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fratelli alberi : eucalipto
di fulmini , Sat 31 March 2007 5:00
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Non so se l’eucalipto sia una “pianta vagabonda”, una di quelle piante spontanee che “spostandosi di loro iniziativa disegnano il giardino” (Gilles Clèment, Èloge des vagabondes, NiL éditions 2002), e alla lunga il mondo.

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prove di discussione : la maggioranza meravigliosa
di fulmini , Thu 29 March 2007 5:00
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Qualche settimana fa (era il 23 febbraio 2007) ho pubblicato un “pensiero spettinato dedicato a Sofia” che finiva con tre domande. Lo ripropongo per dargli un seguito conversevole:

UNO. “Questi maestri, professori, docenti (i due terzi della categoria) che torturano ragazzi, adolescenti, giovani, con le loro lezioni che non somigliano all’innaffiamento misericordioso di una pianta di basilico per farla vivere turgida e allegra ma all’ingozzamento forzoso di un’anatra per farla morire col fegato scoppiato, con i loro esami concepiti e praticati come epilogo velenoso di un processo di conformazione al mondo esistente e non esperienza culminante di un processo di formazione per il mondo che verrà, con le loro entrate nei corridoi e nelle classi – col sorrisetto adatto a mostrare i denti - e le loro uscite dalle scuole e dalle università – col passo precipitoso di chi si allontana dalla scena del delitto, questi che non esercitano una professione civile, intellettuale, morale, ma un dovere d’ufficio, un incarico militare, una missione religiosa, questi che non entrano in classe per insegnare e imparare ma per sorvegliare e punire, questi che a parole proclamano di voler ‘conservare la tradizione’ o ‘cambiare il mondo’ e nei comportamenti mostrano di volere che la tradizione sia messa in salamoia e che il mondo non cambi loro, mi ricordano l’incipit della terza ‘Tesi su Feuerbach’ di Marx di Treviri: ‘La dottrina materialistica, secondo la quale gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell'educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano le circostanze e che l'educatore stesso deve essere educato.’ Sì, Karl, giusto, ma da chi? Chi modificherà queste circostanze? Chi educherà questi educatori?”

(Seguito) DUE. “I filosofi? I rivoluzionari? I dottori della legge? No. La storia del mondo grande e terribile ci ha insegnato di no. Le strategie conoscitive-e-trasformative di Platone di Atene, di Lenin di Simbirsk, di Pietro di Betsaida, e dei loro Diadochi, si sono rivelate irrealistiche, anacronistiche, mitologiche (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere 11) – e per la precisione “intrinsecamente teologiche” (Q 10), “forme moderne del vecchio meccanicismo” (Q 14), “religioni di subalterni’ (Q 11). E allora? Chi educherà questi educatori? Il terzo residuo di maestri-professori-docenti - ecco chi - alleato con il terzo antiautoritario, plastico, autonomo dei ragazzi-adolescenti–giovani: una nuova allenza a ripartire dal buono, dallo “storicamente progressivo”, che c’era nel sessantotto del secolo scorso. Bene. E chi ispirerà questa meravigliosa maggioranza in questa impresa epigonale? Gramsci di Ales, per l’appunto, il quale nei Quaderni del carcere ha mostrato e dimostrato (a chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire) che questo problema dei problemi si risolve non con una rivoluzione filosofica, non con una rivoluzione religiosa, e nemmeno con una rivoluzione politica – come sognavano i suoi stessi progenitori ideologici - bensì con “una riforma intellettuale e morale”, e sapendo bene che “il rinnovamento intellettuale e morale non è simultaneo in tutti gli strati sociali, tutt’altro: ancora oggi molti sono tolemaici e non copernicani” (Q 15). Roba forte, impresa da Epigoni. “Epigoni e Diadochi. ‘Perché gli Epigoni dovrebbero essere inferiori ai progenitori? Perché dovrebbe essere legato al concetto di Epigono quello di degenerato? Nella tragedia greca, gli ‘Epigoni’ realmente portano a compimento l’impresa che i ‘Sette a Tebe’ non erano riusciti a compiere. Il concetto di degenerazione è invece legato ai Diadochi, i successori di Alessandro.’ (Q 8)”

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racconti di poche parole : Il primo ricordo che mi ricordo
di fulmini , Wed 28 March 2007 12:50
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Parte sempre con un rumore che avanza, un suono dapprima indefinito, informe, poi tonante e stridulo insieme, sovrapposto e incrociato, voci umane e disumane, una, maschile più forte e alta dell’altra, femminile più debole e laterale, voci intorno, lontane eppure vicine, chissà dall’altra stanza, la stanza da letto col letto grande, o dalle scale che girano salendo dalla strada, sento e non vedo niente con gli occhi bene aperti, fino a che subito compare una grande ombra spezzata e sfumata sopra di me, e sotto come piedi, ma no, sono i piedi del tavolo della stanza da pranzo tra il terrazzo e la cucina, e i miei piedi piccoli, di bambino, non distinguo se con le calzette, certo ho i pantaloni corti – vedo i ginocchi da sopra e l’attacco delle gambette, c’è troppa poca luce, un’ombra di luce che spiove non so come, da dove, impedita dalla gran tovaglia che copre il tavolo, al centro della stanza, ma intorno vedo niente, e tutto questo, come dal principio le voci oscillavano e si agitavano lontano e vicino, tutto questo che vedo male, si muove, lentamente, come sopra una nave, o dentro un terremoto ingolfato, non sento altro, non sento la presenza di nessun altro, nemmeno dalla strada che si strozza incrociando il corso, solo la voce maschile che romba molto, un po’ di voce femminile, adesso so che sono mio padre e mia madre, lui che inveisce e minaccia e grida lei che strepita debolmente, senza speranza, senza aiuto, mi sono evidentemente nascosto rintanato sotto il tavolo, è notte forse, o pomeriggio tardi, cerco di stare fermo mentre il resto si muove lento, le voci non le localizzo proprio nello spazio, lo spazio della casa non c’è intorno, vedo dentro la testa la scala che sale, il balcone con l’inferriata sul cortile con la vite americana che s’arrampica lungo i muri, ma non li percepisco definiti, i colori delle cose che sole vedo, i piedi curvi sagomati e impiallacciati del tavolo e i miei piedini incrociati e le ombre dell’ombra, ma non sul pavimento, non c’è il pavimento di piastrelle grigie che ci dovrebbe essere, da qualche parte intravedo in un lampo cieco la fine del corrimano della scala, una specie di muretto basso di cemento grezzo che pizzica un po’ se strisci i polpastrelli camminando, ancora urla, bestiali, fonde, rancorose e tenere voci, isteriche, terrorizzate, ma tutto presto finisce, tutto torna senza contorno, senza luce, tutto sparisce, voci, piedi, coperta del tavolo della stanza da pranzo.

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racconti di racconti : le quattro stagioni
di fulmini , Sat 24 March 2007 6:00
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Un amico conosciuto come Il Maestro (sebbene privo di discepoli) mi racconta che un’amica comune nota come La Santa Donna (sebbene sposata ad un solo marito – ma voi capite che le basta questo), alla sua domanda su quale stagione preferisse, abbia risposto (appena uscita dal tunnel di una ingiusta malattia): “Una volta era la primavera, ora amo alla pari tutte le stagioni.”

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poesie su commissione : Todavía
di fulmini , Fri 23 March 2007 7:00
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Todavía titubeo
antes de partir.
A pesar de todo
me gustó vivir.

Ancora esito
prima di partire.
Nonostante tutto
m’è piaciuto vivere.

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