| prove di discussione : Il suicidio è un atto morale |
| di fulmini , Mon 6 December 2010 4:00 |
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{Sabato 4 dicembre 2010, su 'Alias', supplemento culturale de 'il manifesto', è uscito il fulmine che ri-pubblico qui per i lettori del sito-rivista, facendo notare che ho spedito alla redazione di Alias il pezzo una settimana prima della notizia della morte suicida di Mario Monicelli, il quale a sua volta niente sapeva del mio pensamento. Insomma, si vede bene che ci intendevamo a distanza, Mario ed io. Spero di imitarlo, sia nella lunghezza della vita vigile e produttiva, sia nella decisione allegra e liberatoria. Pasquale Misuraca}
Questi padri e queste madri che uccidono i figli prima di suicidarsi mi mandano ai pazzi. Sia chiaro: trovo niente di male nel suicidio degli adulti, quando le difficoltà eccedono. Trovo invece tutto il male nell’uccisione dei giovani e adolescenti e ragazzi e bambini e neonati.
Facciamo tre passi indietro, prima di fare un salto in avanti.
Primo passo. Sono a favore del testamento biologico, del documento scritto per garantire il rispetto della propria volontà in materia di trattamento medico anche quando non si è più in grado di comunicarla al resto del mondo.
Secondo passo. Sono a favore della desistenza terapeutica, ovvero della interruzione delle terapie ostinate oltre un limite ragionevole e misericordioso: secondo scienza del medico e coscienza del paziente.
Terzo passo. Sono a favore dell’eutanasia, e cioè del procurare intenzionalmente, da parte di un adulto autonomo e responsabile, e nell’interesse di un individuo la morte di questo individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da un dolore eccessivo.
E conseguentemente condivido quanto dicono Roberta Monticelli: “nessun essere umano è più competente degli altri in materia morale. Se crediamo questo, niente può fare paura, neppure l’eutanasia: ciascuno è l’ultimo soggetto delle decisioni che lo riguardano”, e Vito Mancuso: “ogni essere umano adulto responsabile ha il diritto di poter dire l’ultima parola sulla propria vita”, nel libro Che cosa vuol dire morire (a cura di Daniela Monti), Einaudi 2010.
Se pensiamo bene, niente può fare paura. Neppure il suicidio. È venuto il momento di fare, con il fraterno lettore laico, e i due filosofi cristiani, il salto in avanti, verso il suicidio (degli adulti, quando le difficoltà eccedono – repetita iuvant). Un salto oltre il cristianesimo.
Il suicidio infatti è condannato dal cristianesimo come atto immorale: "contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e perpetrare la propria vita", recita il Catechismo della Chiesa Cattolica; "al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale ed umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi".
Certo, nel Vangelo di Matteo si va già oltre la Regola Aurea: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" diventa "Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te". Nel non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te il principio è il non nuocere, nel fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te il principio è l’aiutare chi soffre. (Salvatore Natoli) Ma. Bisogna arrivare a “fare a te quello che vorresti fosse fatto a te”.
Nella vita c’è qualcosa di bello, quando le difficoltà non eccedono - ha scritto Aristotele. Quando eccedono, se sei un adulto autonomo e consapevole, se hai fatto ciò che dovevi e potevi, se non hai paura di morire, buonanotte.
Se mi date retta, accanto ai tristi suicidi dei gravemente depressi e degli psicotici estremi, un bel giorno avremo gli allegri suicidi degli adulti veramente autonomi e autenticamente rispettosi - di se stessi e degli altri.
Pasquale Misuraca
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| prove di discussione : Un po' più di etica nell'economia? |
| di fulmini , Fri 22 October 2010 4:00 |
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Roma, 10 ottobre 2010 14:24Qualche settimana fa ho reincontrato un compagno di studi universitari (Facoltà di sociologia, Roma, primi anni Settanta). Marxista allora, marxista ora, allora disoccupato, ora pensionando – Ufficio Studi della CGIL. Gli domando quale sia - secondo lui – la causa profonda della crisi finanziaria ed economica globale manifestasi dal 2008. Mi risponde: il comportamento “poco etico” di certi capitalisti. Un po’ più di etica? Mi domando: la teoria marxista è riuscita ad includere l’etica nell’economia? Qualche giorno fa leggo Bancarotta. L’economia globale in caduta libera, (Einaudi, 2010), di Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia 2001. E incontro questo brano: “Si poteva pensare che con la crisi del 2008 il dibattito sulla visione fondamentalista del ruolo del mercato – e cioè che i mercati liberi da qualsiasi vincolo possano, da soli, assicurare la prosperità e la crescita – sarebbe giunto al termine. Invece i fondamentalisti, oggi, vorrebbero che il mondo tornasse al più presto com’era prima del 2008. Pensano e dicono: Diamo alle banche i soldi che chiedono, apportiamo qualche ritocco alle norme, controlliamo di più gli organismi di controllo, introduciamo nei curricula universitari qualche corso in più sull’etica e ne verremo fuori alla grande.” Un po’ più di etica? Mi domando: la teoria liberista è riuscita ad includere l’etica nell’economia? Mi domando, vi domando, ti domando: basta un po' più di etica nell'economia - oppure bisogna includere organicamente l'etica nell'economia? (E nella politica - ma di ciò un'altra volta.) Pasquale Misuraca
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| prove di discussione : Aristocrazia e democrazia |
| di fulmini , Thu 26 November 2009 4:00 |
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{Ri-pubblico qui il ‘fulmine’ che ho lanciato su un pregiudizio democratico dalle pagine di Alias - supplemento settimanale de 'il manifesto' - sabato 14 novembre 2009.}
La democrazia falla nelle questioni un po’ difficili
L’uomo è la misura di tutte le cose, vabbene, ma le giurie sono la misura di tutte le opere? Corrisponde alla effettiva consistenza delle opere d’arte in gioco il premio dato dalla giuria del Nobel per la Letteratura 1959 a Salvatore Quasimodo e negato a Giuseppe Ungaretti? E che dire dell’Oscar 1945 per la miglior regia assegnato a Leo McCarey con Going My Way e non a Billy Wilder con Double Indemnity?
Su questo rifletto leggendo l’introduzione ad una raccolta di opere sofoclee – Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, Einaudi 2009 – tradotte da Vico Faggi e curate da Simone Beta, che a pagina V, perplesso, scrive: “Il numero delle vittorie ottenute da Sofocle è molto alto: ...ventiquattro... molto superiori alle tredici di Eschilo, per non parlare delle vittorie euripidee, che furono solo quattro.”
Chiunque abbia letto le superstiti sette (su 120 scritte) tragedie di Sofocle, le sette (su novanta) di Eschilo, le diciannove (su novantadue) di Euripide – converrà che i rapporti di qualità tra Sofocle, Eschilo ed Euripide non corrispondono alla serie numerica 24, 13, 4 – e che questi autori, grosso modo, si equivalgono. E allora? Perché le giurie democratiche falliscono spesso e volentieri nel campo estetico? |
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