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lo Stato del meridione : Mafia e informazione
di filippopiccione , Sun 10 January 2016 4:00
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Il rapporto mafia – informazione ha sempre rappresentato un riferimento importante per capire la tenuta del sistema informativo rispetto alle minacce della criminalità organizzata, piccola, media o grande che sia. Di tanto in tanto viene fuori che i giornali, su carta stampata e on line, ma anche le radio e le televisioni, soprattutto locali, per una serie di ragioni, non riescono a fronteggiare e contrastare, con i loro servizi, la presenza e le azioni malavitose dei clan. Una di queste ragioni è senz’altro da ricercare nel fatto che i giornalisti, il più delle volte, sono costretti a confrontarsi con un mercato del lavoro “in cui la retribuzione media di un pezzo di cronaca non supera i venti euro”. Una condizione di precarietà che si manifesta soprattutto nelle periferie, dove le mafie del luogo hanno gioco facile per tenere a bada coloro che operano in questo settore importante della vita civile, come testimoniano le migliaia di episodi censiti dalla Commissione Parlamentare Antimafia.

Dalla relazione, presentata da Claudio Fava, approvata il 5 agosto scorso, emerge l’esistenza di “una guerra a bassa intensità, fatta di minacce, intimidazioni, violenze, in un crescendo sistematico che va dalla lettera minatoria all’auto data alle fiamme, fino alle aggressioni vere e proprie”. Quanto basta, senza bisogno di ricorrere al gesto eclatante, a raggiungere l’obiettivo, che è il silenzio o l’annacquamento della notizia, della testata giornalistica.

Non è certo l’unica soluzione per sconfiggere questo allarmante fenomeno, ma può essere una buona idea quella di mandare in onda, su Raiuno, le storie di questi invisibili e indifesi cronisti dell’antimafia, raccontate in cinque puntate, una per ogni giornalista, poco o per nulla conosciuti al grande pubblico, che sono costretti a confrontarsi con le minacce quotidiane delle famiglie mafiose.

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lo Stato del meridione : La rivolta
di filippopiccione , Wed 11 November 2015 4:00
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La rivolta dei commercianti nella capitale di Cosa nostra

Bagheria, la città di Renato Guttuso, di Giuseppe Tornatore e di Dacia Maraini. Il paese che ha anche dato i natali a Bernardo Provenzano, il capo quasi assoluto che, insieme a Totò Riina, aveva comandato Cosa nostra negli anni Ottanta e Novanta; il più longevo latitante della storia della criminalità organizzata, arrestato dieci anni fa in un casolare vicino alla sua residenza abituale. I commercianti e gli imprenditori hanno deciso di non volere più pagare il “pizzo” alle cosche mafiose di Bagheria.

Una protesta di massa che arriva mentre si celebrava il maxi processo di Mafia Capitale. Un’iniziativa con cui si poneva fine al fenomeno dell’omertà. Veniva infranto uno dei più potenti tabù. Brodo di coltura del potere mafioso indispensabile al controllo del territorio. Tramite il quale e accanto al quale si svolgono collaterali e più redditizie attività criminose.

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lo Stato del meridione : I beni confiscati
di filippopiccione , Sat 10 October 2015 4:00
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Dove va a finire una parte del denaro dei beni confiscati alla mafia?

Per due giorni consecutivi il giornale locale “Tp 24” si è occupato degli scandali riguardanti la gestione dei beni confiscati alla mafia. Il servizio partiva dall’inchiesta della Procura di Caltanissetta nei confronti della dottoressa Silvana Saguto, ex presidente della Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Nel caso di colpevolezza il vulnus che si creerebbe nell’ambito della lotta alle organizzazioni mafiose - che operano sul territorio nazionale e in particolar modo in Sicilia - assumerebbe proporzioni gigantesche. Coinvolti nell’indagine sono, oltre al giudice Saguto, Tommaso Virga, ora presidente di sezione del tribunale di Palermo, il pm della Dda del capoluogo siciliano, Dario Scaletta e Lorenzo Chiaromonte, giudice della Sezione Misure di prevenzione.

Walter Virga, il trentacinquenne figlio di Tommaso, ha ricevuto, secondo quanto emerge dalle carte della Procura, dalla stessa Saguto alcune amministrazioni giudiziarie, fra cui un enorme patrimonio di 800 milioni di euro sequestrato agli imprenditori Raffa e a quello dei negozi bagagli. Non c’è solo questo episodio, che di per sé sarebbe grave, ma ancora più grave è che il marito della summenzionata presidente, tramite lo studio dell’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, presso cui lavora, riceveva parcelle dallo stesso Tribunale. Non c’è dubbio che già questi fatti da soli mettono in seria discussione la credibilità dello Stato in difesa del quale uomini come Pio La Torre hanno sacrificato la loro vita. Perché sapevano che le mafie si sconfiggono anche e soprattutto togliendo loro le proprietà e le ricchezze, la potenza economica e il controllo del territorio, frutto di attività illecite e spesso macchiate di sangue e di sopraffazioni.

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lo Stato del meridione : Su Mafia Capitale e sull'Europa
di filippopiccione , Thu 10 September 2015 4:00
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La vicenda Mafia Capitale per le dimensioni, la risonanza e le implicazioni che ha avuto non poteva che suscitare sconcerto oltre che un’ infinità di considerazioni, le più diverse, che difficilmente potranno esaurirsi in breve tempo. C’è chi lamenta persino che la capitale d’Italia non avrebbe meritato una delinquenza di livello infimo come quello espresso dalla terra di mezzo, rappresentato da avanzi di galera e da avanzi della politica, comandata a vista da una seconda fila della banda della Magliana, capeggiata dal nero Carminati, lasciato libero di fare affari milionari con l’amico Buzzi sui campi rom. Una terra di mezzo favorita più che dalla corruzione, o non soltanto da essa, dall’ incuria del sistema Roma.

C’è anche questo. Ma il romanzo “Mondo di mezzo”, Newton Compton, pp. 375 euro 9,90 di Massimo Lugli, giornalista di Repubblica, un cronista di valore, dotato di una profonda conoscenza dei fatti, dei personaggi e degli eventi, ci mostra una realtà complessa e oscura che non sarà facile - come hanno dimostrato le drammatiche settimane che hanno agitato le stanze del Comune e le sedi della politica capitolina e dei partiti romani – riportare sotto il controllo della legalità.

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lo Stato del meridione : Nino Di Matteo
di filippopiccione , Fri 10 July 2015 4:00
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Nino Di Matteo, il magistrato in pericolo di morte perché cerca di contrastare il potere di Cosa Nostra

Nino Di Matteo è stato ospite, prima che chiudesse la sua trasmissione, di Fazio a Che tempo che fa. Mentre ascoltavamo la viva voce di questo magistrato - attualmente il più temuto da Cosa nostra, e per questa ragione dalla stessa condannato a morte – non si potevano non cogliere forti analogie con la situazione in cui si erano trovati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando appresero che Totò Riina aveva dato l’ordine ai suoi uomini di eseguire la loro sentenza di morte. Erano le stesse identiche parole, le stesse identiche convinzioni, la stessa identica determinazione, contenute nelle sue risposte date all’intervistatore. “Quando si è giunti a quel punto non c’è altra strada per affrontare questo rischio. Non ti resta che contare sulla tutela dello Stato, ma quando avverti di essere lasciato solo, nella tua mente torna tragica e imperiosa la frase detta da Falcone un mese prima dell’attentato di Capaci: “Si muore, perché generalmente si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande”. Esattamente come è accaduto nel 1992 ai due giudici palermitani, quando per incapacità o per deliberata insipienza, alle istituzioni è toccato soccombere alla supremazia militare di Cosa nostra.

Nino Di Matteo mostrava tuttavia di non aver perduto la speranza che almeno il loro sacrificio potesse servire alla causa per la quale avevano dedicato la loro intera esistenza per salvare la vita a quanti corrono il suo stesso pericolo. Si percepiva, non rassegnazione, ma il desiderio che questa volta grazie a loro e alla lotta di altri valorosi magistrati e delle forze di polizia, il verdetto implacabile di Riina - o di chi detiene il comando di Cosa nostra - potesse fallire. E cambiare così la storia del nostro Paese.
Con questa predisposizione d’animo ho letto il libro “Collusi” che il giudice Nino Di Matteo ha scritto con il giornalista Salvo Palazzolo (editore Bur Rizzoli). “Quando ho ricevuto l’ordine di morte da Riina, ho voluto osservare i gesti, il volto di quel boss che parlava di me e ho tentato di ragionare da magistrato, con la massima lucidità e compostezza, come se fosse una questione che non riguardasse la mia persona.
Continuo a restare al mio posto e anche se soffro tremendamente le limitazioni alla mia libertà, ho buoni motivi per reagire allo scoramento e alla stanchezza mentale. So che tutto questo servirà, prosegue il giudice, ma sono convinto che solo i cittadini possono cambiare sul serio la società, sconfiggendo finalmente la mafia, la corruzione che si alimenta attraverso i rapporti che intrattiene con la malavita organizzata, la mentalità dell’appartenenza e dell’ossequio al potere”.

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