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racconti di poche parole : Le due mense
di fulmini , Mon 25 March 2013 5:00
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Sì, era bonario, il maresciallo tratteggiato da Giuliano.

Ed era cattivo, in quanto complice dell’ingiusta gestione delle due mense della Caserma Piave, quella degli ufficiali e quella dei soldati.

C’era questo caseggiato basso e largo e tozzo, ai margini del piazzale delle esercitazioni, dove facevamo colazione e pranzo e cena noi militari di leva. L’enorme sala con i lunghi tavoli e le lunghe panche, il bancone, i secchioni, il rumore infernale dei piattoni composti di vaschette d’acciaio.

La scarsa qualità del vitto. Della pasta, del pane, della verdura, della frutta, del pesce, della carne. Restava, nella vaschetta della carne, uno strato spesso, grigiastro, di grasso. Si solidificava presto, nel corso del pranzo o della cena, e si lavava con difficoltà. Lo notavo di volta in volta, nei miei turni di lavaggio. Poi, nei giorni in cui mi toccò lavorare all’interno della cucina, ricevendo in consegna le carni per la lavorazione dei cuochi, scoprii che c’erano due tipi di carne per le due mense.

Un tipo di carne arrivava dal macello di Civitavecchia. La parte migliore di questa carne fresca finiva nella mensa degli ufficiali, la parte peggiore nella nostra mensa.

Un secondo tipo di carne arrivava non so da quale deposito frigorifero romano, era argentina, era carne congelata, e portava impresse sui cartoni date surreali. Primi anni sessanta, anni cinquanta, persino il 1948: l’anno in cui ero nato.

Ne parlammo, ne discutemmo, nel Gruppo di Studio, e decidemmo lo sciopero della fame.

(Pasquale)


{Questo racconto è il capitolo nono del libro a puntate a quattro mani 'Il Sessantotto in Caserma'. L'intero lo trovi QUI }

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racconti di poche parole : 'Ndiani
di fulmini , Sat 9 March 2013 5:00
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La carabina ha chiamato gli indiani.

La casa che abitavo come secondogenito della mia famiglia si trovava nella Contrada Chiusa, fuori Siderno, e l’acqua che usavamo era l’acqua piovana, raccolta in una cisterna. L’acqua da bere la prendevamo in paese, o dalla sorgente di una fiumara che scavava un vallone, distante qualche chilometro. Un giorno andai da solo a fare rifornimento, con l’asino prestato dai contadini confinanti, completo di basto e barili.

Percorso un vallone asciutto (siamo in estate – e la Contrada è Chiusa da quattro valloni), sfocio nel vallone della fiumara.

Lo risalgo per un tratto, fino alla polla d’acqua sorgente. Il Sole è alto, le pietre bianche e grigie della fiumara crepitano sotto gli zoccoli dell’asino, le timpe che s’alzano ai lati del vallone terminano nelle radici aeree degli alberi sul limitare. Smonto e, prima di riempire i barili col secchio e l’imbuto, carponi, osservo divertito l’acqua che germoglia tra la sabbia rosata, e bevo, uno due tre sorsi di acqua viva, fresca. Mi rialzo sentendo fischiare sulla mia testa, e vedo saltare pietre intorno a me, pietre piccole rimbalzano su pietre grandi con schiocchi e rintocchi, altre s’infilano nelle sabbie con rumori soffocati. Mi guardo intorno, e quando inquadro la timpa orientale del vallone, vedo.

Dai suoi sentieri scoscesi, si calano, gridando e tirando, gli indiani.

Il lato est del vallone, dalla parte di Gioiosa, era il confine di uno scomposto primitivo borgo. Un folto gruppo di coetanei, sconosciuti figli di braccianti e contadini, mi stavano assalendo al modo in cui gli indiani dei film western assalivano i pionieri, i cow-boy, e Capitan Mihi, l’eroe del fumetto da me preferito in formato striscia (siamo nel 1957, ho nove anni). Come indiavolati, gridano e avanzano correndo e tirando con le fionde una gragnola di pietre che mi colpiscono dappertutto, nel corpo, nelle mani e nei piedi, in testa. Sono troppi per poterli affrontare, e le pietre fischiano, arrivano a segno e fanno maledettamente male. Risalgo sull’asino e, pungolandolo energicamente, mi ritiro strategicamente dal vallone-canyon.

Tornando al trotto più rapido possibile verso casa, coi barili che ballano e l’asino che ansima, penso soltanto alla carabina che papà ha regalato da poche settimane a Luigi primogenito e me.


{Questo è il sesto racconto del libro a puntate 'Diavoli del Meridione'.)

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racconti di poche parole : Un sottotentente
di fulmini , Tue 19 February 2013 5:00
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La nascita e l’attività del Gruppo di Studio in Caserma aveva messo in allarme gli ufficiali di carriera, e innervosito gli ufficiali di complemento. Specialmente i sottotenenti, coetanei dei soldati semplici come me e Giuliano, ma… laureati. Il fastidio era di classe, di ceto, di rango. Questi ‘coetanei laureati’, meglio pagati e meglio vestiti di noi, provvisti di funzioni di comando e di insegnamento, guardavano dall’alto in basso i coetanei che non frequentavano o non avevano frequentato le università.

‘Funzioni di insegnamento’ vuol dire che alcuni di loro erano docenti del corso di formazione tecnica degli ORV, Osservatori Rilevatori Vampa, artiglieri specializzati nel rilevare topograficamente, nel bel mezzo della battaglia, le vampe nemiche, e comunicare alle proprie batterie le coordinate dei mezzi nemici da tacitare. La Caserma Piave era una Caserma di Artiglieria.

Fra i docenti sottotenenti ve n’era uno che si mostrava più democratico degli altri, e si sforzava di parlare con gli studenti soldati, specialmente quelli che frequentavano il Gruppo di Studio. Si mostrava. Si sforzava.

Nel corso di una lezione, seduto in un banco in fondo all’aula, rispondo ad una richiesta di informazione del compagno di banco mostrandogli il mio quaderno di appunti. Dalla cattedra si alza un grido. È il sottotenente che grida. “Misuraca! Cosa fai mentre spiego? Ti occupi d’altro? Fermo lì! Mostrami il quaderno!”

Si avvicina rapidamente, a larghi passi, sperando di cogliere in fallo questo Misuraca che nei dialoghi pubblici non manifesta la minima deferenza nei riguardi di una persona graduata e laureata quale egli è, e argomenta liberamente.

Gli porgo il quaderno dicendo: “Mostravo la formula matematica che aveva appena cancellato dalla lavagna.” Afferra, constata, gira i tacchi e se ne va.

Io: “Verificato il suo errore, adesso può chiedermi scusa.” Lui, voltandosi di scatto, incredulo: “Io chiedere scusa a te? Un sottotenente a un soldato?” Io: “La funzione di docenza o di comando non cancella i doveri della buona educazione.” Non replica, mi guarda dicendo con gli occhi sbarrati e col gonfiore delle vene del collo: “Non finisce qui, caro il mio maestro dell’arte del vivere civile. Questa me la paghi. Stai in campana…” e torna in cattedra, sotto gli sguardi misti di sorpresa, ammirazione, riprovazione, dell’intera classe.

Nei giorni seguenti, il Gruppo di Studio si accrebbe ulteriormente.

{Questo racconto è il capitolo settimo del libro a puntate a quattro mani 'Il Sessantotto in Caserma'. L'intero lo trovi QUI }


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racconti di poche parole : Diavoli del Meridione (5)
di fulmini , Tue 5 February 2013 5:00
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Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

5. Lellè

Anch’io ero un diavolo, in Calabria.

Torniamo alla fucilata di don Lucrezio al picciotto irrispettoso (Storie di poche parole). In quel torno di tempo nostro padre aveva comperato al primogenito Luigi ed a me secondogenito, una carabina cecoslovacca di precisione. Una mattina del millenovecentocinquantasette – avevo nove anni - era rincasato con l’arma meravigliosa. Ci aveva spiegato come funzionava, mostrato come s’impugnava e sparava, e consegnato due scatolette, una piccola per i piumini del tiro a segno – con le code variamente colorate, una più grande con i piombini per la caccia – cilindretti cavi terminanti da una parte in un cono.

Pranziamo, nella sala grande completa di cucina e di camino, la finestra è aperta sulla campagna e intravvedo con la coda dell’occhio qualcosa.

Un colombo attraversa in diagonale il vano della finestra e va a posarsi fuori campo, capisco bene dalla traiettoria dove. Lascio trascorrere pochi secondi, mi alzo ed esco dalla stanza fingendo di andare al gabinetto. Entro invece nella stanza da letto e studio di Luigi e mia, prendo la carabina, la apro, prendo un piombino dalla scatoletta, la carico, esco di casa, faccio una ventina di passi lenti e muti in direzione del colombo posato, lo vedo, pastura, lo miro, mi vede, sparo, l’uccido. Torno in casa, rimetto la carabina a posto, rientro nella sala da pranzo, e vado a poggiare il colombo sparato sul tavolo imbandito, a fianco del piatto di mio padre.

Mio padre guarda il colombo e guarda me, ammirato.

Ricambio il suo sguardo di grande riconosciuto cacciatore, e inquadro in panoramica: Giuseppe, al mio fianco, il terzogenito, ha quattro anni - mi osserva e osserva gli altri cercando di capire cosa è successo; mia madre Antonia, di fronte, ha in braccio Edoardo quartogenito, di pochi mesi - scruta ansiosa mio padre cercando di capire cosa potrebbe succedere; infine, alla destra di mio padre, Luigi con gli occhi velati, colpito anche lui da una fucilata, la fucilata della mia spropositata bravura che lo precipita al secondo posto della gerarchia filiale.

Ecco di quanta diabolica spietatezza era capace Lellè, che da quel giorno divenne Pasquale.


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racconti di poche parole : Il Sessantotto in Caserma (6)
di unviaggiatore , Sun 3 February 2013 5:00
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Scuola di artiglieria

Che cosa ci facevo in quella Caserma? Scuola di artiglieria, dove ci dicevano che gli ordini si eseguono senza discutere e che non si parla di politica. Gli ufficiali sapevano che l'anno prima era stato ucciso Ernesto “Che” Guevara ma se lo era meritato. Sembrava che non sapessero che i colonnelli greci avevano condannato a morte Aleko Panagulis. Fuori, giovani operai e studenti manifestavano insieme. Nella Caserma Piave ordine e disciplina, ma era il Sessantotto.

In camerata

Dopo il silenzio si spegnevano le luci, restava accesa per motivi di sicurezza solo una lampadina blu che diffondeva una luce fioca, più che una luce si poteva definire una gradazione di buio. Tuttavia qualcuno riusciva a leggere, quando molti erano assonnati, soddisfatti di riposare, improvvisamente una voce:
A GENTILE RICHIESTA LEGGERO' KAFKA
era Pasquale, poi la voce di Antonio:
PASQUALE MALEFICO!
Ormai era diventata una consuetudine, volavano scarponi ma il lettore notturno riusciva a evitarli senza interrompere la lettura che nessuno aveva richiesto. La cosa mi divertiva e continuava. Poi una sera silenzio, di soppiatto sono andato dalla branda di Pasquale, dormiva.
- Pasquale, mbeh Kafka? -
Mentre si alzava sono tornato velocemente alla mia branda aspettando divertito la reazione di Antonio ma qualcosa stava per cambiare.
- A gentile richiesta leggerò Kafka -
GIULIANO MALEDETTO!
Antonio mi aveva visto.


(Giuliano Cabrini)


{Questo è il sesto racconto di un libro a puntate dal titolo ‘Il Sessantotto in Caserma’. L’intero lo trovi QUI }


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