| sociografie : Le espressioni dei potenti |
| di pietropacelli , Sat 24 July 2010 4:00 |
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Avete notato la faccia di Nicola Cosentino in questi giorni? Ricordate la faccia di Claudio Scajola qualche settimana fa? E quella di Aldo Brancher durante la sua penosa storia? Ciò che ha accomunato quelle facce è stata l’espressione: sbigottimento, avvilimento, sorpresa, ma soprattutto sofferenza; sofferenza vera.
Espressioni rare ed insolite per quelle facce, abituate invece ad atteggiamenti sorridenti, compiaciuti, ipercomunicativi, quando non tronfi ed arroganti.
Ora, nel momento della caduta, l’improvvisa svolta facciale: tutto, in ogni piega del loro viso, appariva preda di una grande afflizione, di una incontenibile tristezza.
Perché? Si tratta di finzione? Di un atteggiamento voluto e motivato da furbizia? Da astuzia tattica e comportamentale? No. A mio parere la loro era veramente una sofferenza effettiva, incredula, aggravata da uno sconcerto, per loro, del tutto inspiegabile.
Non riuscire veramente a capire perché. Come mai. Come era potuto succedere. |
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| sociografie : Un mondo di spie |
| di fulmini , Sun 31 January 2010 4:00 |
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Gennaro è dolente, e un po’ sperduto, quando racconta che i suoi compagni di lavoro “portano spia”.
Viaggiamo in treno, Alexandra ed io. L’uno di fronte all’altra parliamo a voce bassa, e in gergo. Dopo un certo tempo il giovane seduto al mio fianco – Gennaro lo chiamerò - ci domanda che lavoro facciamo – i contenuti e le forme del nostro dialogo l’hanno colpito e spinto verso di noi.
Va “a fare un concorso” per 190 posti: “siamo 20.000 candidati”. Se lo vince diventerà maresciallo, ora è caporale, e quando è di pattuglia, deve stare sempre attento, a quello che fa e a quello che dice, perché gli altri aspiranti effettivi potrebbero, e lo fanno, “portare spia”. Che vuol dire? “Denunciare uno ad un superiore per farsi bello, per avere un vantaggio”. E i superiori? “Ci trattano come cani.” Quanti anni hai? “Ventiquattro a settembre.”
Nel posto accanto ad Alexandra ha viaggiato con noi un coetaneo di Gennaro. Senza guardare, senza parlare, dormendo poggiato al finestrino. Alexandra s’allunga per abbassare il parasole, il dormiente scatta e pigia lui il bottone. Gennaro nota il gesto e ci lancia uno sguardo ancora più dolente, ancora più sperduto: sembra domandarsi e domandarci se anche quello è uno che porta spia.
Pasquale Misuraca
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| sociografie : Werner Landauer artista di strada |
| di filippopiccione , Wed 25 November 2009 4:00 |
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{Ripubblico qui l’articolo che Filippo Piccione ha pubblicato il 19 settembre scorso sul settimanale telematico romano Ponte di Ferro, integrato da tre foto digitali che ho scattato al suo fianco per illustrarlo. Pasquale Misuraca}
Street Art (1), Sottopasso della Stazione Trastevere a Roma, 4 novembre 2009Mi capita spesso di attraversare il sottopassaggio pedonale della ferrovia in prossimità della stazione Trastevere. Qui, un uomo sulla sessantina, che non appartiene certo alla schiera dei clochard, dei barboni, o dei senza dimora – dotato di ramazza e paletta – ha la buona abitudine di tenere pulito il pavimento su cui centinaia di persone transitano quotidianamente per raggiungere viale Marconi o, in direzione inversa, viale Trastevere, via Ettore Rolli, la circonvallazione Gianicolense. Di statura e corporatura normale, un po' robusto, barba e capelli lunghi ma non in disordine, indumenti lisi ma non sporchi. Occhi azzurri e sguardo riservato. Assorto e taciturno. A metà del tragitto, si notano sistemate con cura, una sopra l'altra, due scatole di cartone su cui è posta una piccola ciotola entro la quale qualche passante lascia cadere una monetina. Accanto alla quale una sedia rimediata chissà dove che usa durante la pausa o per intrattenersi ancora per verificare, se e in che misura, abbia meritato il "compenso" del lavoro svolto. Non chiede nulla né fa alcun cenno per ringraziare o ingraziarsi qualcuno che mostra di apprezzare la sua singolare "prestazione". Non è, il suo, né può essere considerato, è il caso di sottolineare, un lavoro saltuario. Lo si avverte, in particolare, la mattina dopo il mercato della domenica di Porta Portese. Se egli, come è successo, dovesse mancare per qualche giorno, lo stato di sporcizia in cui viene lasciato quel luogo, è semplicemente indescrivibile. Poiché, oramai, in alcune zone della città l'Amministrazione capitolina si guarda bene dall'effettuare istituzionalmente un vero e proprio servizio di nettezza urbana, è ovvio che, per quel tratto, l'intervento di quella persona diventa provvidenziale. La si aspetta con trepidazione perché finalmente tutto il sottopasso, lungo (quasi ottanta metri) e largo (dodici), compreso lo spazio circostante e l'accesso ai due lati, possa ritornare ad essere vivibile e agevolmente percorribile. |
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| sociografie : Noi chi? |
| di pietropacelli , Tue 3 November 2009 4:00 |
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L’uso del pronome “noi” in politica ha sempre avuto un destino curiosamente ambiguo; tutti quelli che, a vario titolo, intervenivano (e intervengono) nel corso di pubbliche riunioni o assemblee o comizi, raramente parlavano (e parlano) in prima persona singolare; al contrario, si esprimono sempre nella prima persona plurale, appunto il “noi”. Il perché è chiarissimo: il “noi” rafforza il contenuto di una affermazione, lo rinvigorisce e lo rende, addirittura, più convincente e persuasivo; inoltre il “noi” protegge anche chi lo usa, perché quel contenuto appare condiviso da molti, e, quindi, attaccabile o contestabile con maggiore difficoltà.
Infine è giusto dire che nei Partiti di un tempo il “noi” affratellava, costituiva una classe, delineava una appartenenza, una vera e propria fratellanza. Lo scopo di questa condivisione massima era quello di raggiungere insieme un obiettivo comune, realizzare una missione, conquistare e affermare valori positivi: uguaglianza, giustizia sociale, parità di diritti, benessere comune.
Con il tempo, tuttavia, anche nel campo della sinistra, queste aspirazioni “assolute” si sono attenuate e appaiono ormai sempre meno credibili, sempre meno realistiche a causa del prevalere nella società di oggi della cultura capitalistica e degli egoismi reali; la forza di quei valori si è annebbiata rendendo quel “noi” un paradosso, un residuo inattuale, una incongruenza. |
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| sociografie : Che fare? |
| di pietropacelli , Sat 3 October 2009 4:00 |
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Oggi l’Italia sta vivendo un periodo decisamente buio, uno dei periodi più negativi della sua storia; infatti dal punto di vista economico ci troviamo nel pieno di una fase recessiva, senza precedenti e senza apparenti prospettive di ripresa; dal punto di vista morale e della credibilità dello Stato siamo certamente al livello più basso mai raggiunto; l’oppressione fiscale è in crescita, come la disoccupazione e l’indebitamento pubblico; le condizioni generali di vita delle persone stanno peggiorando, i giovani, salvo poche eccezioni, vivono una situazione frustrante, priva di speranze, di slanci, di progetti. Persino la Chiesa sta prendendo le distanze dall’attuale Governo per le ben note miserabili vicende, ma non solo per quelle.
In una situazione come questa, qualsiasi opposizione avrebbe buon gioco a fare con successo la propria parte; invece si sta verificando che proprio nel momento della sua massima potenzialità politica, l’attuale opposizione di centrosinistra (che poi è rimasta anche l’unica opposizione, essendo sparita quella di destra) è paralizzata dalle sue incertezze interne e dalle sue guerre intestine per la leadership. Per questo sta permanendo un paradosso assoluto: infatti, nonostante tutto, il consenso degli Italiani per Berlusconi resta molto alto, mentre la fiducia per una alternativa politica e per le forze di opposizione continua ad essere tristemente minoritaria.
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