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racconti di poche parole : Bocca, lingua, mani, testa
di fulmini , Tue 18 March 2014 5:00
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C’era una volta un bambino balbuziente. Voi non sapete cos’è un balbuziente. Lo sapevano i romani antichi, che chiamavano barbari, cioè balbuzienti, quelli che non erano come loro perché non parlavano come loro.

Ma quel bambino non voleva essere come loro, non voleva essere come gli altri che lo deridevano perché s’inceppava nel parlare. Non quiero ser copia de nadie / pues soy imagen de Dios. Non voglio essere copia di nessuno / dal momento che sono immagine di Dio.

Divenne ragazzo, e adolescente, e giovane, e uomo, e vecchio, il bambino balbuziente, e mai gli riuscì di parlare fluentemente, distrattamente. Cercava sempre le parole una a una, e le inanellava faticosamente, ansiosamente. Ma non fu mai triste quel bambino, dall’inizio alla fine, perché loro, i romani antichi che lo circondavano, non erano come lui. Non sapevano fare ciò che lui sapeva fare di più.

E cosa sapeva fare, se non sapeva usare la bocca e la lingua? Sapeva usare le mani e la testa. Non poteva fare l’attore? Fece di più: il regista. Non poteva fare il parlatore? Fece di più: lo scrittore. Non poteva sussurrare parole d’amore a una donna? Compose poesie d’amore per tutte le donne. Non poteva fare il politico? Fece di più: lo scienziato. Non poteva fare Aronne, il portavoce? Fece di più: divenne Mosè, il liberatore del popolo e suo legislatore.

Esodo 3-4: Dio disse a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele. Va'! Io ti mando dal faraone.” Disse Mosè a Dio: “Non sono uomo di parole io, perché sono pesante di bocca e pesante di lingua.” Disse Dio a Mosè: “Chi ha messo una bocca all’uomo e chi renderà muto o sordo o vedente o cieco? Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò ciò che dirai. Non c’è Aronne tuo fratello? Parlerai a lui e metterai le parole nella sua bocca. E parlerà lui per te al popolo. E sarà che lui sarà per te come una bocca e tu sarai per lui come Dio.”

Pasquale Misuraca

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racconti di poche parole : I diavoli del Meridione (11)
di fulmini , Tue 8 October 2013 6:00
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Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

11. Anna.

Anna, nonna Anna, anche lei era un diavolo, un buon diavolo però.

Tanto nonna Ciccina, la madre di mio padre, era iperbolicamente cattiva come soltanto i veri diavoli vogliono essere, tanto nonna Anna madre di mia madre era iperbolicamente buona – come solo i buoni diavoli sanno essere. Sì, lo so, ‘buon diavolo’ è un ossimoro – l’unione di due termini contraddittori-, ma chi non ha visto almeno una volta nella vita un ossimoro vivente (magari guardandosi allo specchio)?

Che fosse un diavolo, buono ma diavolo, nonna Anna, lo si intuiva dal suo respiro sibilante e fischiante.

Anna Lo Giudice rimase vedova giovane e morì prima d’invecchiare, di asma. Contrasse la malattia di colpo, una mattina di novembre degli anni venti del Novecento. Erano trascorsi dieci anni dalla morte di Giuseppe Marra, il marito della gioventù, e i familiari tutti erano al cimitero per assistere all’esumazione della salma. Lei no, non voleva vedere. Così, stava affacciata alla terrazza pergolata della casa all’Eremo, la collina puntuta che domina tutta Reggio Calabria, e anche il cimitero -distante dalla casa vuota un tiro di fucile. Nel momento in cui aprirono la cassa lei vide – disse poi - “comu na fumata” salire al cielo. Giuseppe era morto per le tante ferite della Grande Guerra, per cominciare a seguirlo ad Anna bastò una ferita sola, lunga “quantu nu tiru di dubotti”.

Che fosse un buon diavolo, nonna Anna, io lo capivo dal suo passo a volte rumorosissimo.

Si distendeva su un traliccio di canne, sulla terrazza pergolata, una meravigliosa vite di zibibbo piantata da Giuseppe, che veniva su dal piano terra con un tronco forte e torto come una colonna del baldacchino del Bernini in San Pietro. Ogni agosto degli anni della mia infanzia ne rubavo i chicchi più saporiti e più grossi, arrampicato pericolosamente su una scaletta incerta per meglio spennare gli enormi grappoli dorati. Lei che era gelosissima dello zibibbo, lo sapeva e mi lasciava fare. Quando doveva proprio salire al piano di sopra, immaginandomi in bilico sulla scaletta ballerina, faceva un baccano del diavolo calcando i passi sullo scalone interno di legno pieno. Per avvertirmi, per non spaventarmi comparendo improvvisamente.

Avevo tutto il tempo di scendere, nascondere la scala del Paradiso, correrle incontro, abbracciarla e solleticarla. Sibilando e fischiando lei rideva e pregava: “Non mi fari rririri, Peppinuzzu, non mi fari rririri”, nonna Anna.



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racconti di poche parole : I diavoli del Meridione (10)
di fulmini , Mon 16 September 2013 6:00
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Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

10. Figghioli

E da allora (1966) fino ad oggi - ti sarai chiesto, desocupado lector di questo libro a puntate - non sei più tornato in paradiso?

Le volte che l’ho fatto si contano sulle dita di una mano - ti rispondo. L’ultima, era il 1994, ci sono tornato per seppellire mio padre, don Lucrezio, quello che apre il libro a fucilate. Io per me preferisco essere incenerito e disperso, meglio ancora: essere mangiato dai miei amici e dai miei nemici - allegramente si capisce. Non comprendo l’ormai anacronistico tabù del cannibalismo, dal momento che la crisi alimentare sarà superata, certo, non però da un rigoroso veganesimo bensì da un autentico onnivorismo. Ma torniamo a mio padre - lui non me l'ha chiesto, non me lo sono mangiato, l'ho sistemato in un loculo del cimitero di Siderno, sui fianchi di una collina di fronte al mare Ionio, per fargli vedere arrivare ancora, ogni autunno, le quaglie, dall'Africa.

Sono tornato e ho trovato il paese della mia infanzia distrutto come da un terremoto: negozi con le merci allineate a terra lungo i muri, sguardi obliqui e attoniti, incendi a macchia di gattopardo – i segni della ‘ndrangheta.

Nemmeno per guardare in faccia i ‘ragazzi di Locri’, ci sono tornato da quelle parti. Gli adolescenti e i giovani che, dopo l’assassinio di ‘ndrangheta di Francesco Fortugno vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria (ottobre 2005) hanno cominciato a manifestare pubblicamente il loro disagio, la loro indignazione, la loro volontà di cambiare lo stato criminale delle cose. Non avrei sopportato di vedere accanto ai loro angelici volti, i volti diabolici dei loro padri, che niente hanno fatto e niente fanno contro la ‘ndrangheta. Naturalmente questi padri sono tutti diversi tra di loro, sono persone con nome e cognome, e tuttavia possono essere compresi in tre idealtipi sociologici: i pochi - che hanno contrastato la ‘ndrangheta, i moltissimi - che l’hanno tollerata, i molti - uomini di ‘ndrangheta.

Ecco il comportamento tipico dei moltissimi, nel racconto di prima mano di un amico d’infanzia che si ostina a tornarci, per le ferie e le feste, in Calabria.

Entra in un bar di Locri. Sono le quattro di un pomeriggio del dicembre 2005. Ci sono alcuni di questi padri al suo interno, prendono il caffè e scambiano qualche parola. Il discorso gira sui fatti di Locri, l’omicidio “misterioso” del politico eminente, l’iniziativa clamorosa degli adolescenti e giovani loro figli. Ecco la conclusione: padre A: “…figghioli…” - padre B: “…iocanu…" Traduco in italiano: “…ragazzi…” - “…giocano…”

Non ci torno, nemmeno morto, in Calabria. Meglio disperso, o mangiato – fate voi.


---


Questo racconto fa parte dell'ebook 'Storie di poche parole' che ho pubblicato recentemente su Amazon: https://www.amazon.it/Storie-poche-parole-Pasquale-Misuraca-ebook/dp/B076H8VNH9/ref=sr_1_10?s=books&ie=UTF8&qid=1542030505&sr=1-10&refinements=p_27%3APasquale+Misuraca


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racconti di poche parole : Noemi
di fulmini , Wed 14 August 2013 6:00
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Ieri, Bruno, un amico coetaneo che fa il commerciante, un uomo sempre sorridente, mi ha commissionato una favola per la sua nipotina Noemi di quattro anni. Si sta spargendo la voce che scrivo per i bambini e le bambine su commissione. Sono contento.


C’era tanti giorni fa un paese dove i bambini nascevano senza nome, perché – pensavano giustamente i suoi abitanti – come si fa a mettere il nome appropriato a qualcosa o a qualcuna che ancora non si conosce?

In questo bel paese, un bel giorno, nacque una bambina.

La sua mamma la prese dolcemente in braccio, la guardò bene bene, la passò gentilmente al papà, che la guardò molto molto, ed entrambi ne ricavarono grande gioia e infinita delizia, ammirando la dolcezza del suo volto, la gentilezza dei suoi gesti, la gioia dei suoi occhi, la delizia della sua boccuccia.

Infine si guardarono sorridendo e, ricordando che esisteva un nome proprio di persona che significava nello stesso tempo "dolcezza" e "gentilezza" e "gioia" e "delizia”, la chiamarono Noemi.

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racconti di poche parole : Magia dei colori
di fulmini , Fri 9 August 2013 6:00
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Anna moglie di Edoardo mio fratello per professione e vocazione fa l'insegnante di scuola elementare, e mi ha invitato nello scorso mese di maggio a fare da 'cicerone' ai suoi studenti in visita al Colosseo. Ci siamo divertiti tanto un intero pomeriggio. Alla fine mi hanno ringraziato cantando.
Poi, qualche giorno dopo, mandandomi via email qualche foto scattata nell'occasione, Anna mi ha domandato una favola, sempre per i suoi amati studenti, dal titolo Magia dei colori.
Ieri l'ho scritta, chissà perché, ascoltando la Quarta Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

C’erano una volta tre colori: il Rosso, il Giallo, il Blu. Il Rosso e il Giallo si amarono e nacque l’Arancione. Poi si amarono il Rosso e il Blu e nacque il Viola. E quando si amarono il Giallo e il Blu nacque il Verde.
C’erano una volta sei colori: il Rosso, il Giallo, il Blu, l’Arancione, il Viola, il Verde.
Oggi ci sono moltissimi colori: quante sono le stelle in cielo, quanti sono i granelli di sabbia sulla terra, quanti sono gli amori in cielo e in terra.
Ogni amore un colore.
Ogni amore nuovo un colore nuovo.
Magia dei colori.

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