Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 video di fortuna - La gorgone tata - Rubriche : Fulmini e Saette
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video di fortuna : La gorgone tata
di fulmini , Wed 30 September 2020 4:00
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Vivere accanto ad Alexandra Zambà è come vivere accanto ad un vulcano in attività - una ne fa e cento ne pensa.
Teatrante, poeta, saggista, traduttrice, organizzatrice culturale... e curatrice da poco di una collana di libri per ragazzi per la casa editrice Vita Activa, l'altro giorno mi ha trascinato fino all'Antichissima Città di Sutri, dove ha tenuto per quattro giorni uno stand nell'evento 'Un Borgo di Libri', e presentato - tra l'altro - il libro da lei ideato e organizzato e introdotto: 'Storie di sirene e gorgoni'.
In questa occasione mi ha domandato di leggere pubblicamente qualcosa da questo libro. Come resisterle? Come resistere ad un fenomeno naturale-e-culturale?
https://www.youtube.com/watch?v=gGP-Z0UQnuQ&t=10s

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iLibrieleNotti : LUCE SENZ'OMBRA
di fulmini , Sun 27 September 2020 4:00
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colombo


Nei primi mesi del 1987, nella casa tra gli alberi al lago, gli alberi della Tuscia e il lago di Bracciano, Eftimios ed io scrivevamo la sceneggiatura per un film. Ma ne potemmo scrivere soltanto la metà, perché in primavera Eftimios morì.
https://www.youtube.com/watch?v=TJNiqsMeIEU&t=1s

Oggi quella casa dal tetto non fila fumo.

La casa tra gli alberi al lago
dal tetto fila fumo.
Non ci fosse
come tristi allora
casa, alberi, lago.

Bertolt Brecht

Allora l’ho completata da solo, la sceneggiatura che racconta i giovani fioriti in forme e direzioni diverse nel ‘Sessantotto’. E poi, autunno dopo autunno, ho cercato di realizzare il film. Ma non sono riuscito a trovare il poco denaro necessario all’impresa.

Sono rimasti nella mia mente il ricordo di quel breve paradiso tra i Monti Sabatini e tra le mie mani le parole dattiloscritte di Luce senz’ombra.

L’altro ieri, alle soglie dell’autunno di questo 2020, improvvisamente ho ricordato la definizione che Pasolini dava della sceneggiatura, “una struttura che vuol essere un’altra struttura”, e ho deciso di farla diventare se non un film almeno un libro multimediale, un libro cioè – come La Vita Nuova
(http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/scienza/196-la-vita-nuova-versione-multimediale.html) - composto di parole e immagini e registrazioni audio e video e sequenze documentarie e filmiche.

Lo pubblico a puntate a partire da oggi, capitolo dopo capitolo, nel sito-rivista Fulmini e Saette, perché contenendo quest’opera materiali audio e video non può stare su carta, ma soltanto su schermo, sullo schermo piccolo, vabbene, come quello del computer, ma sempre schermo è, non è vero?

L’idea si è formata nel corso della partecipazione, con Alexandra, la mia complice, e madre di Eftimios, all’evento ‘Un Borgo di Libri’. Lo stand che curavamo per la casa editrice Vita Activa si trovava proprio di fianco all’antico lavatoio di Sutri, un paese della Tuscia, il lavatoio nel quale Eftimios ed io avevamo ambientato l’ultima sequenza del film che abbiamo scritto insieme nella mia vita precedente.

La visione del lavatoio ha illuminato il percorso possibile. Il sentimento ha avviato la cognizione.

La conoscenza prencipia dai sentimenti.
Leonardo da Vinci


Capitolo primo



foto di Franz Kafka


Nel 1987 Eftimios teneva 16 anni e, senza che avesse fatto nulla di male, morì.

Adesso che scrivo questa frase mi viene in mente, per la prima volta in questi lunghi 33 anni, che Franz Kafka inizia Il Processo con parole che accomunano la vita breve di Eftimios alla vita breve di Josef K.

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. perché senza che avesse fatto nulla di male, una bella mattina lo arrestarono.

E come finisce Il Processo? Con queste parole:

Gli sguardi di Josef K. caddero sull’ultimo piano della casa che si alzava sul limite della cava di pietre. Come una luce che si accende d’un tratto, si spalancò una finestra, ed un uomo, che a quell’altezza e a quella distanza appariva esile e debole, si piegò in avanti allargando le braccia. Chi era? Un amico? Un uomo di cuore? Uno che provava compassione? Uno che voleva portare aiuto? Era uno solo? Erano tutti?

Un anno prima della morte di Eftimios avevo lucidamente, consapevolmente, (anche se implicitamente, allusivamente, come sempre si deve fare quando si fa opera arte, ammesso che ci si riesca) accomunato in fase di sceneggiatura l’agonia di Josef K. nella cava di pietre all’agonia di Eftimios nella casa tra gli alberi al lago e all’agonia di Pier Paolo Pasolini all’Idroscalo di Ostia.
https://www.youtube.com/watch?v=WIr5LSbpUWs&t=14s

Il legame profondo tra la disperazione civile di Pasolini alla metà degli Anni Settanta, mentre assisteva impotente alla “fine del mondo”, e la disperazione paterna mia alla metà degli Anni Ottanta, mentre assistevo impotente alla fine di Eftimios, ha impresso poi ad Angelus Novus, girando e montando quel mio mio primo film, l’atroce bellezza di un incubo.

Ricordo adesso che scrivo questa frase che nel 1988, dopo la proiezione in pellicola del film (pubblicato a Cannes nel 1987) in un circolo culturale di Oriolo, un paese della Tuscia, Mimmo Pesce, lo scultore amico mio e di Eftimios che aveva impersonato la figura di Pasolini, camminando nella notte senza stelle dopo aver rivisto il film, disse sovrappensiero: “È un bell’incubo…”

Eftimios ha collaborato con me alla costruzione di Angelus Novus, scegliendo certe musiche di Mozart - che poi Vittorio Gelmetti ha rielaborato in un certo modo. E anche rielaborando certe parti della sceneggiatura, come il finale per esempio, con quella comparizione surreale, ai limiti del campetto sterrato di calcio dell’Idroscalo dove Pasolini è stato ammazzato e dove ho girato la scena, di un uomo esile e debole che forse erano tutti.

Poi, vent’anni dopo, scrivendo Vita breve di Eftimios, e riflettendo sulla disavventura scolastica vissuta da Eftimios in un liceo italiano, ho compreso l’incomprensibilità del racconto La Metamorfosi di Kafka.

Ne ricordate l’inizio?

Svegliandosi una mattina da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto.

Cosa voleva dire Kafka quando scriveva che un giovane uomo si trovò improvvisamente trasformato in “un enorme insetto”? Mille tentativi di comprensione di questa surreale condizione umana hanno elaborato mille critici letterari nell'arco di un secolo, dalla pubblicazione de La Metamorfosi – metà degli Anni Dieci del Novecento - alla scrittura di Vita breve di Eftimios – inizi del Duemila. Nessuno veramente compiuto.

Fin dal principio. In occasione della stampa della seconda edizione, Kafka scrisse al suo editore Kurt Wolff, che aveva affidato al disegnatore Ottomar Starke il compito di illustrarne la copertina: «Mi è passato per la mente che voglia disegnare magari l'insetto. Questo no, per carità, questo no!"

A quale trasformazione vitale, a quale metamorfosi esistenziale, alludeva la metafora uomo/insetto? Io finalmente l’ho pienamente compreso riflettendo sulla esperienza vissuta da Eftimios a metà degli anni Ottanta del Novecento:
https://www.youtube.com/watch?v=5cSaCkWQYA0&t=1s


Capitolo secondo


Eftimios a Piana Mola


È venuto il momento di cominciare a trascrivere la sceneggiatura per un film che ho scritto con Eftimios nei primi mesi del 1987, e che aveva per titolo Luce senz’ombra.

Dicevo nel Prologo, con Pasolini, che sempre “la sceneggiatura è una struttura che vuole diventare un’altra struttura”, e aggiungevo che, non avendo potuto in questi 33 anni realizzare il film del quale la sceneggiatura era il progetto, la mappa, il libro di bordo, - per mancanza di mezzi finanziari - ho deciso infine (“Meglio avanzare e morire che fermarsi e morire” Gramsci, Quaderni) di farne un libro multimediale che contiene, trascritta in un certo modo, la sceneggiatura stessa.

Eccone l’incipit, la Scena Prima.

Casa tra gli alberi al lago. Esterno e Interno. Una bella mattina il Sole comincia a illuminare la Terra ma i raggi della stella ancora non hanno raggiunto il pianeta – che si trova per ciò, per una manciata di minuti nella condizione che Leonardo definiva ‘luce senz’ombra’.

Lenta panoramica da sinistra a destra dalla sommità di una collina nel territorio boschivo di Bassano Romano: sono inquadrati in successione (col respiro ampio e lento, con l’incanto commosso, dei quali è soffuso l’incipit dei Promessi Sposi: “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti…”) Monte Guerrano groppa di bisonte, Rocca Romana piramide rotonda, la conca del lago di Bracciano coronata in alto dalla striscia di terra che dalla Tuscia arriva al Mare Tirreno e in basso da Valle Mola, Monte Termine mandria di buoi.

Stacco.

Adesso ci troviamo all’interno della casa tra gli alberi al lago, alle spalle di un adolescente che, affacciato ad una finestra del piano sopraelevato di quella casa, contempla ciò che abbiamo appena visto con i suoi occhi.
Qualche secondo.

L’adolescente sente dietro di sé un fruscio, si volta e vede:

Un uomo che lo guarda.

Adolescente (fuori campo): Buon giorno, papà.

Uomo: Buon giorno per tutto il giorno, Eftimios! Hai già fatto colazione?

Eftimios (fuori campo): Sì, grazie… ho dormito poco stanotte…

Come seguito dallo sguardo del padre, Eftimios si stacca dalla finestra, si avvia verso una scala interna, la risale con passo vagamente incerto, scompare alla vista.
Qualche secondo.

Con gli occhi del padre avanziamo verso la scala, la risaliamo anche noi, in cima ecco un breve corridoio, a destra una porta aperta, ci affacciamo sulla soglia, ecco Eftimios disteso sul letto, lento zoom in avanti sul suo volto, tiene gli occhi chiusi, ora li apre ci guarda, li chiude. Intravediamo i suoi occhi muoversi sotto le palpebre.
Qualche secondo

Vediamo e sentiamo ciò che vede e sente nel dormiveglia:
https://www.youtube.com/watch?v=rjsmE7gZj20

Questa è dunque la Scena Prima della sceneggiatura di Luce senz’ombra, trascritta in questo libro multimediale in maniera linguisticamente diversa dal dattiloscritto originario del 1987, per la semplice ragione che negli Anni Ottanta e Novanta del Novecento io pensavo e scrivevo e facevo cinema in maniera linguisticamente diversa da come lo faccio oggi - ed ho cominciato a fare dagli inizi del Duemila:
https://www.youtube.com/watch?v=jEJpNn1p-Zk

Negli Anni Dieci e Venti del Duemila, infatti, sperimentatore e innovatore per natura come sono, ho pensato e scritto e fatto un nuovo genere di cinema – dico ‘nuovo’ rispetto al genere di cinema che ho realizzato nel Novecento, e cioè al ‘cinema di poesia’ o ‘realistico soggettivo’, e precisamente quello chiamo ‘cinema androgino’ o ‘cinema cappuccino’:
https://www.youtube.com/watch?v=bxJe0bNAPac

Ma diciamo altre due parole, sulla distinzione linguistica tra ‘cinema religioso’ e ‘cinema ateo’, che tanto mi appassiona come artista laico, ed essere umano che aspira alla “mondanizzazione e terrestrità assoluta” del pensiero e dell’azione (Gramsci, Quaderni). Nel 2011 ho realizzato un documentario autocritico dal titolo Con questa mia vengo a dirti, e per questo documentario ho girato una serie di video brevi, uno dei quali ha per titolo ‘per un cinema ateo’:
https://www.youtube.com/watch?v=ey3Ay90atjc&t=2s


Capitolo terzo



giovani in partenza


Andiamo avanti nella trascrizione della sceneggiatura per un film dal titolo Luce senz’ombra .

Nella prima scena è entrato in campo, dentro e fuori una casa di campagna, un adolescente felice nonostante la malattia. Nella seconda scena entra in campo, dentro e fuori un appartamento di città, un giovane infelice nonostante la salute.

Scena seconda.

Un appartamento al primo piano della periferia romana dalle parti tuscolane. Esterno e Interno. (Le scene girate in campagna sono caratterizzate fotograficamente dalla luce senz’ombra, le scene girate in città da una luce e un’ombra in contrasto assoluto.)

Come visto da dietro il vetro di una finestra, un uomo scava nei grandi cassonetti disposti sul marciapiede che divide il viale e il controviale sottostanti. È alla ricerca di qualcosa di preciso, apre e rovista buste piene una dopo l’altra, si guarda ripetutamente intorno, trova fogli, li esamina, alcuni li infila nello zainetto che porta in spalla, infine si perde nella città, tra il flusso incessante delle automobili.
https://www.youtube.com/watch?v=4cW85uvs61Y

Stacco.

Adesso ci troviamo all’interno dell’appartamento, alle spalle di un giovane che, affacciato ad una finestra, sta registrando con una piccola videocamera ciò che abbiamo appena visto con i suoi occhi.

Il giovane segue finché possibile dalla finestra chiusa l’uomo che scompare nel traffico, spegne la videocamera, si gira e vede:

Un giovane e un adolescente, in piedi, uno a fianco dell’altra, sulla soglia della stanza, lo osservano – guardando in macchina: nel film tutti, sempre, si guardano negli occhi – le scene del film sono sempre viste dagli occhi di una persona o più - affiancate, è un film in soggettiva, è un cinema androgino:
https://www.youtube.com/watch?v=lPCBMZS-_Aw

Come visto dai due, il giovane, senza dire una parola, indossa un giubbotto che sta accanto a lui poggiato sulla spalliera di una sedia, ripone nella tasca del giubbotto la piccola videocamera, passa tra i due, percorre un corridoio, apra la porta d’ingresso dell’appartamento, esce, scende le scale – i due lo seguono, noi lo seguiamo con i loro occhi, sentiamo i passi dei tre, scendono le scale, scendono ancora, scendono senza fine.

Ora sono improvvisamente fuori dell’appartamento, è notte, sono in una macchina che percorre una lunga strada di periferia, vuota di uomini, piena di macchine:
https://www.youtube.com/watch?v=lKj4FEEXFSs


Capitolo quarto


finestra e foglio di plastica


La prima inquadratura del film Luce senz’ombra è una panoramica, non esattamente questa che seguirà, ma qualcosa del genere: ciò che si vede dall’alto dei Monti Sabatini, che si trovano nella Tuscia, dalle parti di Bassano Romano e Sutri e Trevignano. Anzi che si vedeva nei primi Anni Novanta del Novecento, quando ho girato in quei luoghi il mio secondo film, Non ho parole:
https://www.youtube.com/watch?v=F0n7GzuFDA8

In quel film ho raccontato il mio sgomento per la morte di Eftimios adolescente e nello stesso tempo per la morte della vecchia civiltà moderna.

La vita e la morte e i miracoli di Eftimios li ho poi raccontati per esteso qui:
https://www.youtube.com/watch?v=e5hreaIQvy4&t=84s

La vita e la morte e i miracoli della civiltà moderna li ho raccontati (con Luis Razeto) nel libro multimediale in chiaro La Vita Nuova:
http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/scienza/196-la-vita-nuova-versione-multimediale.html

Dicevo: la prima scena di Luce senz’ombra è una panoramica sulla natura da una finestra, seguita da una serie di inquadrature all’interno di una casa tra gli alberi al lago, dove parlano e agiscono un figlio adolescente, Eftimios, e un padre, io.

La seconda scena è una ripresa cittadina da una finestra, seguita da una serie di inquadrature prima all’interno di un appartamento e poi all’esterno, per le vie notturne romane, dalle parti tuscolane, di tre giovani infelici.
Per capire cosa siano i ‘giovani infelici’ secondo Pasolini leggere questo saggio peripatetico: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=3026

Ma è venuto il momento di rivelare per intero il soggetto del film Luce senz’ombra. Cosa mette in scena e in immagine questo film?

Questo film racconta i figli del Sessantotto, nel momento in cui stanno passando dall’adolescenza alla giovinezza. I figli del Sessantotto si dividono grosso modo in due tipi fondamentali (mettendo subito bene in chiaro che i ‘tipi fondamentali’ sono generizzazioni sociologiche, e nella realtà esistono soltanto singoli individui tutti diversi tra loro): i ‘felici nonostante tutto’ e gli ‘infelici nonostante tutto’-

I ‘felici nonostante tutto’ sono rappresentati, personificati, da un figlio che vive in una casa tra gli alberi al lago, e scrive col padre la sceneggiatura per un film – siamo verso la fine degli Anni Ottanta del Novecento. Il figlio è malato, di un tumore maligno al cervello, tuttavia è sereno, e lavora con gioia col padre alla costruzione di un mondo nuovo.

Gli ‘infelici nonostante tutto’ sono rappresentati, personificati, da un gruppetto di giovanissimi, e precisamente da quei giovanissimi terroristi che verso la fine degli Anni Ottanta del Novecento hanno sequestrato, imprigionato una vigilante del carcere romano di Rebibbia, l’hanno interrogata, giudicata, ammazzata. Insomma lavorano infelicemente alla distruzione del vecchio mondo.

Il padre e il figlio sono persone storiche, realmente esistite. Il padre sono io e il figlio è Eftimios. I giovanissimi terroristi e la vigilatrice di Rebibbia sono anche loro persone storiche, sono realmente esistite, e la loro storia l’ho appresa dai giornali, dalle televisioni, dalle radio, dai libri.

Insomma (secondo me, si capisce) verso la fine del Novecento alcuni giovani hanno cominciato a costruire un mondo nuovo, e alcuni altri hanno cominciato a distruggere il mondo vecchio. Oggi si continua a fare questo, confusamente, contraddittoriamente, mentre la gran massa degli intellettuali, degli scienziati, degli artisti, si baloccano con problemi oziosi, e in dissolvenza incrociata sta continuando a morire la vecchia civiltà moderna e sta continuando a nascere la nuova civiltà degli umani creativi e autonomi e solidali.

Il film si concluderà con la morte di Eftimios così come è effettivamente avvenuta nella primavera del 1987. È triste, è atroce, morire adolescente in primavera, sì, intuendolo Eftimios e vedendolo coi miei occhi io suo padre, eppure, nonostante tutto, Eftimios è andato a morire serenamente, col sorriso sulle labbra, senza mai versare una lacrima, senza mai lamentarsi. Una vera ‘luce senz’ombra’, per me. Forse anche per voi.

Dovete sapere che vent’anni fa, quando era una bambina – ora è una dottoressa che cura le malattie -, Virginia, la figlia minore di Guido, un mio amico molto amico, sapendo che scrivevo poesie e racconti, un bel giorno mi ha scritto una email nella quale mi chiedeva di scrivere per lei un racconto su una statua di un bambino che sta al centro della piazza principale di una città. L’ho fatto, ispirandomi – pensate un po’ – al bambino, al ragazzo, all’adolescente dagli occhi lucenti, ad Eftimios:

“Nella piazza principale della nostra città c’è la statua di un bambino in cima ad una colonna. Bianca la colonna, bianco il bambino dal profilo antico, l’indice poggiato orizzontalmente alle labbra, lo sguardo volto all’infinito. Nessuno di noi ricorda da quanto tempo ci siano la colonna e la statua, ma tutti conosciamo la leggenda che c’erano da prima e la città venne dopo. C’era dunque un bambino molto bello che un giorno camminava tra le colline e il mare, fu preso da un grande pensiero e si fermò accanto ad un roveto. Le spine gli ferirono i piedi, che cominciarono a sanguinare. Il bambino più pensava e più imbiancava ma non si fece distrarre dal dolore. I pescatori e i contadini lo videro da lontano, un lampo fermo al centro di un lago che si muoveva, si avvicinarono e non smettevano di guardarlo tanto era bello. Finché una notte, spaventati dal fatto che non si corrompeva, scavarono una buca per seppellirlo. Ma vi trovarono dentro una colonna bianca. Allora la innalzarono sul posto, posero sopra il bambino, segnarono il perimetro del suo sangue e dentro costruirono la città. La colonna è di marmo, ma di che materia sia la statua non è certo, nessuno è mai voluto salire fin lassù. Gli abitanti delle città vicine dicono sia d’alabastro o di quarzo, ma quando la luce del sole e della luna la colpiscono in un certo modo noi leggiamo sotto l’epidermide le vene i muscoli le ossa il cuore i polmoni il cervello del nostro bambino immutabilmente concentrato.”

https://www.youtube.com/watch?v=Y4qeE9OfRpo&t=6s

***

L'insieme del libro multimediale, mano a mano che saranno resi pubblici i suoi singoli capitoli, andrà componendosi nel sito-rivista Fulmini e Saette e precisamente qui: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5067


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video di fortuna : Visioni vagabonde
di fulmini , Thu 24 September 2020 4:00
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Visioni vagabonde nel Parco di Colle Oppio in Roma. Estate 2020.
https://www.youtube.com/watch?v=pfz-U9et8_A

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fotoGrafie : Ombre, Luci, Segni
di fulmini , Tue 22 September 2020 4:00
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muro romano


Pasquale Misuraca, Roma, settembre 2020

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leOpereeiGiorni : Il ficus
di fulmini , Sat 19 September 2020 4:00
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Il mio cinema cappuccino è nato dal fatto che sono un artista metaforico.
Nel cinema cappuccino non si capisce dove finisce il caffè e comincia il latte, dove finisce il documentario e comincia il film.
Nella metafora una cosa è anche un'altra cosa - se dico: quell'uomo è un maiale dico una cosa che è un'altra cosa, un uomo che è un maiale.
Da sempre ho fatto cinema metaforico, poi ad un certo punto, coerentemente, irresistibilmente, il cinema metaforico è diventato il cinema cappuccino, una variante del cinema metaforico.

Registrando questo video, un po' prima, un po' mentre, un po' dopo, ho pensato al ficus ed a me stesso - la mia vita dentro il vaso è stata la vita in Calabria, poi ho rotto il vaso e ho infiltrato le mie radici nella piena terra, nell'intera cultura del mondo.

https://www.youtube.com/watch?v=ghVmollpJwU

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