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fratelli alberi : robinia
di fulmini , Sun 12 November 2006 4:10
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La robinia è un albero a crescita veloce, provvisto di un apparato radicale molto sviluppato - eccellente per rafforzare i terreni franosi e recuperare quelli degradati, produce fiori profumati a grappoli bianchi dai quali le api ricavano un gran miele, ha un legno ottimo combustibile e molto duraturo - è il legno europeo più resistente in ambiente esterno: adattissimo per lavori di falegnameria pesante, paleria, mobili da esterno e parquet, è tutto azotofissatore - insomma migliora la fertilità del terreno, e la sua corteccia è molto apprezzata dai conigli selvatici. E’ capace di ogni bene dunque. Da giovane. Da vecchia è buona solo a lamentarsi, come certe persone – giovani o vecchie che siano. Ieri, all’alba, ero a Roma e traversavo un piazzale Appio finalmente vuoto e silenzioso, quand’ecco che rasentando la robinia cadente tra le Mura e la Coin la sento farfugliare così: “Perdo le foglie, ma non è autunno fuori. Non vedo cadere foglie dalle altre robinie dintorno, se sono robinie quelle che vedo. O forse… (Là, un uccello?) Divento sempre più insicura della mia vista, man mano che perdo le foglie. (Ecco, un’altra si è lasciata andare?) Noi robinie vediamo con le foglie. Ogni autunno le perdiamo – di giorno una ad una, di sera in coppia, a scrosci se piove, a stormi quando tira vento – finché, senza occhi, ci addormentiamo. (Era un’ombra?) È primavera fuori, e dove sono i miei grappoli gonfi di fiori bianchi?… A pensarci bene, se fossero violetti, nel rosa non li distinguerei: ero robinia e sono glicine? (Qualcosa si sfianca, si stacca… Da dove?) Dentro è notte, e non ho sonno… è notte fuori?”

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haiku rimati : Lo sguardo sale
di fulmini , Sat 11 November 2006 7:00
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Lo sguardo sale
traversando l'invito
in diagonale.

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leOpereeiGiorni : Peter Brook
di fulmini , Fri 10 November 2006 7:00
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Vado, vedo e sento “Sizwe Barzi est mort”, una messinsena di Peter Brook da un testo di autori sudafricani (Athol Fugard, con John Kani e Winston Ntshona), nel contesto di un quartiere periferico. Prima della rappresentazione, osservo gli spettatori. Molti giovani – abitanti del centro di Roma, e niente abitanti di Tor Bella Monaca. Il decentramento non riesce ancora a portare al teatro di periferia gli abitanti della periferia, ma già gli abitanti del centro in periferia: è già qualcosa (conoscere in anticipo l’inferno). Tanti, scroscianti, crepitanti, calorosi applausi, alla fine. Più di quanti e quali la rappresentazione meritasse. Mi domando perché e da dove questa dismisura, questa commozione. Il testo è poco più che mediocre, trattando prevedibilmente la questione della povertà proletaria nel Sudafrica. Meglio i due attori, Habib Dembelé e Pitcho Womba Konga, grillo parlante e danzante l’uno, buona spalla matta l’altro. Piccolo e grande, veloce e lento, una coppia ben assortita, ma insomma. La scenografia è disadorna senza essere essenziale, agile ma approssimativa. Le luci descrivono senza lampi di immaginazione. La regia… Ecco, è la regia che commuove e trascina. Naturalmente semplice e leggermente inventiva come una spremuta di limone col sale, fatta come sanno fare certi vecchi quando è finalmente finita l’ansia dell’affermazione a tutti i costi, della dimostrazione della bravura con tutti gli effetti, e sei morto (perché sei diventato un monumento o niente) e dopo morto, in questo anticipo di paradiso, mostri senza dimostrare. Quei giovani e quelle giovani non sapevano per ciò se stavano a teatro o ascoltavano in piazza, volevano piangere ed hanno applaudito.

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dizionario sito : giornali e telegiornali
di fulmini , Thu 9 November 2006 7:00
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I giornali e i telegiornali italiani sono dimezzati. La loro prima parte è occupata dalle facce, dalle battute, dalle opinioni, dalle dichiarazioni, dalle esternazioni, dalle lamentazioni della classe partitica italiana (persino Gianni Riotta novello direttore del TG1 si è inchinato a questa occupazione bipartigiana). Resta poco spazio e poco tempo per il resto del mondo. Per l’economia, la sociologia, la geografia, l’arte del mondo. Per l’Africa e il Canada, per il Polo Nord e il Polo Sud, per gli oceani e i deserti, per le montagne e le foreste. Figurarsi per la minuscola isola di Cipro, per la storia, la cultura, l’arte cipriota, per il dramma lungo 32 anni della sua occupazione militare turca in risposta al tentativo di annessione politica greca – era l’agosto del 1974. Avete un’occasione per rimediare – relativamente a Cipro: partecipare come spettatori a una rappresentazione teatrale multiforme – eccovi la locandina. Io ci vado - sì, lo so, così facendo mi perderò per una sera le minacce di Fini e le recriminazioni di Amato. Me ne farò una ragione.

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iLibrieleNotti : Franca Romano
di fulmini , Wed 8 November 2006 7:00
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Mia nonna Anna non buttava niente di un galletto, quando lo sacrificava sotto i miei occhi e con le mie mani – a Reggio Calabria negli anni Cinquanta del secolo scorso. Il sangue lo raccoglieva e lo friggeva, la testa e le zampe finivano nel brodo con le mezze ali, le budella le attorcigliava a mazzetti di prezzemolo e li faceva in umido, e poi ogni pezzo a modo suo proprio, in padella, nel sugo, sulla graticola. Le piume al vento - per i nidi degli uccelli, le penne migliori per me – per scriverci col succo di more di gelso, ossa e ritagli di pelle al cane e al gatto – per la saldezza delle loro ossa e la lucentezza del pelo, e il resto del resto ai maiali e alla terra - divertimento e concime. Erodoto di Alicarnasso viaggiava nel suo mondo affacciato sul Mediterraneo, osservava, ascoltava e raccontava le storie maggiori nella maniera più curiosa e circostanziata, incantata e disincantata, distinguendo ciò che aveva visto e sentito dalle credenze e dalle tradizioni. Anche lui non buttava via niente. Franca Romano antropologa scrittrice mi ricorda continuamente tutti e due, il padre della storia e la madre di mia madre, mentre finisco di leggere “Donne passioni possessioni” (Meltemi editore), questa trascrizione di una ricerca che è insieme un libro di scienza e un libro di racconti. La scienza come trascrizione di una ricerca e della sua esperienza, la conoscenza come costruzione di soggetti e dei lori racconti. Non butta via niente Franca della conoscenza accumulata dagli esseri umani sugli esseri umani nel tempo e nello spazio, religione, antropologia, psichiatria, magia, filosofia, parapsicologia, psicoanalisi, niente. E l’antropologia, la casa la strada la piazza la città la campagna dalla quale è partita per la ricerca, è una forma di conoscenza e di cura accanto ad altre, come lei è una donna bisognosa di conoscenza e di cura accanto ad altre, Franca accanto a Giuditta accanto a Carla. Giuditta e Carla e Franca come persone commoventi e progressive, e come personaggi complessi e trascinanti, tenute e assemblati in una itinerante sinfonia da un montaggio vertiginoso delle loro storie e preistorie e dialoghi. Forme di conoscenze e riconoscimenti e affetti e cure una accanto all’altra. I tre cervelli (del serpente, del mammifero, dell’umano) uno accanto all’altro. L’oxymoron al posto della dialettica, Erodoto al posto di Tucidide, anzi Erodoto e Tucidide insieme, nonna Anna morta sotto terra e nonna Anna viva nel mio racconto. Questa democrazia dei saperi, questa isonomia di fronte alla conoscenza e al dolore. Questi padri e questi figli che si cercano e si parlano anche dopo morti, queste madri e queste figlie che volano insieme sulle piume del vento e ci fanno altri nidi: “leggere come gli uccelli e non come le piume”.

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