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lo Stato del meridione : Mafia e Stato: 1992, 1993, 1994.
di filippopiccione , Sun 11 July 2010 4:00
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Il processo Dell’Utri e il rapporto fra Cosa Nostra – Stato - Politica: da un “dialogo” a colpi di stragi e di trattative emergono verità inquietanti con le quali occorre ancora fare i conti.

La Corte d’Appello di Palermo, II Sezione Penale, nell’Udienza pubblica del 29 giugno 2010, “Assolve Dell’Utri Marcello dal reato ascrittogli limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992 perché il fatto non sussiste e per l’effetto riduce la pena allo stesso inflitta ad anni sette di reclusione” per concorso esterno in associazione mafiosa.

Anche se sull’assoluzione c’è stata un’enfasi sproporzionata e sulla condanna una sordina eccessiva resta il fatto che il senatore Dell’Utri, nel caso la sentenza di secondo grado venisse confermata dalla Suprema Corte di Cassazione, dovrà scontare sette anni di carcere. E’ stato accertato che a partire dagli anni Settanta ci sono stati rapporti con il vertice di Cosa Nostra mentre Dell’Utri svolgeva attività d’imprenditore, di intermediario, di uomo d’affari, di manager a fianco di Silvio Berlusconi.

Dell’Utri ha avuto un ruolo importante nel dar vita a Forza Italia, l’entità politica costruita nei primi anni Novanta del Novecento che consentì al Cavaliere di scendere in campo nel 94, vincere le elezioni politiche e, in prima battuta, diventare presidente del Consiglio. Fino ad oggi egli ha svolto alternativamente sia come capo assoluto dell’opposizione che come capo del governo e della maggioranza un ruolo preponderante nella vita politica italiana.

Forza Italia prende concretamente forma, assumendo i connotati e la fisionomia necessari per affrontare la prima competizione elettorale in una fase caratterizzata dalla strategia stragista di Cosa Nostra e lo svolgimento della cosiddetta “trattativa” tra Mafia e Stato che sono gli aspetti rimasti fuori dal processo d’Appello nei confronti di Dell’Utri. Aspetti su cui Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, subito dopo la sentenza, si sofferma in una relazione avente ad oggetto “i grandi delitti e le stragi di mafia 92-93”, parlando di “una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche, pezzi deviati dello Stato, mondi degli affari e della politica che ebbe, come risultato, inaudite ostentazioni di forza che la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione”.

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lo Stato del meridione : I pentiti e i politici
di filippopiccione , Wed 23 June 2010 4:00
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Marcelle Padovani ha scritto un altro libro sulla mafia, ‘Mafia, mafie’ (Gremese). L’autrice di ‘Cose di Cosa Nostra’ con Giovanni Falcone e prima ancora con Leonardo Sciascia ne ‘La Sicilia come metafora’. Un percorso di tutto rispetto quello che ha costruito l’eminente giornalista e scrittrice francese che qualche giorno fa ha presentato il suo ultimo lavoro alla Feltrinelli presso la Galleria Alberto Sordi, con a fianco Francesco La Licata e il Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, Vincenzo Macrì.

E’ valsa la pena aver partecipato a tale incontro. La mafia e le mafie stanno assumendo proporzioni sempre più ampie e penetranti nella nostra società. E quanto emerge, con nettezza e lucidità, dal saggio corredato da un materiale documentale ed iconografico accurato e di grande efficacia. Ha saputo mettere bene in risalto i progressi che le varie organizzazioni criminali hanno registrato negli ultimi anni. La ‘Ndrangheta, per esempio, quanto a volume di affari, ha il primato assoluto soprattutto nel settore del traffico della droga. Così come è in crescita la Camorra rispetto a Cosa Nostra che attraversa un periodo di relativa crisi.

Ma le questioni messe a fuoco nel libro hanno ricevuto un ulteriore impulso grazie anche al contributo straordinario dei due relatori, La Licata, esperto del fenomeno mafioso e Macrí, magistrato che opera in prima linea per contrastarne la diffusione e i suoi effetti nefasti. Tutti, o quasi tutti, hanno concordato che la presenza delle mafie, specie in ampie aree del Mezzogiorno, non si manifesta come anti-Stato, ma come un vero e proprio sostituto, capace d’assolvere meglio i compiti delle istituzioni pubbliche e soddisfare le esigenze dei cittadini lasciati da queste al proprio destino.

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lo Stato del meridione : Il cuore della mafia
di filippopiccione , Mon 17 May 2010 5:00
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David Lane, corrispondente dell’Economist, è un giornalista che conosce l’Italia da più di trent’anni. Ha scritto recentemente un libro intitolato “Terre profanate – Viaggio al cuore della mafia”, edito Laterza. I molti capitoli dedicati alla complicità tra potere politico e mafia forniscono ulteriori elementi di riflessione rispetto alle tante altre pagine scritte sull’argomento da un numero infinito di autori italiani e stranieri.

Il suo viaggio parte da Gela, più vicina a Tripoli che a Roma, e finisce a Teano, davanti al monumento che ricorda l’incontro di Garibaldi e Vittorio Emanuele II nel 1865. I paesaggi e i monumenti stupendi del Mezzogiorno, che lo hanno affascinato, non hanno messo in ombra la mafia. Essa, si chiami Cosa Nostra, ‘Ndrangheta o Camorra, si vede ad occhio nudo. Il fatto che non si sia mai voluto debellarla, è la sua prima osservazione, è perché non c’è stata la volontà politica, così come fu per le Brigate Rosse.

Questo diverso atteggiamento dello Stato nei confronti di mafia e terrorismo è oramai abbondantemente spiegato da una vasta letteratura. David Lane in maniera molto diretta ci dice che la ragione principale risiede nella seguente circostanza: “il terrorismo non conosceva questo intreccio con la politica e con gli affari, che tutte le mafie invece conoscono assai bene. Non solo, la mafia è divenuta parte integrante della società italiana. Va detto per inciso che per quanto riguarda il terrorismo e le stragi, comprese quelle di Capaci e via D’Amelio, si sta consolidando la tesi secondo cui esse vanno collocate all’interno di una strategia condotta dalla P2 e alcuni servizi segreti deviati. Nell’ultima puntata di Anno Zero le valutazioni a favore di tale tesi sono state prevalenti.

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lo Stato del meridione : La CEI e la Mafia
di filippopiccione , Wed 10 March 2010 5:00
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Qualche giorno prima della pubblicazione del documento della Conferenza episcopale italiana “Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” del 24 febbraio 2010, la Banca d’Italia aveva presentato un Rapporto intitolato “Mezzogiorno e politiche regionali” rilevando che il divario fra il Sud e le regioni centro settentrionali non si è ridotto nemmeno negli ultimi anni. Anzi per certi aspetti si è ulteriormente divaricato. Il Pil per abitante è al disotto del 60%, la crescita dell’occupazione è di gran lunga inferiore, un quinto del lavoro è irregolare e sono tornati ad intensificarsi i flussi migratori dal Mezzogiorno al Nord, fenomeno questo che riguarda soprattutto i giovani con elevati livelli di scolarizzazione. In campo economico permangono notevoli differenze nell’accesso al credito e nel costo dei finanziamenti e la qualità dei servizi pubblici è in media molto più bassa rispetto a quella riscontrata nel centro nord.

Sul piano della sicurezza e il rispetto della legalità, prerequisiti indispensabili per lo sviluppo economico e l’ordinato svolgimento della vita civile, l’indagine condotta dalla Banca centrale non si distanzia nella sostanza dalle stesse conclusioni cui pervengono altri Enti ed Istituti di ricerca, Confindustria, Confesercenti, le Confederazioni sindacali. La criminalità altera gravemente le condizioni di concorrenza: influenza il comportamento delle imprese legali; impone costi diretti, come le estorsioni, e indiretti, come l’obbligo di assunzione di personale o la non interferenza di altre imprese in taluni appalti “attenzionati” dalla malavita organizzata. “Le imprese legate alla criminalità - si legge nel rapporto - si avvantaggiano di pratiche formalmente di mercato ma in realtà le stesse sono consentite solo dal reimpiego di capitali illeciti”. Ne consegue che le organizzazioni criminali alimentano la sfiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, frenando e impedendo in tal modo la formazione del cosiddetto capitale sociale.

Dopo più di vent’anni (ottobre 1989 - Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno) la Cei torna ad occuparsi della “questione meridionale”. Questa volta l’uso del linguaggio e l’analisi svolta non lasciano spazio ad alcuna interpretazione di comodo o edulcorata . Dura e diretta è la condanna soprattutto nei confronti dell’intreccio mafia-politica. “La mafia, vero e proprio “cancro”: una tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona, avvelena la vita sociale, perverte la mente e il cuore di tanti giovani, soffoca l’economia, deforma il volto autentico del Sud”; la politica, che “ha ridotto il Meridione a un collettore di voti per disegni politici ed economici estranei al suo sviluppo”. Ma la denuncia si spinge anche ad altre forme di corruzione e di attività illecite ed egualmente deleterie, come l’usura, l’evasione fiscale, il lavoro nero che denotano una carenza diffusa di senso civico che sta pregiudicando sia la qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica ed istituzionale.

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lo Stato del meridione : Intervista a Lino Busà
di filippopiccione , Wed 10 February 2010 4:00
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SoS Impresa –Confesercenti – Intervista al Presidente

Ho chiesto di incontrare il Presidente Nazionale dell’Associazione antiracket e antiusura SoS Impresa – Confesercenti, Lino Busà. La conversazione-intervista si è svolta nel suo ufficio in un prestigioso palazzo di via Nazionale, 60 a Roma. Una settimana prima, il 27 gennaio scorso, è stato presentato all’assemblea nazionale il dodicesimo rapporto annuale SoS Impresa intitolato “Le mani della criminalità sulle imprese”. Questo rapporto - come i precedenti - contiene una serie di dati, analisi ed elaborazioni di fonti di informazioni, di studio e di ricerche che danno la misura di quanto il fenomeno mafioso in Italia e, in particolare, nel Mezzogiorno stia diventando pericoloso. E ciò nonostante i risultati conseguiti sul fronte della cattura di latitanti eccellenti e del notevole numero di sequestri e confisca dei loro beni e patrimoni. Tuttavia, la sua forza di penetrazione ed espansione, allo stato delle cose, appare ancora difficilmente contenibile. Il fatturato della Mafia Spa arriva a quota 135 miliardi di euro l’anno ed un utile che sfiora i 78 miliardi al netto di investimenti e accantonamenti. Cerchiamo di commentare insieme le varie voci di questo bilancio.

Si tratta, premette Busà, non solo di una delle più grandi imprese nazionali - anche per numero di addetti e servizi - ma siamo in presenza dell’unica holding company in Italia realmente florida. Le mafie, chiarisce, non avvertono né temono la crisi economica. Anzi il più delle volte quanto più essa è profonda e duratura tanto più consistenti sono i vantaggi che ne traggono. Basti pensare che i licenziamenti, la cassa integrazione e la disoccupazione drammaticamente in continuo aumento comportano un’offerta di manovalanza che va ad ingrossare le schiere delle cosche criminali i cui effetti sul piano economico, sociale, culturale e della legalità sono facilmente immaginabili.

Fra le attività, il “cespite” più rilevante è rappresentato dai 60 miliardi provenienti dal traffico della droga, seguito per 5,80 miliardi da quello delle armi, 1,20 dal contrabbando, 0,87 dalla tratta di esseri umani; 24,00 miliardi dalle cosiddette tasse mafiose: 9 dal racket e 15 dall’usura; un miliardo per attività predatoria (furti, rapine, truffe); 25 miliardi per attività imprenditoriali di cui 6,5 da appalti e forniture, 7,5 dalla filiera agro alimentare, 2,5 da giochi e scommesse, 6,5 dalla contraffazione, 2,0 dall’abusivismo; 16,00 miliardi sono i redditi prodotti dalla cosiddetta eco mafia, 0,60 dalla prostituzione e 0,75 da proventi finanziari. Dal lato delle passività la voce stipendi, pari a 1,17 miliardi, viene ripartita fra i capi clan, gli affiliati, i detenuti e i latitanti; la logistica comporta una spesa di 0,45 (covi, reti, armi); l’attività corruttiva, ammontante a 2,75 miliardi, è costituita per lo 0,95 miliardi per i corrotti, 0,05 per consulenti e specialisti, 1,75 per i fiancheggiatori. Fra le passività figurano 26,00 miliardi di investimenti, 19,50 miliardi di riciclaggio, 6,50 di accantonamenti e 0,80 di spese legali.

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