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lo spacco : insulti e morali
di umit , Tue 3 April 2007 6:00
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Ümit Ýnatçý è un turco-cipriota, anzi per meglio dire un cipriota di lingua turca, che per professione fa il docente universitario e per vocazione il pittore e il poeta. Questo è il secondo post della sua rubrica bilingue – in lingua turca e in lingua italiana – nel blog-rivista dell’amicizia e della discussione.

HAKARETLER VE MORALLER
1.
simetrik bosluk siyahin da siyahi gevsek bir bakis amorf gölgeler gösterisi ben’im-sen’sin sen kimsin bir korku tülü suni renklendirilmis saydamliklar suni acimtirak hosgörülülük çevik bir sualti kalbi fetheder-kesfeder beni herneyse yagmur yagiyor damlalar karga kanatli gözleri degimi mi degirmi sessizligime yigarim kendimi titresimler emiyor bedenimi asimetrik bosluk ben’im-sen’sin sen kimsin öteki sen ötekinden baska biri degilsin baskalasmis farkindaligin sinirlari disinda kalmis ben’in inkari aptalligin agit merasimi sefalet mutluluk rollerinde rahipvari feylosofi masumiyet mutlu kölelik ama sen kimsin tek esintilik bir kaybolma ve her yerde görünme arzusu

INSULTI E MORALI
1.
vuoto simmetrico il nero di nero sguardo sciolto apparizioni di ombre informi io sono/tu sei ma chi sei un velo di paura trasparenze finte colorate tolleranze finte addolorate un cuore sommergibile agile mi invade mi scopre comunque dunque piove le gocce con le ali da corvi gli occhi tondi ma tondi accumulo il mio silenzio le vibrazioni mi succhiano voto asimmetrico io sono/tu sei ma chi sei altro non sei che altro interdetto estraneo negazione dell’io elegia dell’imbecillità miseria finge la felicità filosofica innocenza da monaca giulivo schiavitù ma tu chi sei tu una abbuffata di voglia di fuggire sparire e pervadere ovunque

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leOpereeiGiorni : I colori di Piero
di fulmini , Mon 2 April 2007 6:00
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Piero della Francesca morì cieco. Anni fa ho scritto un soggetto per un film dal titolo “Storie sensuali” - composto da cinque storie sui cinque sensi - e per la vista ho scelto Piero, il pittore della luce che va a morire incontro al buio.
Il raffinato post di Stefania ( www.squilibri.splinder.com - sabato 31 marzo 2007) su una mostra aretina di Piero della Francesca e dintorni, mi ha fatto ricordare quel progetto - che forse vedrà la luce e sicuramente il buio – e questa Saetta, scritta all’inizio di un’altra primavera e di seguito pubblicata su Alias l’otto maggio 2006.
“In questo mondo diviso tra chi coltiva il proprio orto e non guarda al di là del proprio naso e chi fa l’amore con le nuvole e insegue il paradiso nel futuro o nel passato, con questo io diviso tra i piccoli piaceri e le grandi fughe, che ogni giorno e ogni notte fatica a tenere insieme particolare e universale, concreto e astratto, in un fine settimana che inizia la primavera, andiamo in pellegrinaggio da Piero della Francesca.


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fratelli alberi : eucalipto
di fulmini , Sat 31 March 2007 5:00
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Non so se l’eucalipto sia una “pianta vagabonda”, una di quelle piante spontanee che “spostandosi di loro iniziativa disegnano il giardino” (Gilles Clèment, Èloge des vagabondes, NiL éditions 2002), e alla lunga il mondo.

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prove di discussione : la maggioranza meravigliosa
di fulmini , Thu 29 March 2007 5:00
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Qualche settimana fa (era il 23 febbraio 2007) ho pubblicato un “pensiero spettinato dedicato a Sofia” che finiva con tre domande. Lo ripropongo per dargli un seguito conversevole:

UNO. “Questi maestri, professori, docenti (i due terzi della categoria) che torturano ragazzi, adolescenti, giovani, con le loro lezioni che non somigliano all’innaffiamento misericordioso di una pianta di basilico per farla vivere turgida e allegra ma all’ingozzamento forzoso di un’anatra per farla morire col fegato scoppiato, con i loro esami concepiti e praticati come epilogo velenoso di un processo di conformazione al mondo esistente e non esperienza culminante di un processo di formazione per il mondo che verrà, con le loro entrate nei corridoi e nelle classi – col sorrisetto adatto a mostrare i denti - e le loro uscite dalle scuole e dalle università – col passo precipitoso di chi si allontana dalla scena del delitto, questi che non esercitano una professione civile, intellettuale, morale, ma un dovere d’ufficio, un incarico militare, una missione religiosa, questi che non entrano in classe per insegnare e imparare ma per sorvegliare e punire, questi che a parole proclamano di voler ‘conservare la tradizione’ o ‘cambiare il mondo’ e nei comportamenti mostrano di volere che la tradizione sia messa in salamoia e che il mondo non cambi loro, mi ricordano l’incipit della terza ‘Tesi su Feuerbach’ di Marx di Treviri: ‘La dottrina materialistica, secondo la quale gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell'educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano le circostanze e che l'educatore stesso deve essere educato.’ Sì, Karl, giusto, ma da chi? Chi modificherà queste circostanze? Chi educherà questi educatori?”

(Seguito) DUE. “I filosofi? I rivoluzionari? I dottori della legge? No. La storia del mondo grande e terribile ci ha insegnato di no. Le strategie conoscitive-e-trasformative di Platone di Atene, di Lenin di Simbirsk, di Pietro di Betsaida, e dei loro Diadochi, si sono rivelate irrealistiche, anacronistiche, mitologiche (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere 11) – e per la precisione “intrinsecamente teologiche” (Q 10), “forme moderne del vecchio meccanicismo” (Q 14), “religioni di subalterni’ (Q 11). E allora? Chi educherà questi educatori? Il terzo residuo di maestri-professori-docenti - ecco chi - alleato con il terzo antiautoritario, plastico, autonomo dei ragazzi-adolescenti–giovani: una nuova allenza a ripartire dal buono, dallo “storicamente progressivo”, che c’era nel sessantotto del secolo scorso. Bene. E chi ispirerà questa meravigliosa maggioranza in questa impresa epigonale? Gramsci di Ales, per l’appunto, il quale nei Quaderni del carcere ha mostrato e dimostrato (a chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire) che questo problema dei problemi si risolve non con una rivoluzione filosofica, non con una rivoluzione religiosa, e nemmeno con una rivoluzione politica – come sognavano i suoi stessi progenitori ideologici - bensì con “una riforma intellettuale e morale”, e sapendo bene che “il rinnovamento intellettuale e morale non è simultaneo in tutti gli strati sociali, tutt’altro: ancora oggi molti sono tolemaici e non copernicani” (Q 15). Roba forte, impresa da Epigoni. “Epigoni e Diadochi. ‘Perché gli Epigoni dovrebbero essere inferiori ai progenitori? Perché dovrebbe essere legato al concetto di Epigono quello di degenerato? Nella tragedia greca, gli ‘Epigoni’ realmente portano a compimento l’impresa che i ‘Sette a Tebe’ non erano riusciti a compiere. Il concetto di degenerazione è invece legato ai Diadochi, i successori di Alessandro.’ (Q 8)”

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racconti di poche parole : Il primo ricordo che mi ricordo
di fulmini , Wed 28 March 2007 12:50
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Parte sempre con un rumore che avanza, un suono dapprima indefinito, informe, poi tonante e stridulo insieme, sovrapposto e incrociato, voci umane e disumane, una, maschile più forte e alta dell’altra, femminile più debole e laterale, voci intorno, lontane eppure vicine, chissà dall’altra stanza, la stanza da letto col letto grande, o dalle scale che girano salendo dalla strada, sento e non vedo niente con gli occhi bene aperti, fino a che subito compare una grande ombra spezzata e sfumata sopra di me, e sotto come piedi, ma no, sono i piedi del tavolo della stanza da pranzo tra il terrazzo e la cucina, e i miei piedi piccoli, di bambino, non distinguo se con le calzette, certo ho i pantaloni corti – vedo i ginocchi da sopra e l’attacco delle gambette, c’è troppa poca luce, un’ombra di luce che spiove non so come, da dove, impedita dalla gran tovaglia che copre il tavolo, al centro della stanza, ma intorno vedo niente, e tutto questo, come dal principio le voci oscillavano e si agitavano lontano e vicino, tutto questo che vedo male, si muove, lentamente, come sopra una nave, o dentro un terremoto ingolfato, non sento altro, non sento la presenza di nessun altro, nemmeno dalla strada che si strozza incrociando il corso, solo la voce maschile che romba molto, un po’ di voce femminile, adesso so che sono mio padre e mia madre, lui che inveisce e minaccia e grida lei che strepita debolmente, senza speranza, senza aiuto, mi sono evidentemente nascosto rintanato sotto il tavolo, è notte forse, o pomeriggio tardi, cerco di stare fermo mentre il resto si muove lento, le voci non le localizzo proprio nello spazio, lo spazio della casa non c’è intorno, vedo dentro la testa la scala che sale, il balcone con l’inferriata sul cortile con la vite americana che s’arrampica lungo i muri, ma non li percepisco definiti, i colori delle cose che sole vedo, i piedi curvi sagomati e impiallacciati del tavolo e i miei piedini incrociati e le ombre dell’ombra, ma non sul pavimento, non c’è il pavimento di piastrelle grigie che ci dovrebbe essere, da qualche parte intravedo in un lampo cieco la fine del corrimano della scala, una specie di muretto basso di cemento grezzo che pizzica un po’ se strisci i polpastrelli camminando, ancora urla, bestiali, fonde, rancorose e tenere voci, isteriche, terrorizzate, ma tutto presto finisce, tutto torna senza contorno, senza luce, tutto sparisce, voci, piedi, coperta del tavolo della stanza da pranzo.

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