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lo Stato del meridione : Giuseppe (Pippo) Fava
di filippopiccione , Fri 10 January 2014 5:00
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Il 5 gennaio, in seconda serata, a trent’anni dalla sua morte, Rai Tre trasmette un documento filmato su Giuseppe Fava, tratto dalle pagine del libro intitolato “Mentre l’orchestrina suonava gelosia” di Antonio Roccuzzo. Giuseppe Fava era un giornalista e scrittore siciliano che stava in prima linea nella lotta contro Cosa nostra e il malaffare isolano. Fonda e dirige una rivista mensile, “I Siciliani”, fatta di inchieste, indagini, cronache e reportage, avvalendosi di un gruppo di “carusi”, di coraggiosi giovani giornalisti. Denuncia l’esistenza di collusioni fra il mondo economico, il potere politico e l’Onorata società catanese è viene ucciso dai mandanti della mafia.

Nel 1978 la stessa sorte toccò - in maniera più eclatante e macabra, poiché era stato prima ucciso e poi buttato sotto un treno in transito per simulare un suicidio - a un altro giornalista che si chiamava Giuseppe (Peppino) Impastato. Il quale attraverso la sua radio affermava, tutte le volte che mandava in onda il suo “notiziario”, che Tano Badalamenti era un mafioso e un temibile capo della cupola di Cosa nostra. Prima e dopo Peppino Impastato e Pippo Fava i giornalisti che hanno pagato con la loro vita per le “scoperte che avevano fatto, la loro straordinaria capacità d’analisi e per aver saputo guardare oltre i fatti e le apparenze e arrivare a scoprire le ragioni del male che ci affligge”, sono stati tanti.

Mi ha colpito, a conclusione della trasmissione, l’intervento di un commentatore sulle ragioni per cui la mafia abbia voluto ammazzare Pippo Fava con cinque colpi di pistola alla nuca per mano di un sicario del boss Nitto Santapaola davanti al Teatro Stabile di Catania, mentre rientrava a casa. L’osservazione sull’uccisione di Pippo Fava si basava sul fatto che il giornalista catanese, qualche giorno prima, esattamente il 29 dicembre, aveva rilasciato una intervista a Enzo Biagi in cui denunciava l’attività malavitosa e criminale delle famiglie mafiose locali. L’intervista, trasmessa dal Canale Uno in prima serata, ebbe una notevole risonanza su tutto il territorio nazionale. La ragione per cui fu ucciso, secondo tale ipotesi, non sono state soltanto le sue inchieste condotte, sia pure con grande efficacia e ardimento, sul suo periodico, quanto per l’effetto e l’impatto dirompente avuto con l’intervista di Biagi che fu seguita da milioni di italiani sul piccolo schermo.

In quell’intervista Pippo Fava fra l’altro spiegava il suo pensiero in questo modo. “C’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono ministri, banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della Nazione. Quelli che chiedono la taglia a una piccola attività commerciale sono piccoli delinquenti, che ormai sono presenti in tutte le città italiane e europee. Il problema della mafia è molto più tragico e importante e rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale l’intero paese”.

Visto e considerato che la televisione è molto più influente, come in questo caso, dell’informazione della carta stampata, perché non si è voluto mandare in onda in prime time la trasmissione dedicata al grande giornalista e ai suoi giovani colleghi? Se non altro perché la loro grandezza e il loro coraggio civili avrebbero potuto essere portati a conoscenza di una platea molto più vasta di telespettatori.

Filippo Piccione

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lo Stato del meridione : Acqua Santissima
di filippopiccione , Wed 11 December 2013 5:00
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La letteratura sui rapporti fra mafia e chiesa si arricchisce di un altro importante capitolo. Un libro ( “Acqua santissima” - la chiesa e la ‘ndrangheta, storia di poteri, silenzi, assoluzioni – ed. Mondadori), scritto a quattro mani da due autorevoli protagonisti della lotta contro i clan mafiosi. Si tratta di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e Antonio Nicaso, esperto e studioso riconosciuto a livello internazionale della più temibile organizzazione malavitosa esistente: la ‘ndrangheta.

Altri prima di loro si sono occupati dell’argomento. Per tutti citiamo, Augusto Cavadi e Vincenzo Ceruso i quali sono autori di alcuni testi che parlano dei rapporti tra mafia e chiesa cattolica. Il primo scriveva qualche anno fa che “la storia della Sicilia – come la sua cronaca contemporanea – non si spiega senza tenere nel debito conto l’influenza delle istituzioni religiose in generale, della chiesa cattolica in particolare. Sarebbe molto strano se diffusione capillare del cattolicesimo e mafia fossero due fenomeni indipendenti” (“ La mafia spiegata ai turisti”- ed. di girolamo). Il secondo, attraverso una inchiesta sub specie ecclesiae, racconta la storia di un “tenebroso sodalizio” fra gli uomini di Cosa nostra e la chiesa che si perpetua nei palazzi arcivescovili e le chiese di campagna, tra una festa popolare e la processione di un santo patrono (“Le sagrestie di Cosa nostra” – Newton Compton Editori).

Gli autori di “Acqua santissima”, raccontano la storia di sacerdoti e vescovi che hanno accettato le logiche della ‘ndrangheta ma anche quella dei pochi che invece hanno avuto il coraggio di far sentire la loro voce e di denunciare un’organizzazione criminosa che ha modellato i propri riti di affiliazione nelle cerimonie liturgiche della tradizione cattolica per creare allarme, costruire vincoli e rafforzare così il loro potere.

Il bisogno di scrivere questo libro nasce dal fatto che il problema del rapporto fra alcuni uomini della chiesa e i capobastone delle famiglie malavitose continua a suscitare allarme e preoccupazione fra le forze che intendono contrastare lo strapotere e l’influenza dell’illegalità in ampi settori della società. E nonostante Giovanni Paolo II abbia lanciato l’anatema nella Valle dei Templi, affermando che i mafiosi sono fuori dalla chiesa e che ad essi sia impedito l’uso dei simboli religiosi, gli autori sentono che ancora, a distanza di vent’anni, quel messaggio non sia stato ancora raccolto in pieno.

Il loro messaggio è di tracciare una linea retta tra i due punti: la coraggiosa esperienza pastorale finora maturata e il potere devastante con cui la ‘ndrangheta si impadronisce delle città, dei paesi, delle campagne ma soprattutto riesce a far presa in alcuni strati della nostra gioventù. E’ un messaggio importante anche se sappiamo che fino a quando non ci sarà una risposta netta sul perché alcuni uomini della chiesa parlano di perdono e altri negano i sacramenti ai mafiosi, quella linea retta di cui abbiamo parlato non sarà mai tracciata.

Filippo Piccione

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lo Stato del meridione : Il pentito Onorato
di fulmini , Sun 10 November 2013 9:00
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Il pentito Francesco Onorato è ancora uomo d’onore.

Una serie di concatenazioni temporali fatte di dichiarazioni e prese di posizione assunte da alcuni personaggi, fa ritenere che “Cosa nostra” ha bisogno di inviare un nuovo messaggio agli interlocutori di ieri e di oggi, dopo un lungo stato d’immersione nel quale si era deliberatamente adagiata. E sembra che lo faccia tramite Francesco Onorato, collaboratore di giustizia dal 1996, reo confesso di una trentina di omicidi e killer dell’eurodeputato Salvo Lima.

Ha fatto parte del gruppo di fuoco della Commissione presieduta, prima dal boss Saro Riccobono e poi da Totò Riina. Testimone al processo della “trattativa” mafia-politica, che si sta svolgendo presso l’aula bunker dell’Ucciardone, Onorato è un fiume in piena: afferma che Riina ha ragione nel sostenere che era lo Stato a manovrare Cosa nostra e non viceversa e che per questa ragione il suo ex capo sta pagando il conto e lo Stato no; ammette che tra Cosa nostra e i politici c’è stata sempre connivenza; chiama in causa l’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli, il quale tra il 1987 e il 1988 aveva preso 200 milioni di lire perché si diceva faceva uscire i mafiosi dal carcere; sostiene che fu la mafia a volerlo ministro; fatto fuori Lima, la stessa sorte doveva toccare a Giulio Andreotti, dopo a Carlo Vizzini e a seguire Calogero Mannino. Tira in ballo Craxi e Andreotti, che hanno voluto il sacrificio del generale Dalla Chiesa mandandolo in Sicilia; sostiene che sono stati altri politici ad aver deciso l’agguato a Mattarella, l’allora presidente della Regione siciliana. Nando Dalla Chiesa - nell’escludere che Craxi possa aver avuto un ruolo nella morte di suo padre - coglie nelle dichiarazioni del pentito delle “verità” che arrivano a freddo dopo trent’anni, che inquietano e al tempo stesso pongono degli interrogativi seri e più generali su strategie e comportamenti recenti di certi “pentiti minori”. Le sfumature semantiche di Onorato dovrebbero far riflettere un po’ tutti.

E’ evidente che prova una certa compassione per il suo vecchio padrino, costretto ingiustamente a vivere una condizione di detenuto speciale per colpa di altri e manifesta un malcelato orgoglio per il suo passato di killer.

Ma si limita soltanto a dire questo? O dietro le sue parole c’è una nuova strategia di Cosa nostra?

Filippo Piccione

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lo Stato del meridione : Pio La Torre e Raffaele Cantone
di filippopiccione , Thu 10 October 2013 6:00
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Anche in questo post voglio ricordare Pio La Torre, un autentico combattente contro la mafia che lo ha ucciso il 30 aprile 1982 in un agguato, come tanti uomini coraggiosi lasciati soli dallo Stato.

La Torre aveva presentato una legge che prevedeva il carcere duro, il famoso 41 bis, nei confronti dei mafiosi che si erano macchiati di orrendi delitti. Ma aveva fatto anche approvare dal Parlamento una serie di norme per il sequestro dei beni e del patrimonio acquisito dalla criminalità organizzata.

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lo Stato del meridione : Chi è Marcello Dell'Utri?
di filippopiccione , Tue 10 September 2013 6:00
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Marcello Dell’Utri fu il mediatore tra il Cavaliere e i clan di Cosa Nostra dal 1974 al ‘92.

Una volta si diceva da più parti che bisognava attendere le motivazioni prima di pronunciarsi su una sentenza di condanna. Ora, una volta che i giudici della terza sezione penale della Corte di Appello di Palermo hanno pubblicato le argomentazioni scritte nelle motivazioni della sentenza, con cui l’ex senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri è stato condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, tutto è passato sotto silenzio. E ciò malgrado la Cassazione avesse annullato la precedente condanna di secondo grado, rinviando a un diverso collegio per il successivo processo d’appello. La stampa non ne ha parlato se non per cenni, dando poca rilevanza a tutta la vicenda.

Nelle 477 pagine della motivazione emerge che “è stato acclarato definitivamente che Dell’Utri ha partecipato a un incontro organizzato da lui stesso presso il suo ufficio a Milano, presenti Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo e Silvio Berlusconi. L’incontro aveva preceduto l’assunzione di Vittorio Mangano, come stalliere, nella Villa Casati di Arcore”. Quella riunione, secondo la Corte, “ha costituito la genesi del rapporto che ha legato l’imprenditore Berlusconi e Cosa Nostra con la mediazione costante e attiva dell’imputato Dell’Utri fino al 1992”. Dal 1984 al 1992, l’imprenditore milanese anziché “farsi proteggere dai rimendi istituzionali, è rientrato sotto l’ombrello della protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. “Per vent’anni Dell’Utri ha contribuito al rafforzamento e alla conservazione del sodalizio mafioso e, secondo i giudici, non si sono intravisti indizi che potessero far insorgere il dubbio che lo stesso imputato avesse assunto il nuovo ruolo di vittima e non più intermediario tra gli interessi di Berlusconi e di Cosa Nostra”.

Alcune brevi considerazioni.

La prima riguarda la candidatura di Dell’Utri, nei confronti del quale il leader del Pdl ha dovuto ingaggiare una battaglia che è riuscito a spuntarla grazie a un ondata di sdegno dell’opinione pubblica per i condannati.

La seconda è che Berlusconi, essendo stato condannato in via definitiva per reati gravi, come l’evasione e frode fiscale, in veste di capo di governo, tutte le istituzioni, tutti i mezzi di comunicazioni, e tutto il popolo italiano sono, a tempo pieno, volenti o nolenti, mobilitati per cercare i modi, gli strumenti e le argomentazioni per parlare esclusivamente di lui e della sua vicenda personale, giuridica, morale e politica.

Ps. A proposito di Bernardo Provenzano è utile segnalare che il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha stabilito che il boss sottoposto al 41 bis è considerato al vertice dell’organizzazione e si dà conto nella stessa ordinanza, respingendo l’istanza del suo avvocato che aveva chiesto la revoca del carcere duro, di un persistente “concreto pericolo di commissione di delitti che non ritenersi affatto escluso per le patologie di cui soffre il padrino corleonese”.

Filippo Piccione

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