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racconti di poche parole : La pentola ammaccata
di fulmini , Sat 10 June 2017 4:00
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(Ho conosciuto, grazie ad Alexandra la complice, Angela Argentino scrittrice, la quale mi ha concesso di ripubblicare qui nel sito-rivista un suo notevole racconto. La ringrazio. Buona lettura. Pasquale Misuraca.)

La pentola ammaccata
Racconto di Angela Argentino

La campana suonò di nuovo, quel suono sgraziato che mi faceva sempre pensare a una bombola di gas percossa da una bacchetta di ferro.
Aperti gli occhi, colgo il grigio del cielo e una assenza di suoni, come quando si aspetta la neve.
-"Passerei tutta la mattinata a letto"- è il mio pigro pensiero.
-"Non abbiamo acqua! Si sono congelate le condutture!"- Arriva dalla cucina la sentenza di mio marito.
In un attimo, il piacere del tepore sotto la trapunta, in una domenica di gran freddo, aspettando la neve che ha coperto persino l'isola di Skopelos, scompare.
Al suo posto, una stizza che mi fa saltare dal letto, una rabbia puerile contro i villaggi, contro i suoi abitanti sempre più vecchi e sempre più passivi, contro le Amministrazioni corrotte ad ogni livello, contro gli idraulici del Comune che quando hanno sostituito i tubi in amianto della rete idrica, hanno lasciato troppo in superficie quelli nuovi.
-"Avremmo dovuto lasciare un rubinetto scorrere e coprire con un po' di paglia il nostro tubo che è scoperto"-
Parla con se stesso mio marito, anche se usa il plurale.
È sua, la cultura contadina della previdenza che lo impregna; sua, la casa dove viviamo da due anni, dove ha voluto tornare a vivere per curare i vecchi del posto in cui è nato.
Mi manca come può mancare un piede, la nostra casa di Lefkada che guarda il mare. In quell' isola mi sono sentita, per tanti anni, semplicemente dall'altra parte dello Ionio e della mia Sicilia.
Qui, in questa pianura macedone tracciata dal fiume Strimonas, mi sento, invece, creatura di frontiera, estranea, desolata. Sola.
Tengo celato questo sentimento di estraniazione per non far soffrire l'uomo tenero che è il mio compagno di vita e padre dei nostri figli.
Ma avete mai visto il vento restare prigioniero dentro l'otre? Io sono una Pandora consapevole. Stappo spesso e volentieri il mio vaso.
Ora dobbiamo fronteggiare l'emergenza, raccogliere l'acqua per i bisogni più impellenti. Servono bottiglie, bidoni, bacinelle.
Nelle case di campagna, seppure restaurate e dotate di tutti i servizi, le stalle non vengono mai abbattute. A memoria della storia familiare, per rispetto di quegli eroi contadini che ora ci guardano dai ritratti poggiati sul buffet , davanti ai quali mio marito ha già acceso la candela della domenica.
Ecco mio suocero Panaghìotis, in una foto in bianco e nero, con la sua "τραϊάσκα" (1) in capo, gli occhi mansueti, il cui colore tra il miele e la la nocciola è passato negli occhi di mia figlia.
Ecco mia suocera Anastasìa con il suo fazzoletto nero legato dietro la nuca.
Nessuno dei due sorride; accennano soltanto. Vivendo qui, ho imparato che le vecchie generazioni avevano paura di mostrare la loro gioia, le rare volte che la provavano. Un retaggio secolare di tragedie, li portava a credere che un dio maligno e invidioso avrebbe trasformato la risata in pianto. Ancora oggi, subito dopo una risata, si dice" Σε καλό να μας βγει ". (2)
È dunque nelle stalle dismesse che andiamo a cercare i recipienti che ci servono.
Qui non si buttava e non si butta niente. Sta ancora in piedi un vecchio materasso riempito di lana e foderato con una tela tessuta al telaio dalle donne della famiglia, Anastasìa e le sue 5 figlie, che dovevano lavorare nei campi e a casa.
Ecco i vecchi ma capaci pentoloni che ho riposto in un armadio. Sollevo una pentola di alluminio, con il coperchio a tronco di cono, come quella in cui gli arabi preparano il cous cous.
Un attimo. Ritorna la memoria. Non era questa pentola, che si ammaccò su un fianco, quella che la Kυρία (3) Anastasìa lanciό fuori dalla porta con tutto il suo contenuto di spaghetti, un lontano giorno d'estate?
Stavo trascorrendo un breve periodo da loro, ero ufficialmente la "γκόμενα" (4) del loro unico figlio maschio, e non avevo ancora capito che speravano che lui, una volta laureato e tornato definitivamente in Grecia, mi lasciasse dove mi aveva trovata.
Il κύριος (5) Panaghiòtis e la κυρία Anastasìa erano andati a Kavala per il funerale di un fratello di lei ed erano mancati da casa per tre giorni.
La loro assenza ci aveva fatto ritrovare l'intimità e le abitudini condivise in Italia.
Mi misi dunque ai fornelli per mangiare, finalmente, un buon piatto di spaghetti al pomodoro.
Cosa fece scattare, in lei, quella reazione rabbiosa?
Quale gelosia primordiale si impossessò di lei, quale pericolo percepì più vicino e più grande, quando al ritorno, dopo tre giorni di lutto e di disagio trascorsi nella casa del fratello morto, trovò me a cucinare per l'unico oggetto del suo amore?
Uno scatto improvviso, un agile movimento delle sue braccia e il " τεντζερι" (6) volò in giardino, con tutto il suo contenuto.
-"O γιος μου δεν τρώει μακαρόνια. Για τον γιο μου χρειάζεται κρέας!" - (7)
Fu il suo primo eclatante rifiuto. Ne vennero altri e più gravi che compromisero per sempre la possibilità di sentirmi in seno a una nuova famiglia, dopo aver lasciato alle mie spalle una intera vita.
Mentre porto il "τέντζερι" ammaccato nella nuova cucina che ho fatto costruire, forse inconsapevolmente, per avere uno spazio nuovo e solo mio, dove lei non ha vissuto, mi torna l'eco delle mie parole, qualche tempo dopo l'episodio della pentola.
In un greco stentato cercavo di esprimere cose importanti, dovendo fare ricorso solo a piccole frasi di uso quotidiano, quel poco che ero riuscita a imparare nei tre mesi dopo il matrimonio.
Ma seppi dire ai due vecchi di mettersi seduti e stare ad ascoltarmi. E riuscii a dir loro la grande verità : " Άφησα ότι είχα και δεν είχα για να μην σας τον πάρω ". (8)
Ora sono morti. Il tempo del risentimento non ha più altre stagioni. I conti sono stati chiusi. Sono rimasti il vostro sacrificio e la vostra dignità di poveri. È rimasta l'eredità di questo grande figlio che, al termine di una carriera medica dentro gli ospedali, ora è tornato nella sua casa, nel suo villaggio, dai vecchi che lo videro bambino.
Io lo seguo sempre, ovunque vada.
E con il "τέντζερι" ammaccato, in questa domenica senza acqua corrente, aspettando la neve, mi fermo davanti a voi e recito "Αιώνια η Μνήμη αυτών ". (9)

****

Trascrizione fonetica e traduzione delle note

1. ‘’Trajasca ‘’ Coppola con visiera
2. ‘’Ghià kalò na mas vghì’’ Che ci porti bene
3.’’kirìa’’ Signora
4. ‘’ Gòmena’’ Amante,donna.
5.’’Kìrios’’ Signor
6. ‘’ Tènzeri’’ Pentola di foggia orientale
7." O ghiòs mu den tròi makarònia. Ghià ton ghiò mu hriàzete krèas ‘’ Mio figlio non mangia pasta! A mio figlio serve la carne!"
8."àffisa oti ìha ke den ìha ghià na mìn sas ton pàro ‘’ Ho lasciato quello che avevo e non avevo, per non toglierlo a voi"
9."Eònia i mnìmi aftòn’’ Eterna sia la loro memoria

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racconti di poche parole : L'uomo nero
di fulmini , Wed 29 March 2017 4:00
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racconti di poche parole : Memorie dal condominio - 5
di fulmini , Mon 6 March 2017 4:00
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5 – Il nido nelle radici

Nelle radici pensili di una pianta del balcone labicano i merli hanno fatto il nido.

Sono anni che questa pratica persiste. La pianta sta nel vaso grande e rettangolare, a sarcofago per intenderci, nel quale ho trapiantato anche la stephanotis, condiviso leopardianamente con una miseria, una parietaria, un asparago e un ciclamino immigrato dai boschi Sabatini. La pianta delle radici pensili avrà un nome, ma non lo conosco, l’abbiamo trovata tra le piante indigene acquistando la casa e non c’era il cartellino.

È una pianta invasiva endemica di via Labicana, di cui ha conquistato balconi, terrazze, tetti, marciapiedi, forse cantine e sotterranei (non lo so per certo perché sono claustrofobico e non li frequento). Resiste a tutte le stagioni e non ha bisogno di niente, nemmeno di acqua. E in cambio del niente regala ombrelli-grappoli-orecchini di campanule rosa-viola-indaco, in pieno inverno (al pari del nespolo, che però fa i fiori all’insù). E le radici pensili tutto l’anno questa pianta regala, a chi sa cosa farne. Come questa coppia di merli profughi da un cespuglio di edera e rose del giardinetto dietro il cortile, cancellato da un cittadino al quadrato irritato dalla loro simbiotica vitalità.

Tutte le primavere ed estati questa coppia di merli produce, cova, alimenta ed assiste fino alla volatile indipendenza una serie di allegri merlotti (o merletti, come li definisce la mia poetica complice). Quest’ anno ho contato cinque nidiate e sette, vogliamo essere prosaicamente precisi? turdidi merula. Ma è del nido delle radici che desidero oggi particolarmente dirvi. Le sue radici pendule occupavano e preoccupavano i condomini. Possono staccarsi, cadere, ferire. Sporcano. Sono antiestetiche. Attirano insetti. Ho resistito alle frecciatine. Hanno attirato i merli.

Cosa fanno gli umani di solito delle radici altrui? Le tagliano, dividendole dalla pianta viva. E vivono accanto ai fiori mozzati dei mazzi comprati, e le radici seccate disperse. I merli ne hanno fatto la base di nuove vite. Trasformandole. Come occorre fare con i libri, con i morti, con le tradizioni, con la storia, con la memoria. Secondo la lezione di Antoine de Saint-Exupéry (contenuta in Cittadella, un libro tanto bello quanto poco letto):

“Tu puoi solo vivere di quello che trasformi. Vivere per l’albero significa prendere della terra e trasformarla in fiori.”


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racconti di poche parole : Memorie dal condominio - 3
di fulmini , Wed 8 February 2017 2:30
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I coautori del sito-rivista hanno preso quasi tutti altre strade.
Per un mese ho tenuto il post sul mio film 'Il Negozio': https://www.youtube.com/watch?v=c2gsxjZplE0&feature=youtu.be
Da oggi il sito diventa anarchico e aperiodico.
Firmato: fulmini

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Memorie dal condominio - 3

3 - Il vecchio luminoso

Viveva e vive, al quarto piano della scala a, un uomo curvo.

Incrociandoci nel cortile condominiale labicano ci siamo sempre scambiati un saluto, da parte sua appena sussurrato dalle labbra introverse e molto accompagnato dagli occhi acquosi. L’altro giorno ho scoperto chi diavolo sia stato quest’uomo secco – grazie a una sua video-intervista: http://video.repubblica.it/vaticano/bruno-baratti-il-restauratore-della-sistina-cosi-abbiamo-cambiato-la-storia-dell-arte/245401/245485?ref=HRESS-1

Diamo la parola al vecchio ossimorico. “Come è capitato alla cappella Sistina, in questo lavoro?” “Bella domanda. Sono entrato ai Musei Vaticani come custode. Nel Sessantotto. Dopo due anni che stavo lì sono andato dal direttore e gli ho detto che vorrei cambiar posto perché la vita del custode non faceva per me, e ho avuto il coraggio di dire se mi mandava giù al laboratorio di restauro a fare il ragazzo di bottega. Ha accondisceso.”

“Quant’è durato?” “Dal 1980 al 1994. Quattordici anni.” “Senta, qual è la sensazione di lavorare tutti i giorni ad uno dei capolavori dell’arte?” “Beh, il senso dell’incoscienza ce l’avevo. Si lavorava tranquillamente, senza nessun affanno.” “Voi avete lasciato un pezzo com’era prima, vero?” “No, diversi pezzi…” “Perché li avete lasciati?” “Per far capire com’era prima del restauro.” “Molti storici d’arte pensavano che non andasse fatto questo restauro.” “Pensavano che Michelangelo fosse un pittore tenebroso, cosa che non era assolutamente vero.”

“Michelangelo è stato anche per voi un impegno fisico.” “Accidenti… Qualcuno ne paga ancora le conseguenze per il collo. A lavora’ a testa in su…” Ecco, ho immaginato per anni che la schiena curva del vecchio vicino derivasse da un sonnolento lavoro a testa in giù, da impiegato. Era invece un eccitante lavoro a testa in su, da restauratore del paradiso e dell’inferno. “Lei si considera un uomo fortunato ad aver fatto questo lavoro?” “Se dico di no il naso mi arriva fino a Civitavecchia.”

Avevano dunque torto il cineasta e l’evangelista: non tutti gli uomini Prefer Blondes (Howard Hawhs 1953) “preferiscono le bionde” alle brune, e μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς (Gv 3, 19) “le tenebre alla luce”.

(Alias, sabato 7 gennaio 2017)

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racconti di poche parole : Memorie dal condominio - 2
di fulmini , Sun 4 December 2016 4:00
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(Ri-pubblico qui per i lettori del sito-rivista il fulmine uscito ieri su Alias, supplemento culturale del manifesto inteso come quotidiano - sul quale tengo una rubrica da 10 anni: i miei fulmini escono il primo sabato di ogni mese.)

*

2 – La pianta mozzata

La stephanotis floribunda è rampicante, l’ho appreso trapiantandola.

Regalano alla mia complice una pianta del volgarmente detto ‘gelsomino del Madagascar’. Il vaso che la contiene è piccolo, la pianta soffre visibilmente (sono nipote di contadini e comprendo il linguaggio vegetale), la trapianto tosto in un vaso grande sul balcone.

Esplode, proiettando rami tentacolari in ogni direzione. Assicuro alla ringhiera di ferro fuso un traliccio di canne di bambù, non le basta. Tendo un filo di ferro filato tra la chiostrina e l’ultimo stenditoio, lo arpiona, vi si attorciglia fino agli estremi e li usa come corvi d’abbordaggio dei riccioli di ferro battuto che reggono il balcone della vecchia di sopra e sale, conquista la sua ringhiera, ramifica allegramente, fiorisce generosamente.

Bella di giorno, con le sue foglie carnose verde scuro alternate dai fiori bianchi cerei a forma di imbuto capovolto e coronato da una stella, di notte la stephanotis floribunda è fonte viva di un inebriante profumo. Ragione per cui i suoi fiori sono i preferiti sulla soglia della prima notte. La vecchia non reagisce subito all’assalto, probabilmente bigotta com’è le ricordano il protomartire lapidato dall’apostolo: Stefano infatti viene dal greco Στεφανος e vuol dire corona. Ma poi arriva il frutto.

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