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racconti di poche parole : I diavoli del Meridione (9)
di fulmini , Thu 8 August 2013 6:00
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Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

9. Liliana

Era la figlia preadolescente del capostazione.

E dentro la stazione ferroviaria abitava, di fianco all’Avviamento, all’estremità orientale di Siderno, verso Gioiosa, e tuttavia frequentava la Media, che si trovava all’estremità occidentale del paese che comincia col sì e finisce col no, verso Locri. Nella Media si studiava il latino e si aspirava al Liceo e all’Università, buoni per comandare, all’Avviamento ci andavano invece i destinati a obbedire, quelli che dovevano trovare subito un lavoro pratico, costrittivo, univoco. Insomma era ambiziosa, Liliana, posseduta da quella “voglia di andare in ogni direzione” che eccita e strazia tutta la piccola borghesia di tutto il mondo.

Aveva i capelli neri come la notte e la pelle bianca come la luna, e ne ero totalmente innamorato.

Non sapevo come avvicinarla, non avevamo amici comuni, ma non ci pensavo nemmeno: l’amore per me ragazzo meridionale del Novecento era fatto di sguardi distanti, di immagini, era una questione visiva, non tattile, non olfattiva, non gustativa. Certo, era anche una questione acustica, ma appunto non osavo e anzi evitavo di avvicinarmi a lei. La mattina, ogni mattina del 1958, nello spiazzo antistante l’edificio della scuola Media, la ammiravo a distanza di sicurezza, e ne ricavavo sempre un brivido caldo dietro lo sterno.

Ma un mezzogiorno, distratto da un compagno, uscendo dalla scuola, mi trovai a scendere le scale al suo fianco.

Lo stordimento provocato dal fruscio della sua gonna sulle mie gambe scoperte dai pantaloncini corti, e lo sbalordimento dell’essere avvolto nel suo odore, mi levarono quasi la vista e il respiro, ero sul punto di svenire, quando parlò, dicendo qualcosa alla sua compagna del cuore. Era la sua voce? Guardai le sue labbra per assicurarmene, sì, si muovevano, e le parole uscivano dai suoi denti bianchi come il latte e dalla sua lingua rosa puntinata come la fragola. Ma il suono delle sue parole non corrispondeva a niente di umano. Era un suono gutturale e afono allo stesso tempo, rauco e dissonante, un rantolo, un crepitio respiratorio, un affanno agonico. Prima di toccare l’ultimo gradino della scala e lasciarla allontanare nel Sole ne ero totalmente disamorato.

Certo la Natura (comprese per primo Eraclito di Efeso) e anche Dio (sapeva già Michelangelo Buonarroti) e infine il Diavolo (ho imparato a mie spese) amano prima nascondersi e poi rivelarsi - nei dettagli.

{Questo è il nono racconto del libro a puntate 'I diavoli del Meridione'. L'intero lo trovi QUI }

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racconti di poche parole : Diavoli del Meridione (7)
di fulmini , Sun 5 May 2013 6:00
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Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

7. U signurinu

Restituisco ai contadini confinanti l’asino stremato e corro a casa.

Non incontro nessuno dei miei familiari, non cerco nessuno. Mentre afferro e carico la carabina ad aria compressa e intasco due pugni di piombini, mi risuona in testa: ‘u signurinu’. In quanto figlio di ‘signori’, don Lucrezio cinofilo e donna Antonia professoressa, per i coetanei conosciuti e sconosciuti delle campagne orientali di Siderno ero ‘u signurinu’. L’epiteto era un misto di irrisione (il ragazzo che studia e studia, delicato come una signorina) e invidia (uno destinato a diventare signore, di quelli che comandano). I figli indiavolati di quelli che obbediscono avevano assalito con le fionde 'u signurinu'.

Corro verso il vallone dell’agguato subíto pensando “Ora vi mostro io cos’è un signorino”.

Arrivo ai bordi della sua timpa occidentale e osservo i coetanei dall’alto del precipizio: ridono e giocano eccitati sotto il Sole, intorno alla polla dell’acqua sorgente. Scendendo i tornanti del viottolo che si torce sul fianco del vallone comincio a sparare. Il primo coetaneo, colpito, grida, carico un altro piombino, miro, sparo un altro, urla, ricarico, un terzo tenta di caricare la fionda ma i piombini fischiano e rinuncia, sparo alle gambe, alle mani, alle teste quando sono girate, non sparo in faccia, e gli indiani schizzano via confusi e impauriti, e risalgono l’altra timpa, l’orientale, dalla quale erano calati tirando con le fionde. Avanzo, sparo ancora, ancora. “Ecco cos’è un signorino!”

Ma non finisce così, a caldo, la mia reazione furibonda.

Due giorni dopo, terminate le lezioni – sto frequentando la quinta elementare a Siderno - torno a piedi verso casa, e sulla strada tra il paese e l’entroterra vedo da lontano un coetaneo in bicicletta, una mano sul manubrio e l’altra a reggere una bottiglia di birra piena di vino comprato sfuso in qualche bottega. Mi pare di conoscerlo, anzi di riconoscerlo, sì, è uno dei ragazzi che mi hanno assalito con le fionde nel vallone! S’avvicina, trasale, prova ad accelerare, a schivarmi, ma nel momento in cui mi passa a fianco, artiglio la bicicletta dal manubrio e dal sellino e la scaravento lui compreso sul selciato. Il ragazzo riverso, il ginocchio sbucciato, gli occhi neri che m’inquadrano sbarrati, i vetri della bottiglia rotta, la larga macchia del vino sull’asfalto.

Sembravo indiavolato. Ero indiavolato. Sono dovuto andare via da quel paradiso, per non rimanere diavolo tra i diavoli.

{Questo è il settimo racconto del libro a puntate 'Diavoli del Meridione'. L'intero lo trovi QUI }


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racconti di poche parole : Il Sessantotto in Caserma (11)
di fulmini , Mon 22 April 2013 6:00
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11. Lo sciopero della fame

La reazione iniziale degli ufficiali della Caserma Piave allo sciopero della fame di buona parte dei militari di leva fu l’incredulità, puntinata da aggrottamenti di ciglia (ufficiali di carriera) e sorrisetti nervosi (ufficiali di complemento). Non credevano ai propri occhi e ai propri orecchi: a colazione, a pranzo, a cena, ordinatamente, una fila silenziosa di giovani in divisa militare prendeva il rancio e, invece di sedersi ai tavoli e consumarlo, continuava a camminare fino in fondo alla sala, lo rovesciava nei secchioni, impilava i piatti e usciva.

Ci alimentavamo con panini, comprati in libera uscita. Ci fu anche chi lo fece rigorosamente, lo sciopero – non mangiando in alcun modo, concedendosi solo qualche bevanda.

Molti, i componenti il Gruppo di Studio primi fra tutti, furono convocati singolarmente, prima dagli ufficiali della Caserma, poi, trascorsi tre giorni, da ufficiali accorsi da Roma a indagare la manifestazione e i manifestanti.

Ci convocarono infine tutti al cinema della Caserma, e interrogarono pubblicamente, intimidatoriamente, a caso. Qualcuno si confuse, qualcun altro si impaurì, l’insieme tenne duro. A Giuliano domandarono le ragioni della protesta e lui non rispose direttamente, guardando dritto negli occhi un ufficiale indispettito, facendo capire che il motivo dello sciopero non era semplicemente la qualità scadente del rancio bensì l’arroganza della burocrazia militare.

Andammo avanti per una settimana. Ci riunimmo nel Gruppo di Studio, valutammo la situazione, lo sciopero era sostanzialmente riuscito, decidemmo di sospendere. Da quel momento, nei rapporti tra gli ufficiali di carriera e di complemento e noi militari di leva, rilevammo dei cambiamenti significativi. Da parte loro erano aumentati il sospetto e il rispetto, da parte nostra erano diminuiti il senso di umiliazione e il timore del comando.

(Pasquale)

{Questo è l'undicesimo racconto di un libro a puntate dal titolo ‘Il Sessantotto in Caserma’. L’intero lo trovi QUI }


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racconti di poche parole : Il Sessantotto in Caserma (10)
di fulmini , Sat 6 April 2013 6:00
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10. Il giorno dell'esame

La notizia nel pomeriggio:
-Domani mattina l'esame, tutti i radaristi in aula radar-
Una specie di garage con la porta aperta sulla strada, entravamo due alla volta, due domande semplici, il nome del radar e come funzionava
Sono stato tra i primi a essere interrogato con Menotti, fuori radaristi in attesa e altri militari curiosi.
Menotti, lui ci teneva a superare l'esame in modo eccellente e quindi rispondeva a voce alta scandendo le parole

-Radar AN TPS 25 Green Arcer, radar contro mortai-

-LI MORTAI VOSTRI-

La voce arrivava da fuori, non ero stato io ma non avrei dovuto ridere.
Tutti superammo l'esame, l'istruttore ci aveva detto che cosa dovevamo rispondere, dovevamo dire che il radar rilevava la posizione del mortaio per estrapolazione, se ci avessero chiesto il significato della parola non lo avremmo saputo. Io e Menotti ottenemmo il punteggio più alto, diciotto ventesimi, quindi saremo rimasti alla caserma Piave.
Ci siamo chiesti perché avessimo avuto un punteggio superiore agli altri, non sapevamo più degli altri e tutti avevamo risposto allo stesso modo.
Forse abbiamo capito il motivo il giorno di Santa Barbara festa, dell'artiglieria, quel giorno la caserma era aperta al pubblico per la cerimonia, entrambi alti un metro e settantaquattro centimetri stavamo bene di guardia ai lati della porta del palazzo delle camerate.
Il reparto corsi era aperto non solo agli artiglieri ma anche a altri corpi, quella volta non c'erano paracadutisti quindi ci hanno fatto mettere il basco da paracadutista ma l'uniforme era dell'artiglieria. Si è avvicinato un maggiore paracadutista
-Ragazzi siete di Pisa o di Livorno?-
Che cosa potevo dire?
-Guardi le mostrine signor maggiore-
-Ah artiglieri-
Se ne è andato ridendo.

(Giuliano)


{Questo è il decimo racconto di un libro a puntate dal titolo ‘Il Sessantotto in Caserma’. L’intero lo trovi QUI }


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racconti di poche parole : Vicini di casa
di fulmini , Wed 3 April 2013 6:00
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