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3 - Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale

di  giuseppe Data Fri 8 February 2008 7:50

Ed ecco la terza parte e conclusiva del post numero uno di questa rubrica scientifica (la prima è stata pubblicata sul blog-rivista l'otto dicembre 2007, la seconda l'otto gennaio 2008)

Per quel poco che ho meditato finora, non c’è una “soluzione” unitaria a questo problema (riunisco virtualmente ad unità varie questioni e problemi: quello del male nel mondo, che è intimamente connesso con quello dell'educazione, legati entrambi a doppio filo con la prevenzione, e via scomponendo): essa va cercata in concreto, caso per caso.
Se vogliamo parlarne in astratto, possiamo solo dire ch’essa si articola in infiniti aspetti (come infiniti sono i casi che si presentano) che non possiamo analizzare, qui ed ora.
Possiamo però immaginare dei principi generali.
Lasciamo da parte l’ovvietà che prevenire è meglio che curare, e cioè che educare è meglio che rieducare.
Una prima domanda è: come rieducare?
Ma poi, si può rieducare qualcuno che non è disposto a tanto?
Pare comunque che dispieghi una certa efficacia far incontrare vittima e “carnefice”.
Ho sentito [qui purtroppo non posso citare le fonti, vado a memoria: si trattava dei telegiornali di qualche anno fa] di alcuni pirati della strada rimasti fortemente impressionati dall’incontro coi genitori delle vittime.
Spunti per altre riflessioni ce le offre l’esperimento di Stanley Milgram [per informazioni sul quale puoi consultare il sito della Northern Illionis University, a questa pagina, il sito dell’Università di Rhode Island, a questo indirizzo, ed il sito della Santa Clara University, a questo collegamento; se giustamente preferisci l’italiano all’americano, puoi scaricarti dal sito dell’Università della Calabria la (in vero molto stringata) presentazione, visualizzabile con Microsoft PowerPoint, connettendoti (diapositive 15-20)].
Questo esperimento ha mostrato che c’è un rapporto inversamente proporzionale tra la disponibilità ad esercitare la crudeltà e la prossimità della vittima: in parole povere, è difficile fare del male ad una persona vicina, mentre è progressivamente molto più facile infliggere dolore a qualcuno che vediamo da lontano, che possiamo solo udire, ed infine che non vediamo, né sentiamo.
Da questa e da altre analisi, mi pare di poter ricavare un principio generale: è difficile compiere il male se si ha coscienza di ciò che si sta facendo, se si sa che ciò che si sta compiendo è male.
E come si fa a non averne coscienza, dici tu?
Quando non si è stati educati a discernere tra bene e male, per esempio.
Ma poi è ciò che accade anche a noi, che siamo (al) bene educati, quando compiamo il male pensando di fare il bene, o magari non stiamo a pensarci troppo: non è che non siamo in grado di sapere ciò che stiamo facendo, ma non valutiamo correttamente il nostro operato, o non ci preoccupiamo di valutarlo.
Per non passare dal diritto alla filosofia (sapendone io poco del primo, e nulla della seconda), e rimanere invece nel concreto, voglio citare quanto dichiarato da un “uccisore” a Jean Hatzfield [A colpi di machete, Bompiani, 2004, pag. 28], nel contesto del massacro dei tutsi da parte degli hutu, in Ruanda:

Non mi ricordo della prima persona che ho ucciso perché nella ressa non ho capito chi era. Per fortuna ho cominciato ad uccidere parecchia gente senza guardarla in faccia.

E qualche riga sotto:

Mi ricordo però della prima persona che mi ha guardato quando l’ho colpita a morte. Quello sì che è stato impressionante. Gli occhi di qualcuno che uccidi sono immortali, se te li trovi di fronte al momento fatale. Sono di uno spaventoso colore nero. Fanno più impressione del sangue e dei rantoli delle vittime, anche in un immenso frastuono di morte. Gli occhi di chi uccidi sono una disgrazia se li guardi. Sono il rimprovero della persona che stai uccidendo.

Un cantautore che ha segnato la mia infanzia, un certo Fabrizio De André, in una canzone [Fabrizio De André, La guerra di Piero, Edizioni Leonardi s.r.l., La Cascina Edizioni Musicali s.r.l., 1968] descriveva un soldato che esitava ad uccidere il nemico, proprio perché non voleva vedere “gli occhi di un uomo che muore”:

E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire,
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
.

Ce ne sarebbe da dire – e da cantare – ma per oggi, per questo primo post, ci fermiamo qui.

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