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Gramsci : Le leggi della storia
di fulmini , Tue 10 May 2011 6:10
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(Scheda 1. Le ‘leggi della storia’ non sono oggettive.)


Le ‘leggi della storia’ non sono per Gramsci indipendenti dalla volontà e dalla coscienza degli uomini, non sono cioè ‘leggi oggettive’, bensì pratiche collettive regolari indotte dalle classi dominanti all’insieme degli uomini. La razionalità della storia consiste nel processo attraverso il quale i fini concreti degli aggruppamenti sociali dominanti in ciascuna fase storica conquistano il consenso generale.

Gramsci precisa ed esplicita questa dimensione soggettiva (politica) della razionalità della storia: “Esiste necessità quando esiste una premessa efficiente e attiva, la cui consapevolezza negli uomini sia diventata operosa ponendo dei fini concreti alla coscienza collettiva, e costituendo un complesso di convinzioni e di credenze potentemente agente come le ‘credenze popolari’.” (Quaderni del carcere, 1479-80)

Con questa proposizione si sovverte il senso della concezione kantiana fatta propria da Engels, secondo la quale ‘la libertà è la coscienza della necessità’. Quando la consapevolezza negli uomini della necessità diviene operante si è prodotta nella coscienza e nella azione collettiva una subordinazione ai fini concreti delle classi dominanti. Quando le masse agiscono nella convinzione che la situazione storica non può che dirigersi verso sbocchi necessari, esse non hanno acquisito autonomia (non agiscono liberamente, non agiscono in funzione dei propri fini, non hanno una propria politica), ma restano subordinate.

Pasquale MisuracaLuis Razeto Migliaro

Dal libro La Traversata. Libro Primo. Dalla critica del marxismo e della sociologia alla proposta di una nuova scienza della storia e della politica, Capitolo 4. Critica delle leggi storiche, economiche e statistiche.


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Gramsci : Pratica e Teoria
di fulmini , Tue 21 December 2010 5:00
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Il mondo nuovo non nasce dalla pratica impaziente, nasce dall’amore paziente della pratica con la teoria.



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Gramsci : Che fare per uscire dalla crisi?
di fulmini , Sun 26 September 2010 6:00
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Convegno internazionale di studi gramsciani di Firenze del dicembre 1977. Luis Razeto ed io presentiamo la comunicazione ‘Razionalità teorico-scientifica e razionalità storico-politica’. Venti pagine, trovate il testo intero qui.

Ecco di seguito la conclusione di quella prima pubblicazione delle nostre ricerche storiche e scientifiche che produrranno di lì a poco il primo libro di scienza della storia e della politica - il capitolo sulla ‘crisi’. Sì, analizzavamo proprio la crisi che stiamo vivendo da diversi decenni e che dal 2008 ha assunto forma finanziaria ed economica globale, e della quale più di trenta anni fa, meno che trentenni, abbiamo individuato le radici agli inizi del Novecento. Sulle pagine del sito-rivista abbiamo scritto a più riprese che questa crisi non è ‘congiunturale’ - non passerà come passa un raffreddore, restando al caldo e portando pazienza – anzi l’abbiamo definita addirittura ‘crisi organica’ – intendendo una crisi che può essere risolta soltanto attraverso la creazione di una nuova superiore civiltà (analogamente al modo in cui la crisi organica della civiltà medioevale è stata risolta attraverso la creazione della civiltà moderna).

La trattazione completa, teorico-scientifica e storico-politica, della ‘crisi organica’, la trovate qui. Ed ora la primizia, il capitolo.

*

VII. Dalla riorganizzazione degli Stati contemporanei ad una nuova epoca politica

La ‘grande crisi’ non è da intendersi limitatamente come l’insieme dei fenomeni economico-finanziari che investirono il mercato capitalistico alla fine degli anni Venti, ma come una fase storica complessa di lunga durata e di carattere mondiale nella quale i processi economici, politici e culturali ed i loro rapporti sono interessati da un rapido movimento trasformativo. “Si può dire – scrive Gramsci (Quaderni del carcere, Einaudi, 1975, pp. 1755-56) – che della crisi come tale non vi è data d’inizio. Tutto il dopoguerra è crisi, con tentativi di ovviarla. Per alcuni (e forse non a torto) la guerra stessa è una manifestazione della crisi, anzi la prima manifestazione; appunto la guerra fu la risposta politica ed organizzativa dei responsabili.”) Tale crisi non fu né puramente economica né specificamente politica, ma consistette piuttosto nella contraddizione tra i rapporti economici dati e gli emergenti rapporti politici. Si trattò di una particolare “situazione di contrasto tra rappresentati e rappresentanti” il cui “contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò è appunto la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.” (Q, 1603)

Un’altra delle contraddizioni fondamentali – aggiunge Gramsci (Q, 1756) – è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del ‘nazionalismo’, ‘del bastare a se stessi’ ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della ‘attuale crisi’ è niente altro che l’esasperazione dell’elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell’economia.” La crisi si presentava nel periodo in cui il capitalismo aveva formato un mercato di dimensioni mondiali e quindi si era creata la possibilità che i gruppi economici dominanti nelle singole nazioni – particolarmente delle più forti – ricavassero profitto traendo ricchezza ad altre nazioni capitalistiche; in queste condizioni il mercato economico internazionale si costituisce come luogo di competizione tra gruppi economici dominanti nazionali. La scissione tra il cosmopolitismo della vita economica e il nazionalismo della vita statale è dunque all’origine della guerra in quanto, in mancanza di una dialettica politica di composisione dei rapporti di forza tra le classi dominanti unificate nei singoli Stati nazionali, s’impone il momento militare. La guerra costituì un surrogato di uno Stato multinazionale, cioè un complesso di attività pratiche e teoriche militari – mancante sul piano internazionale – che definiscono lo Stato come unità politico-culturale.

La guerra fu insieme una risposta organizzativa al bisogno di trasformare complessivamente le classi subordinate per renderle adatte allo svolgimento delle nuove forme produttive che s’imponevano, per interrompere i loro processi di attivazione politica autonoma e inserirle in sistemi di rapporti autoritari. In effetti uno degli elementi decisivi della crisi era dato dalla rottura degli ‘automatismi’ dati e dalla diffusione di comportamenti collettivi critici tra le classi subordinate, ciò che evidenziava l’incapacità delle classi dirigenti a conformare i modi di sentire pensare e agire dei diretti secondo le esigenze della economia e dello Stato. La guerra significò lo spostamento di grandi masse, specialmente di contadini, l’eguagliamento delle condizioni di vita dell’insieme delle classi subordinate, la concentrazione di esse e la loro organizzazione disciplinata, la formazione di una volontà collettiva conforme ai fini statali nazionali, e in generale l’elaborazione pratica, ancora confusa e istintiva, di nuove condotte individuali e di gruppo.

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Gramsci : La 'ndrangheta è più forte dello Stato nazionale
di fulmini , Tue 22 June 2010 6:00
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{Sabato 5 giugno, su ‘Alias’ settimanale culturale de ‘il manifesto’, è uscito il mio articolo mensile della rubrica 'Fulmini e Saette'. Lo ripubblico qui per metterlo a disposizione dei lettori del sito-rivista. Pasquale Misuraca.}

Perché lo Stato non può estirpare la ‘ndrangheta.

Nicola Gratteri ha ragione – lo Stato italiano non vuole estirpare la ‘ndrangheta – ed ha torto – la ‘ndrangheta non è una malapianta (La malapianta, Mondadori 2009).

Cos’è allora? A pagina 134 il grande magistrato italiano dice che “gli Stati non sono attrezzati per combattere un fenomeno transnazionale come quello delle mafie”. Ha ragione: gli Stati non sono attrezzati militarmente e legislativamente. Ed ha torto: se anche lo fossero ciò non basterebbe, a estirpare le mafie. Perché gli Stati non sono attrezzati intellettualmente e moralmente a tale impresa di civiltà. Perché gli Stati nazionali, queste forme storicamente e geograficamente determinate di organizzazione generale delle società umane moderne, sono in crisi organica. E tra i segni di questa crisi storica e strutturale, organica insomma, spiccano il deperimento dei partiti politici – ridotti a organizzazioni di potere - e l’espansione delle mafie – che diventano “braccio armato” di settori statali [Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia] e “tendono a sovrapporsi alle organizzazioni terroristiche” (132).

Gli Stati nazionali sono nati, in Europa, dalla crisi organica della civiltà medioevale, nel quindicesimo secolo, si sono via via sviluppati e diffusi nel mondo intero, e nel ventesimo secolo sono a loro volta entrati in crisi organica – alla quale crisi si stanno dando, in Italia ma non solo, soluzioni regressive.

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Gramsci : 'la Repubblica' cos'è?
di fulmini , Wed 13 January 2010 5:00
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‘la Repubblica’ intesa come giornale quotidiano italiano, che cosa è in realtà? È un giornale punto e basta – come dice il suo direttore Ezio Mauro? È un partito e non lo ammette – come dicono i suoi avversari politici? Secondo me non pensano il reale e non dicono il vero né l’uno né gli altri: ‘la Repubblica’ è una associazione intellettuale e morale di nuovo tipo. Intendo dire: è un giornale quotidiano, ma anche una associazione (non genericamente culturale, bensì intellettuale e morale) che prolunga le funzioni del giornale quotidiano come lo conoscevamo e assorbe certe funzioni dei partiti politici come li conoscevamo – in questo caso, in Italia, dei partiti riformisti, progressisti, democratici – insomma di quei partiti politici che costituiscono, non esclusivamente, e in parte, lo schieramento politico del centro-sinistra.

I partiti politici sono da decenni in crisi organica (ne ho parlato a più riprese nella rubrica ‘Gramsci’, ne ha parlato Luis Razeto nella rubrica ‘economia di solidarietà’, ne parliamo entrambi nei nostri libri comuni: specialmente ne ‘La Traversata’: vedi i siti www.luisrazeto.net e www.pasqualemisuraca.com). Non riescono a rinnovarsi e riformarsi in senso storicamente progressivo (ma in senso storicamente regressivo sì: ‘Forza Italia’ prima e ‘Il Popolo della Libertà’ poi, in Italia, lo mostrano in forma chiara e distinta) e quindi certe loro funzioni, di formazione e selezione del personale dirigente, di costruzione del consenso dei diretti, di "continua adeguazione dell’organizzazione al movimento reale, un contemperare le spinte dal basso con il comando dall’alto, un inserimento continuo degli elementi che sbocciano dal profondo della massa nella cornice solida dell’apparato di direzione che assicura la continuità e l’accumularsi regolare delle esperienze" (Gramsci, Quaderni) lo hanno assunto e lo svolgono diverse associazioni intellettuali e morali. Come ‘la Repubblica’ – appunto.

La quale 'Repubblica' non si limita - come dice il suo direttore - a dare voce a pezzi della opinione pubblica, non si limita a consentire che i suoi lettori di formino una autonoma idea delle cose del mondo e dell'Itala. E nello stesso tempo non si sostituisce puramente e semplicemente - come dicono i suoi avversari politici - ai partiti politici del centro-sinistra.

Nota bene: questa non è una critica, è una constatazione. Io non penso che ‘la Repubblica’ non debba fare questo, non penso che non debba evolvere diventando oltre che un giornale una associazione (intellettuale e morale). Penso che evoluzioni del genere sono in corso in tutta la società civile e politica italiana. Un altro, e diverso caso, è costituito dalle Fondazioni (che di solito fanno capo, da più anni a questa parte, a uomini politici come D’Alema, Fini etcetera o uomini economici come Montezemolo etcetera), altro ancora è costituito dai siti internet. Ma è de ’la Repubblica’ che vi volevo parlare. Tanto per cominciare.

Pasquale Misuraca


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