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LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (16)

di  fulmini Data Sun 23 May 2021 8:00

Capitolo 2. Paradigmi di politica nella civiltà moderna.


Nello studio del processo di costituzione ed espansione dello Stato secondo i diversi percorsi nazionali e attraverso le successive fasi storiche, Gramsci individua teoricamente due fondamentali modelli di politica, due distinte strutture e dinamismi dell’azione trasformativa. Per caratterizzare tali paradigmi adopera una serie di coppie di termini che prende dalla letteratura politica – ‘rivoluzione permanente’ e ‘rivoluzione passiva’, ‘insurrezione popolare’ e ‘Restaurazione-Rivoluzione’, ‘guerra di movimento’ e ‘guerra di posizione’ in politica -, rielaborandone i contenuti; l’uso che di queste espressioni è stato fatto in seguito consiglia comunque la scelta di un’altra coppia di termini che secondo il linguaggio contemporaneo possa meglio rappresentare il contenuto dei concetti: politica rivoluzionaria e politica evolutiva.


Prima di entrare nel merito, è necessario far notare che le interpretazioni più diffuse degli scritti di Gramsci sulla questione sono segnate da una imprecisa distinzione tra ciò che è analisi della realtà data e ciò che è delineazione di una proposta nuova. Laddove Gramsci realizza un esame storico-critico delle forme esistenti dell’azione politica, nel quadro di una critica della politica moderna e della ricerca di un nuovo tipo di attività trasformativa e costruttiva di una superiore razionalità, gli interpreti hanno creduto di cogliere la critica di uno e l’affermazione dell’altro paradigma, assumendo Gramsci alcuni come critico del revisionismo e teorico di una politica rivoluzionaria, altri come critico del modello leniniano e teorico di una politica di transizione evolutiva al socialismo in Occidente.


D’altra parte i paradigmi che Gramsci elabora non mirano a distinguere la politica secondo opposti contenuti ideologici e alternativi progetti di trasformazione, bensì riguardano i modi e le strutture dell’azione politica. Si deve aggiungere tuttavia che i paradigmi ‘politica rivoluzionaria’ e ‘politica evolutiva’ sono teorizzati a partire da esperienze storiche diverse (casi di politica rivoluzionaria sono ad esempio quella giacobina, leninista, fascista; casi di politica evolutiva sono quella liberale, socialdemocratica, social-cristiana), e possono corrispondere a – ed essere più adeguate in – diverse fasi della realizzazione di un progetto storico-politico; e che il risultato politico, il grado e la qualità di realizzazione di un progetto, non è indifferente alle forme di azione attraverso le quali è attuato. Va detto infine che in Gramsci non si trova una trattazione sistematica né una formalizzazione teorica dei due paradigmi di politica, ma soltanto una serie di osservazioni pratiche e di schemi concettuali che volta a volta consentono di individuarne i tratti distintivi principali. È precisamente attraverso la riflessione intorno a questi fattori che distinguono e oppongono le due forme di politica che possiamo delineare le loro strutture e dinamismi specifici.


Un primo fattore di distinzione riguarda i modi e i ritmi d’espansione dell’azione e del progetto politico.


La politica evolutiva procede per una via di trasformazione molecolare e graduale della composizione delle forze, spandendo la propria influenza col concorso diffuso delle iniziative private e individuali. “Si può applicare al concetto di rivoluzione passiva (e si può documentare nel Risorgimento italiano) il criterio interpretativo delle modificazioni molecolari che in realtà modificano progressivamente la composizione precedente delle forze e quindi diventano matrice di nuove modificazioni.”(Q, 1767) Oltre e prima che nel Risorgimento italiano, Gramsci vede operare questo tipo di politica nella Restaurazione europea “in cui le esigenze che trovarono in Francia una espressione giacobino-napoleonica furono soddisfatte a piccole dosi, legalmente, riformisticamente, e si riuscì così a salvare la posizione politica ed economica delle vecchie classi feudali, a evitare la riforma agraria e specialmente a evitare che le masse popolari attraversassero un periodo di esperienze politiche come quelle verificatesi in Francia negli anni del giacobinismo, nel 1831, nel 1848”. (Q, 1227)


Ogni politica è attività trasformativa della situazione e dei rapporti esistenti; ciò che distingue la politica evolutiva è un trasformare quasi impercettibile, con una pressione lenta sulle attività, mentalità e comportamenti, esercitata dal’interno del sistema politico vigente, da parte di soggetti collettivi in formazione. “Sulla rivoluzione passiva. Protagonisti i ‘fatti’ per così dire e non gli ‘uomini individuali’. Come sotto un determinato involucro politico necessariamente si modificano i rapporti sociali fondamentali e nuove forze effettive politiche sorgono e si sviluppano, che influiscono indirettamente, con la pressione lenta ma incoercibile, sulle forze ufficiali che esse stesse si modificano senza accorgersene o quasi.” (Q, 1818-9) La politica evolutiva sta – in questo senso – allo Stato come l’azione dei gesuiti alla Chiesa cattolica: “I gesuiti [...] hanno impresso alla chiesa un movimento progressivo che tende a dare certe soddisfazioni alle esigenze della scienza e della filosofia, ma con ritmo così lento e metodico che le mutazioni non sono percepite dalla massa dei semplici, sebbene esse appaiano ‘rivoluzionarie’ e demagogiche agli ‘integralisti’.” (Q, 1381) “Altro elemento storico da richiamare è lo sviluppo del Cristianesimo nel seno dell’Impero Romano, così come il fenomeno attuale del Gandhismo in India e la teoria della non resistenza al male di Tolstoi che tanto si avvicinano alla prima fase del cristianesimo (prima dell’editto di Milano).” (Q, 1775)


La politica rivoluzionaria procede invece attraverso l’attuazione di momenti di rottura, in preparazione dei quali concentra le proprie forze in una organizzazione disciplinata, e secondo un programma e una strategia predeterminati. È questa una forma di politica che non si svolge “in forme e con mezzi che si possono chiamare ‘liberali’, cioè attraverso l’iniziativa individuale, ‘molecolare’, ‘privata’ ” ma “per un programma di partito elaborato e costituito secondo un piano precedentemente all’azione pratica e organizzativa”. (Q, 2011)


Gramsci coglie anche un rapporto tra questo paradigma di politica e i momenti storici di crisi, sia in quanto la politica rivoluzionaria esplicitamente mira a provocare ‘situazioni di crisi’, sia in quanto profitta di tali situazioni per imporsi: “crisi d’egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione.” (Q, 1603)


Contrariamente alla politica evolutiva, la quale si preoccupa di mantenere un certo grado di passività delle masse, la politica rivoluzionaria si attua e potenzia nella mobilitazione e attivazione politica delle moltitudini, che convoca alla lotta; è questa la politica che privilegia il “momento della lotta, [...] momento in cui si elaborano e radunano e schierano le forze in contrasto [...] momento in cui un sistema etico-politico si dissolve e un altro si elabora nel fuoco e col ferro [...] in cui un sistema di rapporti sociali si sconnette e decade e un altro sistema sorge e si afferma”. (Q, 1227)


Un secondo fattore di distinzione riguarda il tipo di attività predominante e i livelli della organizzazione sociale (società civile e società politica) nei quali si concentra l’intervento trasformativo.


La politica evolutiva si dispiega anzi tutto come complesso di attività etico-politiche, attraverso le quali si propone di esercitare la direzione intellettuale e morale di determinati raggruppamenti sociali. Il terreno in cui questa politica si svolge prevalentemente è quello della ‘società civile’, nel senso che avvia la realizzazione del proprio progetto politico tramite l’organizzazione del più largo consenso di massa.


“Si possono, per ora, fissare due grandi ‘piani’ superstrutturali, quello che si può chiamare della ‘società civile’, cioè dell’insieme di organismi volgarmente detti ‘privati’ e quello della ‘società politica o Stato’ e che corrispondono alla funzione di ‘egemonia’ che il gruppo dominante esercita in tutta la società e a quello di ‘dominio diretto’ o di comando che si esprime nello Stato e nel governo ‘giuridico’.” (Q, 1518-9) Il tipo d’azione sul quale si costituisce questo paradigma di politica è dato da “quelle attività che oggi cadono sotto la formula di ‘indifferente giuridico’ e che sono di dominio della società civile che opera senza ‘sanzioni’ e senza ‘obbligazioni’ tassative, ma non per tanto esercita una pressione collettiva e ottiene risultati obbiettivi di elaborazione nei costumi, nei modi di pensare e di operare, nella moralità ecc.” (Q, 1566) Non che esso si limiti alla lotta ideologico-culturale: si basa su questa per raggiungere e riprodurre il potere. “Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche ‘dirigente’.” (Q, 2010-1)


La centralità data al momento culturale nella politica evolutiva sta in rapporto con la gradualità della sua espansione, data la complessità delle trasformazioni culturali: “i mutamenti nei modi di pensare, nelle credenze, nelle opinioni, non avvengono per ‘esplosioni’ rapide, simultanee e generalizzate, avvengono invece quasi sempre per ‘combinazioni successive’, secondo ‘formule’ disparatissime e incontrollabili ‘d’autorità’. L’illusione ‘esplosiva’ nasce da assenza di spirito critico. Come non si è passati, nei metodi di trazione, dalla diligenza a motore animale ai moderni espressi elettrici, ma si è passati attraverso una serie di combinazioni intermedie, che in parte sussistono ancora (come la trazione animale su rotaie, ecc. ecc.) e come avviene che il materiale ferroviario invecchiato negli Stati Uniti sia utilizzato ancora per molti anni in Cina e vi rappresenti un progresso tecnico, così nella sfera della cultura i diversi strati ideologici si combinano variamente e ciò che è diventato ‘ferrovecchio’ in città è ancora ‘utensile’ in provincia. Nella sfera della cultura, anzi, le ‘esplosioni’ sono ancora meno frequenti e meno intense che nella sfera della tecnica, in cui una innovazione si diffonde, almeno nel piano più elevato, con relativa rapidità e simultaneità. Si confonde l’ ‘esplosione’ di passioni politiche accumulatesi in un periodo di trasformazioni tecniche, alle quali non corrispondono forme nuove di una adeguata organizzazione giuridica, ma immediatamente un certo grado di coercizioni dirette e indirette, con le trasformazioni culturali, che sono lente e graduali, poiché se la passione è impulsiva, la cultura è prodotto di una elaborazione complessa. (L’accenno al fatto che talvolta ciò che è diventato ‘ferrovecchio’ in città è ancora ‘utensile’ in provincia può essere utilmente svolto.)” (Q, 2269)


La politica rivoluzionaria si dispiega come complesso di attività di mobilitazione e organizzazione volte a immettere determinati gruppi e ambienti sociali nella lotta politica sotto un comando unico, con una strategia predefinita, domandando agli aderenti il massimo di disciplina ed esercitando su di essi uno stretto controllo. Il terreno in cui tale politica si svolge prevalentemente è quello della ‘società politica’, nel senso che è facendo leva su elementi di pressione, dominio e comando che cerca di realizzare la trasformazione della struttura economico-sociale. Mentre la politica evolutiva pone l’accento sul momento ideologico-politico dei rapporti di forza, la politica rivoluzionaria insiste sul momento economico-corporativo e specialmente sul momento militare.


Ciò è in relazione con le cadenze discontinue di dispiegamento di questa politica, per cui l’esplosione rivoluzionaria è preparata da una lunga accumulazione e organizzazione delle proprie forze. “Il grado di preparazione strategica può dare la vittoria a forze ‘apparentemente’ (cioè quantitativamente) inferiori a quelle dell’avversario. Si può dire che la preparazione strategica tende a ridurre a zero i così detti ‘fattori imponderabili’, cioè le reazioni immediate, di sorpresa, da parte, in un momento dato, delle forze tradizionalmente inerti e passive. Tra gli elementi della preparazione di una favorevole congiuntura strategica sono da porre appunto quelli considerati nelle osservazioni su l’esistenza e l’organizzazione di un ceto militare accanto all’organismo tecnico dell’esercito nazionale.” (Q, 1610) L’attività intellettuale è, in questa forma di politica, incentrata nelle analisi concrete dei rapporti di forza: “Esse mostrano quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc. L’elemento decisivo di ogni situazione è la forza permanentemente organizzata e predisposta di lunga mano che si può fare avanzare quando si giudica che una situazione è favorevole (ed è favorevole solo in quanto una tale forza esista e sia piena di ardore combattivo); perciò il compito essenziale è quello di attendere sistematicamente e pazientemente a formare, sviluppare, rendere sempre più omogenea, compatta, consapevole di se stessa questa forza.” (Q, 1588)


Entrambe le politiche – rivoluzionaria ed evolutiva - sono combinazioni di elementi di coercizione e di persuasione, differenziandosi per la prevalenza degli uni o degli altri. “Il criterio metodologico su cui occorre fondare il proprio esame è questo: che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come ‘dominio’ e come ‘direzione intellettuale e morale’. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a ‘liquidare’ o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati.” (Q, 2010)


Il presente fattore di distinzione permette di cogliere una certa corrispondenza e adeguatezza dei due paradigmi di politica a distinti aggruppamenti sociali e a diversi momenti della vita dello Stato. I gruppi sociali subordinati, in quanto politicamente disgregati e culturalmente eteronomi, possono più rapidamente innalzarsi alla vita politica e statale attraverso i modelli di unificazione e centralizzazione caratteristici della politica rivoluzionaria; i gruppi dirigenti invece, in quanto già politicamente unificati nello Stato e in quanto formati da individui soggetti di decisioni e responsabilità direttive, tendono a una politica i cui ritmi e attività specifiche siano quelli del modello evolutivo. Va considerato però che nei momenti di crisi di egemonia i gruppi dirigenti adottano solitamente il paradigma della politica rivoluzionaria (controrivoluzioni, restaurazioni autoritarie), e che i gruppi subalterni nella fase di sviluppo egemonico e di ascesa politica possono assimilare le forme della politica evolutiva.


Nei Quaderni vi sono alcune analisi che possono essere lette in rapporto a questo ordine di problemi. “La storia dei gruppi sociali subalterni è necessariamente disgregata ed episodica. È indubbio che nell’attività storica di questi gruppi c’è la tendenza all’unificazione sia pure su piani provvisori, ma questa tendenza è continuamente spezzata dall’iniziativa dei gruppi dominanti, e pertanto può essere dimostrata solo a ciclo storico compiuto, se esso si conchiude con un successo. I gruppi subalterni subiscono sempre l’iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria ‘permanente’ spezza, e non immediatamente, la subordinazione. In realtà, anche quando paiono trionfanti, i gruppi subalterni sono solo in stato di difesa allarmata (questa verità si può dimostrare con la storia della Rivoluzione francese fino al 1830 almeno). (Q, 2283-4) “L’unità storica delle classi dirigenti avviene nello Stato e la storia di esse è essenzialmente la storia degli Stati e dei gruppi di Stati. Ma non bisogna credere che tale unità sia puramente giuridica e politica, sebbene anche questa forma di unità abbia la sua importanza e non solamente formale: l’unità storica fondamentale, per la concretezza, è il risultato dei rapporti organici tra Stato o società politica e ‘società civile’. Le classi subalterne, per definizione, non sono unificate e non possono unificarsi finché non possono diventare ‘Stato’.” (Q, 2287-8)


“In quali forme e con quali mezzi i moderati riuscirono a stabilire l’apparato (il meccanismo) della loro egemonia intellettuale, morale e politica? In forme e con mezzi che si possono chiamare ‘liberali’, cioè attraverso l’iniziativa individuale, ‘molecolare’, ‘privata’ (cioè non per un programma di partito elaborato e costituito secondo un piano precedentemente all’azione pratica e organizzativa). D’altronde, ciò era ‘normale’, date la struttura e la funzione dei gruppi sociali rappresentati dai moderati, dei quali i moderati erano il ceto dirigente, gli intellettuali in senso organico. Per il Partito d’Azione il problema si poneva in modo diverso e diversi sistemi organizzativi avrebbero dovuto essere impiegati. I moderati erano intellettuali ‘condensati’ già naturalmente dall’organicità dei loro rapporti con i gruppi sociali di cui erano l’espressione (per tutta una serie di essi si realizzava l’identità di rappresentato e rappresentante, cioè i moderati erano un’avanguardia reale, organica delle classi alte: erano intellettuali e organizzatori politici e insieme capi d’azienda, grandi agricoltori o amministratori di tenute, imprenditori commerciali e industriali, ecc.). Data questa condensazione o concentrazione organica, i moderati esercitavano una potente attrazione, in modo ‘spontaneo’, su tutta la massa d’intellettuali d’ogni grado esistenti nella penisola allo stato ‘diffuso’, ‘molecolare’, per le necessità, sia pure elementarmente soddisfatte, della istruzione e dell’amministrazione. Si rileva qui la consistenza metodologica di un criterio di ricerca storico-politica: non esiste una classe indipendente di intellettuali, ma ogni gruppo sociale ha un proprio ceto di intellettuali o tende a formarselo; però gli intellettuali della classe storicamente (e realisticamente) progressiva, nelle condizioni date, esercitano un tale potere d’attrazione che finiscono, in ultima analisi, col subordinarsi gli intellettuali degli altri gruppi sociali e quindi col creare un sistema di solidarietà fra tutti gli intellettuali con legami di ordine psicologico (vanità ecc.) e spesso di casta (tecnico-giuridici, corporativi, ecc.). Questo fatto si verifica ‘spontaneamente’nei periodi storici in cui il gruppo sociale dato è realmente progressivo, cioè fa avanzare realmente l’intera società, soddisfacendo non solo alle sue esigenze esistenziali, ma ampliando continuamente i propri quadri per la continua presa di possesso di nuove sfere di attività economico-produttiva. Appena il gruppo sociale dominante ha esaurito la sua funzione, il blocco ideologico tende a sgretolarsi e allora alla ‘spontaneità’ può sostituirsi la ‘costrizione’ in forme sempre meno larvate e indirette, fino alle misure vere e proprie di polizia e ai colpi di Stato.” (Q, 2011-2)


“Perché e come si diffondono, diventando popolari, le nuove concezioni del mondo? In questo processo di diffusione (che è nello stesso tempo di sostituzione del vecchio e molto spesso di combinazione tra il nuovo e il vecchio) influiscono, e come e in che misura, la forma razionale in cui la nuova concezione è esposta e presentata, l’autorità (in quanto sia riconosciuta ed apprezzata almeno genericamente) dell’espositore e dei pensatori e scienziati che l’espositore chiama in suo sostegno, l’appartenere alla stessa organizzazione di chi sostiene la nuova concezione (dopo però essere entrati nell’organizzazione per altro motivo che non sia il condividere la nuova concezione)? Questi elementi in realtà variano a seconda del gruppo sociale e del livello culturale del gruppo dato. Ma la ricerca interessa specialmente per ciò che riguarda le masse popolari, che più difficilmente mutano di concezione, e che non le mutano mai, in ogni caso, accettandole nella forma ‘pura’, per dir così, ma solo e sempre come combinazione più o meno eteroclita e bizzarra. La forma razionale, logicamente coerente, la completezza del ragionamento che non trascura nessun argomento positivo o negativo di un qualche peso, ha la sua importanza, ma è ben lontana dall’essere decisiva; essa può essere decisiva in via subordinata, quando la persona data è già in condizioni di crisi intellettuale, ondeggia tra il vecchio e il nuovo, ha perduto la fede nel vecchio e ancora non si è decisa per il nuovo ecc. Così si può dire per l’autorità dei pensatori e scienziati. Essa è molto grande nel popolo, ma di fatto ogni concezione ha i suoi pensatori e scienziati da porre innanzi e l’autorità è divisa; inoltre è possibile per ogni pensatore distinguere, porre in dubbio che abbia proprio detto in tal modo ecc. Si può concludere che il processo di diffusione delle concezioni nuove avviene per ragioni politiche, cioè in ultima istanza sociali, ma che l’elemento formale, della logica coerenza, l’elemento autoritativo e l’elemento organizzativo hanno in questo processo una funzione molto grande subito dopo che l’orientamento generale è avvenuto, sia nei signoli individui che in gruppi numerosi. Da ciò si conclude però che nelle masse in quanto tali la filosofia non può essere vissuta che come una fede. [...] L’elemento più importante è indubbiamente di carattere non razionale, di fede. Ma in chi e che cosa? Specialmente nel gruppo sociale al quale appartiene in quanto la pensa diffusamente come lui: l’uomo del popolo pensa che in tanti non si può sbagliare, cosi in tronco, come l’avversario argomentatore vorrebbe far credere; che egli stesso, è vero, non è capace di sostenere e svolgere le proprie ragioni, ma che nel suo gruppo c’è chi questo saprebbe fare, certo anche meglio di quel determinato avversario ed egli ricorda infatti di aver sentito esporre diffusamente, coerentemente, in modo che egli ne è rimasto convinto, le ragioni della sua fede.” (Q, 1389-91)


Un terzo fattore di distinzione riguarda il tipo di strategia che si adotta nell’organizzare e dispiegare l’azione politica.


È questo il problema che Gramsci affronta adattando i concetti di ‘guerra di movimento’ e ‘guerra di posizione’, propri della tecnica militare, all’analisi politica.
La politica rivoluzionaria si svolge secondo la guerra di movimento, caratterizzata dal dispiegamento offensivo delle forze e l’affronto diretto dell’avversario. In questa strategia è necessaria la presenza dell’avversario, che va conseguentemente ricercato e talvolta persino inventato per mantenere uno stato di tensione tra le proprie fila; l’attività politica si sviluppa e vive nel conflitto continuo; le forze non si radicano nelle posizioni raggiunte ma si spostano in un movimento permanente orientato sempre dalla prospettiva della lotta e vittoria finale.


Questo aspetto della politica rivoluzionaria è esaminato da Gramsci particolarmente nell’esperienza storica del movimento operaio comunista e con riferimento specifico alle teorizzazioni di Rosa Luxemburg e di Trotskij. “A proposito dei confronti tra i concetti di guerra manovrata e guerra di posizione nell’arte militare e i concetti relativi nell’arte politica è da ricordare il libretto della Rosa [Lo sciopero generale. Il Partito e i sindacati.]. Nel libretto si teorizzano un po’ affrettatamente e anche superficialmente le esperienze storiche del 1905: la Rosa infatti trascurò gli elementi ‘volontari’ e organizzativi che in quegli avvenimenti furono molto più diffusi ed efficienti di quanto la Rosa fosse portata a credere per un certo suo pregiudizio ‘economistico’ e spontaneista. Tuttavia questo libretto (e altri saggi dello stesso autore) è uno dei documenti più significativi della teorizzazione della guerra manovrata applicata all’arte politica. L’elemento economico immediato (crisi, ecc.) è considerato come l’artiglieria campale che in guerra apriva il varco nella difesa nemica, varco sufficiente perché le proprie truppe facciano irruzione e ottengano un successo definitivo (strategico) o almeno un successo importante nella direttrice della linea strategica. Naturalmente nella scienza storica l’efficacia dell’elemento economico immediato è ritenuta molto più complessa di quella dell’artiglieria pesante nella guerra di manovra, perché questo elemento era concepito come avente un doppio effetto: 1) di aprire un varco nella difesa nemica dopo aver scompaginato e fatto perdere la fiducia in sé e nelle sue forze e nel suo avvenire al nemico stesso; 2) di organizzare fulmineamente le proprie truppe, di creare i quadri, o almeno di porre i quadri esistenti (elaborati fino allora dal processo storico generale) fulmineamente al loro posto di inquadramento delle truppe disseminate; 3) di creare fulmineamente la concentrazione ideologica dell’identità di fine da raggiungere. Era una forma di ferreo determinismo economistico, con l’aggravante che gli effetti erano concepiti come rapidissimi nel tempo e nello spazio; perciò era un vero e proprio misticismo storico, l’aspettazione di una specie di fulgurazione miracolosa.” (Q, 1613-4) È da notare in questo brano l’individuazione del rapporto che si stabilisce nella strategia di movimento tra i momenti della lotta economica e e quello politico-militare, vale a dire i due momenti dei rapporti di forza che come abbiamo visto sono privilegiati nella politica rivoluzionaria.


La politica evolutiva si svolge secondo la guerra di posizione, caratterizzata dalla costruzione di una rete di apparati ideologici, istituzioni, organi di elaborazione e diffusione politico-culturale, gruppi politici e quadri intellettuali, volta a occupare lo spazio civile e politico, assediare l’avversario e subordinarlo (o isolarlo) evitando lo scontro diretto, per vincere se possibile senza guerreggiare.


“Avviene nell’arte politica ciò che avviene nell’arte militare: la guerra di movimento diventa sempre più guerra di posizione e si può dire che uno Stato vince una guerra in quanto la prepara minutamente e tecnicamente nel tempo di pace. La struttura massiccia delle democrazie moderne, sia come organizzazioni statali che come complesso di associazioni nella vita civile costituiscono per l’arte politica come le ‘trincee’ e le fortificazioni permanenti del fronte nella guerra di posizione: essi rendono solo ‘parziale’ l’elemento del movimento che prima era ‘tutta’ la guerra ecc.” (Q, 1566-7)


Gramsci approfondisce l’analisi delle due strategie politiche con una ricerca sulle condizioni storiche del loro affermarsi e sul passaggio dall’una all’altra. “Passaggio dalla guerra manovrata (e dall’attacco frontale) alla guerra di posizione anche nel campo politico. Questa mi pare la quistione di teoria politica la più importante, posta dal periodo del dopo guerra e la più difficile ad essere risolta giustamente. Essa è legata alle quistioni sollevate dal Bronstein {Trotskij}, che in un modo o nell’altro, può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta. Solo indirettamente questo passaggio nella scienza politica è legato a quello avvenuto nel campo militare, sebbene certamente un legame esista ed essenziale. La guerra di posizione domanda enormi sacrifizi a masse sterminate della popolazione; perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più ‘intervenzionista’, che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’ ‘impossibilità’ di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, amministrativi, ecc., rafforzamento delle ‘posizioni’ egemoniche del gruppo dominante, ecc. Tutto ciò indica che si è entrati in una fase culminante della situazione politico-storica, poiché nella politica la ‘guerra di posizione’, una volta vinta, è decisiva definitivamente. Nella politica cioè sussiste la guerra di movimento fino a quando si tratta di conquistare posizioni non decisive e quindi non sono mobilizzabili tutte le risorse dell’egemonia e dello Stato, ma quando, per una ragione o per l’altra, queste posizioni hanno perduto il loro valore e solo quelle decisive hanno importanza, allora si passa alla guerra d’assedio, complessa, difficile, in cui si domandano qualità eccezionali di pazienza e di spirito inventivo. Nella politica l’assedio è reciproco, nonostante tutte le apparenze e il solo fatto che il dominante debba fare sfoggio di tutte le sue risorse dimostra quale calcolo esso faccia dell’avversario.” (Q, 801-2)


Allargamento progressivo e maturazione dell’analisi gramsciana sul tema.


A proposito di questo paragrafo sono necessarie alcune precisazioni. Esso è il primo (Quaderno 6) nel quale Gramsci individua e affronta il tema. Raffrontato ai successivi trattamenti della questione, si rivela come momento di elaborazione ancora primitivo, denso di osservazioni e di idee, inquadrate però secondo una tipizzazione che non è ancora quella matura. La distinzione è operata qui all’interno dell’esperienza del movimento operaio rivoluzionario e pare riferirsi, con concetti nuovi, al rapporto tra la via di lotta insurrezionale e la via di lotta politica di massa; con la conseguenza che i paradigmi di politica risultano confusi, in quanto alla strategia di posizione sono assegnate caratteristiche proprie della politica rivoluzionaria.


Gramsci riprende il problema nel Quaderno 7, partendo ancora dall’esperienza del movimento operaio ma giungendo al suo inserimento nella prospettiva più generale dello Stato. “Guerra di posizione e guerra manovrata o frontale. È da vedere se la famosa teoria di Bronstein sulla permanenza del movimento non sia il riflesso politico della teoria della guerra manovrata [...], in ultima analisi il riflesso delle condizioni generali-economiche-culturali-sociali di un paese in cui i quadri della vita nazionale sono embrionali e rilasciati e non possono diventare ‘trincea o fortezza’. In questo caso si potrebbe dire che Bronstein, cche appare come un ‘occidentalista’ era invece un cosmopolita, cioè superficialmente nazionale e superficialmente occidentalista o europeo. Invece Ilici {Lenin} era profondamente nazionale e profondamente europeo. [...] Mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente, dove, come osserva Krasnov, in breve spazio gli eserciti potevano accumulare sterminate quantità di munizioni, dove i quadri sociali erano di per sé ancora capaci di diventare trincee munitissime. Questo mi pare significare la formula del ‘fronte unico’ che corrisponde alla concezione di un solo fronte dell’Intesa sotto il comando unico di Foch. Solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile ecc. In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale.” (Q, 865-6)


Nel paragrafo “Paradigmi di storia etico-politica” del Quaderno 10, Gramsci svincola i due concetti strategici dall’orizzonte del movimento operaio e li pone come categorie generali di scienza della politica e dello Stato. “Nell’Europa dal 1789 al 1870 si è avuta una guerra di movimento (politica) nella rivoluzione francese e una lunga guerra di posizione dal 1815 al 1870; nell’epoca attuale, la guerra di movimento si è avuta politicamente dal marzo 1917 al marzo 1921 ed è seguita una guerra di posizione il cui rappresentante, oltre che pratico (per l’Italia), ideologico, per l’Europa, è il fascismo.” (Q, 1229)


Nel Quaderno 13 infine, abbiamo la distinzione e concettualizzazione matura delle due strategie. “Concetto politico della così detta ‘rivoluzione permanente’ sorto prima del 1848, come espressione scientificamente elaborata delle esperienze giacobine dal 1789 al Termidoro. La formula è propria di un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molto aspetti: maggiore arretratezza della campagna e monopolio quasi completo dell’efficienza politico-statale in poche città o addirittura in una sola (Parigi per la Francia), apparato statale relativamente poco sviluppato e maggiore autonomia della società civile dall’attività statale, determinato sistema delle forze militari e dell’armamento nazionale, maggiore autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale ecc. Nel periodo dopo il 1870, con l’espansione coloniale europea, tutti questi elementi mutano, i rapporti organizzativi interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della ‘rivoluzione permanente’ viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di ‘egemonia civile’. Avviene nell’arte politica ciò che avviene nell’arte militare: la guerra di movimento diventa sempre più guerra di posizione e si può dire che uno Stato vince una guerra in quanto la prepara minutamente e tecnicamente nel tempo di pace. La struttura massiccia delle democrazie moderne, sia come organizzazioni statali che come complesso di associazioni nella vita civile costituiscono per l’arte politica come le ‘trincee’ e le fortificazioni permanenti del fronte nella guerra di posizione: essi rendono solo ‘parziale’ l’elemento del movimento che prima era ‘tutta’ la guerra ecc. La quistione si pone per gli Stati moderni, non per i paesi arretrati e per le colonie, dove vigono ancora le forme che altrove sono superate e divenute anacronistiche.” (Q, 1566-7) “La verità è che non si può scegliere la forma di guerra che si vuole, a meno di avere subito una superiorità schiacciante sul nemico, ed è noto quante perdite abbia costato l’ostinazione degli Stati Maggiori nel non voler riconoscere che la guerra di posizione era ‘imposta’ dai rapporti generali delle forze in contrasto. La guerra di posizione non è infatti solo costituita dalle trincee vere e proprie, ma da tutto il sistema organizzativo e industriale del territorio che è alle spalle dell’esercito schierato, ed è imposta specialmente dal tiro rapido dei cannoni delle mitragliatrici dei moschetti, dalla concentrazione delle armi in un determinato punto, oltre che dall’abbondanza del rifornimento che permette di sostituire rapidamente il materiale perduto dopo uno sfondamento e un arretramento. Un altro elemento è la grande massa d’uomini che partecipano allo schieramento, di valore molto diseguale e che appunto possono operare solo come massa. [...] Gli stessi tecnici militari che ormai si sono fissati sulla guerra di posizione come prima lo erano su quella manovrata, non sostengono certo che il tipo precedente debba essere considerato come espunto dalla scienza; ma nelle guerre tra gli Stati più avanzati industrialmente e civilmente esso deve considerarsi ridotto a funzione tattica più che strategica, deve considerarsi nella stessa posizione in cui era prima la guerra d’assedio in confronto a quella manovrata. La stessa riduzione deve avvenire nell’arte e nella scienza politica, almeno per ciò che riguarda gli Stati più avanzati, dove la ‘società civile’ è diventata una struttura molto complessa e resistente alle ‘irruzioni’ catastrofiche dell’elemento economico immediato (crisi, depressioni ecc.); le superstruttura della società civile sono come il sistema delle trincee nella guerra moderna. Come in questa avveniva che un accanito attacco d’artiglieria sembrava aver distrutto tutto il sistema difensivo avversario ma ne aveva solo invece distrutto la superficie esterna e al momento dell’attacco e dell’avanzata gli assalitori si trovavano di fronte una linea difensiva ancora efficiente, così avviene nella politica durante le grandi crisi economiche; né le truppe assalitrici, per effetto della crisi, si organizzano fulmineamente nel tempo e nello spazio, né tanto meno acquistano uno spirito aggressivo; per reciproca, gli assaliti non si demoralizzano né abbandonano le difese, pur tra le macerie, né perdono la fiducia nella propria forza e nel proprio avvenire. Le cose certo non rimangono tali e quali, ma è certo che viene a mancare l’elemento della rapidità, del tempo accelerato, della marcia progressiva definitiva come si aspetterebbero gli strateghi del cadornismo politico. L’ultimo fatto del genere nella storia della politica sono stati gli avvenimenti del 1917. Essi hanno segnato una svolta decisiva nella storia dell’arte e della scienza della politica. Si tratta dunque di studiare con ‘profondità’ quali sono gli elementi della società civile che corrispondono ai sistemi di difesa nella guerra di posizione. Si dice con ‘profondità’ a disegno, perché essi sono stati studiati, ma da punti di vista superficiali e banali, come certi storici del costume studiano le stranezze della moda femminile, o da un punto di vista ‘razionalistico’ cioè con la persuasione che certi fenomeni sono distrutti appena spiegati ‘realisticamente’, come se fossero superstizioni popolari (che del resto anch’esse non si distruggono con lo spiegarle). A questo nesso di problemi è da riattaccare la quistione dello scarso successo ottenuto da nuove correnti nel movimento sindacale.” (Q, 1614-6)


Le diverse annotazioni particolari con cui Gramsci distingue le condizioni e i termini del passaggio dalla ‘guerra di movimento’ alla ‘guerra di posizione’ sono sorrette da un ragionamento generale che pone in rapporto le due strategie della politica con le fasi di formazione, sviluppo e crisi dello Stato. Schematicamente: per ogni Stato nazionale, al passaggio da una fase costituente, di lotta continua tra le grandi classi per l’egemonia, alla fase di consolidamento dei rapporti di dominio e di consenso con l’istituzionalizzazione dello Stato rappresentativo-burocratico, corrisponde il passaggio dalla strategia politica di movimento a quella di posizione. Va osservato però che non si tratta della completa sostituzione della prima con la seconda, ma della subordinazione e riduzione dell’una a elemento tattico complementare all’altra. È questa la tendenza storica di lungo periodo o epocale; si verificano tuttavia, specialmente nelle situazioni di crisi di egemonia, fasi di ritorno alla politica di movimento o frontale. “Quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericola, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure rappresentata dagli uomini provvidenziali o carismatici. [...] La crisi crea situazioni immediate pericolose, perché i diversi strati della popolazione non possiedono la stessa capacità di orientarsi rapidamente e di riorganizzarsi con lo stesso ritmo. La classe tradizionale dirigente, che ha un numeroso personale addestrato, muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo con una celerità maggiore di quanto avvenga nelle classi subalterne; fa magari dei sacrifizi, si espone a un avvenire oscuro con promesse demagogiche, ma mantiene il potere, lo rafforza per il momento e se ne serve per schiacciare l’avversario e disperderne il personale di direzione, che non può essere molto numeroso e molto addestrato. Il passaggio delle truppe di molti partiti sotto la bandiera di un partito unico che meglio rappresenta e riassume i bisogni dell’intera classe è un fenomeno organico e normale, anche se il suo ritmo sia rapidissimo e quasi fulmineo in confronto di tempi tranquilli: rappresenta la fusione di un intero gruppo sociale sotto un’unica direzione sola ritenuta capace di risolvere un problema dominante esistenziale e allontanare un pericolo mortale.” (Q, 1603-4)


Gramsci riflette ancora sul modo di essere di queste strategie. Nel paragrafo Politica e arte militare imposta una prima questione: “Tattica delle grandi masse e tattica immediata di piccoli gruppi. Rientra nella discussione sulla guerra di posizione e quella di movimento, in quanto si riflette nella psicologia dei grandi capi (strateghi) e dei subalterni. È anche (se si può dire) un punto di connessione tra la strategia e la tattica sia in politica che nell’arte militare. I singoli individui (anche come componenti di vaste masse) sono portati a concepire la guerra istintivamente, come ‘guerra di partigiani’ o ‘guerra garibaldina’ (che è un aspetto superiore della ‘guerra di partigiani’). Nella politica l’errore avviene per una inesatta comprensione di ciò che è lo Stato (nel significato integrale: dittatura + egemonia), nella guerra si ha un errore simile, trasportato nel campo nemico. L’errore nell’uno e nell’altro caso è legato al particolarismo individuale, di municipio, di regione; che porta a sottovalutare l’avversario e la sua organizzazione di lotta.” (Q, 8101) Sono qui individuati i nessi diversi che si stabiliscono tra concezione e azione politica nei piccoli gruppi, che si muovono normalmente in una dimensione tattica e tendono ad attuare una politica di scontro diretto, e nei gruppi dirigenti di aggruppamenti sociali estesi, che sono portatori di una dimensione strategica della lotta e tengono conto della complessità e articolazione dello Stato.


Un’altra questione è quella della diversità di svolgimento della lotta ideologico-culturale rispetto alla lotta politico-militare. “Ci si illude che esista una qualsiasi somiglianza (altro che formale e metaforica) tra un fronte ideologico e un fronte politico-militare. Nella lotta politica e militare può convenire la tattica di sfondare nei punti di minore resistenza per essere in grado di investire il punto più forte col massimo di forze rese appunto disponibili dall’aver eliminato gli ausiliari più deboli ecc. Le vittorie politiche e militari, entro certi limiti, hanno un valore permanente e universale e il fine strategico può essere raggiunto in modo decisivo con effetti generali per tutti. Sul fronte ideologico, invece, la sconfitta degli ausiliari e dei minori seguaci ha importanza quasi trascurabile; in esso occorre battere contro i più eminenti. Altrimenti si confonde il giornale col libro, la piccola polemica quotidiana col lavoro scientifico; i minori devono essere abbandonati alla infinita casistica della polemica da giornali. Una scienza nuova raggiunge la prova della sua efficienza e vitalità feconda quando mostra di saper affrontare i grandi campioni delle tendenze opposte, quando risolve coi propri mezzi le quistioni vitali che essi hanno posto o dimostra perentoriamente che tali quistioni sono falsi problemi. È vero che un’epoca storica e una data società sono piuttosto rappresentate dalla media degli intellettuali e quindi dai mediocri, ma l’ideologia diffusa, di massa, deve essere distinta dalle opere scientifiche, dalle grandi sintesi filosofiche che ne sono poi le reali chiavi di volta e queste devono essere nettamente superate o negativamente, dimostrandone l’infondatezza, o positivamente, contrapponendo sintesi filosofiche di maggiore importanza e significato.” (Q, 1423)


Nella politica evolutiva, che privilegia la lotta ideologico-culturale, sono necessari grandi intellettuali capaci d’affrontare i massimi rappresentanti del fronte avversario, in un confronto che esige una attenzione e una creatività continuata; nella politica rivoluzionaria, in cui prevale il momento di lotta politico-militare, si avanza invece dai fianchi verso il centro, e sono necessari grande spirito di sacrificio e disciplina, tesi al perseguimento di una vittoria totale.


Altra questione infine è quella del rapporto tra programma economico e strategia politica; questione importante in quanto “una riforma intellettuale e morale non può non essere legata a un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale” (Q, 1561)


Gramsci affronta questo tema in riferimento ai grandi processi di ristrutturazione dell’economia e dello Stato con i quali in Occidente cominciava a organizzarsi la risposta alla ‘grande crisi’. “L’ipotesi ideologica potrebbe essere presentata in questi termini: si avrebbe una rivoluzione passiva nel fatto che per l’intervento legislativo dello Stato e attraverso l’organizzazione corporativa, nella struttura economica del paese verrebbero introdotte modificazioni più o meno profonde per accentuare l’elemento ‘piano di produzione’, verrebbe accentuata cioè la socializzazione e cooperazione della produzione senza per ciò toccare (o limitandosi solo a regolare e controllare) l’appropriazione individuale e di gruppo del profitto. Nel quadro concreto dei rapporti sociali italiani questa potrebbe essere l’unica soluzione per sviluppare le forze produttive dell’industria sotto la direzione delle classi dirigenti tradizionali, in concorrenza con le più avanzate formazioni industriali di paesi che monopolizzano le materie prime e hanno accumulato capitali imponenti. Che tale schema possa tradursi in pratica e in quale misura e in quali forme, ha un valore relativo: ciò che importa politicamente e ideologicamente è che esso può avere ed ha realmente la virtù di prestarsi a creare un periodo di attesa e di speranze, specialmente in certi gruppi sociali italiani, come la grande massa dei piccoli borghesi urbani e rurali, e quindi a mantenere il sistema egemonico e le forze di coercizione militare e civile a disposizione delle classi dirigenti tradizionali. Questa ideologia servirebbe come elemento di una ‘guerra di posizione’ nel campo economico (la libera concorrenza e il libero scambio corrisponderebbero alla guerra di movimento) internazionale, così come la ‘rivoluzione passiva’ lo è nel campo politico.” (Q, 1228-9) Le strategie di movimento e di posizione, il cui modello originario è proprio del campo militare e che Gramsci rielabora nel dominio della politica, sono qui intese e applicate al terreno economico.


Un quarto fattore di distinzione fra i due paradigmi di politica riguarda il rapporto con l’avversario, i modi di vincerlo.


La politica rivoluzionaria concepisce l’avversario come un dato obiettivo determinato dalla situazione strutturale e dalla contrapposizione essenziale e permanente degli interessi; essendo perciò gli antagonisti sordi e irrecuperabili alla propria politica, essi vanno piegati, combattuti e dominati con la forza, divisi, isolati e distrutti se necessario.



“Si può dire che mentre l’ossessione politico-economica (pratica, didascalica) distrugge l’arte, la morale, la filosofia, invece queste attività sono anche ‘politica’. Cioè la passione economico-politica è distruttiva quando è esteriore, imposta con la forza, secondo un piano prestabilito [...], ma può diventare implicita nell’arte ecc. quando il processo è normale, non violento, quando tra struttura e superstrutture c’è omogeneità e lo Stato ha superato la sua fase economico-corporativa.” (Q, 1316)


La politica evolutiva concepisce l’avversario come un soggetto che le si contrappone perché in possesso di una cultura diversa, di modi di pensare poco sviluppati o legati a civiltà sorpassate o da superare; l’avversario va quindi trasformato, addomesticato e conquistato ideologicamente al fine di assorbirlo e subordinarlo ai propri orientamenti.


Un esame approfondito del rapporto con l’avversario caratteristico della politica evolutiva è svolto da Gramsci in riferimento al fenomeno del ‘trasformismo’. “Il criterio metodologico su cui occorre fondare il proprio esame è questo: che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come ‘dominio’ e come ‘direzione intellettuale e morale’. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a ‘liquidare’ o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. [...] I moderati continuarono a dirigere il Partito d’Azione anche dopo il 1870 e il 1876 e il così detto ‘trasformismo’ non è stato che l’espressione parlamentare di questa azione egemonica intellettuale, morale e politica. Si può anzi dire che tutta la vita statale italiana dal 1848 in poi è caratterizzata dal trasformismo, cioè dall’elaborazione di una sempre più larga classe dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il 1848 e la caduta delle utopie neoguelfe e federalistiche, con l’assorbimento graduale, ma continuo e ottenuto con metodi diversi nella loro efficacia, degli elementi attivi sorti dai gruppi alleati e anche da quelli avversari e che parevano irreconciliabilmente nemici. In questo senso la direzione politica è diventata un aspetto della funzione di dominio, in quanto l’assorbimento delle élites dei gruppi nemici porta alla decapitazione di questi e al loro annichilimento per un periodo spesso molto lungo.” (Q, 2010-1)


La politica moderna è sempre una combinazione di attività di direzione sugli alleati e di dominio sugli avversari; ciò che differenzia le due forme della politica nei rapporti con l’avversario è il modo in cui direzione e dominio si realizzano. Mentre la politica rivoluzionaria sottomette l’avversario con la forza, la politica evolutiva lo disarma ideologicamente e lo indebolisce di fatto subordinando e talvolta assorbendo i suoi intellettuali e dirigenti. In un contesto di politica evolutiva la lotta per la subordinazione dei dirigenti avversari è reciproca. “Una delle caratteristiche più rilevanti di ogni gruppo che si sviluppa verso il dominio è la sua lotta per l’assimilazione e la conquista ‘ideologica’ degli intellettuali tradizionali, assimilazione e conquista che è tanto più rapida ed efficace quanto più il gruppo dato elabora simultaneamente i propri intellettuali organici.” (Q, 1517)


Vince in definitiva questa lotta lo schieramento politico che abbia dalla sua i più grandi intellettuali, che abbia raggiunto attraverso un’elaborazione autonoma un vertice inaccessibile agli avversari, una cultura superiore non subordinabile. Nello sforzo reciproco di subordinazione prevale chi riesce a conquistare e sviluppare una posizione egemonica. “I grandi intellettuali esercitano l’egemonia, che presuppone una certa collaborazione, cioè un consenso attivo e volontario (libero), cioè un regime liberale-democratico.” (Q, 691)


Ma occorre anche che ci sia un alto grado di rappresentatività e di organicità dei dirigenti rispetto al raggruppamento sociale. “Da ciò la conclusione che nella costruzione dei partiti, occorre basarsi su un carattere ‘monolitico’ e non su questioni secondarie, quindi attenta osservazione che ci sia omogeneità tra dirigenti e diretti, tra capi e massa. Se nei momenti decisivi, i capi passano al loro ‘vero partito’ le masse rimangono in tronco, inerti e senza efficacia.” (Q, 1760)


Dai modi differenziati di affrontare l’avversario risulta che mentre la politica rivoluzionaria procede attraverso l’acutizzazione degli antagonismi e delle contraddizioni sociali, dal basso, la politica evolutiva procede attraverso “un’attività riformistica dall’alto, che attenui le antitesi e le concilii in una nuova legalità ottenuta ‘trasformisticamente’.” (Q, 1261) In questo senso la politica evolutiva trova nelle istituzioni parlamentari il terreno più adatto per il suo sviluppo, laddove la politica rivoluzionaria si muove con difficoltà dentro queste istituzioni. Gramsci annota, come esempio, “la funzione che ha svolto il Senato in Italia come terreno per il trasformismo ‘molecolare’.”(Q, 964) Concettualmente: “Fatto reale e fatto legale. Sistema di forze in equilibrio instabile che nel terreno [parlamentare] trovano il terreno ‘legale’ del loro equilibrio ‘più economico’ e abolizione di questo terreno legale, perché diventa fonte di organizzazione e di risveglio di forze sociali latenti e sonnecchianti; quindi questa abolizione è sintomo (o previsione) di intensificarsi delle lotte e non viceversa. Quando una lotta può comporsi legalmente, essa non è certo pericolosa: diventa tale appunto quando l’equilibrio legale è riconosciuto impossibile.” (Q, 1744)


L’individuazione del regime parlamentare e dei partiti come terreno centrale della politica evolutiva permette di coglierne la complessità, il suo essere composta anche di operazioni e manovre contingenti e pragmatiche. “L’esercizio ‘normale’ dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare, è caratterizzato dalla combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica – giornali e associazioni – i quali, perciò, in certe situazioni, vengono moltiplicati artificiosamente. Tra il consenso e la forza sta la corruzione-frode (che è caratteristica di certe situazioni di difficile esercizio della funzione egemonica, presentando l’impiego della forza troppi pericoli) cioè lo snervamento e la paralisi procurati all’antagonista o agli antagonisti con l’accaparrarne i dirigenti sia copertamente sia in caso di pericolo emergente, apertamente, per gettare lo scompiglio e il disordine nelle file antagoniste.” (Q, 1638)


Gramsci vede infine che, nelle situazioni in cui gli avversari si combattono l’uno secondo i modi della politica evolutiva e l’altro secondo quelli della politica rivoluzionaria, si manifesta un elemento di superiorità della prima (evolutiva) sulla seconda (rivoluzionaria): la comprensione delle ragioni e del compito dell’avversario, che permette di prevedere le sue mosse ed includerle nella propria strategia. “Nel Risorgimento italiano si è visto come il passaggio al Cavourrismo [dopo il 1848] di sempre nuovi elementi del Partito d’Azione ha modificato progressivamente la composizione delle forze moderate, liquidando il neoguelfismo da una parte e dall’altra impoverendo il movimento mazziniano (a questo processo appartengono anche le oscillazioni di Garibaldi ecc.). Questo elemento pertanto è la fase originaria di quel fenomeno che è stato chiamato più tardi ‘trasformismo’ e la cui importanza non è stata, pare, finora, messa nella luce dovuta come forma di sviluppo storico. Insistere nello svolgimento del concetto che mentre Cavour era consapevole del suo compito in quanto era consapevole criticamente del compito di Mazzini, Mazzini, per la sua scarsa o nulla consapevolezza del compito di Cavour, era in realtà anche poco consapevole del suo proprio compito, perciò i suoi tentennamenti [...] e le sue iniziative fuori tempo, che pertanto diventavano elementi solo utili alla politica piemontese.” (Q, 1767-8)


Un quinto fattore di distinzione tra i due paradigmi di politica riguarda le forme di organizzazione partitica cui danno luogo e in cui si esprimono.


La politica evolutiva si realizza attraverso una organizzazione partitica il cui elemento principale di unificazione è dato da una dottrina generale, da un insieme di idee politiche che offrono un quadro di riferimento ampio alle scelte ed alle azioni pratiche, senza però predefinire programmi e strategie concrete; concezione che è rappresentata e impersonata da un ristretto gruppo, da una élite di grandi intellettuali, e alla quale aderiscono passivamente o attivamente moltitudini di individui provenienti da diverse classi e settori sociali.


La politica rivoluzionaria si svolge invece attraverso un’organizzazione partitica che fa riferimento immediato a una determinata classe sociale e ai suoi interessi specifici; classe e interessi che vengono rappresentati e impersonati da gruppi e quadri di organizzatori e propagandisti strutturati come avanguardia organica, coesi e guidati da una ideologia politica totalizzante e particolareggiata che definisce in sé programmi, strategie e tattiche concrete.


Gramsci fa sui partiti politici una serie di osservazioni e distinzioni che possono essere riprese secondo questa concettualizzazione (sebbene non coincidano con essa) e che servono ad approfondire determinati aspetti. “Il Croce come uomo di partito. Distinzione del concetto di partito: 1) Il partito come organizzazione pratica (o tendenza pratica), cioè come strumento per la soluzione di un problema o di un gruppo di problemi della vita nazionale e internazionale. In questo senso il Croce non appartenne mai esplicitamente a nessuno dei gruppi liberali, anzi esplicitamente combatté l’idea stessa e il fatto dei partiti permanentemente organizzati e si pronunziò a favore dei movimenti politici che non si pongono un ‘programma’ definito, ‘dogmatico’, permanente, organico, ma tendono volta per volta a risolvere problemi politici immediati. [...] 2) Il partito come ideologia generale, superiore ai vari aggruppamenti più immediati. In realtà il modo di essere del partito liberale in Italia dopo il 1876 fu quello di presentarsi al paese come un ‘ordine sparso’ di frazioni e di gruppi nazionali e regionali. Erano frazioni del liberalismo politico tanto il cattolicismo liberale dei popolari, come il nazionalismo, tanto le unioni monarchiche come il partito repubblicano e gran parte del socialismo, tanto i radicali democratici come i conservatori, tanto Sonnino-Calandra, come Giolitti, Orlando, Nitti e Co. Il Croce fu il teorico di ciò che tutti questi gruppi e gruppetti, camarille e mafie avevano di comune, il capo di un ufficio centrale di propaganda di cui tutti questi gruppi beneficiavano e si servivano, il leader nazionale dei movimenti di cultura che nascevano per rinnovare le vecchie forme politiche.” (Q, 1352-3) “Si presentano pertanto due forme di ‘partito’ che pare faccia astrazione [come tale] dall’azione politica immediata; quello costituito da una élite di uomini di cultura, che hanno la funzione di dirigere dal punto di vista della cultura, dell’ideologia generale, un grande movimento di partiti affini (che sono in realtà frazioni di uno stesso partito organico) e, nel periodo più recente, partito non di élite, ma di masse, che come masse non hanno altra funzione politica che quella di una fedeltà generica, di tipo militare, a un centro politico visibile o invisibile (spesso il centro visibile è il meccanismo di comando di forze che non desiderano mostrarsi in piena luce ma operare solo indirettamente per interposta persona e per ‘interposta ideologia’). La massa è semplicemente di ‘manovra’ e viene ‘occupata’ con prediche morali, con pungoli sentimentali, con miti messianici di attesa di età favolose in cui tutte le contraddizioni e miserie presenti saranno automaticamente risolte e sanate.” (Q, 1940)


I partiti corrispondenti a una politica evolutiva sono partiti che svolgono principalmente funzioni di direzione intellettuale e morale, i partiti della politica rivoluzionaria sono anzitutto partiti di lotta sociale. Queste non sono tuttavia funzioni specificamente politiche, come ben vede Gramsci. Funzioni politiche in senso stretto proprie dei partiti sono queste: “È difficile escludere che qualsiasi partito politico (dei gruppi dominanti, ma anche di gruppi subalterni) non adempia anche una funzione di polizia, cioè di tutela di un certo ordine politico e legale. Se questo fosse dimostrato tassativamente, la quistione dovrebbe essere posta in altri termini: e cioè, sui modi e gli indirizzi con cui una tale funzione viene esercitata. Il senso è repressivo o diffusivo, cioè è di carattere reazionario o progressivo? Il partito dato esercita la sua funzione di polizia per conservare un ordine esteriore, estrinseco, pastoia delle forze vive della storia, o la esercita nel senso che tende a portare il popolo a un nuovo livello di civiltà di cui l’ordine politico e legale è un’espressione programmatica? [...] Del resto il funzionamento del Partito dato fornisce criteri discriminanti: quando il partito è progressivo esso funziona ‘democraticamente’ (nel senso di un centralismo democratico), quando il partito è regressivo esso funziona ‘burocraticamente’ (nel senso di un centralismo burocratico).” (Q, 1691-2) “La quistione posta dal Panunzio sull’esistenza di un ‘quarto’ potere statale, quello di ‘determinazione dell’indirizzo politico’ pare che debba essere posta in connessione coi problemi suscitati dalla scomparsa dei partiti politici e quindi dallo svuotamento del Parlamento. [...] I partiti erano appunto gli organismi che nella società civile elaboravano gli indirizzi politici non solo, ma educavano e presentavano gli uomini supposti in grado di applicarli. Nel terreno parlamentare gli ‘indirizzi’ elaborati, totali o parziali, di lunga portata o di carattere immediato, venivano confrontati, sfrondati dai caratteri particolaristici ecc. e uno di essi diventava ‘statale’ in quanto il gruppo parlamentare del partito più forte diventava il ‘governo’ o guidava il governo. Che, per la disgregazione parlamentare, i partiti siano divenuti incapaci di svolgere questo compito non ha annullato il compito stesso né ha mostrato una via nuova di soluzione: così anche per l’educazione e la messa in valore delle personalità. La soluzione ‘burocratica’ di fatto maschera un regime di partiti della peggiore specie in quanto operano nascostamente, senza controllo; i partiti sono sostituiti da camarille e influssi personali non confessabili: senza contare che restringe le possibilità di scelta e ottunde la sensibilità politica e l’elasticità tattica.” (Q, 1809)


Un sesto fattore di distinzione tra i due paradigmi di politica riguarda i modi di stabilire i rapporti fra i dirigenti e i diretti.


Le funzioni di direzione e di dominio sono esercitate da entrambi i tipi di partito; la differenza sta nel modo di compierle, e Gramsci offre appunto dei criteri per distinguerle e qualificarle. Il criterio decisivo a questo proposito è quello del modo in cui si stabiliscono i rapporti tra dirigenti e diretti. Entrambi i tipi di partito si basano sull’esistenza dei dirigenti e dei diretti, e organizzano i loro rapporti.


Caratteristico del partito della politica rivoluzionaria è il connettere i diretti ai dirigenti secondo il principio della disciplina, intesa come adempimento fedele delle direttive e basata sulla comune appartenenza alla volontà collettiva del gruppo. “Centralismo organico e centralismo democratico. Disciplina. Come deve essere intesa la disciplina, se si intende con questa parola un rapporto continuato e permanente tra governanti e governati che realizza una volontà collettiva? Non certo come passivo e supino accoglimento di ordini, come meccanica esecuzione di una consegna (ciò che però sarà pure necessario in determinate occasioni, come per esempio nel mezzo di un’azione già decisa e iniziata) ma come
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