un altro uccello che passa di là, "quello è come uno che vive di rendita". Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. "Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!". Quel tipo di fannullone è come quell'uccello fannullone. E gli uomini si trovano spesso nell'impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente orribile... Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede "Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l'eternità?". Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita." (Vincent Van Gogh)

Ho commentato così questo testo:

Bisognerebbe ancora distinguere tra l'ostacolo esterno ad agire (mancanza di mezzi necessari) e l'ostacolo interno (la cosiddetta depressione).
E poi c'è un altro tipo, non quello che fa nulla, ma il buono a nulla: "Io sono un buono a nulla, ciò posso anche confessarlo; ma sono appunto un buono a nulla, capace del nulla; capace di affrontare e guardare sopportare il nulla." (Andrea Emo)
Io sopporto il nulla facendo. Non conosco la depressione, e quanto ai mezzi necessari ho fatto di mancanza... novità: nel senso che ho fatto un cinema con niente, tutto con niente. Non riuscendo, per impolitica, per goffaggine, per totale mancanza di furbizia e di senso dell'opportunità, ad avere niente dalla società nella quale sono vissuto, ho fatto un cinema con niente. Di questo niente non ringrazierò mai abbastanza i miei nemici, perché (a me pare) è venuto fuori qualcosa di nuovo - che chiamo cinema androgino o cinema cappuccino: http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/essays/183-mappa-del-sesto-film.html

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