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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (14)
di fulmini , Sun 23 May 2021 7:00
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Capitolo 13. Nazionalismo, imperialismo e crisi organica.


Esaminato il processo di costituzione e diffusione dello Stato moderno con le sue differenziazioni nazionali, Gramsci prolunga l’analisi con lo studio del processo di sviluppo della nuova civiltà a partire dai fenomeni del nazionalismo e dell’imperialismo. Entrambi questi fenomeni si collegano alla questione più generale della nuova struttura dei rapporti internazionali che si concreta con la civiltà statale moderna, e alla questione specifica del nuovo significato e influenza del concerto internazionale sullo svolgimento delle singole nazioni. “Questa differenza di processo nel manifestarsi dello stesso sviluppo storico nei diversi paesi è da legare non solo alle diverse combinazioni dei rapporti interni alla vita delle diverse nazioni, ma anche ai diversi rapporti internazionali (i rapporti internazionali sono di solito sottovalutati in questo ordine di ricerche). Lo spirito giacobino, audace, temerario, è certamente legato all’egemonia esercitata così a lungo dalla Francia in Europa, oltre che all’esistenza di un centro urbano come Parigi e all’accentramento conseguito in Francia per opera della monarchia assoluta.” (Q, 2033)


Abbiamo già sottolineato il nesso che intercorre tra la compiutezza della struttura intellettuale dello Stato francese e l’egemonia esercitata da questo in Europa. In relazione con questa problematica è importante considerare ora un paragrafo deiQuaderni nel quale si mostra che l’integralismo del nuovo ordine statale si svolge e dà luogo al fenomeno del nazionalismo nella vita culturale e politica, fenomeno che costituirà poi un limite interno della nuova civiltà. “Un principio egemonico (etico-politico) trionfa dopo aver vinto un altro principio (e averlo assunto come suo momento, direbbe appunto il Croce). Ma perché lo vincerà? Per sue doti intrinseche di carattere ‘logico’ e razionale astratto? Non ricercare le ragioni di questa vittoria significa fare storia esteriormente descrittiva, senza rilievo di nessi necessari e causali. Anche il Borbone rappresentava un principio etico-politico, impersonava una ‘religione’ che aveva i suoi fedeli nei contadini e nei lazzari. C’è dunque sempre stata lotta tra due principii egemonici, tra due ‘religioni’, e occorrerà non solo descrivere l’espansione trionfale di una di esse, ma giustificarlo storicamente. Bisogna spiegare perché nel 1848 i contadini croati combatterono contro i liberali milanesi e i contadini lombardo-veneti combatterono contro i liberali viennesi. Allora il nesso reale etico-politico tra governanti e governati era la persona dell’imperatore o del re [...] come più tardi il nesso sarà non quello del concetto di libertà, ma il concetto di patria o di nazione. La ‘religione’ popolare sostituita al cattolicismo (o meglio in combinazione con esso) è stata quella del ‘patriottismo’ e del nazionalismo. Ho letto che durante l’affare Dreyfus uno scienziato francese massone e ministro esplicitamente disse che il suo partito voleva annientare l’influsso della Chiesa in Francia, e poiché la folla aveva bisogno di un fanatismo (i francesi usano in politica il termine ‘mystique’) sarebbe stata organizzata l’esaltazione del sentimento patriottico. Bisogna ricordare, del resto, il significato che assunse il termine ‘patriota’ durante la Rivoluzione (significò certo ‘liberale’ ma con un significato concreto nazionale) e come esso, attraverso le lotte del secolo XIX sia stato sostituito da quello di ‘repubblicano’ per il nuovo significato assunto dal termine patriota che è diventato monopolio dei nazionalisti e dei destri in generale. Che il contenuto concreto del liberalismo popolare sia stato il concetto di patria e di nazione si può vedere dal suo stesso svolgimento in nazionalismo, e nella lotta contro il nazionalismo da parte sia del Croce, rappresentante della religione della libertà, come del papa, rappresentante del cattolicismo.” (Q, 1236-7)


La dimensione nazionale – come processo di unificazione politica, militare, territoriale, demografica, economica, giuridica e culturale – è una coordinata essenziale e costitutiva della moderna civiltà statale, che prende corpo fin dalle monarchie assolute e dai movimenti nazionali-popolari di riforma e acquista la sua forma matura con gli Stati rappresentativo-burocratici. L’espansione europea del modello statale moderno ha dato luogo ad un sistema di rapporti inter-nazionali caratterizzato da una lotta fra gli Stati per la conquista di una posizione egemonica. In questo conflitto fra gli Stati si compongono e ricompongono più sistemi egemonici e blocchi d’alleanza; ma la tendenza alla formazione di un Impero a dimensione universale non è realizzata stabilmente da nessuno Stato, in quanto urta nei propositi concorrenti dei grandi Stati e nello spirito di indipendenza nazionale di ogni Stato. La civiltà statale moderna non riesce cioè a compiere a livello mondiale quell’unificazione e integrazione che attinge invece a livello nazionale. Ciò è naturale che avvenga, dato il carattere nazionale della civiltà statale; la difficoltà sperimentata per la instaurazione di un ordine (civiltà) internazionale è inscritta nella sostanza nazionale della razionalità storico-politica propria dell’ordinamento statale.


Il fenomeno nazionalista è una manifestazione di tipo integrista del sentimento nazionale, e si sviluppa come conseguenza delle lotte e delle guerre (di conquista e d’indipendenza) fra gli Stati. È quindi un fenomeno intimamente connesso al fenomeno contemporaneo dell’imperialismo.


Gramsci rimarca il carattere limitato e deteriore del nazionalismo, mostrando come esso non solo non consista nell’affermazione di originali e autentici valori nazionali, ma neppure garantisca l’autonomia della nazione. “Una cosa è essereparticolari, altra cosa predicare il particolarismo. Qui è l’equivoco del nazionalismo, che in base a questo equivoco pretende spesso di essere il vero universalista, il vero pacifista. Nazionale, cioè, è diverso da nazionalista. Goethe era ‘nazionale’ tedesco, Stendhal ‘nazionale’ francese, ma né l’uno né l’altro nazionalista. Un’idea non è efficace se non è espressa in qualche modo, artisticamente, cioè particolarmente. Ma uno spirito è particolare in quanto nazionale? La nazionalità è una particolarità primaria; ma il grande scrittore si particolarizza ancora tra i suoi connazionali e questa seconda ‘particolarità’ non è il prolungamento della prima. Renan in quanto Renan non è affatto una conseguenza necessaria dello spirito francese; egli è, per rapporto a questo spirito, un evento originale, arbitrario, imprevedibile (come dice Bergson). E tuttavia Renan resta francese, come l’uomo, pur essendo uomo, rimane un mammifero; ma il suo valore, come per l’uomo, è appunto nella sua differenza dal gruppo donde è nato. Ciò appunto non vogliono i nazionalisti, per i quali il valore dei maestri consiste nella loro somiglianza con lo spirito del loro gruppo, nella loro fedeltà, nella loro puntualità ad esprimere questo spirito (che d’altronde viene definito come lo spirito dei maestri, per cui si finisce sempre con l’aver ragione). Perché tanti scrittori moderni ci tengono tanto all’ ‘anima nazionale’ che dicono di rappresentare? È utile, per chi non ha personalità, decretare che l’essenziale è di essere nazionale. [...] Questa tendenza ha avuto effetti disastrosi nella letteratura (insincerità). Il politica: questa tendenza alla distinzione nazionale ha fatto sì che la guerra, invece di essere semplicemente politica, è diventata una guerra di anime nazionali, con i suoi caratteri di profondità passionale e di ferocia. [...] La guerra appunto ha dimostrato che questi atteggiamenti nazionalistici non erano casuali o dovuti a cause intellettuali – errori logici ecc. -: essi erano e sono legati a un determinato periodo storico in cui solo l’unione di tutti gli elementi nazionali può essere una condizione di vittoria. La lotta intellettuale, se condotta senza una lotta reale che tenda a capovolgere questa situazione, è sterile.” (Q, 248)


“Ogni popolo ha la sua letteratura, ma essa può venirgli da un altro popolo, cioè il popolo in parola può essere subordinato all’egemonia intellettuale e morale di altri popoli. È questo spesso il paradosso più stridente per molte tendenze monopolistiche di carattere nazionalistico e repressivo: che mentre si costruiscono piani grandiosi di egemonia, non ci si accorge di essere oggetto di egemonie straniere; così come, mentre si fanno piani imperialistici, in realtà si è oggetto di altri imperialismi ecc. D’altronde non si sa se il centro politico dirigente non capisca benissimo la situazione di fatto e non cerchi di superarla: è certo però che i letterati, in questo caso, non aiutano il centro dirigente politico in questi sforzi e i loro cervelli vuoti si accaniscono nell’esaltazione nazionalistica per non sentire il peso dell’egemonia da cui si dipende e si è oppressi.” (Q, 2253)


Gramsci va oltre, laddove afferma che in molti casi il partito più nazionalistico è quello meno nazionale. “Quanto più la vita economica immediata di una nazione è subordinata ai rapporti internazionali, tanto più un determinato partito rappresenta questa situazione e la sfrutta per impedire il sopravvento dei partiti avversari. [...] Da questa serie di fatti si può giungere alla conclusione che spesso il così detto ‘partito dello straniero’ non è proprio quello che come tale viene volgarmente indicato, ma proprio il partito più nazionalistico, che, in realtà, più che rappresentare le forze vitali del proprio paese, ne rappresenta la subordinazione e l’asservimento economico alle nazioni o a un gruppo di nazioni egemoniche.” (Q, 1562-3)


Ancora di più: il nazionalismo è per Gramsci elemento determinante la crisi organica della civiltà moderna. Nel paragrafo La crisi scrive: “Una delle contraddizioni fondamentali è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del ‘nazionalismo’, ‘del bastare a se stessi’ ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della ‘attuale crisi’ è niente altro che l’esasperazione dell’elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell’economia: contingentamenti, clearing, restrizione al commercio delle divise, commercio bilanciato tra due soli Stati ecc. Si potrebbe allora dire, e questo sarebbe il più esatto, che la ‘crisi’ non è altro che l’intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali, ma specialmente l’intensificazione di certi fenomeni.” (Q, 1756)


Gramsci connette a questa analisi critica del fenomeno nazionalista e delle lotte inter-statali per l’egemonia, alcune ulteriori riflessioni sul problema dei rapporti delle forze internazionali, “su ciò che è una grande potenza, sugli aggruppamenti degli Stati in sistemi egemonici e quindi sul concetto di indipendenza e sovranità per ciò che riguarda le potenze piccole e medie”. (Q, 1562) Egli si pone fondamentalmente due questioni. Da una parte s’interroga sulle forme in cui nella fase di crisi della civiltà statale si possono strutturare i rapporti di dominazione e subordinazione fra gli Stati; dall’altra si domanda quali siano le condizioni necessarie e sufficienti per definire una situazione di autonomia sulla scena internazionale contemporanea. Rispondendo egli individua i fenomeni dell’imperialismo, delle grandi potenze, delle guerre mondiali.


“Egemonia politico-culturale. È ancora possibile, nel mondo moderno, l’egemonia culturale di una nazione sulle altre? Oppure il mondo è già talmente unificato nella sua struttura economico-sociale, che un paese, se può avere ‘cronologicamente’ l’iniziativa di una innovazione, non ne può però conservare il ‘monopolio politico’ e quindi servirsi di tale monopolio come base di egemonia? Quale significato quindi può avere oggi il nazionalismo? Non è esso possibile come ‘imperialismo’ economico-finanziario ma non più come ‘primato’ civile o egemonia politico-intellettuale?” (Q, 1618)


“Elementi per calcolare la gerarchia di potenza fra gli Stati: 1) estensione del territorio, 2) forza economica, 3) forza militare. Il modo in cui si esprime l’essere grande potenza è dato dalla possibilità di imprimere alla attività statale una direzione autonoma, di cui gli altri Stati devono subire l’influsso e la ripercussione: la grande potenza è potenza egemone, capo e guida di un sistema di alleanze e di intese di maggiore o minore estensione. La forza militare riassume il valore dell’estensione territoriale (con popolazione adeguata, naturalmente) e del potenziale economico. Nell’elemento territoriale è da considerare in concreto la posizione geografica. Nella forza economica è da distinguere la capacità industriale e agricola (forze produttive) dalla capacità finanziaria. Un elemento ‘imponderabile’ è la posizione ‘ideologica’ che un paese occupa nel mondo in ogni momento dato, in quanto ritenuto rappresentante delle forze progressive della storia (esempio della Francia durante la Rivoluzione del 1789 e il periodo napoleonico). Questi elementi sono calcolati nella prospettiva di una guerra. Avere tutti gli elementi che, nei limiti del prevedibile, danno sicurezza di vittoria, significa avere un potenziale di pressione diplomatica da grande potenza, cioè significa ottenere una parte dei risultati di una guerra vittoriosa senza bisogno di combattere.” (Q, 1598-9)


In questi paragrafi – mirabili per la capacità di percepire e prevedere decisivi fenomeni che marcano la struttura e la storia contemporanea – Gramsci coglie in primo luogo il passaggio da un sistema di rapporti interstatali imperniato sulle capacità di direzione politica e intellettuale di uno Stato guida o modello, a un altro basato sul predominio economico, tecnologico, militare. Da sistemi egemonici cementati da comuni idee politiche e da affinità ideologico-culturali si passa a blocchi d’alleanza costituitisi a partire da un determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione, cioè retti da determinati rapporti di mercato e di scambio internazionale.


In tale nuovo ordine internazionale, soggetti di direzione politico-statale autonoma (interna e internazionale) sono soltanto quelli che si possono definire ‘grandi potenze’, in quanto dispongono di un territorio esteso e densamente popolato, di una grande ricchezza di materie prime e risorse energetiche, di un alto grado di sviluppo delle forze produttive agricole e industriali, di forti capacità finanziarie e intensi ritmi di innovazione tecnologica, tutto ciò articolato in un sistema integrato e relativamente autosufficiente, garantito da una corrispondente forza militare.


“Nella nozione di grande potenza è da considerare anche l’elemento ‘tranquillità interna’ cioè il grado e l’intensità della funzione egemonica del gruppo sociale dirigente; (questo elemento è da ricercare nella valutazione della potenza di ogni Stato, ma acquista maggiore importanza nella considerazione delle grandi potenze. Né vale ricordare la storia dell’antica Roma e delle lotte interne che non impedirono l’espansione vittoriosa ecc.; oltre agli altri elementi differenziali, basta considerare questo, che Roma era la sola grande potenza dell’epoca, e che non aveva da temere la concorrenza di rivali potenti, dopo la distruzione di Cartagine). Si potrebbe perciò dire che quanto più forte è l’apparato di polizia, tanto è più debole l’esercito e quanto più debole (cioè relativamente inutile) la polizia, tanto più forte è l’esercito (di fronte alla prospettiva di una lotta internazionale).” (Q, 1577) La grande potenza è inoltre la forza dirigente di un sistema internazionale di alleanze e la nazione che guida l’espansione di questo attraendo altre ragioni del mondo verso il proprio modo di essere (‘modernizzazione’).


Si presenta a questo punto il problema delle guerre fra gli Stati. Difatti la conformazione delle grandi potenze è il risultato del tentativo compiuto dalle forze dirigenti di uno Stato di estendere il proprio predominio oltre i confini della nazione, quindi a livello internazionale. I rapporti economici fra gli Stati comportano la strutturazione di un mercato internazionale, cioè un sistema integrato di rapporti tra le forze sociali di più nazioni; ma, mentre i rapporti delle forze a livello del mercato nazionale sono garantiti e resi stabili dall’organizzazione politica, giuridica e morale dello Stato, a livello internazionale essi mancano di sovrastrutture politiche istituzionali e perciò si svolgono in una lotta permanente, un persistente conflitto interstatale. Mancando a livello internazionale uno ‘Stato’ politico, si realizza un permanente stato di guerra, lo ‘Stato’ come guerra.


Le guerre moderne fra gli Stati hanno origine nella contraddizione fra l’internazionalismo della vita economica e il nazionalismo della vita politica. Con ciò si vede come la moderna civiltà degli Stati nazionali comporta non solo una forma della politica interna basata sulla ‘realtà effettuale della forza e della lotta’ fra le classi, ma anche una forma della politica internazionale sulla lotta e la guerra fra gli Stati. In questa logica si sono realizzate e si spiegano la prima e la seconda guerra mondiale e molte guerre intestatali a dimensioni regionali o locali; bisogna però tener presente che la lotta fra gli Stati non si manifesta sempre attraverso guerre totali di distruzione ma anche attraverso guerre con combattute. La condizione di guerra fra gli Stati è – nella civiltà moderna – permanente. In particolare le grandi potenze sono quegli Stati che sono in grado di vincere le guerre senza l’uso delle armi, ma attraverso la dimostrazione della loro forza; la corsa armamentista ed il potenziamento della capacità d’intervento molecolare e tempestivo sui diversi scenari di contesa si collocano precisamente in questa logica bellica: sono momenti operosi della guerra permanente.


Una risposta alla contraddizione fra il nazionalismo politico e l’internazionalismo economico si cerca di dare e si viene dando con la costituzione di comunità sovranazionali a dimensione regionale o continentale, e comunque attraverso processi di integrazione economica fra Stati geograficamente vicini, economicamente complementari, politicamente congrui, culturalmente affini. In un mondo dominato dalle grandi potenze, è in questa direzione che si crea la possibilità dell’emergenza di nuovi soggetti storico-politici capaci di autonomia (relativamente) integrale.

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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (13)
di fulmini , Sun 23 May 2021 6:30
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Capitolo 12. Sviluppo e diffusione dello Stato moderno.


Nella trattazione del movimento illuminista, inteso come momento del processo storico che culmina nella rivoluzione giacobina, abbiamo individuato questo come un processo di riforma intellettuale e morale. E abbiamo a un tempo osservato come l’Illuminismo non realizzi compiutamente il distacco dal passato, in quanto fa ricorso ancora ad una logica di carattere mitico-religiosa. Il passaggio definitivo alla nuova civiltà si realizza sulla base dei nuovi principi ideologici introdotti dagli illuministi, ma si consolida nella strutturazione concreta delle nuove attività e dei nuovi rapporti politici: con la Rivoluzione francese e nello Stato e nei partiti moderni.


In effetti, caratteristica della costruzione della civiltà statale moderna è la completezza e la rigorosa articolazione di un processo di trasformazione dei modi di sentire, di pensare, di operare collettivi e individuali, e conseguentemente la configurazione di un nuovo sistema di rapporti, di una nuova rete connettiva fra gli individui e tra i gruppi a livello nazionale. “La Francia dà un tipo compiuto di sviluppo armonico di tutte le energie nazionali e specialmente delle categorie intellettuali; quando nel 1789 un nuovo raggruppamento sociale affiora politicamente alla storia, esso è completamente attrezzato per tutte le sue funzioni sociali e perciò lotta per il dominio totale della nazione, senza venire a compromessi essenziali con le vecchie classi, ma invece subordinandole ai propri fini. [...] Questa massiccia costruzione intellettuale spiega la funzione della cultura francese nei secoli XVIII e XIX, funzione di irradiazione internazionale e cosmopolita e di espansione a carattere imperialistico ed egemonico in modo organico.” (Q, 1524)


È da considerare con speciale attenzione il rilievo che Gramsci fa nel senso di indicare come condizione della costruzione di un ordine integralmente nuovo l’aver raggiunto una autonomia teorica e di avere sviluppato organicamente questa nei diversi campi dell’attività umana. In mancanza di una tale attrezzatura intellettuale inevitabili saranno subordinazioni e compromessi essenziali (o, in mancanza di una tale forza intellettuale di aggregazione e irradiazione, il ricorso alla repressione sistematica delle attività creative e all’isolamento nazionalistico). Ed è da considerare anche il rapporto sottolineato da Gramsci tra la compiutezza della struttura intellettuale del processo di costruzione dello Stato nazionale francese ed il ruolo egemonico e di modello da questo assunto nella conformazione e sviluppo in Europa e nel mondo intero della moderna civiltà statale nazionale.


La rivoluzione giacobina costituisce il momento cruciale della svolta e dell’inizio della civiltà statale moderna: il complesso delle attività politiche rivoluzionarie danno luogo al nuovo Stato, il quale si distingue analiticamente dal movimento della rivoluzione in quanto è la conformazione di un ordine sociale e istituzionale (relativamente) permanente. Lo sviluppo del processo politico susseguente alla fase giacobina consiste, infatti, nel progressivo assestamento e consolidamento di questo nuovo ordine in Francia, è cioè la ricerca conflittuale di un nuovo equilibrio stabile tra le forze politiche e sociali attive.


Gramsci esamina questo periodo proprio nel paragrafo in cui approfondisce il concetto e la metodologia di analisi dei ‘rapporti di forza’: “Questi criteri metodologici possono acquistare visibilmente e didatticamente tutto il loro significato se applicati all’esame di fatti storici concreti. Si potrebbe farlo utilmente per gli avvenimenti che si svolsero in Francia dal 1789 al 1870. Mi pare che per maggior chiarezza dell’esposizione sia proprio necessario abbracciare tutto questo periodo. Infatti solo nel 1870-71, col tentativo comunalistico si esauriscono storicamente tutti i germi nati nel 1789 cioè non solo la nuova classe che lotta per il potere sconfigge i rappresentanti della vecchia società che non vuole confessarsi decisamente superata, ma sconfigge anche i gruppi nuovissimi che sostengono già superata la nuova struttura sorta dal rivolgimento iniziatosi del 1789 e dimostra così di essere vitale e in confronto al vecchio e in confronto al nuovissimo.” (Q, 1581-2)


In questa prima parte dell’analisi Gramsci delinea il senso complessivo del periodo, che non è quello di un ritorno al vecchio regime ma piuttosto quello di un processo di sviluppo, istituzionalizzazione e consolidamento della razionalità storico-politica emergente. Con la rivoluzione giacobina si erano attivate diverse forze sociali, liberate dai legami ideologici e istituzionali tradizionali, ciascuna mossa da una volontà di lotta e di potere. Si dà così inizio ad una prima fase di sviluppo della moderna civiltà statale, il cui carattere essenziale è dato dalla lotta politica ininterrotta nella quale si scontrano i contrapposti progetti di egemonia. Per tutto il periodo 1789-1871 è in discussione quale forza sociale assuma stabilmente il predominio; e precisamente la Comune di Parigi testimonia la vitalità dei tentativi del blocco agrario e del movimento popolare, ma il suo risultato segna la definitiva affermazione della classe borghese, la sua vittoria. Dopo l’affermazione dell’egemonia borghese, che si concreta in un sistema giuridico-istituzionale, la lotta delle forze che rimangono subordinate continua, riproponendosi però in modo diverso: in forme condizionate e limitate dalle regole del regime stabilito e in una prospettiva di genere rivendicativo, di autoaffermazione e di rifiuto piuttosto che di proposta di una realistica alternativa egemonica.


Lo Stato moderno è tale che una volta impiantato – configurata l’egemonia di un gruppo e la subordinazione degli altri – non permette lo svolgersi di nuove rivoluzioni che portino al potere e affermino l’egemonia di altri gruppi. Ecco perché Gramsci, nel seguito del paragrafo sostiene che nel 1871 si esaurisce la validità della teoria rivoluzionaria. “Inoltre, col 1870-71, perde efficacia l’insieme di principii di strategia e tattica politica nati praticamente nel 1789 e sviluppati ideologicamente intorno al 48 (quelli che si riassumono nella formula della ‘rivoluzione permanente’ [...]).” (Q, 1582)


È da sottolineare intanto l’affermazione di Gramsci che la teoria marxiana (del 1848) della rivoluzione è una concettualizzazione dell’esperienza giacobina. Ma ancora più importante è il riconoscimento di una validità di questa teoria fino alla Comune di Parigi. In effetti, mentre l’egemonia di un gruppo non si è ancora consolidata e lo Stato è in costruzione, le classi popolari possono aspirare e realisticamente proporsi di conquistare il potere, e perciò la loro azione rivoluzionaria non si ferma ad alcuno stadio intermedio di realizzazione di tale obiettivo, non accetta compromessi, è ‘permanente’. Il periodo che va dal 1789 al 1871 è conseguentemente segnato dalla lotta delle classi per il potere statale.


“Un elemento che mostra la giustezza di questo punto di vista – prosegue Gramsci – è il fatto che gli storici non sono per nulla concordi (ed è impossibile che lo siano) nel fissare i limiti di quel gruppo di avvenimenti che costituisce la rivoluzione francese. Per alcuni (per es. il Salvemini) la rivoluzione è compiuta a Valmy: la Francia ha creato un nuovo Stato e ha saputo organizzare la forza politico-militare che ne afferma e ne difende la sovranità territoriale. Per altri la Rivoluzione continua fino al Termidoro, anzi essi parlano di più rivoluzioni (il 10 agosto sarebbe una rivoluzione a sé ecc.; cfr la Rivoluzione francese di A. Mathiez nella collezione Colin). Il modo di interpretare il Termidoro e l’opera di Napoleone offre le più aspre contraddizioni: si tratta di rivoluzione o di controrivoluzione? ecc. Per altri la storia della Rivoluzione continua fino al 1830, 1848, 1870 e persino fino alla guerra mondiale del 1914. In tutti questi modi di vedere c’è una parte di verità. Realmente le contraddizioni interne della struttura sociale francese che si sviluppano dopo il 1789 trovano una loro relativa composizione solo con la terza repubblica e la Francia ha 60 anni di vita politica equilibrata dopo 80 anni di rivolgimenti a ondate sempre più lunghe: 89-94-99-1804-1815-1830-1848-1870.” (Q, 1582) Il fatto che le ondate di lotta e di scontro montino a intervalli sempre più lunghi mette in luce l progressivo assestamento dell’egemonia borghese.


Il problema del rapporto fra azione rivoluzionaria e consolidamento dell’egemonia nel processo costituente lo Stato moderno, Gramsci lo affronta anche a livello internazionale e in termini teorici più comprensivi. “Concetto politico della così detta ‘rivoluzione permanente’ sorto prima del 1848, come espressione scientificamente elaborata delle esperienze giacobine dal 1789 al Termidoro. La formula è propria di un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molti aspetti: maggiore arretratezza della campagna e monopolio quasi completo dell’efficienza politico-statale in poche città o addirittura in una sola (Parigi per la Francia), apparato statale relativamente poco sviluppato e maggiore autonomia della società civile dall’attività statale, determinato sistema delle forze militari e dell’armamento nazionale, maggiore autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale ecc. Nel periodo dopo il 1870, con l’espansione coloniale europea, tutti questi elementi mutano, i rapporti organizzativi interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della ‘rivoluzione permanente’ viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di ‘egemonia civile’. Avviene nell’arte politica ciò che avviene nell’arte militare: la guerra di movimento diventa sempre più guerra di posizione e si può dire che uno Stato vince una guerra in quanto la prepara militarmente e tecnicamente nel tempo di pace. La struttura massiccia delle democrazie moderne, sia come organizzazioni statali che come complesso di associazioni nella vita civile costituiscono per l’arte politica come le ‘trincee’ e le fortificazioni permanenti del fronte nella guerra di posizione: essi rendono solo ‘parziale’ l’elemento del movimento che prima era ‘tutta’ la guerra ecc. La quistione si pone per gli Stati moderni, non per i paesi arretrati e per le colonie, dove vigono ancora le forme che altrove sono superate e divenute anacronistiche. Anche la quistione del valore delle ideologie (come si può trarre dalla polemica Malagodi – Croce) – con le osservazioni del Croce sul ‘mito’ soreliano, che si possono ritorcere contro la ‘passione’ – deve essere studiata in un trattato di scienza politica.” (Q, 1566-7)


In questo brano sono individuate per grandi linee i tratti che contraddistinguono due tipi generali di situazione storico-politica: quella in cui lo Stato non ha raggiunto la sua forma istituzionale matura e si lotta ancora per l’egemonia, e quella in cui lo Stato si è compiutamente strutturato.


La prima situazione è caratterizzata da un sistema di potere instabile e fluido, da una parziale integrazione dei gruppi etnici e sociali nella vita politica nazionale, da relazioni tradizionali nelle campagne, scarso sviluppo industriale, amministrazione burocratica arretrata, da una larga autonomia della vita culturale rispetto allo Stato, da una minore integrazione nel mercato internazionale. In questa prima situazione, nella quale la teoria rivoluzionaria può risultare efficace e avere successo, si sono trovati ad esempio la Russia e la Cina, e si trovano forse tuttora alcuni Stati dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa.


La seconda situazione è caratterizzata invece dall’esistenza di grandi partiti politici di massa e di grandi sindacati economici, da un sistema integrato di apparati pubblici che assorbono largamente la società civile, da uno sviluppo economico e tecnologico avanzato strettamente connesso al sistema economico e di mercato internazionale. In questa seconda situazione, nella quale la teoria della rivoluzione permanente è superata nella scienza politica da concezioni articolate che pongono l’accento su processi di socializzazione e partecipazione di massa e di egemonia culturale, si trovano gli Stati contemporanei più avanzati.


L’esistenza di questi due tipi di situazione storico-politica evidenzia il fatto che al livello mondiale la moderna civiltà statale si è configurata con un centro e una periferia: da una parte un insieme di nazioni in cui si è sviluppata in modo organico e compiuto, dall’altra più insiemi di paesi in cui lo sviluppo del modello statale è meno integrato e integrale.


Ci soffermeremo più avanti nello studio del contenuto della maturità e integralità dello Stato, allorquando analizzeremo i rapporti partiti-Stato nel regime rappresentativo-burocratico. Avanziamo ora nell’esame del processo di espansione del modello statale dalla francia all’Europa. “Rapporto storico tra lo Stato moderno francese nato dalla Rivoluzione e gli altri Stati moderni dell’Europa continentale. Il confronto è di importanza vitale, purché non sia fatto in base ad astratti schemi sociologici. Esso può risultare dall’esame di questi elementi: 1) esplosione rivoluzionaria in Francia con radicale e violenta mutazione dei rapporti sociali e politici; 2) opposizione europea alla Rivoluzione francese e alla sua diffusione per i ‘meati’ di classe; 3) guerra della Francia, con la Repubblica e con Napoleone, contro l’Europa, prima per non essere soffocata, poi per costituire una egemonia permanente francese con la tendenza a formare un impero universale; 4) riscosse nazionali contro l’egemonia francese e nascita degli Stati moderni per piccole ondate riformistiche successive, ma non per esplosioni rivoluzionarie come quella originaria francese. Le ondate successive sono costituite da una combinazione di lotte sociali, di interventi dall’alto di tipo monarchia illuminata e di guerre nazionali, con prevalenza di questi ultimi due fenomeni. Il periodo della ‘Restaurazione’ è il più ricco di sviluppi da questo punto di vista: la restaurazione diventa la forma politica in cui le lotte sociali trovano quadri abbastanza elastici da permettere alla borghesia di giungere al potere senza rotture clamorose, senza l’apparato terroristico francese. Le vecchie classi feudali sono degradate da dominanti a ‘governative’, ma non eliminate, né si tenta di liquidarle come insieme organico: da classi diventano ‘caste’ con determinati caratteri culturali e psicologici, non più con funzioni economiche prevalenti.” (Q, 1358)


In questo paragrafo nel quale riassume il suo studio del processo di formazione degli Stati europei, Gramsci ne individua le fasi principali proponendo una periodizzazione. Questa proposta storiografica contiene, ed è modellata sulla base di, una interpretazione storico-politica che ricostruisce la logica concreta dell’espansione della civiltà statale. Per brevi tratti: si costituisce rivoluzionariamente uno Stato moderno; il sorgere di questo Stato crea una contraddizione con le nazioni circostanti le quali, per impedire che il nuovo ordine si diffonda al proprio interno, cercano di annientarne il modello; il nuovo Stato si organizza per difendersi e ancor più per espandersi e subordinare i paesi vicini, e affermare la propria egemonia a livello mondiale; questo espansionismo provoca nelle nazioni aggredite insieme l’indebolimento dei regimi tradizionali e una reazione nazionalistica, due fenomeni convergenti nella formazione di altri Stati moderni. Questi nuovi Stati non sorgono quindi attraverso rivolgimenti politico-sociali interni, ma col concorso delle diverse forze e classi sociali e perciò attraverso processi di trasformazione graduale.


La formazione dei nuovi equilibri di forza corrispondenti alla forma statale moderna, e in particolare l’affermazione dell’egemonia della classe borghese in queste ultime nazioni, si realizza attraverso un intreccio di attività di diversa origine e livello: organizzazione militare della popolazione e guerre nazionali, disposizioni giuridiche dell’autorità volte a dare forma istituzionale ai comportamenti e rapporti emergenti, mobilitazione e lotte sociali delle classi popolari, processi molecolari di trasformazione e di adattamento funzionale dei gruppi tradizionali alle nuove attività statali ed economiche.


Dal processo di formazione dei grandi Stati moderni europei (oltre la Francia), Gramsci sottolinea inoltre il suo carattere più conservatore e il suo procedere scaglionato e disteso nel tempo: “Si può dire [...] che il libro sulla Storia d’Europa– scrive, criticando la Storia dell’Europa nel secolo XIX del Croce – non è altro che un frammento di storia, l’aspetto ‘passivo’ della grande rivoluzione che si iniziò in Francia nel 1789, traboccò nel resto d’Europa con le armate repubblicane e napoleoniche, dando una potente spallata ai vecchi regimi, e determinandone non il crollo immediato come in Francia, ma la corrosione ‘riformistica’ che durò fino al 1870. Si pone il problema se questa elaborazione crociana, nella sua tendenziosità non abbia un riferimento attuale e immediato, non abbia il fine di creare un movimento ideologico corrispondente a quello del tempo trattato dal Croce, di restaurazione-rivoluzione, in cui le esigenze che trovarono in Francia una espressione giacobino-napoleonica furono soddisfatte a piccole dosi, legalmente, riformisticamente, e si riuscì così a salvare la posizione politica ed economica delle vecchie classi feudali, a evitare la riforma agraria e specialmente a evitare che le masse popolari attraversassero un periodo di esperienze politiche come quelle verificatesi in Francia negli anni del giacobinismo, nel 1831, nel 1848.” (Q, 1227)


Oltre a questa caratterizzazione generale del processo di formazione dello Stato moderno, Gramsci svolge analisi specifiche riguardo le principali nazioni europee. Di tale indagine ci limitiamo qui a considerare alcune osservazioni fondamentali concernenti l’Inghilterra, la Germania, l’Italia, l’URSS.


Riguardo l’Inghilterra: “In Inghilterra lo sviluppo è molto diverso che in Francia. Il nuovo raggruppamento sociale nato sulla base dell’industrialismo moderno, ha un sorprendente sviluppo economico-corporativo, ma procede a tastoni nel campo intellettuale-politico. Molto vasta la categoria degli intellettuali organici, nati cioè sullo stesso terreno industriale col gruppo economico, ma nella sfera più elevata troviamo conservata la posizione di quasi monopolio della vecchia classe terriera, che perde la supremazia economica ma conserva a lungo una supremazia politico-intellettuale e viene assimilata come ‘intellettuali tradizionali’ e strato dirigente dal nuovo gruppo di potere. La vecchia aristocrazia terriera si unisce agli industriali con un tipo di sutura che in altri paesi è appunto quello che unisce gli intellettuali tradizionali alle nuove classi dominanti.” (Q, 1526)“In Inghilterra, dove la rivoluzione borghese si è svolta prima che in Francia, abbiamo un fenomeno simile a quello tedesco di fusione tra il vecchio e il nuovo, nonostante l’estrema energia dei ‘giacobini’ inglesi, cioè le ‘teste rotonde’ di Cromwell; la vecchia aristocrazia rimane come ceto governativo, con certi privilegi, diventa anch’essa il ceto intellettuale della borghesia inglese (del resto l’aristocrazia inglese è a quadri aperti e si rinnova continuamente con elementi provenienti dagli intellettuali e dalla borghesia).” (Q, 2032-3)


Riguardo la Germania: “Il fenomeno inglese si è presentato anche in Germania complicato da altri elementi storici e tradizionali. La Germania, come l’Italia, è stata la sede di una istituzione e di una ideologia universalistica, supernazionale (Sacro Romano Impero della Nazione tedesca) e ha dato una certa quantità di personale alla cosmopoli medioevale, depauperando le proprie energie interne e suscitando lotte che distoglievano dai problemi di organizzazione nazionale e mantenevano la disgregazione territoriale del Medio Evo. Lo sviluppo industriale è avvenuto sotto un involucro semifeudale durato fino al novembre 1918 e gli junker hanno mantenuto una supremazia politico-intellettuale ben maggiore di quella dello stesso gruppo inglese. Essi sono stati gli intellettuali tradizionali degli industriali tedeschi, ma con speciali privilegi e con una forte coscienza di essere un gruppo sociale indipendente, basato sul fatto che detenevano un notevole potere economico sulla terra, ‘produttiva’ più che in Inghilterra. Gli junker prussiani rassomigliano a una casta sacerdotale-militare, che ha un quasi monopolio delle funzioni direttive-organizzative nella società politica, ma ha nello stesso tempo una base economica propria e non dipende esclusivamente dalla personalità del gruppo economico dominante. Inoltre, a differenza dei nobili terrieri inglesi, gli junker costituivano l’ufficialità di un grande esercito stanziale, ciò che dava loro dei quadri organizzativi solidi, favorevoli alla conservazione dello spirito di corpo e del monopolio politico (nel libro Parlamento e governo nel nuovo ordinamento della Germania di Max Weber si possono trovare molti elementi per vedere come il monopolio politico dei nobili abbia impedito l’elaborazione di un personale politico borghese vasto e sperimentato e sia alla base delle continue crisi parlamentari e della disgregazione dei partiti liberali e democratici; quindi l’importanza del Centro Cattolico e della Socialdemocrazia, che nel periodo imperiale riuscirono a elaborare un proprio strato parlamentare e direttivo abbastanza notevole).” (Q, 1526-7) “In Germania il processo si svolge per alcuni aspetti in modi che rassomigliano a quelli italiani, per altri a quelli inglesi. In Germania il movimento del 48 fallisce per la scarsa concentrazione borghese (la parola d’ordine di tipo giacobino fa data dall’estrema sinistra democratica: ‘rivoluzione in permanenza’) e perché la quistione del rinnovamento statale è intrecciata con la quistione nazionale; le guerre del 64, del 66 e del 70 risolvono insieme la quistione nazionale e quella di classe in un tipo intermedio: la borghesia ottiene il governo economico-industriale, ma le vecchie classi feudali rimangono come ceto governativo dello Stato politico con ampi privilegi corporativi nell’esercito, nell’amministrazione e sulla terra: ma almeno, se queste vecchie classi conservano in Germania tanta importanza e godono di tanti privilegi, esse esercitano una funzione nazionale, diventano gli ‘intellettuali’ della borghesia, con un determinato temperamento dato dall’origine di casta e dalla tradizione. [...] La spiegazione data da Antonio Labriola sulla permanenza al potere in Germania degli junker e del kaiserismo nonostante il grande sviluppo capitalistico, adombra la giusta spiegazione: il rapporto di classi creato dallo sviluppo industriale col raggiungimento del limite dell’egemonia borghese e il rovesciamento delle posizioni delle classi progressive, ha indotto la borghesia a non lottare a fondo contro il vecchio regime, ma a lasciarne sussistere una parte della facciata dietro cui velare il proprio dominio reale.” (Q, 2032-3)


Riguardo l’Italia. Sul caso italiano l’analisi di Gramsci è ampia e particolareggiata, sia in riferimento al problema della formazione dei gruppi intellettuali e politici nazionali dirigenti, sia in relazione al costituirsi dell’unità politico-territoriale ed allo sviluppo della classe borghese. Riportiamo di seguito alcune proposizioni in certo senso riassuntive. “Per l’Italia il fatto centrale è appunto la funzione internazionale e cosmopopolita dei suoi intellettuali che è causa ed effetto dello stato di disgregazione in cui rimane la penisola dalla caduta dell’Impero Romano al 1870.” (Q, 1524) “Se in Italia non si formò un partito giacobino ci sono le sue ragioni da ricercare nel campo economico, cioè nella relativa debolezza della borghesia italiana e nel clima storico diverso dell’Europa dopo il 1815.” (Q, 2032) “In ogni modo lo svolgersi del processo del Risorgimento, se pose in luce l’importanza enorme del movimento ‘demagogico’ di massa, con capi di fortuna, improvvisati ecc., in realtà fu riassunto dalle forze tradizionali organiche, cioè dai partiti formati di lunga mano, con elaborazione razionale dei capo ecc. [...] In ogni caso l’assenza nelle forze radicali popolari di una consapevolezza del compito dell’altra parte impedì ad esse di avere piena consapevolezza del loro proprio compito e quindi di pesare nell’equilibrio finale delle forze, in rapporto al loro effettivo peso d’intervento, e quindi di determinare un risultato più avanzato, su una linea di maggiore progresso e modernità.” (Q, 1773-4) “La funzione del Piemonte nel Risorgimento italiano è quella di una ‘classe dirigente’. In realtà non si tratta del fatto che in tutto il territorio della penisola esistessero nuclei di classe dirigente omogenea la cui irresistibile tendenza a unificarsi abbia determinato la formazione del nuovo Stato nazionale italiano. Questi nuclei esistevano, indubbiamente, ma la loro tendenza a unirsi era molto problematica, e ciò che più conta, essi, ognuno nel suo ambito, non erano ‘dirigenti’. Il dirigente presuppone il ‘diretto’, e chi era diretto da questi nuclei? Questi nuclei non volevano ‘dirigere’ nessuno, cioè non volevano accordare i loro interessi e aspirazioni con gli interessi ed aspirazioni di altri gruppi. Volevano ‘dominare’ non ‘dirigere’, e ancora: volevano che dominassero i loro interessi, non le loro persone, cioè volevano che una forza nuova, indipendente da ogni compromesso e condizione, divenisse l’arbitra della Nazione: questa forza fu il Piemonte e quindi la funzione della monarchia. Il Piemonte ebbe pertanto una funzione che può, per certi aspetti, essere paragonata a quella del partito, cioè del personale dirigente di un gruppo sociale (e si parlò sempre infatti di ‘partito piemontese’); con la determinazione che si trattava di uno Stato, con un esercito, una diplomazia, ecc. Questo fatto è della massima importanza per il concetto di ‘rivoluzione passiva’: che cioè non un gruppo sociale sia il dirigente di altri gruppi, ma che uno Stato, sia pure limitato come potenza, sia il ‘dirigente’ del gruppo che esso dovrebbe essere dirigente e possa porre a disposizione di questo un esercito e una forza politico-diplomatica.” (Q, 1822-4) “Il problema della direzione politica nella formazione nello sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia. Tutto il problema della connessione tra le varie correnti politiche del Risorgimento, cioè dei loro rapporti reciproci e dei loro rapporti con i gruppi sociali omogenei o subordinati esistenti nelle varie sezioni (o settori) storiche del territorio nazionale, si riduce a questo dato di fatto fondamentale: i moderati rappresentavano un gruppo sociale relativamente omogeneo, per cui la loro direzione subì oscillazioni relativamente limitate (e in ogni caso secondo una linea di sviluppo organicamente progressivo) mentre il così detto Partito d’Azione fu guidato dai moderati [...]. I moderati continuarono a dirigere il Partito d’Azione anche dopo il 1870 e il 1876 e il così detto ‘trasformismo’ non è stato che l’espressione parlamentare di questa azione egemonica intellettuale, morale e politica. Si può anzi dire che tutta la vita statale italiana dal 1848 in poi è caratterizzata dal trasformismo, cioè dall’elaborazione di una sempre più larga classe dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il 1848 [...]. Dalla politica dei moderati appare chiaro che ci può e ci deve essere una attività egemonica anche prima dell’andata al potere e che non bisogna contare solo sulla forza materiale che il potere dà per esercitare una direzione efficace: appunto la brillante soluzione di questi problemi ha reso possibile il Risorgimento nelle forme e nei limiti in cui esso si è effettuato, senza ‘Terrore’, come ‘rivoluzione senza rivoluzione’ ossia come ‘rivoluzione passiva’ per usare una espressione del Cuoco in un senso un po’ diverso da quello che il Cuoco vuole dire. In quali forme e con quali mezzi i moderati riuscirono a stabilire l’apparato (il meccanismo) della loro egemonia intellettuale, morale e politica? In forme e con mezzi che si possono chiamare ‘liberali’, cioè attraverso l’iniziativa individuale, ‘molecolare’, ‘privata’ (cioè non per un programma di partito elaborato e costituito secondo un piano precedentemente all’azione pratica e organizzativa). D’altronde ciò era ‘normale’, date la struttura e la funzione dei gruppi sociali rappresentati dai moderati, dei quali i moderati erano il ceto dirigente, gli intellettuali in senso organico.” (Q, 2010-11)


Riguardo l’URSS. La formazione dello Stato moderno in Russia è un caso molto particolare. Esso si costituisce infatti con notevole ritardo, e precisamente con la rivoluzione bolscevica; il processo si realizza secondo il modello rivoluzionario, segnando un radicale distacco dal passato. Gramsci fa perciò un preciso accostamento alla rivoluzione giacobina in Francia, dalla quale tuttavia si differenzia per il fatto che nello Stato sovietico piuttosto che affermarsi l’egemonia borghese si impianta quella di un nuovo gruppo dirigente che si dà una organizzazione di partito e conquista il potere mobilitando le classi popolari secondo la concezione della ‘rivoluzione permanente’. Inoltre Gramsci si domanda fino a qual punto l’affermazione dello Stato sovietico abbia dato inizio a un processo di espansione della nuova forma statale ad altre nazioni con l’egemonia permanente della Russia, omologo al modello Francia-Europa di espansione della civiltà statale. “In Russia diversi spunti: l’organizzazione politica ed economico-commerciale è creata dai Normanni (Varieghi), quella religiosa dai greci-bizantini; in un secondo tempo i tedeschi e i francesi portano l’esperienza europea in Russia e danno un primo scheletro consistente alla gelatina storica russa. Le forze nazionali sono inerti, passive e ricettive, ma forse per ciò assimilano completamente le influenze straniere e gli stessi stranieri, russificandoli. Nel periodo storico più recente avviene il fenomeno inverso: una élite di persone tra le più attive, energiche, intraprendenti e disciplinate, emigra all’estero, assimila la cultura e le esperienze storiche dei paesi più progrediti dell’Occidente, senza perciò perdere i caratteri più essenziali della propria nazionalità, senza cioè rompere i legami sentimentali e storici col proprio popolo; fatto così il suo garzonato intellettuale, rientra nel paese, costringendo il popolo ad un forzato risveglio, ad una marcia in avanti accelerata, bruciando le tappe. La differenza tra questa élite e quella tedesca importata (da Pietro il Grande, per esempio) consiste nel suo carattere essenziale nazionale-popolare: non può essere assimilata dalla passività inerte del popolo russo, perché è essa stessa una energica reazione russa lla propria inerzia storica.” (Q, 1525) “A proposito della parola d’ordine ‘giacobina’ formulata nel 48-49 è da studiarne la complicata fortuna. Ripresa, sistematizzata, elaborata, intellettualizzata dal gruppo Parvus-Bronstein, si manifestò inerte e inefficace nel 1905, e in seguito: era diventata una cosa astratta, da gabinetto scientifico. La corrente che la avversò in questa sua manifestazione letteraria, invece, senza impiegarla ‘di proposito’, la applicò di fatto in una forma aderente alla storia attuale, concreta, vivente, adatta al tempo e al luogo, come scaturiente da tutti i pori della determinata società che occorreva trasformare, come alleanza di due gruppi sociali, con l’egemonia del gruppo urbano. Nell’un caso si ebbe il temperamento giacobino senza un contenuto politico adeguato; nel secondo, temperamento e contenuto ‘giacobino’ secondo i nuovi rapporti storici, e non secondo un’etichetta letteraria e intellettualistica.” (Q, 2034) “Questo ‘modello’ {‘Rapporto storico tra lo Stato moderno francese nato dalla Rivoluzione e gli altri Stati moderni dell’Europa continentale’} della formazione degli Stati moderni può ripetersi in altre condizioni? È ciò da escludere in senso assoluto, oppure può dirsi che almeno in parte si possono avere sviluppi simili, sotto forma di avvento di economie programmatiche? Può escludersi per tutti gli Stati o solo per i grandi? La quistione è di somma importanza, perché il modello Francia-Europa ha creato una mentalità, che per essere ‘vergognosa di sé’ oppure per essere uno ‘strumento di governo’ non è perciò meno significativa.” (Q, 1358-9)

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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (12)
di fulmini , Sun 23 May 2021 5:50
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Capitolo 11. Il partito giacobino.


Dall’analisi svolta viene in luce come i giacobini sono un gruppo intellettuale e politico, cioè un partito, che nel processo di costruzione delle Stato borghese opera quale nesso politico tra gruppi sociali diversi, come punto di mediazione e incardinamento tra la subalternità degli uni e l’egemonia degli altri, e come momento di passaggio – gruppo di transizione – dalla Stato monarchico assoluto allo Stato borghese moderno.


Il partito giacobino mostra di essere la prima organizzazione politica moderna, e il fondatore della politica in senso moderno. Con i giacobini gli interventi trasformativi e le attività direttive della vita sociale diventano opera di un raggruppamento sociale che si unifica ideologicamente, si organizza metodicamente e agisce programmaticamente con l’obiettivo di giungere al potere, diventare gruppo dirigente. Con i giacobini di fatto si compie un passaggio dalla forma ‘movimento’ alla forma ‘partito’, cioè da movimenti quali l’utopista e l’illuminista che agiscono molecolarmente e in modo diffuso a livello culturale, a partiti politici che danno una organizzazione, una disciplina, un metodo e un programma a preesistenti movimenti disorganici e ad aspirazioni e inquietudini latenti in certi settori della società.


Questo passaggio segna un cambiamento profondo nella storia della cultura in quanto significa l’emergere di un nuovo modo di essere delle concezioni del mondo, di un nuovo modo di inserimento nella storia delle teorie, di un nuovo modo di rapportarsi alla vita collettiva da parte dei gruppi intellettuali. Il partito politico costruisce un tipo di rapporto fra teoria e pratica storicamente inedito, non solo in quanto costituisce un modo diverso dal tradizionale di diffusione delle concezioni del mondo, ma specialmente per il fatto che elabora e propone l’etica e la pratica proprie di queste concezioni tramite la programmazione e la sperimentazione di una volontà collettiva organizzata. “È da porre in rilievo l’importanza e il significato che hanno, nel mondo moderno, i partiti politici nell’elaborazione e diffusione delle concezioni del mondo in quanto essenzialmente elaborano l’etica e la politica conforme ad esse, cioè funzionano quasi da ‘sperimentatori’ di esse concezioni. I partiti selezionano individualmente la massa operante e la selezione avviene sia nel campo pratico che in quello teorico congiuntamente, con un rapporto tanto più stretto tra teoria e pratica quanto più la concezione è vitalmente e radicalmente innovatrice e antagonista dei vecchi modi di pensare. Perciò si può dire che i partiti sono gli elaboratori delle nuove intellettualità integrali e totalitarie, cioè il crogiolo dell’unificazione di teoria e pratica intesa come processo storico reale.” (Q, 1387)


Tramite l’organizzazione di partito si costituisce un nesso fra teoria e pratica tale che la concezione ideologica propria di un gruppo intellettuale dato, vissuta consapevolmente da questo, diventa azione pratica di un raggruppamento sociale più ampio: il partito fa agire gli uomini che organizza, conformemente a una ideologia elaborata come etica politica e tradotta in programma politico; li educa nell’ideologia organizzandoli e facendoli muovere d’accordo con essa. Il nesso fra teoria e pratica – che è poi il nesso fra intellettuali e semplici e tra filosofia superiore e senso comune – definito dal partito politico moderno è, insieme, consensualmente elaborato e autoritativamente indotto, e la politica moderna consiste in un intreccio di queste attività: costruzione del consenso e induzione di comportamenti.


Gramsci precisa il carattere programmatico del partito giacobino individuando la maniera secondo la quale opera in esso l’elemento dottrinario: non astrattamente, in uno spazio a parte, ma nello sforzo di organizzazione, educazione e direzione della forza politica. “Il carattere ‘dottrinario’ (strettamente inteso) di un gruppo può essere stabilito dalla sua attività reale (politica e organizzativa) e non dal contenuto ‘astratto’ della dottrina stessa. Un gruppo di ‘intellettuali’ per il fatto stesso che si costituisce in una certa misura quantitativa, mostra di rappresentare ‘problemi sociali’, le condizioni per la cui soluzione esistono già o sono in via di apparizione. Si chiama ‘dottrinario’ perché rappresenta non solo interessi immediati ma anche quelli futuri (prevedibili) di un certo gruppo: è ‘dottrinario’ in senso deteriore quando si mantiene in una posizione puramente astratta e accademica, e alla stregua delle ‘condizioni già esistenti o in via di apparizione’ non si sforza di organizzare, educare e dirigere una forza politica corrispondente. In questo senso i ‘giacobini’ non sono stati per nulla ‘dottrinari’.” (Q, 983)


Questo modo di configurarsi dei rapporti fra teoria e pratica nel partito giacobino è in connessione con una caratteristica della cultura francese qual è la tendenza a codificare i comportamenti; abbiamo visto come la scienza politica assume in Francia la forma di una scienza positiva del diritto, e vedremo come questa tendenza si irradia internazionalmente divenendo una connotazione formale tipica della politica e dello Stato moderno. “La cultura francese non è ‘panpolitica’ come noi oggi intendiamo, ma giuridica. La forma francese non è quella attiva e sintetica dell’uomo o lottatore politico, ma quella del giurista sistematico di astrazioni formali; la politica francese è specialmente elaborazione di forme giuridiche.” (Q, 1257)


Il rapporto fra teoria e pratica che in questo modo definisce l’organizzazione e la vita dei partiti e dello Stato comporta un preciso limite storico che pesa sullo sviluppo di questo e di quelli: non è cioè un rapporto nel quale le attività teoriche e le attività pratiche si arricchiscano reciprocamente in un movimento di rinnovamento, perfezionamento e cambiamento permanenti, rispondendo alle richieste sempre nuove provenienti dalla vita economica, sociale e culturale. Il nesso fra teoria e pratica tende invece a cristallizzarsi secondo norme giuridiche stabili (costituzioni e leggi, statuti e regolamenti) le quali ostacolano e limitano la ricerca teorica e scientifica e la sperimentazione di nuove vie pratiche. Anche i partiti che si propongono di rivoluzionare il mondo (e forse anche più degli altri, per il fatto d’essere meno pragmatici o realisti e più ideologici o dottrinari) tendono a congelarsi in una forma primitiva, non riescono a rinnovare se stessi al ritmo delle trasformazioni del mondo, da loro stessi o da altre forze avviate.


“Questo ordine di fenomeni è connesso a una delle quistioni più importanti che riguardano il partito politico, e cioè alla capacità del partito di reagire contro lo spirito di consuetudine, contro le tendenze a mummificarsi e a diventare anacronistico. I partiti nascono e si costituiscono in organizzazioni per dirigere la situazione in momenti storicamente vitali per le loro classi; ma non sempre essi sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche, non sempre sanno svilupparsi secondo che si sviluppano i rapporti complessivi di forza (e quindi posizione relativa delle loro classi) nel paese determinato o nel campo internazionale. Nell’analizzare questi sviluppi dei partiti occorre distinguere: il gruppo sociale; la massa di partito; la burocrazia e lo stato maggiore del partito. La burocrazia è la forza consuetudinaria e conservatrice più pericolosa; se essa finisce per costituire un corpo solidale, che sta a sé e si sente indipendente dalla massa, il partito finisce col diventare anacronistico, e nei momenti di crisi acuta viene svuotato del suo contenuto sociale e rimane come campato in aria. Si può vedere cosa avviene a una serie di partiti tedeschi per l’espansione dell’hitlerismo. I partiti francesi sono un campo ricco per tali ricerche: essi sono tutti mummificati e anacronistici, documenti storico-politici delle diverse fasi della storia passata francese, di cui ripetono la terminologia invecchiata: la loro crisi può diventare ancora più catastrofica di quella dei partiti tedeschi.” (Q, 1604-5)


Questa osservazione è parte del paragrafo Osservazioni su alcuni aspetti della struttura dei partiti politici nei periodi di crisi organica, e mette in luce come il logoramento e la crisi dei partiti politici (e dello Stato) non dipendono semplicemente da fenomeni contingenti, ma sono contenuti in germe fin dal costituirsi della loro propria struttura. Questo limite si manifesta però dopo un lungo percorso storico, e soltanto allora è possibile comprendere la crisi dei partiti come avente radice nella loro originaria costituzione dei rapporti teoria-pratica.


Che i giacobini costituiscano il primo partito politico moderno, che siano i fondatori della forma-partito, e che perciò la teoria del partito politico deve prendere in esame in modo particolare il loro modo di essere e la loro esperienza storico-politica, è affermato da Gramsci nel paragrafo d’apertura del Quaderno 13, incentrato appunto sulla politica e lo Stato moderno. “Il moderno Principedeve avere una parte dedicata al giacobinismo (nel significato integrale che questa nozione ha avuto storicamente e deve avere concettualmente), come esemplificazione di come si sia formata in concreto e abbia operato una volontà collettiva che almeno per alcuni aspetti fu creazione ex novo, originale.” (Q, 1559)


Seguitando Gramsci precisa in cosa consista questa novità storica: “E occorre che sia definita la volontà collettiva e la volontà politica in generale nel senso moderno, la volontà come coscienza operosa della necessità storica, come protagonista di un reale ed effettuale dramma storico.” (Q, 1559) Si tratta cioè del costituirsi di un aggruppamento di uomini che vogliono e perseguono i medesimi obiettivi politici, e che concepiscono la propria organizzazione (‘il partito’) come espressione della razionalità e del senso della storia, personificazione collettiva dello sviluppo logico necessario, non ché come attore di una lotta concreta. Il partito politico si presenta come soggetto della storia, e in due sensi: in quanto “coscienza operosa della necessità storica” e in quanto protagonista delle azioni politiche immediate.


Alla luce di queste considerazioni si comprende come con la comparsa dei partiti politici da una parte viene superata l’idea di una storia mossa da forze trascendenti e attuata da singoli condottieri e da grandi personalità, attraverso l’identificazione di soggetti collettivi dei quali possono far parte con la semplice adesione volontaria le persone comuni; dall’altra però questi organismi collettivi sono oggetto di un processo di feticizzazione in quanto si attribuisce loro un valore mitico e sono concepiti come entità metaempiriche: in possesso della scienza e della coscienza storica anche senza scienziati e senza svolgere e organizzare attività di ricerca scientifica, in grado di intervenire efficacemente nella storia oltre la concreta attività teorica e pratica dei suoi membri. Mentre si supera una forma di alienazione si ricade in una forma di feticismo.


“Come si può descrivere il feticismo. Un organismo collettivo è costituito di singoli individui, i quali formano l’organismo in quanto si sono dati e accettano attivamente una gerarchia e una direzione determinata. Se ognuno dei singoli componenti pensa l’organismo collettivo come una entità estranea a se stesso, è evidente che questo organismo non esiste più di fatto, ma diventa un fantasma dell’intelletto, un feticcio. E’ da vedere se questo modo di pensare, molto diffuso, non sia un residuo della trascendenza cattolica e dei vecchi regimi paternalistici: esso è comune per una serie di organismi, dallo Stato, alla Nazione, ai Partiti politici ecc. [...] Si è portati a pensare i rapporti tra il singolo e l’organismo come un dualismo, e ad un atteggiamento critico esteriore del singolo verso l’organismo (ce l’atteggiamento non è di una ammirazione entusiastica acritica). In ogni caso un rapporto feticistico. Il singolo si aspetta che l’organismo faccia, anche se egli non opera e non riflette che appunto, essendo il suo atteggiamento molto diffuso, l’organismo è necessariamente inoperante. Inoltre è da riconoscere che essendo molto diffusa una concezione deterministica e meccanica della storia (concezione che è nel senso comune ed è legata alla passività delle grandi masse popolari) ogni singolo, vedendo che, nonostante il suo non intervento, qualcosa tuttavia avviene, è portato a pensare che appunto al disopra dei singoli esiste una entità fantasmagorica, l’astrazione dell’organismo collettivo, una specie di divinità autonoma, che non pensa con nessuna testa concreta, ma tuttavia pensa, che non si muove con determinate gambe di uomini, ma tuttavia si muove ecc.” (Q, 1769-70)


Il fatto che la politica moderna di tipo partitico sia strutturata in modo da implicare un rapporto feticistico degli individui con l’organizzazione collettiva e da contenere un elemento ideologico deterministico, non vuol dire che sia irrealistica, anzi proprio questi limiti teorici sostanziano la sua forza pratica, e cioè sono elementi corrispondenti alla situazione culturale esistente e funzionali all’obiettivo politico perseguito. “Occorre insistere, contro una corrente tendenziosa e in fondo antistorica, che i giacobini furono dei realisti alla Machiavelli e non degli astrattisti. Essi erano persuasi dell’assoluta verità delle formule sull’uguaglianza, la fraternità, la libertà e, ciò che importa di più, di tali verità erano persuase le grandi masse popolari che i giacobini suscitavano e portavano alla lotta. Il linguaggio dei giacobini, la loro ideologia, i loro metodi d’azione riflettevano perfettamente le esigenze dell’epoca, anche se ‘oggi’, in una diversa situazione e dopo più di un secolo di elaborazione culturale, possono parere ‘astrattisti’ e ‘frenetici’. Naturalmente le riflettevano secondo la tradizione culturale francese.” (Q, 2028)


Il realismo al quale Gramsci qui si riferisce è il realismo caratterizzante la politica moderna, come attività teorico-pratica che sulla base di una analisi obiettiva delle situazioni concrete persegue una particolare trasformazione del rapporto di forze in campo. Non si tratta cioè del realismo inteso come azione nei limiti del sistema dato (che può definire piuttosto il realismo nelle attività diplomatiche e burocratiche), poiché include anche la tensione verso le novità e verso un dover essere, e vuole introdurre nella realtà storica una razionalità ancora non sperimentata. Il realismo politico è nell’intelligenza della realtà e nell’applicazione della volontà: impiego delle volontà concentrate disponibili nella creazione di un nuovo equilibrio delle forze, fondandosi su quella che si ritiene progressiva e potenziandola.


Il realismo politico dei giacobini è da Gramsci spiegato attraverso una ricostruzione della loro azione concreta: “Il linguaggio dei giacobini, la loro ideologia, i loro metodi d’azione, riflettevano perfettamente le esigenze dell’epoca [...]. La prima esigenza era quella di annientare le forze avversarie o almeno ridurle all’impotenza per rendere impossibile una controrivoluzione; la seconda esigenza era quella di allargare i quadri della borghesia come tale e di porla a capo di tutte le forze nazionali, per mettere in moto queste forze e condurle alla lotta ottenendo due risultati: a) di opporre un bersaglio più largo ai colpi degli avversari, cioè di creare un rapporto politico-militare favorevole alla rivoluzione; b) di togliere agli avversari ogni zona di passività in cui fosse possibile arruolare eserciti vandeani. [...] Se è vero che i giacobini ‘forzarono’ la mano, è anche vero che ciò avvenne sempre nel senso dello sviluppo storico reale, perché non solo essi organizzarono un governo borghese, cioè fecero della borghesia la classe dominante, ma fecero di più, crearono lo Stato borghese, fecero della borghesia la classe nazionale dirigente, egemone, cioè dettero allo Stato nuovo una base permanente, crearono la compatta nazione moderna francese.” (Q, 2028-9)


Abbiamo osservato che le varie caratteristiche che segnano i valori e le novità dell’organizzazione partitica e della politica moderna comportano determinate limitazioni: il nuovo rapporto teoria-pratica trova limite nella tendenza alla codificazione, il carattere collettivo dei nuovi soggetti poliitci è limitato dal rapporto feticistico con l’organizzazione. Anche il modo di essere realistico della politica e dei partiti moderni manifesta una propria insufficienza, che Gramsci intravede nel seguito del paragrafo. “Che, nonostante tutto, i giacobini siano sempre rimasti sul terreno della borghesia, è dimostrarono dagli avvenimenti che segnarono la loro fine come partito di formazione troppo determinata e irrigidita e la morte di Robespierre: essi non vollero riconoscere agli operai il diritto di coalizione, mantenendo la legge Chapelier, e come conseguenza dovettero promulgare la legge del ‘maximum’. Spezzarono così il blocco urbano di Parigi: le loro forze d’assalto, che si raggruppavano nel comune, si dispersero, deluse, e il termidoro ebbe il sopravvento. La rivoluzione aveva trovato i limiti più larghi di classe; la polititca delle alleanze e della rivoluzione permanente aveva finito col porre quistioni nove che allora non potevano essere risolte, aveva scatenato forze elementari che solo una dittatura militare sarebbe riuscita a contenere.” (Q, 2029-30)


La politica moderna inaugurata dai giacobini raggiunge il proprio scopo attraverso l’attivazione e la mobilitazione di grandi masse e forze sociali. L’efficienza della politica moderna sta precisamente nella capacità di far passare le moltitudini da uno stato di agitazione diffusa e dispersa, localistica, sporadica, corporativa, ad uno stato di movimento permanente e concentrato, generalizzato e specificamente politico. Le volontà collettive così costituite, opportunamente sollevate e canalizzate attorno ad un’ideologia, determinano un processo di accelerazione storica e di passaggio a un nuovo tipo di situazione politico-sociale. Le forze organizzate e mobilitate però non si limitano a prendere il posto assegnato nel progetto politico proprio delle organizzazioni partitiche, non si conformano facilmente al punto di equilibrio previsto o di fatto raggiunto, e non si sottomettono volontariamente all’ordine sociale nuovo la cui stabilità richiede un certo livello di smobilitazione delle masse. Nella nuova situazione comincia a manifestarsi una non-corrispondenza tra le aspirazioni e le promesse insite nelle ideologie che continuano a coesionare i soggetti collettivi e a spingerli all’azione, e i compromessi ed equilibri della situazione risultante dal rapporto delle forze. D’altra parte, passati i momenti di vita intensamente collettiva, di entusiasmo ed effervescenza delle passioni popolari, di intensificazione della lotta, riemergono gli interessi di gruppo e le ambizioni di parte con il conseguente processo di disgregazione sociale e disorganamento delle lotte. A partire dalla Rivoluzione francese gli uomini e i gruppi si accorgono che la struttura del potere dipende dalla volontà politica e dalla loro propria capacità d’azione, che si agisce in campo aperto e che nuove posizioni possono essere conquistate; ogni gruppo può concretamente aspirare e concretamente proporsi la conquista del potere dimodoché si riapre la lotta tra le forze emerse. La lotta diventa comunque necessaria per ogni gruppo, poiché chi non lotta è emarginato ed anche il mantenimento della posizione raggiunta implica un conflitto. Si arriva al punto in cui i partiti che hanno attivato e trasformato i vari aggruppamenti sociali politicizzandoli, non riescono più a guidarli e a controllare la situazione, mostrando di avere una conformazione ‘troppo determinata e irrigidita’. Nel caso della Rivoluzione francese la classe borghese, divenuta dominante e presa coscienza delle proprie potenzialità, lascia indietro il progetto giacobino ed elabora e impone nuovi piani; il movimento popolare è imbrigliato dittatorialmente, irregimentato nella leva di massa e il loro potenziale di lotta è impegnato dallo Stato nelle guerre napoleoniche.


Il limite del realismo della politica moderna consiste dunque nella difficoltà di riconvertire, coi propri mezzi organizzativi e secondo la propria logica, le energie sociali suscitate ed indirizzate alla rottura e trasformazione dell’ordine preesistente in energie sociali ordinate al funzionamento e sviluppo dell’ordine nuovo. Problema che fino ai giorni nostri continua a dar luogo ad un avvicendamento di momenti di politica partitico-rappresentativa e momenti di dittatura, e ciò indipendentemente dal regime politico-sociale. Il più grande tentativo di dare soluzione a questo problema nella continuità della vita politica partitica è stato quello teorizzato da Hegel col passaggio allo Stato rappresentativo-burocratico col consenso permanentemente organizzato. Ma di ciò più avanti.


Esaminati i contenuti e le forme della politica giacobina, e posto l’accento sulle novità e i limiti che porta con sé l’organizzazione partitica moderna da essi introdotta, è opportuno riprendere e completare qui la proposizione di Gramsci che abbiamo posto all’inizio di questo libro, nella quale sono delineate riassuntivamente le caratteristiche del partito politico, già presenti nel partito giacobino. “Il termine di ‘giacobino’ ha finito per assumere due significati: uno è quello proprio, storicamente determinato, di un determinato partito della rivoluzione francese, che concepiva lo svolgimento della vita francese in un modo determinato, con un programma determinato, sulla base di forze sociali determinate e che esplicò la sua azione di partito e di governo con un metodo determinato che era caratterizzato da una estrema energia, decisione e risolutezza, dipendente dalla credenza fanatica della bontà e di quel programma e di quel metodo. Nel linguaggio politico i due aspetti del giacobinismo furono scissi e si chiamò giacobino l’uomo politico energico, risoluto e fanatico, perché fanaticamente persuaso delle virtù taumaturgiche delle sue idee, qualunque esse fossero: in questa definizione prevalsero gli elementi distruttivi derivati dall’odio contro gli avversari e i nemici, più che quelli costruttivi, derivati dall’aver fatto proprie le rivendicazioni delle masse popolari, l’elemento settario, di conventicola, di piccolo gruppo, di sfrenato individualismo, più che l’elemento politico nazionale.” (Q, 2017)


Nel primo significato del concetto, Gramsci espone quelli che possono essere intesi come i tratti distintivi del partito moderno: l’essere un gruppo unificato ideologicamente da un sistema di idee politiche e da una interpretazione della storia nazionale, l’agire programmaticamente secondo un progetto di trasformazione definito, lo stabilire rapporti con determinati gruppi sociali organizzandoli e coordinandoli nella prospettiva dell’egemonia del gruppo considerato decisivo, l’operare con un metodi di lotta politica e di governo implicante la centralizzazione delle decisioni e la loro esecuzione disciplinata, la determinazione nella lotta e volontà di potere, l’appassionamento nel presente e la certezza della vittoria futura.


Nel secondo significato del concetto, Gramsci espone invece alcune di quelle che nel processo storico si sono manifestate come tendenze deteriori del partito politico: la dogmatizzazione delle proprie idee fino al punto di ritenerle capaci di comprendere integralmente la realtà, e di possedere la totalità dei principi attivi necessari al cambiamento ed alla redenzione della società e degli uomini; la settarizzazione del proprio aggruppamento politico fino al punto di ritenerlo comprensivo di tutte le esperienze ed i valori positivi sufficienti alla riorganizzazione dell’ntera vita sociale; la tendenza manichea a vedere negli avversari la causa e la manifestazione di ogni male, con il conseguente orientamento della propria azione in senso negativo e distruttivo.

Ora, se è vero che con i giacobini compare il partito politico moderno e, conseguentemente, che a partire dall’esperienza giacobina è possibile procedere alla elaborazione di una teoria del partito e della politica moderna, occorre però avere ben chiaro che la struttura organizzativa e l’esperienza come partito dei giacobini è circoscritta e limitata. Gramsci offre una immagine concreta di come fossero quelle organizzazioni politiche, sottolineando contestualmente come la limitatezza di quella esperienza associativa ha comportato insufficienze nelle teorizzazioni sul partito fatte da Hegel e Marx.


“Marx non poteva avere esperienze storiche superiori a quelle di Hegel (almeno molto superiori), ma aveva il senso delle masse, per la sua attività giornalistica e agitatoria. Il concetto di Marx dell’organizzazione rimane ancora impigliato tra questi elementi: organizzazione di mestiere, clubs giacobini, cospirazioni segrete di piccoli gruppi, organizzazione giornalistica. La Rivoluzione francese offre due tipi prevalenti: i clubs, che sono organizzazioni non rigide, tipo ‘comizio popolare’, centralizzate da singole individualità politiche, ognuna delle quali ha il suo giornale, con cui tiene desta l’attenzione e l’interesse di una determinata clientela sfumata ai margini, che poi sostiene le tesi del giornale nelle riunioni del club. È certo che in mezzo agli assidui dei clubs dovevano esistere aggruppamenti ristretti e selezionati di gente che si conosceva reciprocamente, che si riuniva a parte e preparava l’atmosfera delle riunioni per sostenere l’una o l’altra corrente secondo i momenti e anche secondo gli interessi concreti in gioco. Le cospirazioni segrete, che poi ebbero tanta diffusione in Italia prima del 48, dovettero svilupparsi dopo il Termidoro in Francia, tra i seguaci di seconda linea del giacobinismo, con molte difficoltà nel periodo napoleonico per l’occhiuto controllo della polizia, con più facilità dal 15 al 30 sotto la Restaurazione, che fu abbastanza liberale alla base e non aveva certe preoccupazioni. In questo periodo dal 15 al 30 dovette avvenire la differenziazione del campo politico popolare, che appare già notevole nelle ‘gloriose giornate’ del 1830, in cui affiorano le formazioni venutesi costituendo nel quindicennio precedente. Dopo il 30 e fino al 48 questo processo di differenziazione si perfeziona e dà dei tipi abbastanza compiuti con Blanqui e con Filippo Buonarroti.” (Q, 57)


Vengono qui individuati due tipi di organizzazione politica: i clubs giacobini, che stanno all’origine della tradizione organizzativa di partito politico, e le cospirazioni, che stanno all’origine del versante associativo che dà luogo ad organizzazioni del tipo Massoneria, Rotary Club ecc.


Il modello organizzativo del partito giacobino presenta già una articolazione fra livelli differenti di partecipazione e di direzione. Sono identificabili le assemblee di base come riunione delle persone aderenti all’indirizzo politico o appassionate da determinati leaders, un piccolo gruppo di forti personalità politiche che guidano l’insieme del movimento, e in mezzo gruppi selezionati di persone che si riuniscono continuamente e svolgono una funzione connettiva e organizzativa secondo le direttive che provengono dai capi. E come mezzo di collegamento diretto del vertice con la base, il giornale di partito.


La struttura organizzativa matura del partito politico moderno è individuata da Gramsci in un altro paragrafo, intitolato Quando si può dire che un partito sia formato e non può essere distrutto con mezzi normali, dove si può misurare quanto il partito giacobino ne abbia costituito il prototipo. “Perché esista un partito è necessario che confluiscano tre elementi fondamentali (cioè tre gruppi di elementi). 1) Un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo. Senza di essi il partito non esisterebbe, è vero, ma è anche vero che il partito non esisterebbe neanche ‘solamente’ con essi. Essi sono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente. [...] 2) L’elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice e anche (anzi forse per questo, inventiva, se si intende inventiva in una certa direzione, secondo certe linee di forza, certe prospettive, certe premesse anche): è anche vero che da solo questo elemento non formerebbe il partito, tuttavia lo formerebbe più che on il primo elemento considerato. [...] 3) Un elemento medio, che articoli il primo col terzo elemento, che li metta in contatto, non solo ‘fisico’ ma morale e intellettuale. Nella realtà, per ogni partito esistono delle ‘proporzioni definite’ tra questi tre elementi e si raggiunge il massimo di efficienza quando tali ‘proporzioni definite’ sono realizzate.” (Q, 1733-4)


Riguardo infine la complessità del processo di formazione di un partito, Gramsci scrive: “Come si inizia la costituzione di un partito, come si sviluppa la sua forza organizzata e di influenza sociale ecc. Si tratta di un processo molecolare, minutissimo, di analisi estrema, capillare, la cui documentazione è costituita da una quantità sterminata di libri, di opuscoli, di articoli di rivista e di giornale, di conversazioni e dibattiti a voce che si ripetono infinite volte e che nel loro insieme gigantesco rappresentano questo lavorio da cui nasce una volontà collettiva di un certo grado di omogeneità, di quel certo grado che è necessario e sufficiente per determinare un’azione coordinata e simultanea nel tempo e nello spazio geografico in cui il fatto storico si verifica. [...] Dopo la formazione del regime dei partiti, fase storica legata alla standardizzazione di grandi masse della popolazione (comunicazioni, giornali, grandi città ecc.) i processi molecolari avvengono più rapidamente che nel passato ecc.” (Q, 1058)

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di fulmini , Sun 23 May 2021 5:40
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Capitolo 10. L’iniziativa giacobina e la Rivoluzione francese.


L’analisi storico-critica giunge così al momento decisivo nel quale i rapporti partiti-Stato, che abbiamo seguito nel processo della loro formazione, si strutturano; è questo anche il momento in cui si compie lo stacco definitivo dalla civiltà cattolico-medioevale e si consolida la nuova civiltà statale. La ricognizione storica dei fenomeni e l’analisi teorica dei problemi implicati in questa fase divengono più complesse. Si tratta di esaminare il movimento giacobino e la Rivoluzione francese, la ‘Restaurazione’ e il processo di espansione del modello di Stato alle nazioni europee, il parlamentarismo e il regime dei partiti.


Occorre dapprima individuare le condizioni storiche nelle quali sorgono le iniziative rivoluzionarie. Una prima esigenza interpretativa è quella di individuare il carattere nazionale francese del primo superamento dello Stato assoluto in Europa, e ciò in rapporto al carattere specificamente politico-statale delle attività che lo causarono.


Messa la questione in questi termini, l’analisi del processo rivoluzionario si differenzia e critica quelle interpretazioni che tentano di comprenderlo nel quadro astratto e a-nazionale della transizione dal ‘modo di produzione feudale’ al ‘modo di produzione capitalistico’, e che privilegiano l’economia (specialmente la ‘contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione’) come momento esplicativo essenziale. Nel paragrafo Analisi delle situazioni: rapporti di forzaGramsci scrive: “Altra questione connessa alle precedenti è quella di vedere se le crisi storiche fondamentali sono determinate immediatamente dalle crisi economiche. [...] Si può escludere che, di per se stesse, le crisi economiche immediate producano eventi fondamentali; solo possono creare un terreno più favorevole alla diffusione di certi modi di pensare, di impostare e risolvere le questioni che coinvolgono tutto l’ulteriore sviluppo della vita statale. Del resto, tutte le affermazioni che riguardano i periodi di crisi o di prosperità possono dar luogo a giudizi unilaterali. Nel suo compendio di storia della Rivoluzione francese (ed. Colin) il Mathiez, opponendosi alla storia volgare tradizionale, che aprioristicamente ‘trova’ una crisi in coincidenza con le grandi rotture di equilibri sociali, afferma che verso il 1789 la situazione economica era piuttosto buona immediatamente, per cui non si può dire che la catastrofe dello Stato assoluto sia dovuta a una crisi di immiserimento (cfr l’affermazione esatta del Mathiez). Occorre osservare che lo Stato era in preda a una mortale crisi finanziaria e si poneva la quistione su quale dei tre ordini sociali privilegiati dovevano cadere i sacrifizi e i pesi per rimettere in sesto le finanze statali e regali. Inoltre: se la posizione economica della borghesia era florida, certamente non era buona la situazione delle classi popolari delle città e delle campagne, specialmente di queste, tormentate da miseria endemica. In ogni caso la rottura dell’equilibrio delle forze non avvenne per cause meccaniche immediate di immiserimento del gruppo sociale che aveva interesse a rompere l’equilibrio e di fatto lo ruppe, ma avvenne nel quadro di conflitti superiori al mondo economico immediato, connessi al ‘prestigio’ di classe (interessi economici avvenire), ad una esasperazione del sentimento di indipendenza, di autonomia e di potere. La quistione particolare del malessere o benessere economico come causa di nuove realtà storiche è un aspetto parziale della quistione dei rapporti di forza nei loro vari gradi.” (Q, 1586-8)


Viene così in evidenza come il processo della Rivoluzione francese fu fondamentalmente una lotta politica, all’interno dello Stato e per il controllo di questo, tra le classi dominanti, lotta che si acutizza in occasione di un congiunturale dissesto delle finanze pubbliche. In Francia la borghesia si era venuta sviluppando economicamente e politicamente in modo molto rapido, e aveva raggiunto importanti posizioni di comando nelle istituzioni statali; essa ascendeva si potrebbe dire sistematicamente al potere, sostituendo progressivamente le classi nobiliari. Queste ultime però sono molto forti, lottano per la conservazione e l’ampliamento dei propri privilegi e reagiscono con un progetto di restaurazione della propria egemonia. Le due forze si affrontano con progetti alternativi di riforma dello Stato volti a garantire la rispettiva egemonia, con un conseguente indebolimento della monarchia e dello Stato assoluto. Nella lotta fra le classi dominanti tradizionali e la classe dominante emergente si consuma l’equilibrio realizzatosi nello Stato assoluto e nelle sue istituzioni. Ed è in occasione del dissesto finanziario dello Stato (risultante dall’impegno dello Stato francese a favore della rivoluzione americana, in chiave anti-Stato inglese) che i due schieramenti si sfidano, accentuano la loro pressione, condizionando il loro contributo finanziario all’acquisto di nuovi privilegi e posizioni di potere.


“Anche in Francia ci fu un tentativo di alleanza tra monarchia, nobili e alta borghesia dopo un inizio di rottura tra nobili e monarchia. In Francia però la rivoluzione ebbe la forza motrice anche nelle classi popolari che le impedirono di fermarsi ai primi stadi.” (Q, 2067) Il conflitto di potere tra i nobili e i borghesi – le classi che componevano il contenuto sociale dello Stato assoluto – determina la crisi d’autorità; questo conflitto non è ancora rivoluzione, e infatti sarebbe stata possibile una ricomposizione, un nuovo compromesso tra quelle classi, ove non fossero apparse e intervenute nuove forze sociali e nuovi soggetti politici. La lotta fra borghesia e nobiltà (che erano poi schieramenti complessi e compositi, non riducibili ad uno schema semplici di classi sociali economiche) crea una condizione necessaria per la rivoluzione, che si avvia con una iniziativa teorico-politica di cui è protagonista un nuovo gruppo sociale, la ‘piccola borghesia intellettuale’, che è in concreto quelle nuova figura sociale – a base intellettuale e politica anziché economica – che si concentra e organizza nel movimento illuminista e nel partito giacobino. Questo gruppo è portatore di un nuovo sistema di idee politiche e di un progetto di superamento della crisi dello Stato, consistente nella ristrutturazione istituzionale di questo sulla base di un nuovo blocco culturale e sociale. In contenuto sociale del nuovo sistema di potere lo dovevano costituire fondamentalmente la classe borghese e le masse contadine organate dalla categorie intellettuali nei loro vari gradi.


Ora, unificare un nuovo blocco, porlo come contenuto economico-sociale dello Stato, creare nuove regole ed istituzioni di governo, introdurre un nuovo sistema di idee politiche, è in realtà costruire uno Stato nuovo. Così come il vecchio Stato assoluto si era potuto costituire in base ad una grande concentrazione del potere nel ‘principe’, il nuovo Stato ha richiesto una fase iniziale di accentramento delle leve di comando e di energica azione coercitiva da parte del ‘moderno principe’.


Prima di analizzare l’organizzazione e le forme di azione del partito giacobino occorre approfondire i contenuti politico-sociali dell’opera giacobina, analizzando l’azione svolta verso le tre grandi componenti sociali – borghesia, intellettuali, contadini – che si propone di unificare in blocco politico-economico integrato.


La crisi dello Stato assoluto consisteva fondamentalmente e si manifestava nella rottura degli equilibri politici e nella lotta all’interno dello Stato fra le classi dominanti tradizionali ed emergenti: la crisi era però più generale e riguardava l’intero assetto sociale, in uno stato di crescente effervescenza risultante dall’espansione dei nuovi metodi produttivi, dalla diffusione delle nuove concezioni ideologiche, e dal prolungarsi delle stesse lotte di potere.


Gruppo sociale direttamente investito da quei fenomeni era quello dei contadini. Questi erano contemporaneamente posti, da una parte nella condizione di intravedere la possibilità di un cambiamento della loro vita, di uno spostamento in città e di un inserimento nel lavoro artigiano e industriale, e dall’altra erano soggetti a una più intensa pressione di assoggettamento e di sfruttamento da parte dei padroni della terra. Ciò mentre si incrinavano le tradizionali fedeltà e vincoli giuridici e religiosi, e sorgevano nuove costrizioni legate alle esigenze delle guerre. Si viene manifestando un certo scollamento dei contadini nei confronti dei gruppi dominanti tradizionali, e prende corpo uno stato di scontento e di agitazione intorno a rivendicazioni disorganiche.


I fenomeni di disgregazione investono anche certe categorie di intellettuali tradizionali, intellettuali di tipo rurale legati alla massa sociale campagnola e piccolo borghese nei centri urbani minori, la cui funzione era proprio quella di vincolare i contadini al blocco agrario. In questo contesto di trasformazione sociale e di crisi di autorità trova spazio l’iniziativa dei giacobini, volta a comporre un nuovo blocco nel quale la massa contadina e le categorie intellettuali siano rapportati alla classe borghese.


Riflettendo sul significato della politica giacobina, sull’ “esser ‘giacobino’ non solo per la ‘forma’ esterna, di temperamento, ma specialmente per il contenuto economico-sociale”, Gramsci scrive: “il collegamento delle diverse classi rurali che si realizzava in un blocco reazionario attraverso i diversi ceti intellettuali legittimisti-clericali poteva essere dissolto per addivenire ad una nuova formazione liberale-nazionale solo se si faceva forza in due direzioni: sui contadini di base, accettandone le rivendicazioni elementari e facendo di esse parte integrante del nuovo programma di governo, e sugli intellettuali degli strati medi e inferiori, concentrandoli e insistendo sui motivi che più li potevano interessare (e già la prospettiva della formazione di un nuovo apparato di governo, con le possibilità di impiego che offre, era un elemento formidabile di attrazione su di essi, se la prospettiva si fosse presentata come concreta perché poggiata sulle aspirazioni dei rurali. [...] Si può dire però che, data la dispersione e l’isolamento della popolazione rurale e la difficoltà quindi di concentrarla in solide organizzazioni, conviene iniziare il movimento dai gruppi intellettuali; in generale però è il rapporto dialettico tra le due azioni che occorre tener presente. Si può anche dire che partiti contadini nel senso stretto della parola è quasi impossibile crearne: il partito contadino si realizza in generale solo come forte corrente di opinioni, non già in forme schematiche d’inquadramento burocratico; tuttavia l’esistenza anche solo di uno scheletro organizzativo è di utilità immensa, sia per una certa selezione di uomini, sia per controllare i gruppi intellettuali e impedire che gli interessi di casta li trasportino impercettibilmente in altro terreno.” (Q, 2024-5)


L’azione dei giacobini fu quella di rendere coerenti le rivendicazioni contadine, inserirle a livello subalterno nel proprio progetto di trasformazione economico-sociale e di costruzione di un nuovo Stato, e mettere in piedi una certa struttura organizzativa: non un partito contadino, ma una organizzazione strumentale, utile per la direzione dei fermenti e delle spinte contadine e per la selezione di personale. L’importanza di questa azione giacobina sui contadini, come elemento necessario della volontà collettiva nazionale che sta a fondamento dello Stato moderno, è sottolineata da Gramsci: “Ogni formazione di volontà collettiva nazionale-popolare è impossibile se le grandi masse dei contadini coltivatori non irrompono simultaneamente nella vita politica. Ciò intendeva il Machiavelli attraverso la riforma della milizia, ciò fecero i contadini nella Rivoluzione francese.” (Q, 1560)


Nei confronti degli intellettuali il partito giacobino agisce concentrandoli, influenzandoli ideologicamente e offrendo loro prospettive di impiego e di inserimento nello Stato. Il significato attribuito da Gramsci all’azione giacobina nei confronti degli intellettuali si può individuare più precisamente tenendo presente la valutazione che fa degli intellettuali di tipo rurale come forza di collegamento e di mobilitazione: “Gli intellettuali di tipo rurale sono in gran parte ‘tradizionali’, cioè legati alla massa sociale campagnola e piccolo borghese, di città (specialmente nei centri minori), non ancora elaborata e messa in movimento dal sistema capitalistico: questo tipo di intellettuale mette a contatto la massa contadina con l’amministrazione statale o locale (avvocati, notai ecc.) e per questa stessa funzione ha una grande funzione politico-sociale, perché la mediazione professionale è difficilmente scindibile dalla mediazione politica. Inoltre: nella campagna l’intellettuale (prete, avvocato, maestro, notaio, medico ecc.) ha un medio tenore di vita superiore o almeno diverso da quello del medio contadino e perciò rappresenta per questo un modello sociale nell’aspirazione a uscire dalla sua condizione e a migliorarla. [...] Non si comprende nulla della vita collettiva dei contadini e dei germi e fermenti di sviluppo che vi esistono se non si prende in considerazione, non si studia in concreto e non si approfondisce, questa subordinazione effettiva agli intellettuali: ogni sviluppo organico delle masse contadine, fino a un certo punto, è legato ai movimenti degli intellettuali e ne dipende.” (Q, 1520-1)


Azione storicamente decisiva è infine quella compiuta dai giacobini sulla borghesia. Per comprendere il valore e il significato di tale azione è necessario rivedere criticamente la diffusa immagine di una classe borghese di natura rivoluzionaria, spontaneamente orientata verso la trasformazione politica e culturale dell’ordine sociale dato.


In realtà la borghesia era un raggruppamento sociale costituito su basi economiche, portatori di innovazione nei metodi di organizzazione della vita produttiva e tenuto insieme da interessi economici particolari condivisi. Esso non si mostra spontaneamente provvisto di una nuova ideologia, né di un proprio progetto di riorganizzazione radicale e complessiva dell’ordine sociale e statale; ha degli interessi economici e sociali che cerca di estendere e garantire attraverso la conformazione di nuovi equilibri nella struttura del potere, ma è ancora immersa nel mondo culturale tradizionale i cui valori e criteri di prestigio costituiscono l’orizzonte delle proprie aspirazioni. La classe borghese era sì una classe sociale economica, ma non ancora una classe politicamente definita in quanto non aveva raggiunto una autonoma personalità culturale e politica. È precisamente l’azione giacobina a rendere la borghesia consapevole delle sue possibilità politiche, quelle cioè di conquistare per sé tutto il potere e realizzare un’egemonia sull’intera società. I giacobini s’impongono alla borghesia e la trasformano, la spingono a diventare una classe politicamente autonoma: non portano al potere la borghesia com’è, ma creando una nuova borghesia come gruppo sociale dirigente fondano lo Stato borghese.


Gramsci esamina il processo nei seguenti termini: “i giacobini conquistarono con la lotta senza quartiere la loro funzione di partito dirigente; essi in realtà si ‘imposero’ alla borghesia francese, conducendola in una posizione molto più avanzata di quella che i nuclei borghesi primitivamente più forti avrebbero voluto ‘spontaneamente’ occupare e anche molto più avanzata di quella che le premesse storiche dovevano consentire, e perciò i colpi di ritorno e la funzione di Napoleone I. Questo tratto, caratteristico del giacobinismo (ma prima anche di Cromwell e delle ‘teste rotonde’) e quindi di tutta la grande rivoluzione, del forzare la situazione (apparentemente) e del creare fatti compiuti irreparabili, cacciando avanti i borghesi a calci nel sedere, da parte di un gruppo di uomini estremamente energici e risoluti, può essere così ‘schematizzata’: il terzo stato era il meno omogeneo degli stati; aveva una élite intellettuale molto disparata e un gruppo economicamente molto avanzato ma politicamente moderato. Lo sviluppo degli avvenimenti segue un processo dei più interessanti. I rappresentanti del terzo stato inizialmente pongono solo le quistioni che interessano i componenti fisici attuali del gruppo sociale, i loro interessi ‘corporativi’ immediati (corporativi, nel senso tradizionale, di immediati ed egoistici in senso gretto di una determinata categoria): i precursori della rivoluzione sono infatti dei riformatori moderati, che fanno la voce grossa ma in realtà domandano ben poco. A mano a mano si viene selezionando una nuova élite che non interessa unicamente di riforme ‘corporative’ ma tende a concepire la borghesia come il gruppo egemone di tutte le forze popolari e questa selezione avviene per l’azione di due fattori: la resistenza delle vecchie forze sociali e la minaccia internazionale. Le vecchie forze non vogliono cedere nulla e se cedono qualche cosa lo fanno con la volontà di guadagnare tempo e preparare una controffensiva. Il terzo stato sarebbe caduto un questi ‘tranelli’ successivi senza l’azione energica dei giacobini, che si oppongono ad ogni sosta ‘intermedia’ del processo rivoluzionario e mandano alla ghigliottina non solo gli elementi della vecchia società dura a morire, ma anche i rivoluzionari di ieri, oggi diventati reazionari.” (Q, 2027-8)


In realtà il passaggio attraverso il quale la classe borghese da gruppo sociale che agisce al livello economico-corporativo diventa gruppo politicamente autonomo e dirigente, da classe economica diviene classe politico-statale, è un processo lungo e progressivo, del quale l’azione giacobina costituisce un momento di accelerazione e di svolta. Dell’intero processo Gramsci fornisce uno schema teorico nel paragrafo Analisi delle situazioni: rapporti di forza, laddove analizza i “diversi momenti della coscienza politica collettiva, così come si sono manifestati finora nella storia”:


“Il primo e più elementare è quello economico-corporativo: un commerciante sente di dover essere solidale con un altro commerciante, un fabbricante con un altro fabbricante, ecc., ma il commerciante non si sente ancora solidale col fabbricante; è cioè sentita l’unità omogenea, e il dovere di organizzarla, del gruppo professionale, ma non ancora del gruppo sociale più vasto. Un secondo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza della solidarietà di interessi fra tutti i membri del corpo sociale, ma ancora nel campo meramente economico. Già in questo momento si pone la quistione dello Stato, ma solo nel terreno di raggiungere una eguaglianza politico-giuridica coi gruppi dominanti, poiché si rivendica il diritto di partecipare alla legislazione e all’amministrazione e magari di modificarle, di riformarle, ma nei quadri fondamentali esistenti. Un terzo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza che i propri interessi corporativi, nel loro sviluppo attuale e avvenire, superano la cerchia corporativa, di gruppo meramente economico, e possono e debbono divenire gli interessi di altri gruppi subordinati. Questa è la fase più schiettamente politica, che segna il netto passaggio dalla struttura alla sfera delle superstrutture complesse, è la fase in cui le ideologie germinate precedentemente diventano ‘partito’, vengano a confronto ed entrano in lotta fino a che una sola di esse o almeno una sola combinazione di esse, tende a prevalere, a imporsi, a diffondersi su tutta l’area sociale, determinando oltre che l’unicità dei fini economici e politici, anche l’unità intellettuale e morale, ponendo tutte le quistioni intorno a cui ferve la lotta non sul piano corporativo ma su un piano ‘universale’ e creando così l’egemonia di un gruppo sociale fondamentale su una serie di gruppi subordinati. Lo Stato è concepito così come organismo proprio di un gruppo, destinato a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione del gruppo stesso, ma questo sviluppo e questa espansione sono concepiti e presentati come la forza motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte le energie ‘nazionali’, cioè il gruppo dominante viene coordinato concretamente con gli interessi generali dei gruppi subordinati e la vita statale viene concepita come un continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili (nell’ambito della legge) tra gli interessi del gruppo fondamentale e quelli dei gruppi subordinati, equilibri in cui gli interessi del gruppo dominante prevalgono ma fino a un certo punto, non cioè fino al gretto interesse economico-corporativo.” (Q, 1583-4)


Dall’esame dell’azione giacobina sui contadini, sugli intellettuali e sulla borghesia come soggetto sociali che si articolano e unificano nel nuovo blocco, si comprende sia la funzione rivoluzionaria dei giacobini che la strutturazione e composizione sociale del nuovo Stato. “I giacobini pertanto furono il solo partito della rivoluzione in atto, in quanto solo essi rappresentavano i bisogni e le aspirazioni immediate delle persone fisiche attuali che costituivano la borghesia francese, ma rappresentavano il movimento rivoluzionario nel suo insieme, come sviluppo storico integrale, perché rappresentavano i bisogni anche futuri e, di nuovo, non solo di quelle determinate persone fisiche, ma di tutti i gruppi nazionali che dovevano essere assimilati al gruppo fondamentale esistente.” (Q, 2028)


La rivoluzione giacobina consistette in un processo complesso di trasformazione di certe classi e in una loro ricomposizione in un blocco politico-economico integrato. L’unificazione di questi soggetti sociali comporta la costituzione di un nuovo rapporto organico tra la città e la campagna, una unificazione politico-territoriale più avanzata di quella raggiunta coi Comuni e con le monarchie assolute. Il predominio della città sulla campagna ed il conseguente spostamento massiccio da questa a quella di uomini e di ricchezza è il risultato dell’egemonia politica dei gruppi urbani. “I giacobini lottarono strenuamente per assicurare un legame tra città e campagna e ci riuscirono vittoriosamente. La loro sconfitta come partito determinato fu dovuta al fatto che a un certo punto si urtarono contro le esigenze degli operai parigini, ma essi in realtà furono continuati in altra forma da Napoleone.” (Q, 2014)


È utile riconsiderare in questo contesto, per raggiungere una più compiuta intelligenza dell’opera giacobina, la distinzione proposta da Gramsci tra ‘blocco meccanico’ e ‘blocco organico’: “nello Stato antico e in quello medioevale, l’accentramento sua politico-territoriale, sia sociale (e l’uno non è poi che funzione dell’altro) era minimo. Lo Stato era, in un certo senso, un blocco meccanico di gruppi sociali e spesso di razze diverse: entro la cerchia della compressione politico-militare, che si esercitava in forma acuta solo in certi momenti, i gruppi subalterni avevano una vita propria, a sé, istituzioni proprie ecc. e talvolta queste istituzioni avevano funzioni statali, che facevano dello Stato una federazione di gruppi sociali con funzioni diverse non subordinate, ciò che nei periodi di crisi dava un’evidenza estrema al fenomeno del ‘doppio governo’. [...] Lo Stato moderno sostituisce al blocco meccanico dei gruppi sociali una loro subordinazione all’egemonia attiva dl gruppo dirigente e dominante, quindi abolisce alcune autonomie che però rinascono in altra forma, come partiti, sindacati, associazioni di cultura.” (Q, 2287)


I giacobini sono gli artefici del blocco politico-economico integrato, vale a dire i fondatori dello Stato moderno. Essi svolgono un’opera specificamente politica: fanno acquisire coscienza degli interessi ed delle potenzialità proprie alle classi componenti tale blocco, le articolano e unificano attorno ad un progetto economico-politico, forniscono loro l’ideologia che li cementa e li guida nel loro insieme. La loro è un’attività di direzione politica indirizzata alla costruzione dell’egemonia permanente della borghesia su tutti gli altri gruppi, compresi loro stessi. La borghesia, una volta realizzata la propria egemonia e assunta la posizione di dominio e direzione statale (garantita anche l’unità nazionale e l’integrità territoriale), toglierà dalle mani dei giacobini le leve del governo: “nella Rivoluzione francese del 1789 [...] Napoleone rappresenta, in ultima analisi in trionfo delle forze borghesi organiche contro le forze piccolo borghesi giacobine”. (Q, 1773)

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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (10)
di fulmini , Sun 23 May 2021 5:20
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Capitolo 9. L’Illuminismo.


L’analisi gramsciana del fenomeno illuminista e dell’Enciclopedia consiste in alcune osservazione generali tese ad individuarne i caratteri essenziali. Esso è concepito come un momento, un nesso determinato di un processo più vasto comprendente anche le Scienze politiche, il giacobinismo e la Rivoluzione francese. L’illuminismo è quindi un fenomeno della vita nazionale francese, che però non si riduce alla Francia, sia in quanto si configurano movimenti illuministi anche in altre nazioni seppur in forme meno organiche, sia perché esso si espande e influisce su tutta la cultura occidentale. In questo senso la caratterizzazione gramsciana dell’Illuminismo può essere intesa come individuazione di un modello di movimento a partire dalla sua espressione più completa e matura.


Gramsci caratterizza il fenomeno illuminista anzitutto come movimento di riforma intellettuale e morale a dimensione nazionale-popolare. “La Francia fu lacerata dalle guerre di religione con la vittoria apparente del cattolicismo, ma ebbe una grande riforma popolare nel Settecento con l’illuminismo, il voltairianismo, l’eciclopedia che precedé e accompagnò la rivoluzione del 1789; si trattò realmente di una grande riforma intellettuale e morale del popolo francese, più completa di quella tedesca luterana, perché abbracciò anche le grandi masse contadine della campagna, perché ebbe un fondo laico spiccato e tentò di sostituire alla religione una ideologia completamente laica rappresentata dal legame nazionale e patriottico; ma neanche essa ebbe una fioritura immediata di alta cultura, altro che per la scienza politica nella forma di scienza positiva del diritto.” (Q, 1859-60)


L’Illuminismo in quanto movimento di riforma intellettuale e morale è un fenomeno che rientra nel modello di, e corrisponde in Francia a, quei processi di Riforma (nazionale-popolare) che si erano precedentemente verificati in Germania e in Inghilterra con le riforme protestanti. In questo senso è un processo che si compie storicamente con il ritardo causato dal fatto che in Francia le guerre di religione avevano impedito il raggiungimento dell’unità nazionale e dal prevalere della Controriforma cattolica (universalistica). È però una riforma intellettuale e morale più compiuta e integrale, proprio perché successiva e implicante il superamento della reazione alle Riforme. La compiutezza, la forte e armonica strutturazione di questa costruzione intellettuale, è in rapporto al suo parziale coincidere con il processo di formazione del pensiero filosofico e scientifico moderno, e delle scienze politiche in particolare.


Le Scienze politiche e l’Illuminismo, anche se contemporanei e se taluni intellettuali partecipino ad entrambi, sono fenomeni distinti: l’uno è un movimento di alta cultura in cui si crea una struttura conoscitiva nuova e si elaborano nuove attività e figure intellettuali, l’altro è un movimento di andata al popolo, di organizzazione delle conoscenze e loro divulgazione, di critica e trasformazione dei modi di sentire e di comportarsi diffusi.


I contenuti di questa riforma intellettuale e morale – articolati in una concezione del mondo e dell’uomo fondata sulla capacità della ragione di comprendere la realtà e trasformarla – si dispiegano nella critica dell’autorità della religione in materia di morale e di conoscenza, e nell’affermazione dell’autorità della ragione e della scienza in ogni campo. L’Enciclopedia è opera collettiva che riassume i propositi di organizzazione sistematica delle conoscenze, di diffusione della nuova razionalità scientifica e tecnica, e di trasformazione dei modi di pensare e di agire delle moltitudini; i suoi autori tentano con essa di offrire alla civiltà moderna qualcosa di simile a quello che per la civiltà cattolico-medioevale era stata laSumma Teologica.


“In effetti, lo scopo di una enciclopedia – scrive Denis Diderot – è di unificare le conoscenze sparse sulla faccia della terra; di esporre il sistema generale agli uomini con i quali viviamo, e di trasmetterlo a quelli che verranno dopo di noi. [...] Bisogna esaminare ogni cosa, rimuovere tutto senza eccezioni e senza compromessi [...]. Bisogna calpestare tutte le vecchie puerilità, rovesciare le barriere che non siano state poste dalla ragione, rendere alle scienze e alle arti la libertà che è loro così necessaria.” {Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, Antologia a cura di A. Soboul, Editori Riuniti, Roma 1968, pp. 77-8.}


L’azione del movimento illuminista non si limita ad una nuova sistematizzazione delle idee, ma si svolge anche come tentativo di riorganizzazione sociale e istituzionale, e ciò fondamentalmente mediante la sostituzione dei legami sociali costituiti dall’ideologia religiosa, con i nessi politici e culturali laici costituentesi in una nuova ideologia incentrata sulla patria come luogo di realizzazione degli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza. “La patria – scrive de Jacourt – è una potenza vecchia quanto la società, fondata sulla natura e sull’ordine; una potenza superiore a tutte le potenze che crea al suo interno, arconti, suffeti, efori, consoli o re; una potenza che sottomette alle sue leggi tanto quelli che comandano in suo nome quanto quelli che obbediscono. È una divinità che accetta offerte solo per retribuirle, che chiede fedeltà più che timore, che gioisce facendo del bene e sospira quando è costretta a colpire con la folgore. Questa è la patria. L’amore che le si porta conduce alla bontà dei costumi, e la bontà dei costumi conduce all’amor di patria; questo amore è amore per le leggi e la buona fortuna dello Stato, amore che è specialmente delle democrazie; è una virtù politica per la quale si rinunzia a se stessi anteponendo l’interesse pubblico a quello personale; è un sentimento e non una conseguenza del sapere, può provare questo sentimento l’ultimo uomo di uno Stato come il capo della repubblica.” {Idem, p. 171}


Nella costruzione teorico-pratica dei nuovi nessi ideologici, l’Illuminismo cioè non si basa soltanto sulla ragione e sui contenuti delle scienze, in quanto per conquistare e trascinare le masse esso ricorre a sentimenti e a idee-forza di carattere religioso, innestandole nella propria prospettiva. “L’Illuminismo creò una serie di miti popolari, che erano solo la proiezione nel futuro delle più profonde e millenarie aspirazioni delle grandi masse, aspirazioni legate al cristianesimo e alla filosofia del senso comune, miti semplicistici quanto si vuole, ma che avevano un’origine realmente radicata nei sentimenti e che, in ogni caso, non potevano essere controllati sperimentalmente (storicamente).” (Q, 1642-3)


Il ricorso a sentimenti di carattere religioso e la formulazione di una nuova mitologia costituiscono lo sforzo che l’Illuminismo fa per superare quello che si mostrava come il limite delle Scienze politiche, la loro incapacità di far assumere alle moltitudini la propria struttura conoscitiva. Per ciò il movimento illuminista realizza una sorta di compromesso tra ragione e religione, tra scienza e ideologia, compromesso che in quanto costituente dei fondamenti culturali dello Stato e delle politica moderna diventerà caratteristico di tutte le successive organizzazioni partitiche.


Questa è la forma moderna del mito: le aspirazioni alla giustizia, al non essere oppressi, alla solidarietà reciproca, radicate nei sentimenti e nella religiosità popolare, tradizionalmente orientate a un loro compimento in un altro mondo e nella salvezza individuale, vengono riorganizzate in un movimento collettivo e indirizzate a una realizzazione storica futura. Il mito è, come scrive Gramsci, “una ideologia politica che si presenta non come fredda utopia né come dottrinario raziocinio, ma come una creazione di fantasia concreta che opera su un popolo disperso e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva”. (Q, 1556) L’ideologia politica (mito moderno)si differenzia dalle Utopie in quanto precisamente si configura nel tentativo di rendere efficiente una nuova concezione della vita umana, organizzando e rendendo attive le forze sociali capaci di spingere la realizzazione del progetto politico. L’Illuminismo in questo senso mostra di essere un movimento realistico, politicamente più realistico che le Scienze politiche; dal punto di vista invece del suo contenuto teorico ricade in una prospettiva mitica e utopistica: il suo progetto esplicito e i suoi obiettivi sono oltre le concrete possibilità storiche, restano visibili all’orizzonte.


L’incastro tra scienza e religione popolare realizzato dall’Illuminismo lo definisce come un ulteriore momento di passaggio dal sistema di idee e credenze su cui si basa la civiltà cattolico-medioevale al sistema di idee e credenze fondanti la civiltà statale moderna. I princìpi illuministi non rompono completamente con il passato, né sono i fondamenti definitivi del mondo moderno. “Sarebbe interessante ricordare lo stretto rapporto che esiste tra la religione cattolica, così come è stata intesa sempre dalle grandi masse e gli ‘immortali principii dell’89’. I cattolici stessi della gerarchia ammettono questo rapporto quando affermano che la rivoluzione francese è stata una ‘eresia’ o che da essa si è iniziata una nuova eresia, riconoscono cioè che allora è avvenuta una scissione nella stessa fondamentale mentalità e concezione del mondo e della vita: d’altronde solo così si può spiegare la storia religiosa de;;a Rivoluzione francese, ché sarebbe altrimenti inesplicabile l’adesione in massa alle nuove idee e alla politica rivoluzionaria dei giacobini contro il clero, di una popolazione che era certo ancora profondamente religiosa e cattolica. Per ciò si può dire che concettualmente non i principii della Rivoluzione francese superano la religione, poiché appartengono alla sua stessa sfera mentale, ma i principii che sono superiori storicamente (in quanto esprimono esigenze nuove e superiori) a quelli della Rivoluzione francese, cioè quelli che si fondano sulla realtà effettuale della forza e della lotta.” (Q, 2315)


Da questa analisi risulta come la critica tradizionale, che rileva un idealismo utopico come limite dell’Illuminismo, non coglie il significato reale di questo movimento: è mancare di prospettiva storica rimproverare l’Illuminismo di non aver concretato nelle strutture sociali la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, quando questi principi erano stati assunti e proposti con il massimo di realismo politico al fine di coinvolgere le masse in un progetto di riforma dell’organizzazione sociale articolato e rigoroso, e che di fatto si concretizza in seguito nello Stato ‘liberale-borghese’.

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