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racconti di poche parole : La donna verme
di fulmini , Wed 30 January 2013 5:00
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Roma, gennaio 2013. Mi è accaduto di osservare un’ennesima donna completamente adornata. Ciglia finte, occhiali sagomati, labbra dipinte, volto truccato, capelli screziati, più orecchini, cappello variopinto, foulard disegnato, camicetta aperta, reggiseno intravisto, collana a più giri, gilet sciolto maculato, giacca corta con bottoni e fibbie, sciarpa svolazzante, borsa di pelli e metalli, stivali alti e sboccati, calze puntinate, pantaloni dilavati bassi, cinta perlata, arcate del tanga, tatuaggio posteriore, braccialetti al plurale, unghie aggiunte, sigaretta accesa, cellulare squillante et coetera. Ho pensato: verrà un giorno o una notte in cui gli uomini faranno l’amore con donne così completamente adornate (e le donne con uomini completamente adornati a loro volta, s’intende), perché, ho immaginato, ridotta alla nudità la donna in questione, sotto le mie mani e davanti ai miei occhi rimaneva poca cosa, un’altra cosa, un corpicino inerme, quasi un verme.

Pasquale Misuraca

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racconti di poche parole : Il Sessantotto in Caserma (5)
di fulmini , Sun 20 January 2013 5:00
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Il Gruppo di Studio.

Tra i militari di leva della Caserma Piave, nell’anno a cavallo tra il 1968 e il 1969 - che qui chiamiamo “il Sessantotto”, c’era un certo numero di amanti del leggere e dialogare. Tutti poveri in canna: il soldo dei soldati semplici era pochissimo allora, e i ricchi di famiglia stavano tra gli ufficiali di complemento.

Anche Giuliano ed io avevamo quasi niente da spendere in libri, una delle nostre comuni passioni. Ma il problema non era tanto nostro, che i libri li trovavamo sempre e comunque, di riffe o di raffe, bensì dei compagni d’armi che ci dintornavano negli scambi di informazioni e opinioni e idee che fiorivano nelle pause delle lezioni e delle esercitazioni, alla mensa fragorosa, nelle camerate dei letti a castello, tra i viali puntinati di gelsi, insomma continuamente.

Nella Caserma non c’era una Biblioteca, né grande né piccola, e gli orari delle libere uscite ci impedivano di frequentare la Biblioteca Comunale di Civitavecchia.

Così un giorno decisi di scrivere a un paio di case editrici, la Feltrinelli e la Garzanti. Siamo un bel gruppo di militari di leva con poca disponibilità di denaro e gran voglia di leggere buoni libri, di storia e di letteratura e di scienza, scrissi – rivolgendomi ai loro “responsabili” col tono diretto e sicuro che hanno sempre le mie lettere impossibili.

Parecchi immaginavano utopistica l’iniziativa. Arrivarono due pacchi pesanti. Vecchie edizioni di libri di ogni materia, che accogliemmo come la manna nel deserto, e condividemmo come base di un Gruppo di Studio, che si svolse per settimane e settimane, infuocato dalle meravigliose discussioni della giovinezza.

Ne vennero a conoscenza i superiori. I militari di complemento sorrisero più o meno benevolmente. Comunque, anche i più aperti fra loro mal sopportarono che un subalterno discordasse dalle loro laureate opinioni. Pochi giorni fa – scrivo nel gennaio del 2013 - Giuliano Memoria Di Ferro mi ha ricordato l’epilogo di una discussione di 45 anni fa sulla disciplina militare tra il tenente Ics Ypsilon e me. Lui, agitato: “Misuraca non ti capisco!” Io, calmo: “La cosa mi addolora ma non mi stupisce.”

I militari di carriera ci tennero doppiamente d’occhio. La messa in questione dell’autoritarismo era tracimata dalle Università lungo le Strade e le Piazze ed era entrata nelle Caserme.

{Questo è in quinto racconto del libro a puntate 'Il Sessantotto in Caserma'. L'intero lo trovi QUI .}


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racconti di poche parole : Uno strano tifoso
di fulmini , Sat 15 December 2012 5:00
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Teneva una bella moglie coi capelli gialli e rossi, l’amava da una vita. Ma una mattina si accorse che una donna con gli occhi azzurri che conosceva da sempre lo emozionava progressivamente. Cominciò a frequentarla di nascosto, di notte, continuando ad amare e frequentare la moglie di giorno. Sempre più sorprendente la donna azzurra, amante segreta. Col tempo sentì il bisogno di comunicare il nuovo amore agli amici, che non la presero bene. O la giallorossa o l’azzurra! - tagliarono corto. Provò a lasciare l’amante, provò a lasciare la moglie sempre più aggraziata, niente, ormai amava tutte e due. Così decise di tenersele entrambe come mogli. Certe notti, certe volte, stava gioiosamente con l’una, altre lietamente con l’altra. Perse però tutti gli amici – straniti dal doppio amore tifoso.

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racconti di poche parole : Maria
di fulmini , Mon 3 December 2012 5:00
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Diavoli del Meridione

Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

3. Maria

Era la sorella minore di un amico di mio fratello maggiore.

Non ricordo quando l’ho vista la prima volta, ricordo l’ultima. Era il millenovecentosessantaquattro, avevo sedici anni, ed ero totalmente innamorato di lei. E lei di me. Ce lo dicevamo con gli occhi, lei passando sotto casa mia, che si affacciava sul Corso di Siderno, la mattina, andando all’Avviamento – il genere professionale di scuola dell’obbligo che ora non c’è più -, io sporgendomi dal terrazzo ogni mattina che mi trovano nel paese dove ero nato e da cui ero fuggito. Ci tornavo ogni due fine-settimana, studiavo a Reggio Calabria, al Liceo Artistico. Avevo due o tre anni più di lei.

Di vederci da soli non se ne parlava nemmeno.

Mezze parole quando ci incrociavamo in gruppi distinti, i maschi con i maschi, le femmine con le femmine. Così, mi ero inventato un supplizio, per frequentarla con gli occhi più da vicino. Al Liceo studiavo e facevo scultura. E avevo pensato bene di farle un ritratto di argilla. I suoi genitori conoscevano i miei, suo padre andava a caccia con mio padre, mia madre era una delle professoresse della Media - il ramo nobile della scuola dell’obbligo, e così accettarono ch’io andassi a casa loro a ritrattarla, in presenza della madre, naturalmente. Una domenica su due, nel pomeriggio, per un’ora infinita, la guardavo e la modellavo.

Un giorno feriale ero a Siderno e venne a trovarmi, dal giorno prima, il mio compagno di banco.

Venne apposta per vederla coi suoi occhi questo angelo di nome Maria di cui gli riempivo la testa. La mattina presto uscimmo da casa e ci dirigemmo verso l’Avviamento. Arriviamo, aspettiamo nel piazzale antistante, ma fra le studentesse non c’è, passano i minuti, i secoli, e non arriva. Suona la campanella, niente. Andiamo via. Occhieggiando casualmente in una stradina stretta che fiancheggiava l’Avviamento di colpo la vedo e mi blocco. Saverio, il compagno di banco, seguendo il mio sguardo stupefatto vede una ragazza che si bacia con un ragazzo. Bacia lui e guarda me.

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racconti di poche parole : Diavoli del Meridione (2)
di fulmini , Sun 7 October 2012 6:00
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{Ieri, sabato 6 ottobre 2012, è uscito su 'Alias', supplemento culturale settimanale de 'il manifesto' inteso come quotidiano, il mio 'fulmine' d'ottobre: tengo una rubrica mensile dal titolo 'Fulmini e Saette' che cade il primo sabato di ogni mese. Lo ri-pubblico qui per i lettori del sito-rivista. Pasquale Misuraca}

Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

2. ‘Ntoni

A nove anni ho conosciuto il capo ‘ndrangheta della Locride.

Tornavamo a casa, mia madre ed io. Finite le strade asfaltate di Siderno verso est, prendiamo il vallone verso nord, percorriamo il suo letto di sabbia e creta e pozze di girini. Scompaiono le ultime case, e noto con la coda dell’occhio un uomo strano che ci segue. Strano perché vestito elegantemente su quelle terre scomposte e polverose, e in un giorno non festivo. Porta un cappello a larghe tese, giacca e gilet e pantaloni di velluto. Cammina a passo fermo.

Mia madre seguendo il mio sguardo lo guarda e non parla.

Lo tengo d’occhio, lei non si volta più. La fila di frassini a sinistra, il canneto a destra, poi tutto si stringe, il vallone s’incrocia con un altro vallone che va da est a ovest e segna il confine meridionale della contrada, chiusa da quattro valloni: Contrada Chiusa si chiamava, infatti. Svoltiamo, l’uomo ci segue ancora, senza avvicinarsi, senza allontanarsi. A destra la casa dei contadini, nessuno, intravvedo solo le galline, l’asino e, risalito anche lui il fianco del vallone, l’uomo costante e silenzioso.

Ora prendiamo il viottolo tra la vigna dei contadini e il nostro limoneto.

L’uomo aumenta il passo e s’avvicina progressivamente. Non so che fare, non decido niente. Il viottolo sfocia di lato alla nostra casa dal lato della cisterna. Mia madre si ferma, si volta e aspetta. Io guardo lei e poi guardo lui. È un uomo fatto, come papà, non è giovane e neppure vecchio. Tiene lo sguardo dritto, non mi guarda, guarda mia madre. Si ferma, si leva il cappello e le dice: “Dite a don Lucrezio che ‘Ntoni Macrì vi ha accompagnato per proteggervi dai suoi uomini.” (Ah! - penso al volo - era uno dei tuoi picciotti lo zappatore sfrontato che papà ha sparato l’altro ieri!”)

‘Ntoni accenna un inchino, si rimette il cappello, si gira e se ne va.

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