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trentadue anni e li dimostra

di  fulmini Data Sat 31 May 2008 8:00

Questa rubrica comune che oggi riflette su ‘la Repubblica’ intesa come quotidiano di carta stamapata, per il prossimo fine mese di giugno, che cadrà il 30, rifletterà sul problema dell’energia, del suo approvigionamento e del suo uso, per l’Italia – e per l’Europa, essendo l’Italia parte costituente dell’Unione Europea.

Propongo, per non allargare troppo il campo della discusione e della proposta, di partire da una domanda che formulerò ricordando i problemi che hanno deliziato e deliziano gli studenti delle scuole elementari: ‘Sapendo che le italiane prossime (eventuali) quattro centrali nucleari di terza generazione produrranno un dieci per cento di nuova energia e avranno un costo di trenta miliardi di euro (piano ENEL) “non sarebbe meglio usare quella montagna di soldi per nuove ricerche di gas o nuove iniziative nelle nergie alternative?” ‘ (Eugenio Scalfari, ‘la Repubblica’del 25 maggio 2008).

E ora andiamo a leggere, giustappunto, qualcosa su ‘la Repubblica’ ed il suo fondatore.

Fulmini


***

I quotidiani a cui facevano riferimento elettori, iscritti e militanti della sinistra parlamentare alla metà degli anni ’70 erano l’Unità ed il Paese Sera. Quest’ultimo aveva svolto negli anni ’50 e ’60 delle grandi battaglie contro la corruzione politica ed economica, aveva intrapreso coraggiose indagini sulla grande speculazione immobiliare nelle grandi città, denunciando lo scempio delle periferie, le condizioni disumane di vita nei quartieri ad alta intensità abitativa. Era un giornale popolare, ma entrò progressivamente in crisi non comprendendo che una nuova generazione si andava affacciando, figlia della scolarizzazione di massa, con una cultura diversa da quella dei padri.

Era una generazione che si andava formando sui settimanali l’Espresso e Panorama che a loro volta stavano operando un cambiamento profondo nel modo di fare giornalismo in Italia. Grandi inchieste sociali che portavano ad abbandonare la cultura idealista e ad abbracciare una certa cultura sociologica di derivazione anglosassone, ad esempio con analisi interdisciplinari delle situazioni internazionali (guerra nel Vietnam analizzata nei suoi aspetti economici, sociali, militari, geo-politicici ecc.). A questa generazione mancava un quotidiano. Eugenio Scalfari, giornalista, direttore dell’Espresso, intuì questa assenza e pur operando in un paese dove le percentuali di lettori di quotidiani erano le più basse d’Europa, tentò l’avventura insieme ad editori come Caracciolo e Mondadori.
Grande era l’attesa per il quotidiano per noi giovani universitari, della sinistra riformista che ci eravamo formati sulle pagine dell’Espresso condividendo una cultura liberale in politica ed in economia accettando di confrontarci con i grandi temi posti dalle socialdemocrazie del nord Europa.

Il 14 gennaio 1976 uscì il primo numero de la Repubblica. Giornale nuovo già nella veste grafica, che richiamava il francese Le Monde, caratterizzato da articoli brevi, non i pastoni di fondo dei giornali italiani, da tematiche concettualizzate e chiare. I giornalisti professionisti erano in numero limitato, utilizzando il giornale la formula dei collaboratori esterni, che poi rappresentavano il meglio che la cultura e le professioni del momento, in Italia, potevano offrire. Redazione snella dunque. Ricordo che, in quel 1976, ci recammo, Fulmini ed io, nella redazione de la Repubblica a Piazza Indipendenza a consegnare, come responsabili della sezione universitaria romana del PCI, un nostro elaborato sulla riforma universitaria. Ci colpì la sobrietà e i pochi addetti presenti in redazione che contrastavano con il brulicare di giornalisti delle redazioni di Paese Sera e dell’Unità che ben conoscevamo.

La Repubblica delle origini riservava pochissimo spazio allo sport e per questo non usciva il lunedì proprio a segnalare un distacco con una cultura media italiana, ben assecondata da tutti i giornali, che dedicavano allo sport ed al calcio in particolare, un’attenzione smisurata. Gli azionisti prevedevano che il punto di pareggio economico si sarebbe raggiunto intorno alle 150.000 copie, la vendita media fino al 1978 fu di 114.000 copie. Il giornale sosteneva una cultura liberal democratica, da sempre minoritaria in Italia, riformista in campo economico, attenta ai diritti individuali e ai diritti civili con alla base un’etica che vedeva nello Stato di diritto uno dei pilastri fondamentali. Da questa impostazione derivò l’appoggio incondizionato che dette ai partiti che sostenevano la linea della fermezza sul caso Moro.

Negli anni la Repubblica ha aumentato progressivamente il numero dei lettori e dal 1987 ha superato le 500.000 copie medie scavalcando in alcuni giorni, nel numero di copie vendute, il Corriere della Sera. Il giornale è andato cambiando nel corso degli anni abbandonando l’impostazione originaria e adeguandosi a quella domanda media che proviene dal mercato dei lettori con il fine prevalente di allargarne il numero. La Repubblica dei nostri giorni è un giornale che mantiene un buon livello di analisi su alcune tematiche come la cultura, il cinema, l’economia in alcuni suoi collaboratori esterni. Ma ha imbarcato, nel corso degli anni, molti dei difetti del giornalismo italiano.

Gli articoli sono ritornati ad essere lunghi e alla politica partitica è dedicato uno spazio smisurato (una notizia politica viene affrontata in modo tri o quadridimensionale, l’articolo, l’intervista, i retroscena, la storia personale del politico) creando una distorsione in chi legge che può essere portato ad un rifiuto della politica, o essere indotto a confondere la politica con i politici vedendo in questi dei personaggi. Il giornale è composto mediamente da 60, 70 pagine, troppe per essere un quotidiano, che non trova paragoni con i giornali europei e che richiederebbe per essere letto, che ciascun lettore esercitasse la professione di lettore de la Repubblica.

Mario Pennetta

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