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leOpereeiGiorni : Origine fisica del mondo
di fulmini , Thu 4 January 2018 4:00
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Guido Tonelli: "Il grande racconto delle origini: le nuove sfide della ricerca". Pistoia - Dialoghi sull'uomo, 2017
https://www.youtube.com/watch?v=R7s9zZeyuvw

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leOpereeiGiorni : I Sofisti
di fulmini , Wed 3 January 2018 4:00
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I Sofisti.
Rai-Tv Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. Data di realizzazione: 1988. Durata: 56 minuti.
http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/video/117-isofisti.html

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iLibrieleNotti : La solitudine maestosa
di fulmini , Tue 2 January 2018 4:00
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Nefeli Misuraca ha pubblicato il suo primo libro di poesie, La solitudine maestosa, La Vita Felice, dicembre 2017.
L'ho letto. E' un libro raro, originale e colto insieme.
http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/nefeli-misuraca/la-solitudine-maestosa-9788877996006-480030.html

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iLibrieleNotti : Autobiografia di Antonio Gramsci. (1. Infanzia e Adolescenza)
di fulmini , Fri 29 December 2017 9:00
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Gramsci nel 1935


Autobiografia di Antonio Gramsci
attraverso le sue Lettere dal carcere e alcune foto in cui guarda nell’obiettivo, cioè alcuni autoritratti

Le Lettere dal carcere sono state scritte da Gramsci ai familiari dal 1926, quando fu arrestato, al 1937, quando morì - aveva solo 46 anni. Oltre alle Lettere Gramsci ha scritto in carcere, non solo per i familiari ma anche per noi, i Quaderni - un testo tanto noto quanto sconosciuto.

composta da Pasquale Misuraca
Per approfondire la conoscenza dei Quaderni del carcere: http://www.pasqualemisuraca.com/sito/



1891. Antonio Francesco Sebastiano Gramsci nasce il 22 gennaio, ad Ales, un paese della Sardegna centrale in provincia di Oristano, da Francesco e Giuseppina Marcias. È il quarto di sette figli: Gennaro, Grazietta, Emma, Antonio, Mario, Teresina, Carlo. Il padre, gli antenati del quale erano originari della città di Gramshi in Albania, è costretto a interrompere gli studi universitari e spostarsi in Sardegna alla morte del proprio padre, colonnello della gendarmeria borbonica di stanza a Gaeta, e fa l’impiegato all’Ufficio del registro. Giuseppina è figlia di un esattore delle imposte e proprietario di un po’ di terra, è arrivata alla terza elementare e sa leggere e scrivere.

1892. La famiglia si trasferisce a Sòrgono, paese originario della madre, in provincia di Nuoro.

1893. Antonio si ammala di una tubercolosi ossea che gli deforma in pochi anni la colonna vertebrale: da adulto non supererà il metro e mezzo di altezza. I medici del tempo non comprendono la natura della sua malattia, e immaginando sia originata da una caduta lo fanno curare appendendolo ad una trave.

1895. Soffre di emorragie e convulsioni al punto tale che il medico lo considera in fin di vita e la madre compra la bara e il vestito per la sepoltura.


Sòrgono, 1895 (lettera del 7 settembre 1931)
Carissima Tatiana (…) ho saputo da Carlo che tu gli hai scritto una lettera sulla mia indisposizione in cui dimostravi di essere molto impressionata (…) Questo mi ha fatto dispiacere, perché mi pare che non c'era una ragione di essere impressionata. Devi sapere che io sono morto una volta e poi sono resuscitato, ciò che dimostra che ho sempre avuto la pelle dura. Da bambino, a 4 anni, ho avuto delle emorragie per tre giorni di seguito, che mi avevano completamente dissanguato, accompagnate da convulsioni. Il medico mi aveva dato per morto e mia madre ha conservato fino al 1914 circa la piccola bara e il vestitino speciale che dovevano servire per seppellirmi; una zia sosteneva che ero resuscitato quando lei mi unse i piedini con l'olio di una lampada dedicata a una madonna e perciò quando mi rifiutavo di compiere gli atti religiosi mi rimproverava aspramente ricordando che alla madonna dovevo la vita, cosa che mi impressionava poco, a dir la verità.

Tatiana («Tania», «Tatanička») Schucht, una delle sorelle di Giulia, la moglie di Gramsci, nasce 1880 a Samara, in Russia, durante la prima tappa dell'esilio della famiglia in Siberia. Studia in Italia e si laurea in Scienze Naturali e, dopo la Prima Guerra Mondiale, non segue i familiari nel ritorno in Unione Sovietica, resta a Roma. Sta vicino a Gramsci durante tutto il periodo della detenzione. Muore nel 1943.

Carlo Gramsci è il minore dei fratelli di Antonio. Ispettore delle latterie sociali sarde fino al 1931, rimasto senza lavoro, ottiene un impiego a Milano grazie all'interessamento di Piero Sraffa.

Piero Sraffa è l’amico che assiste Gramsci nel periodo carcerario, al quale offre un conto illimitato presso la Libreria Sperling e Kupfer di Milano. Nasce a Torino nel 1898 e nel 1919 conosce Gramsci. Dopo la marcia su Roma, in segno di protesta, rassegna le dimissioni dall'impiego di direttore di un ufficio di statistiche del lavoro presso il Comune di Milano. È autore di studi fondamentali su David Ricardo e del celebre libro
Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica (1960).

Sòrgono, 1895 (lettera del 30 dicembre 1929)
Cara Giulia (…) mi pare che lo stato di sviluppo intellettuale di Delio, come risulta da ciò che mi scrivi, sia molto arretrato per la sua età, sia troppo infantile. Quando aveva due anni, a Roma, egli suonava il pianoforte, cioè aveva compreso la diversa gradazione locale delle tonalità sulla tastiera, dalla voce degli animali: il pulcino a destra, e l'orso a sinistra, con gli intermedi di svariati altri animali. Per l'età di due anni non ancora compiuti questo procedimento era compatibile e normale; ma a cinque anni e qualche mese, lo stesso procedimento applicato all'orientamento, sia pure di uno spazio enormemente maggiore (non quanto può sembrare, perché le quattro pareti della stanza limitano e concretano questo spazio), è molto arretrato e infantile. Io ricordo con molta precisione che a meno di cinque anni, e senza essere mai uscito da un villaggio, cioè avendo delle estensioni un concetto molto ristretto, sapevo con la stecca trovare il paese dove abitavo, avevo l'impressione di cosa sia un'isola e trovavo le città principali d'Italia in una grande carta murale; cioè avevo un concetto della prospettiva, di uno spazio complesso e non solo di linee astratte di direzione, di un sistema di misure raccordate, e dell'orientamento secondo la posizione dei punti di questi raccordi, alto-basso, destra-sinistra, come valori spaziali assoluti, all'infuori della posizione eccezionale delle mie braccia. Non credo di essere stato eccezionalmente precoce, tutt'altro.

Giulia («Julca») Schucht Gramsci, nasce a Ginevra nel 1896 durante la prima tappa dell'esilio della famiglia Schucht. Vive dal 1908 a Roma dove si diploma in violino. Rientrata in Russia nel 1915, insegna per 6 anni al Liceo musicale di Ivanovo. Militante bolscevica, impiegata nel Comitato distrettuale del partito di Ivanovo, nel 1918 debutta come concertista a Lefortov presso l'Istituto militare. Nel 1922, nel sanatorio di Sieriebriani Bor (vicino Mosca) dove era ricoverata la sorella Eugenia conosce Gramsci. Nel 1924 nasce a Mosca il loro primogenito Delio; nell'autunno del 1925 con il bambino e la sorella Eugenia raggiunge Gramsci e la sorella Tatiana a Roma dove lavora come impiegata presso l'ambasciata sovietica. Nuovamente incinta, nell'estate del 1926 rientra a Mosca dove nell'agosto nasce il secondogenito Giuliano («Iulik»). Sofferente di una forma di epilessia è ricoverata per lunghi periodi e sottoposta a diversi tipi di cure. I rapporti con Gramsci durante la detenzione sono rari ed esclusivamente epistolari. Muore in URSS nel 1980.

Sòrgono, 1895 (lettera del 18 gennaio 1932)

Carissima Teresina (…) ho ricevuto la tua lettera del 14, con la lettera di Franco, i suoi disegni a colori e la letterina di Diddi e Mima. Ringrazio tutti i tuoi bambini e non so proprio immaginare che cosa possa fare per dimostrare il mio affetto per loro. Ci penserò e vedrò di inventare qualche cosa che venga da me per loro, perché altrimenti non ci sarebbe gusto e non avrebbe nessun significato. Forse farò così. Ho tradotto dal tedesco, per esercizio, una serie di novelline popolari proprio come quelle che ci piacevano tanto quando eravamo bambini e che anzi in parte rassomigliano loro, perché l'origine è la stessa. Sono un po' all'antica, alla paesana, ma la vita moderna, con la radio, l'aeroplano, il cine parlato, Carnera ecc. non è ancora penetrata abbastanza a Ghilarza perché il gusto dei bambini d'ora sia molto diverso dal nostro d'allora. Vedrò di ricopiarle in un quaderno e di spedirtele, se mi sarà permesso, come un mio contributo allo sviluppo della fantasia dei piccoli. Forse il lettore dovrà metterci un pizzico di ironia e di compatimento nel presentarle agli ascoltatori, come omaggio alla modernità. Ma questa come si presenta? Ci saranno i capelli alla garçonne immagino, e si canterà su «Valencia» e sulle mantiglie delle donne madrilene, ma ancora sussisteranno tipi all'antica come tia Alene e Corroncu e le novelline avranno ancora un ambiente adatto. Del resto, non so se ricordi: io dicevo sempre, da bambino, che avrei desiderato di vedere tia Alene in bicicletta, ciò che dimostra che ci divertivamo a mettere in contrasto i trogloditi con la modernità relativa d'allora, ciò pur essendo già più oltre del nostro ambiente, questo non cessava d'esserci simpatico e di destare sensazioni piacevoli in noi.

Teresina è la sorella prediletta di Antonio. Vive facendo l’impiegata presso l'ufficio postale di Ghilarza. Ha quattro figli: Franco, Maria, Luisa e Marco.

Sòrgono, 1895 (lettera del 22 agosto 1932)

Carissima mamma, da parecchio tempo nessuno mi scrive e così manco di tue notizie. Tatiana mi ha trasmesso qualche settimana fa alcune fotografie dei bambini di Teresina che mi sono piaciute molto. È vero che Mimma rassomiglia molto a Emma quando era piccola. Del resto è meraviglioso come questi bambini hanno i lineamenti di famiglia (anche Delio e Giuliano hanno molto marcati questi lineamenti); pare di vedere facce già viste tante volte che affiorano al ricordo di tanti anni di lontananza. Diddi mi pare che rassomigli tanto a Teresina come era quando abitavamo ancora a Sorgono e andavamo all'asilo delle monache; non è però ricciuta e bionda come era Teresina.

Sòrgono, 1896 (lettera del 9 gennaio 1933)
Carissima Tania (…) Dormo qualche ora ogni notte (…) non sono perciò mai riposato e molto spesso mi pare di essere come sospeso per aria, senza equilibrio fisico, nelle condizioni che si ha quando viene la vertigine e il capogiro o quando si è ubriachi. Tuttavia mi sento meglio e ho molto meno mal di capo. Soffro di più il freddo e, cosa notevole, ho avuto dei geloni alle orecchie, mentre nel passato non ho mai sofferto di geloni, neanche da bambino, a differenza dei miei fratelli che, ricordo molto bene, in certi giorni avevano i piedi e le mani scorticati a sangue.

Sòrgono, 1897 (lettera del 18 gennaio 1932)
Carissima Teresina (…) ho ricevuto la tua lettera del 14, con la lettera di Franco, i suoi disegni a colori e la letterina di Diddi e Mima. Ringrazio tutti i tuoi bambini e non so proprio immaginare che cosa possa fare per dimostrare il mio affetto per loro. Ci penserò e vedrò di inventare qualche cosa che venga da me per loro, perché altrimenti non ci sarebbe gusto e non avrebbe nessun significato. Forse farò così. Ho tradotto dal tedesco, per esercizio, una serie di novelline popolari proprio come quelle che ci piacevano tanto quando eravamo bambini e che anzi in parte rassomigliano loro, perché l'origine è la stessa. Sono un po' all'antica, alla paesana, ma la vita moderna, con la radio, l'aeroplano, il cine parlato, Carnera ecc. non è ancora penetrata abbastanza a Ghilarza perché il gusto dei bambini d'ora sia molto diverso dal nostro d'allora. Vedrò di ricopiarle in un quaderno e di spedirtele, se mi sarà permesso, come un mio contributo allo sviluppo della fantasia dei piccoli. Forse il lettore dovrà metterci un pizzico di ironia e di compatimento nel presentarle agli ascoltatori, come omaggio alla modernità. Ma questa come si presenta? Ci saranno i capelli alla garçonne immagino, e si canterà su «Valencia» e sulle mantiglie delle donne madrilene, ma ancora sussisteranno tipi all'antica come tia Alene e Corroncu e le novelline avranno ancora un ambiente adatto. Del resto, non so se ricordi: io dicevo sempre, da bambino, che avrei desiderato di vedere tia Alene in bicicletta, ciò che dimostra che ci divertivamo a mettere in contrasto i trogloditi con la modernità relativa d'allora, ciò pur essendo già più oltre del nostro ambiente, questo non cessava d'esserci simpatico e di destare sensazioni piacevoli in noi.

Sòrgono, 1898 (lettera del 15 giugno 1931)
Carissima mamma, ho ricevuto la lettera che mi hai scritto con la mano di Teresina. Mi pare che devi spesso scrivermi così; io ho sentito nella lettera tutto il tuo spirito e il tuo modo di ragionare; era proprio una tua lettera e non una lettera di Teresina. Sai cosa mi è tornato alla memoria? Proprio mi è riapparso chiaramente il ricordo quando ero in prima o in seconda elementare e tu mi correggevi i compiti: ricordo perfettamente che non riuscivo mai a ricordare che «uccello» si scrive con due c e questo errore tu me lo hai corretto almeno dieci volte. Dunque se ci hai aiutato a imparare a scrivere (e prima ci avevi insegnato molte poesie a memoria; io ricordo ancora Rataplan e l'altra «Lungo i clivi della Loira – che qual nastro argentato – corre via per cento miglia – un bel suolo avventurato») è giusto che uno di noi ti serva da mano per scrivere quando non sei abbastanza forte. Scommetto che il ricordo di Rataplan e della canzone della Loira ti faranno sorridere. Eppure ricordo anche quanto ammirassi (dovevo avere quattro o cinque anni) la tua abilità nell'imitare sul tavolo il rullo del tamburo, quando declamavi Rataplan. Del resto tu non puoi immaginare quante cose io ricordo in cui tu appari sempre come una forza benefica e piena di tenerezza per noi. Se ci pensi bene tutte le questioni dell'anima e dell'immortalità dell'anima e del paradiso e dell'inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all'altra in un movimento perpetuo.

Valle del Tirso sotto San Serafino, 1898 (lettera del 19 ottobre 1931)
Carissima mamma, ho ricevuto la tua lettera del 14 e sono stato molto contento nel sapere che ti sei rinforzata e che andrai almeno per un giorno alla festa di San Serafino. Come mi piaceva, da ragazzo, la valle del Tirso sotto San Serafino! Stavo ore e ore seduto su una roccia ad ammirare quella specie di lago che il fiume formava proprio sotto la chiesa, per il nesserzu costruito più a valle, a vedere le gallinelle che uscivano dai canneti tutto intorno a nuotare verso il centro, e i salti dei pesci che cacciavano le zanzare. Forse adesso è tutto cambiato, se hanno incominciato a costruire la chiusa progettata per raccogliere le acque del Flumineddu. Mi ricordo ancora come una volta vidi un grosso serpe entrare nell'acqua e uscirne poco dopo con una grossa anguilla in bocca e come ammazzai il serpe e gli portai via l'anguilla, che poi dovetti buttare via perché non sapevo come fare a portarla al muristene, si era irrigidita come un bastone e mi faceva puzzare le mani troppo.

1898. Il padre è sospeso dall'impiego, poi arrestato e condannato per una irregolarità amministrativa a cinque anni di carcere. Priva del sostegno dello stipendio del marito, nel 1899 la madre con i sette figli vanno ad abitare a Ghilarza, un paese situato su un altipiano tra il Gennargentu, i monti del Marghine e la catena di Montiferru, tiene a pensione il veterinario del paese, vende la sua parte di eredità, e lavora a casa cucendo camicie. Antonio (Nino, come era chiamato in casa) frequenta le scuole elementari.

Ghilarza, 1899 (lettera del 2 gennaio 1928)

Carissima Tania, e così anche l'anno nuovo è cominciato. Bisognerebbe fare dei programmi di vita nuova, secondo l'usanza; ma per quanto abbia pensato, un tale programma non sono riuscito ancora a combinarlo. È stata questa una grande difficoltà sempre nella mia vita, fin dai primi anni di attività raziocinatrice. Nelle scuole elementari ogni anno di questi tempi assegnavano come tema di componimento la questione: «Che cosa farete nella vita». Questione ardua che io risolvetti la prima volta, a 8 anni, fissando la mia scelta nella professione di carrettiere. Avevo trovato che il carrettiere univa tutte le caratteristiche dell'utile e del dilettevole: schioccava la frusta e guidava cavalli, ma nello stesso tempo compiva un lavoro che nobilita l'uomo e gli procura il pane quotidiano. Sono rimasto fedele a questo indirizzo anche l'anno successivo, ma per ragioni che direi estrinseche. Se fossi stato sincero, avrei detto che la mia più viva aspirazione era quella di diventare usciere di pretura. Perché? Perché in quell'anno era venuto nel mio paese come usciere della pretura un vecchio signore che possedeva un simpaticissimo cagnetto nero sempre in ghingheri: fiocchetto rosso alla coda, gualdrappina sulla schiena, collana verniciata, finimenti da cavallo in testa. Io proprio non riuscivo a dividere l'immagine del cagnetto da quella del suo proprietario e dalla professione sua. Eppure rinunziai, con molto rammarico, a cullarmi in questa prospettiva che tanto mi seduceva. Ero di una logica formidabile e di una integrità morale da fare arrossire i più grandi eroi del dovere. Sì, mi ritenevo indegno di diventare usciere di pretura e quindi possedere cagnetti così meravigliosi: non conoscevo a memoria gli 84 articoli dello Statuto del regno! Proprio così. Avevo fatto la seconda classe elementare (rivelazione prima delle virtù civiche del carrettiere!) e avevo pensato di fare nel mese di novembre gli esami di proscioglimento, per passare alla quarta saltando la terza classe: ero persuaso di essere capace di tanto, ma quando mi presentai al direttore didattico per presentargli la domanda protocollare, mi sentii fare a bruciapelo la domanda: «Ma conosci gli 84 articoli dello Statuto?» Non ci avevo neanche pensato a questi articoli: mi ero limitato a studiare le nozioni di «diritti e doveri del cittadino» contenute nel libro di testo. E fu per me un terribile monito, che mi impressionò tanto più, in quanto il 20 settembre precedente avevo partecipato per la prima volta al corteo commemorativo, con un lampioncino veneziano e avevo gridato con gli altri: «Viva il leone di Caprera! Viva il morto di Staglieno!» (Non ricordo se si gridava il «morto» o il «profeta» di Staglieno: forse, tutt'e due, per la varietà!), certo come ero di essere promosso all'esame e di conquistare i titoli giuridici per l'elettorato, diventando un cittadino attivo e perfetto. Invece non conoscevo gli 84 articoli dello Statuto. Che cittadino ero dunque? E come potevo ambiziosamente aspirare a diventare usciere di pretura e a possedere un cane con il fiocchetto e la gualdrappa? L'usciere di pretura è una rotella dello Stato (io pensavo fosse una grande ruota); è un depositario e un custode della legge anche contro i possibili tiranni che volessero calpestarla. E io ignoravo gli 84 articoli! Così mi limitai gli orizzonti e ancora una volta esaltai le virtù civiche del carrettiere, che tuttavia può avere un cane anche egli, sia pure senza fiocchetti e senza gualdrappa.

Ghilarza, 1899 (lettera del 1 luglio 1929)
Cara Giulia (…) Tu sbagli se credi che io da piccolo avessi tendenze… letterarie e filosofiche, come hai scritto. Ero invece un intrepido pioniere e non uscivo di casa senza avere in tasca dei chicchi di grano e dei fiammiferi avvolti in pezzettini di tela cerata, per il caso che potessi essere sbattuto in un'isola deserta e abbandonato ai miei soli mezzi. Ero poi un costruttore ardito di barche e di carretti e conoscevo a menadito tutta la nomenclatura marinaresca: il mio più grande successo fu quando uno stagnino del paese mi domandò il modello in carta di una superba goletta a due ponti, per riprodurla in latta. Ero anzi ossessionato da queste cose, perché a 7 anni avevo letto Robinson e l'Isola Misteriosa.

Ghilarza, 1899 (lettera del 13 dicembre 1932)
Carissima Grazietta (…) Scrivo a te ma puoi dire alla mamma che ho scritto a lei in occasione delle feste di Natale per farle tanti auguri di nuova salute e di felicità. Fai molto bene a preoccuparti specialmente della sua tranquillità d'animo. Puoi assicurarla che io sono sempre forte e sereno e affronto tutte le avversità con animo sicuro e tranquillo. (…) Devi scusarmi se non sempre ti scrivo a lungo. Non so proprio cosa dire, perché la mia vita è sempre uguale e monotona e non mi succede mai nulla, come puoi immaginare. Prima almeno fantasticavo, creavo nel cervello novelle e romanzi, creavo personaggi immaginari con una loro vita, con loro avventure, con drammi fantastici ecc. ecc. Ti ricordi come da bambini ricordavo tante storie e ne inventavo per conto mio? Ma adesso si vede che ho perduto questa capacità e perciò, se non mi succede nulla nella vita reale, non mi succede neanche nulla nella vita della fantasia.

Ghilarza, 1900 (lettera del 1937)
Caro Iulik, ho ricevuto con molto entusiasmo i tuoi nuovi disegni: si vede che sei allegro e quindi credo che tu sia in salute. Ma dimmi: sai fare altri disegni che non siano per burla? Cioè sai disegnare seriamente per fare disegni da burla? Non mi hai scritto se a scuola ti fanno imparare il disegno e se ti piace disegnare anche «sul serio». Io da ragazzo disegnavo molto, ma i disegni erano piuttosto lavori di pazienza; nessuno mi aveva insegnato. Riproducevo, ingrandendole, le figure e i quadretti di un giornalino. Cercavo anche di riprodurre i colori fondamentali con un mio sistema non difficile, ma che domandava molta pazienza. Ricordo ancora un quadretto che mi costò almeno tre mesi di lavoro: un contadinello tutto vestito era caduto in un tino pieno d'uva, pronto per la pigiatura, e una contadinella tutta rotondetta e grassottella lo guardava tra spaventata e divertita. Il quadretto apparteneva a una serie di avventure in cui il protagonista era un terribile caprone (Barbabucco) che, cozzando all'improvviso e a tradimento, faceva volar per aria i suoi nemici o i ragazzi che gli avevano dato la baia. Le conclusioni erano sempre allegre, come nel mio quadretto. Come mi divertivo a ingrandire il disegnino: misure col doppio decimetro e col compasso, prove, riprove colla matita, ecc. I fratelli e le sorelle guardavano, ridevano, ma preferivano correre e gridare e mi lasciavano alle mie esercitazioni.

Ghilarza, 1900 (lettera del 30 gennaio 1933)
Carissima Tania (…) Quando avevo 8 o 9 anni ho avuto una esperienza che mi è ritornata chiaramente alla memoria leggendo il tuo consiglio. Conoscevo una famiglia di un villaggio vicino al mio, padre, madre e figlioli: erano piccoli proprietari ed esercivano una osteria. Gente energica, specialmente la donna. Sapevo (avevo sentito dire) che oltre ai figli noti e conosciuti, questa donna aveva un altro figlio che non si vedeva mai, del quale si parlava con sospiri come di una gran disgrazia per la madre, un idiota, un mostro, o giù di lì. Ricordo che mia madre accennava spesso a questa donna come ad una martire, che tanti sacrifici faceva per questo suo figlio e tanti dolori sopportava. Una domenica mattina, verso le 10, io fui inviato da questa donna; dovevo consegnarle certi lavori di uncinetto e riscuotere dei denari. La trovai che chiudeva l'uscio di casa, vestita di festa per recarsi alla messa solenne: aveva una sporta sotto il braccio. Al vedermi esitò un poco, poi si decise. Mi disse di accompagnarla a un certo luogo e che al ritorno avrebbe preso in consegna i lavori e mi avrebbe consegnato i denari. Mi condusse fuori del paese, in un orticello ingombro di rottami e di calcinacci; in un angolo c'era una costruzione ad uso porcile, alta un metro e venti, senza finestre o sportelli, con solo una robusta porta d'ingresso. Aprì la porta e subito si sentì un mugolio bestiale; c'era dentro il suo figlio, un giovane di diciotto anni, di complessione molto robusta, che non poteva stare in piedi e perciò stava sempre seduto e saltellava sul sedere verso la porta, per quanto glielo consentiva una catena che lo stringeva alla cintola ed era assicurata a un anello infisso al muro. Era pieno di sozzura, solo gli occhi rosseggiavano come quelli di un animale notturno. La madre gli rovesciò in un truogolo di pietra il contenuto della sporta, del mangime misto di tutti gli avanzi di casa e riempì d'acqua un altro truogolo, poi chiuse e andammo via. Non dissi niente a mia madre di ciò che avevo visto, tanto ero rimasto impressionato e tanto ero persuaso che nessuno mi avrebbe creduto.

Ghilarza, 1900 (lettera del 22 febbraio 1932)
Caro Delio, mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano talvolta dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d'autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque, due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l'erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all'altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono, con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno. Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc. e mangiavano frutta e foglie d'insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e così li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano più quando vedevano la gente. Avevano molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli.

Ghilarza, 1900 (lettera del 10 ottobre 1932)
Carissimo Delio, ho saputo che sei stato al mare e che hai visto delle cose bellissime. Vorrei che tu mi scrivessi una lettera per descrivermi queste bellezze. E poi, hai conosciuto qualche nuovo essere vivente? Vicino al mare c'è tutto un brulichio di esseri: granchiolini, meduse, stelle marine ecc. Molto tempo fa ti avevo promesso di scriverti alcune storie sugli animali che ho conosciuto io da bambino, ma poi non ho potuto. Adesso proverò a raccontartene qualcuna: – 1° Per esempio, la storia della volpe e del puledrino. Pare che la volpe sappia quando deve nascere un puledrino, e sta all'agguato. E la cavallina sa che la volpe è in agguato. Perciò, appena il puledrino nasce, la madre si mette a correre in circolo intorno al piccolo che non può muoversi e scappare se qualche animale selvatico lo assale. Eppure si vedono qualche volta, per le strade della Sardegna, dei cavalli senza coda e senza orecchie. Perché? Perché appena nati, la volpe, in un modo o in un altro, è riuscita ad avvicinarsi e ha mangiato loro la coda e le orecchie ancora molli molli. Quando io ero bambino uno di questi cavalli serviva a un vecchio venditore di olio, di candele, e di petrolio, che andava da villaggio in villaggio a vendere la sua merce (non c'era allora cooperative né altri modi di distribuire la merce), ma di domenica, perché i monelli non gli dessero la baia, il venditore metteva al suo cavallo coda finta e orecchie finte. – 2° Ora ti racconterò come ho visto la volpe la prima volta. Coi miei fratellini andai un giorno in un campo di una zia dove erano due grandissime querce e qualche albero da frutta; dovevamo fare la raccolta delle ghiande per dare da mangiare a un maialino. Il campo non era lontano dal paese, ma tuttavia tutto era deserto intorno e si doveva scendere in una valle. Appena entrati nel campo, ecco che sotto un albero era tranquillamente seduta una grossa volpe, con la bella coda eretta come una bandiera. Non si spaventò per nulla; ci mostrò i denti, ma sembrava che ridesse, non che minacciasse. Noi bambini eravamo in collera che la volpe non avesse paura di noi; proprio non aveva paura. Le tirammo dei sassi, ma essa si scostava appena e poi ricominciava a guardarci beffarda e sorniona. Ci mettevamo dei bastoni alla spalla e facevamo tutti insieme: bum! come fosse una fucilata, ma la volpe ci mostrava i denti senza scomodarsi troppo. D'un tratto si sentì una fucilata sul serio, sparata da qualcuno nei dintorni. Solo allora la volpe dette un balzo e scappò rapidamente. Mi pare di vederla ancora, tutta gialla, correre come un lampo su un muretto, sempre con la coda eretta e sparire in un macchione.

Ghilarza, 1901 (lettera del 15 dicembre 1930)
Carissima Tatiana (…) Io penso che sia bene trattare i bambini come esseri già ragionevoli e coi quali si parla seriamente anche delle cose più serie; ciò fa in loro una impressione molto profonda, rafforza il carattere, ma specialmente evita che la formazione del bambino sia lasciata al caso delle impressioni dell'ambiente e alla meccanicità degli incontri fortuiti. È proprio strano che i grandi dimentichino di essere stati bambini e non tengano conto delle loro proprie esperienze; io, per conto mio, ricordo come mi offendesse e mi inducesse a rinchiudermi in me stesso e a fare vita a parte ogni scoperta di sotterfugio usato per nascondermi anche le cose che potevano addolorarmi; ero diventato, verso i dieci anni, un vero tormento per mia madre, e mi ero talmente infanatichito per la franchezza e la verità nei rapporti reciproci da fare delle scenate e provocare scandali.

Ghilarza, 1901 (lettera del 25 gennaio 1936)
Carissimo Iulik, ti faccio tanti auguri per l'andamento del tuo anno scolastico. Sarei molto contento se tu mi spiegassi in che consistono le difficoltà che trovi nello studiare. Mi pare che se tu stesso riconosci di avere delle difficoltà, queste non devono essere molto grandi e potrai superarle con la diligenza e la buona volontà. Il tempo assegnato allo studio è sufficiente per te? Forse sei un po' disordinato, ti distrai, la memoria non funziona o tu non sai farla funzionare? Dormi bene? Quando giochi pensi a ciò che hai studiato o quando studi pensi al gioco? Oramai sei un ragazzo già formato e puoi rispondere alle mie domande con esattezza. Alla tua età io ero molto disordinato, andavo molte ore a scorazzare nei campi, però studiavo anche molto bene perché avevo una memoria molto forte e pronta e non mi sfuggiva nulla di ciò che era necessario per la scuola: per dirti tutta la verità debbo aggiungere che ero furbo e sapevo cavarmela anche nelle difficoltà pur avendo studiato poco. Ma il sistema di scuola che io ho seguito era molto arretrato; inoltre la quasi totalità dei miei condiscepoli non sapeva parlare l'italiano che molto male e stentatamente e ciò mi metteva in condizioni di superiorità, perché il maestro doveva tener conto della media degli allievi e il saper parlare correntemente l'italiano era già una circostanza che facilitava molte cose (la scuola era in un paese rurale e la grande maggioranza degli allievi era di origine contadina).

Ghilarza, 1901 (lettera a Giuliano del 1936)
Caro Julik (…) Hai visto al cine i «Figli del capitano Grant», ma non mi scrivi se il film ti è piaciuto e perché. Io ho letto il libro quando ero un ragazzo come te e mi è piaciuto molto, ricordo: l'ho riletto allora tante volte, con l'Atlante geografico davanti e cercavo altri libri che mi spiegassero i costumi dei paesi dove passava il 34° parallelo sud (mi pare). Il dottor Paganel con le sue distrazioni mi faceva ridere clamorosamente da solo, tanto che venivano a vedere se ero diventato matto. Non mi piaceva solo lo sciovinismo antinglese del Verne (che forse non appare nel film che tu hai visto) e la caricatura dei libri di geografia inglesi. Quando ero ragazzo gli inglesi mi attraevano molto perché erano grandi marinai e avevano tante isole dove avrei voluto abitare.

Ghilarza, 1902 (lettera del 16 novembre 1931)
Cara Teresina, ti ringrazio di avermi scritto. Non ricevevo notizie da più di un mese. Attendo la lettera della mamma che mi annunzi. (…) La frase: «Una nave che esce dal porto, ballando con passo scozzese – è lo stesso che prendere un morto e pagarlo alla fine del mese» – non è un indovinello, ma una bizzarria senza significato che serve per prendere in giro quei tipi che affastellano parole senza senso credendo di dire chissà quali cose profonde e di misterioso significato. Così avveniva a molti tipi di villaggio (ti ricordi il signor Camedda?) che per fare sfoggio di cultura, raccattavano dai romanzi popolari delle grandi frasi e poi le facevano entrare a dritta e a traversa nella conversazione per far stupire i contadini. Allo stesso modo le beghine ripetono il latino delle preghiere contenute nella Filotea: ti ricordi che zia Grazia credeva fosse esistita una «donna Bisodia» molto pia, tanto che il suo nome veniva sempre ripetuto nel Pater noster? Era il «dona nobis hodie» che lei, come molte altre, leggeva «donna Bisodia» e impersonava in una dama del tempo passato, quando tutti andavano in Chiesa e c'era ancora un po' di religione in questo mondo.

Ghilarza, 1902 (lettera del 3 ottobre 1932)
Cara Tatiana, ho ricevuto la tua cartolina del 29 settembre. Non mi ha soddisfatto per nulla. Fino a qualche tempo fa, attendere lettere e corrispondenza era la mia più grande felicità. In tutti questi anni tu sei stata la mia corrispondente più assidua e diligente: ero sempre sicuro che ogni settimana almeno una tua cartolina non sarebbe mancata. Ora invece ho quasi paura di ricevere tue corrispondenze. Qualche mese fa, e precisamente nella prima quindicina di luglio, ti ho scritto una serie di lettere molto brevi e ti ho raccomandato di non trattare nelle tue lettere che di cose famigliari. Certo tu non hai riflettuto al fatto e non sei stata capace di trarne nessuna conseguenza per il tuo comportamento. Ripensando in questi giorni alle cose passate, mi sono persuaso che quando Giulia mi scriveva due o tre lettere all'anno, sempre uguali, stereotipate e in cui si sentiva l'imbarazzo e lo sforzo, ciò non era dovuto che parzialmente alla sua malattia; era dovuto certamente a una proposta che le avevi fatto nei miei riguardi, che era disonorevole per me e che ella aveva tutte le ragioni per credere dovuta alla mia iniziativa. Come spiegare altrimenti certe sue espressioni sibilline recenti, in cui ella scrive che ha riconosciuto di essere stata ingiusta nelle sue opinioni al mio riguardo? Cara Tatiana, io ti voglio molto bene e so che tu in questi anni mi hai aiutato come nessun altro a superare le crisi periodiche che il carcere, aggravando la mia nevrastenia abituale, mi ha fatto attraversare. Ma devo dirti che il tuo atteggiamento verso la vita di tutti questi anni, aspra e dura, è l'atteggiamento che si può ricavare dalla lettura della Biblioteca rosa di Madame de Ségur; sei d'un ottimismo sbalorditivo, le tue ipotesi sono sempre quelle che ti farebbero piacere si avverassero, hai conservato una ingenuità e una freschezza di sentimenti che sono incantevoli e inteneriscono; hanno intenerito anche me, negli anni che ci siamo spesso intrattenuti insieme a discorrere e a discutere, nonostante che avessi sempre creduto, per le esperienze fin da bambino, di essere immunizzato da tali «debolezze». Tuttavia, nonostante tutto questo, nonostante che la mia tenerezza per te sia immutata, devo pregarti di modificare completamente i nostri rapporti, dato che tu voglia continuarli in queste condizioni. Tu non devi più interessarti in nessun modo della mia vita in carcere e devi conseguentemente modificare, se non vuoi interrompere del tutto, la tua corrispondenza in questo senso. Ti prego di non discutere questo mio desiderio, perché sarei costretto a respingere le tue lettere o cartoline. E ti prego anche di non averti a male di quanto ti ho scritto. Se un giorno potremo rivederci in condizioni di uguaglianza, cioè essendo io libero, credo che forse ti farei piangere; ma l'ipotesi non credo sia molto probabile. Io so già ciò che tu potresti obbiettarmi; è perfettamente inutile che tu mi registri il catalogo delle tue buone intenzioni; come dice il proverbio italiano «la strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni». Del resto non devi credere che io abbia intenzione di suicidarmi o di abbandonarmi, come un cane morto, al filo della corrente. Mi dirigo da me da molto tempo e mi dirigevo da me già da bambino. Ho incominciato a lavorare da quando avevo 11 anni, guadagnando ben 9 lire al mese (ciò che del resto significava un chilo di pane al giorno) per 10 ore di lavoro al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo. Ho conosciuto quasi sempre solo l'aspetto più brutale della vita e me la sono sempre cavata, bene o male. Neanche mia madre conosce tutta la mia vita e le traversie che ho passato: a lei ricordo qualche volta quella piccola parte che in prospettiva sembra ora piena di lietezza e di spensieratezza. Adesso le addolciscono la vecchiaia perché le fanno dimenticare le traversie ben più gravi e le amarezze ben più profonde che ella ha subito nello stesso tempo. Se ella sapesse che io conosco tutto quello che conosco e che quegli avvenimenti mi hanno lasciato delle cicatrici, le avvelenerei questi anni di vita in cui è bene che dimentichi e che vedendo la vita lieta dei nipotini che ha intorno confonda le prospettive e pensi realmente che le due epoche della sua vita sono la stessa e una.

1902. Dall’estate, a causa delle difficili condizioni economiche familiari, lavora per due anni nell'Ufficio del catasto di Ghilarza, e studia privatamente.

1903. Nell’estate consegue la licenza elementare, ma deve interrompere per due anni gli studi, ancora a causa delle difficili condizioni economiche familiari.

1904. All’inizio dell'anno il padre esce dal carcere. Lavora prima come segretario in un'assicurazione agricola, poi è riassunto come scrivano nel vecchio Ufficio del catasto.

Ghilarza, 1904 (lettera del 21 dicembre 1931)

Carissima Tania (…) Mi ha scritto mia madre, raccomandandomi di ringraziarti perché hai contribuito alla confezione del pacco che dovrebbe arrivarmi per Natale: sai che mammà ogni volta che mi scrive di te ti chiama «santa creatura»? Penso che, nonostante tutto, ciò non deve dispiacerti, a prescindere dal linguaggio religioso, perché mia madre è proprio una brava mamma; e del resto, tu meriti tutto il suo affetto come hai tutto il mio. Qualche volta forse ti sembrerà che io sia poco affettuoso con te, e che anzi mi compiaccia di essere stizzoso e agro: ti prego di credere che si tratta di un modo esteriore dei miei rapporti con i familiari, dovuto a tutta una abitudine del passato; si può dire che dai 13 anni in poi io ho vissuto isolato, mentre ero portato molto alla socievolezza e alla tenerezza; per sembrare forte, più forte di ciò che non fosse compatibile con la mia età, mi feci un abito esterno di freddezza ecc. di cui non sono poi mai riuscito a liberarmi e forse neanche ad attenuare.

Ghilarza, 1905 (lettera del 17 novembre 1930)
Carissima Teresina (…) ti ricordi come eravamo fanatici per leggere e per scrivere? Mi pare che anche tu, sui dieci anni, non avendo più libri nuovi, ti sei letta tutti i Codici.

1905. Riprende gli studi e frequenta le ultime tre classi ginnasiali a Santu Lussurgiu, paese a 18 chilometri da Ghilarza, dove vive in casa di una contadina.

Gramsci nel 1905

1905. Gramsci frequenta il Ginnasio di Santu Lussurgiu.


Santu Lussurgiu, 1906 (lettera del 12 settembre 1932)
Carissima Tania (…) ho ricevuto due tue cartoline e due lettere, dell'8 e del 10. Quest'ultima specialmente, te lo confesso, mi ha molto indispettito. Quando si tratta di medici e di medicine tu ti sfreni in progetti e fantasticherie, mentre io ti ho raccomandato tante volte di essere sobria e di non abbondare nello zelo. Quando ero al ginnasio (un piccolo ginnasio comunale a Santu Lussurgiu, in cui tre sedicenti professori sbrigavano con molta faccia tosta, tutto l'insegnamento delle 5 classi) abitavo in casa di una contadina (pagavo 5 lire mensili per l'alloggio, la biancheria del letto e la cucinatura della molto frugale mensa) che aveva una vecchia madre un po' scema, ma non pazza, che appunto era la mia cuoca e governante, la quale ogni mattina, quando mi rivedeva, mi domandava chi ero e come mai avevo dormito in casa loro ecc. Ma questa è un'altra storia. Ciò che mi interessa ora è che la figlia voleva sbarazzarsi della madre, voleva che il Municipio la inviasse a sue spese nel Manicomio provinciale e perciò la trattava in modo così aspro e scellerato da vedere di costringerla a commettere qualche grave eccesso per aver modo di affermarne la pericolosità. La vecchina sempre diceva alla figlia che le parlava col voi secondo il costume: «Dammi del tu, e trattami bene!» Non so veramente se l'aneddoto possa riferirsi a te; in ogni modo anch'io sono costretto a dirti di essere meno premurosa con me, perché questo è il modo migliore di mostrarmi il tuo affetto, a cui tengo molto.

Santu Lussurgiu, 1905 (lettera del 26 dicembre 1927)
Carissima Tania (…) ti voglio raccontare un episodio quasi natalizio della mia fanciullezza, che ti divertirà e ti darà un tratto caratteristico della vita dalle mie parti. Avevo quattordici anni e facevo la 3a ginnasiale a Santu Lussurgiu, un paese distante dal mio circa 18 chilometri e dove credo esista ancora un ginnasio comunale in verità molto scalcinato. Con un altro ragazzo, per guadagnare 24 ore in famiglia, ci mettemmo in istrada a piedi il dopopranzo del 23 dicembre invece di aspettare la diligenza del mattino seguente. Cammina, cammina, eravamo circa a metà viaggio, in un posto completamente deserto e solitario; a sinistra, un centinaio di metri dalla strada, si allungava una fila di pioppi con delle boscaglie di lentischi. Ci spararono un primo colpo di fucile in alto sulla testa; la pallottola fischiò a una decina di metri in alto. Credemmo a un colpo casuale e continuammo tranquilli. Un secondo e un terzo colpo più bassi ci avvertirono subito che eravamo proprio presi di mira e allora ci buttammo nella cunetta, rimanendo appiattati un pezzo. Quando provammo a sollevarci, altro colpo e così per circa due ore con una dozzina di colpi che ci inseguivano, mentre ci allontanavamo strisciando, ogni volta che tentavamo di ritornare sulla strada. Certamente era una comitiva di buontemponi che voleva divertirsi a spaventarci, ma che bello scherzo, eh? Arrivammo a casa a notte buia, discretamente stanchi e infangati e non raccontammo la storia a nessuno, per non spaventare in famiglia, ma non ci spaventammo gran che, perché alle prossime vacanze di carnevale il viaggio a piedi fu ripetuto senza incidenti di sorta.

Santu Lussurgiu, 1906 (lettera del 1937)
Caro Delio, perché non mi parli del tuo pappagalletto? È ancora vivo? Forse non ne parli più perché io, una volta, ho osservato che ne parlavi sempre? Allegro Delio! Tatanička vuole che io ti scriva che alla tua età avevo un cagnolino e che ero diventato mezzo matto per la contentezza di averlo. Vedi! È vero che un cane (anche se piccolo, piccolo) dà molte più soddisfazioni di un pappagallo (ma tu forse credi il contrario), perché gioca con il padrone, si affeziona… Il mio si vede che era rimasto un cane-bambinello, perché, per mostrarmi il massimo del suo entusiasmo, si metteva sulla schiena e si faceva la pipì addosso. Quante insaponature! Era proprio piccolo tanto che non riuscì per molto tempo a salire i gradini delle scale, aveva il pelo nero e lungo e sembrava un barbone in miniatura. Io lo avevo tosato come un leoncino, ma non era obbiettivamente bello, anzi era piuttosto brutto, brutto assai, adesso che ci penso. Ma come mi faceva divertire e come gli volevo bene! Il mio gioco favorito era questo: quando andavamo a passeggio in campagna, lo mettevo su un sasso sporgente e mi allontanavo senza che lui, che mi guardava e mugolava, osasse saltare. Io mi allontanavo a zig-zag, poi mi nascondevo in un fosso o in una cunetta. Il cane prima strillava, poi riusciva a trovare il modo di scendere e correva in caccia: questa mi divertiva, perché il poveretto, che allora, d'altronde, era ancora molto giovane, guardava latrando dietro tutte le pietre, si affacciava alle piccole (ma grandi per lui) fosse e impazziva perché io mi spostavo lestamente dopo averlo chiamato. Che feste, quando finalmente mi facevo ritrovare! E che abbondanza di pipì! Caro, adesso mi scriverai del pappagalletto?

Gramsci nel 1906

Gramsci nel 1906. Non guarda nell'obiettivo, d'accordo, ma è comunque un autoritratto - non è vero?




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leOpereeiGiorni : Robert Altman
di fulmini , Fri 29 December 2017 4:00
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Un documentario sull'opera e la vita di Robert Altman raccontata dalla sua famiglia e dagli attori che hanno lavorato con lui. Dura 90 minuti.
http://www.raiplay.it/video/2016/11/Altman-69a142a0-cf3d-4a82-9de1-334011d93873.html

Uno dei miei mastri di cinema. Ho scritto 'mastri', non 'maestri':
https://www.youtube.com/watch?v=0ypmTqXxMGE

Ci somigliamo in quanto cerchiamo di innovare tutti i linguaggi che pratichiamo per passione e professione, e in quanto siamo anti-istituzionali.

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