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Oltre il voto numerico

di  fulmini Data Mon 21 December 2020 4:00



(Questa foto l'ho scattata a Roma, la mattina della Domenica delle Palme del 2008. Nello spiazzo antistante una chiesa che s'affaccia su via Merulana, proprio di fronte alla casa der Pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, ho intravisto, in mezzo a tanti adulti, un ragazzino perduto e concentrato in un pensiero, adesso che rivedo la foto e ci ripenso ho intravisto in lui, attraverso lui, la figura di Eftimios. Ho reso dunque, allora, la testimonianza di questa apparizione di un morto tra i vivi, di un vivo tra i vivi, testimonianza di una resurrezione - di questo sto scrivendo in questi giorni, delle resurrezioni di E)

L'altro giorno ho mandato una email ad una giovane amica studentessa di pedagogia, Serena Guardalà, per sapere cosa pensa di una intervista a Elisabetta Nigris sull’ordinanza ministeriale che supera il voto numerico su base decimale nella valutazione periodica e finale nelle scuole primarie, e più in generale sulla questione pedagogica e didattica e civile.

Mi risponde così - lo condivido mentalmente a tal punto che lo condivido materialmente prima nella mia pagina Facebook ed ora nel sito-rivista Fulmini e Saette:

“La valutazione è uno degli argomenti che mi appassiona di più, perché più se ne parla e più ho l’impressione che se ne debba e possa parlare.
Comincio con il dire che il giornalista ha posto le domande giuste al momento giusto, e questo è già lodevole per un articolo così breve. Elisabetta Nigris, poi, ha risposto in maniere intelligente, da persona intelligente quale è. Detto ciò, ho delle osservazioni su ciò che ha detto.
Partiamo con la formulazione dell’idea. L’intervistata dice che il team che ha poi formalizzato la proposta legge è composto da insegnanti, studiosi e dirigenti. È lodevole il fatto che per una volta siano stati interpellati gli insegnanti (che spesso purtroppo sono agenti passivi delle riforme scolastiche) ma credo manchi un componente fondamentale della scuola: le famiglie. Dove sono i genitori? Perché nessuno li ha interpellati?
Quest’assenza è il risultato di un lungo processo di allontanamento e auto allontanamento della Scuola rispetto a ciò che è altro. Da una parte, la vita privata, quella della famiglia, degli amici, degli hobby eccetera; dall’altra, l’Istituzione scuola e il suo piedistallo. Come si può pensare di rivoluzionare un servizio pubblico senza porre domande al pubblico? Lo trovo autoreferenziale e poco pratico. La questione viene ripresa anche quando il giornalista chiede come sarà il documento valutativo che le famiglie riceveranno, dando per scontato che ogni famiglia sia in grado di comprendere e valutare la cosiddetta valutazione formativa. Prima mozione: ma chi te lo dice che un genitore conosca la differenza tra una valutazione sommativa e una formativa? SI accorgeranno alla consegna delle “pagelle”? Si, probabilmente si accorgeranno che c’è qualcosa di diverso, che l’insegnante parla un po’ più del solito e non dice quello che ogni genitore vuole spasmodicamente sapere, il voto. E una volta che al genitore sono stati elencate lacune e potenzialità del figlio, non se ne andrà via dal colloquio pensavo una cosa tipo:” si, vabbè, ma alla fine è bravo oppure no?”
Certo, siamo alla Scuola Primaria e gran parte dei genitori si aspetta di sentire anche un giudizio (che si fornisce da che mondo è mondo), ma cosa gli resti di tutto questo? Fossi stata nel team, avrei sicuramente proposto delle giornate di informazione e accolta per i genitori e le loro domande; o, al contrario, per stimolare domande che gran parte dei genitori non si pone.
Tutto questo per arrivare a una riflessione più ampia legata al concetto di valutazione formativa. Formativo non è il giudizio, formativo è il processo di apprendimento che sta dietro al giudizio. Per questo si dovrebbe parlare di educazione formativa e non solo di valutazione formativa. L’uno senza l’altro non ha senso e temo che sarà proprio questa scissione che determinerà uno scivolone. Per carità, le intenzioni sono giuste e legittime, ma mancano i prerequisiti. Le modalità del giudizio non possono essere un prerequisito per la costruzione dell’educazione.
Nei principi della valutazione formativa è chiaro e stretto il legame tra i processi di apprendimento e quelli di valutazione, che si integrano. Do per scontato che l’intenzione del Ministero fosse proprio quella di introdurre un nuovo paradigma formativo. Eppure…eppure sui social media, uno dei mondi reali in cui gli insegnanti vivono, non si parla altro che delle nuove modalità di giudizio per la Scuola Primaria. Questo fa sorgere il dubbio in merito a due processi: il primo è quello della formazione, perché è difficile accettare il fatto che un insegnante non conosca la differenza tra l’educazione formativa e quella tradizionale, e mi porta a chiedere: come sono formati gli insegnanti? Mi sono spulciata i gruppi Facebook in cui gli insegnanti dialogano tra di loro e i commenti sotto la notizia della nuova legge oscillavano tra cuoricini, frasi del tipo “Finalmente, gli alunni non sono numeri” e i più aggressivi “Ma se non possiamo mettere una bella insufficienza come gli facciamo capire che stanno andando male?”. Mi sembra ovvio che questa è una rivoluzione concettuale e ideale ben prima di essere un rivoluzione pratica, ma la storia ci insegna che non c’è rivoluzione di idee prima che la maggioranza le sente proprie. Si può comprendere che ci sia una lacuna di conoscenze pedagogiche in una fascia di insegnanti, probabilmente c’è una concomitanza di fattori che porta a questo. Non si può comprendere, invece, che un Ministero pensi di affrontare un cambio di prospettiva di senso prima di assicurarsi quale siano le caratteristiche culturali di chi quel cambiamento lo deve normalizzare con il lavoro quotidiano. E questo ci porta al secondo processo che metto in dubbio: la stesura stessa delle nuove direttive e la loro divulgazione. Nell’articolo Elisabetta Nigris afferma che ci saranno dei corsi di formazione per i docenti e una formazione ad hoc per i docenti in formazione. Bene, anzi, benissimo! Se non per il fatto che è stato previsto l’introduzione della valutazione formativa nel corso dell’anno scolastico e dato che la valutazione formativa se ben compresa determina un cambiamento delle modalità di insegnamento, lo trovo inapplicabile a metà anno. Ed è anche impensabile applicare l’educazione formativa prima di aver compreso cos’è e cosa comporta. Il rischio di tutto questo, espresso anche in una domanda del giornalista, è che si trasformi il voto numerico in giudizi pre-ponderati rimanendo all’interno della cultura sommativa. Elisabetta Nigris e tutta la commissione di questo è ben consapevole, ed è dato per scontato che per una fetta consistente di corpo docente sarà così. Ma io dico… tutto questo da l’impressione che il Ministero abbia buttato l’esca in mare e speri che abbocchino quanti più peci possibile. Ma ti sembra un modo sensato di procedere?
Il corpo docente è immenso e variegato, e quindi nessuno si aspetta che tutti gli insegnanti metteranno in pratica un’educazione formativa perché così ci dice di fare il Ministero. Ci si aspetta, più che altro, che il Ministero metta ogni insegnante nella posizione di comprendere quali sono le direttive date dall’alto, quali sono i risvolti pratici e quali quelli di significato che queste direttive sottintendono.
L’ordine ordinato, secondo me, sarebbe dovuto essere: coinvolgere nella stesura gli uffici scolastici territoriali così da rendere saldo il collegamento tra Stato e territorio, poi formare i dirigenti scolastici (e quindi introdurre la questione nei Master di abilitazione) e infine formare sul territorio (non attraverso corsi provinciali ma all’interno di ogni scuola) i docenti e i docenti in formazione.
L’idea di fondo è che la stesura di una riforma scolastica con e per tutti gli attori poiché i mette in gioco la cultura personale e collettiva (immodificabile senza interazione), mentre la diffusione di metodi e tecniche può avvenire su scala gerarchica, così che tutti i livelli funzionali dell’Istituzione condividono la responsabilità senza per questo venirne schiacciati.
Questo un discorso che si potrebbe continuare all’infinito ma per adesso è più importante sapere cosa ne pensi tu al riguardo e, per amore di chiarezza, faccio un riassunto finale: bene l’idea, un po’ meno la realizzazione.”

Le ho risposto così:

"Sì, concordo, Serena.
Anzi, di più: mi hai detto e spiegato qualcosa (di essenziale sulla questione) che conoscevo solo in parte e sul quale poco avevo riflettuto, finora.
Aggiungerei soltanto, al team, le categorie 'studenti di pedagogia' (ne conosco già una, tu) e studenti di scuola primaria (ne conosco già uno: Lorenzo P. http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5072)


E' intervenuto nel dialogo, avendolo io messo a conoscenza della riflessione telematica in corso tra me
e Serena, facendone con ciò un trigolo, Simone Di Battista, compositore:

"Sottoscrivo ogni parola della brillante analisi di Serena, rimarcando dal punto di vista di un genitore, e da membro dei consigli d’istituto, che questo modo
di operare sciatto a mal organizzato del mondo della scuola pubblica sta incrementando sempre più la divaricazione tra le istituzioni scolastiche governative e il mondo dell’insegnamento reale, le scuole fatte di muri e di persone, producendo di fatto un gran disordine che inevitabilmente ricade sugli alunni.
A questo aggiungiamo le sempre sbandierate autonomie scolastiche e didattiche spesso usate come scudo per
perpetuare una ferma resistenza al nuovo, al migliore, o anche peggiore come spesso capita, e si osserva come
non solo ci sia una discrepanza tra le indicazioni ministeriali e quanto venga realizzato nelle scuole ma anche tra le singole classi.
Recentemente abbiamo potuto osservarlo ad esempio con le misure di contenimento del contagio da Sars-Cov2, nonostante si tratti di un tema, la salute, su cui i singoli istituti non abbiano nessuna competenza ma sono invece sottoposti alle decisioni di enti sanitari e ministeriali, ogni istituto ha creato le sue regole, ed ogni insegnante di ogni singolo istituto le applica in maniera differente, anche rischiando di esporsi a denunce penali.
Figuriamoci cosa potrà accadere riguardo al metodo di valutazione.
La scuola è in crisi amico mio, ma è anche ovvio che sia così… Una crisi di civiltà è composta da tante crisi di pezzi di quella civiltà, e la scuola ne è uno dei pezzi fondamentali, ovvero delle fondamenta, di una civiltà.
Il mio sospetto è che il tutto non sia casuale, ma nell’ordine liberal-capitalista si avverta forte l’esigenza di creare una certa operazione di deculturazione a favore di una formazione globalizzata e globalizzante delle competenze."

Ed io ho così scritto di seguito, via mail, a Simone (e Serena):

"Concordo pure con te, Simone. Questo che scrivi mi conferma nell'idea che tu sia un buon cittadino e un buon genitore.
Senti un po', visto che (con Sara) tieni otto figli e due di questi sono studenti di scuola primaria, Gloria e Sofia, perché non chiedi loro cosa ne pensano della questione? Possono dirtelo a voce e tu riferirlo, possono scrivere qualcosa e tu fotografarlo e mandarlo..."

Ed ecco la risposta di Serena a Simone, e me:

"Caro Simone,
ho appena letto ciò che hai scritto a Pasquale e sulle conclusioni sono rimasta perplessa.
La frammentazione di cui parli secondo me non è l’effetto del capital-liberismo di cui parli tu, quanto piuttosto del suo contrario, cioè di una spinta uguale e opposta che contrasta la logica dominante. Questo mi riporta a parte del tuo discorso, in cui denunci la disomogeneità del sistema scolastico. Concordo con te che la qualità della Scuola non debba essere “a macchia di leopardo”, ma è anche vero che l’autonomia scolastica è stata inserita per un motivo: quello di superare il concetto di Scuola come opera di alfabetizzazione di massa e immetterla in una logica di acculturazione, legandola al territorio e alle caratteristiche che gli sono proprie, affinché la cultura generata sia significativa per il singolo e per la comunità. Ed è una misura tanto più urgente in situazioni come quella attuale, in cui ogni territorio presenta criticità differenti, sia per le cause che per gli effetti. Questo non giustifica ovviamente che alcune scuole non sono in grado di offrire la didattica a distanza, ma giustifica secondo me la decisione del Ministero di rendere indipendenti gli istituti. Ma se l’autonomia scolastica, che è di per se un concetto importante, è anche la causa della disparità qualitativa della didattica, che fare?
Ovviamente non ho la soluzione in tasca- altrimenti sarei al Ministero e non a casa mia- ma ribadisco che secondo me il nodo si trova nella formazione degli insegnanti, non solo quella in entrata ma anche quelli già in servizio. Se un insegnante è allenato alla flessibilità, allo “stare in situazione”, allora il fatto di possedere un’autonomia d’istituto è un vantaggio enorme, che come insegnante mi consente di capire cosa fare con ciò che ho nel momento in cui vivo e insegno.
Ti riporto l’esempio del Comune in cui sono cresciuta.
Quattromilacinquecento anime, sette ammalati di covid totali in fase di guarigione e in isolamento, spostamento verso l’esterno ridotti e compiuti in macchina (molti di quelli che lavorano fuori sono impiegati dell’aeroporto di Fiumicino, controllati con il tampone una volta al mese); perché come Scuola non posso offrire una didattica a progetto, facendo venire gruppi di quattro o cinque bambini una volta a settimana per svolgere delle attività che saranno completate a distanza? Questo è il vantaggio dell’autonomia scolastica, anche se purtroppo non si è compreso fino in fondo. E perché non si è compreso? Per mancanza di formazione (non solo degli insegnanti- sia chiaro). La stessa soluzione, ovviamente, non può essere proposta a Milano, che ha altre caratteristiche.
Cioè, non prendiamocela con l’autonomia ma con le cause che rendono nociva questa autonomia.
Non voglio essere ripetitiva ma mi sembrava giusto dare il mio punto di vista sulla questione che, seppur limitato, è la sintesi di osservazioni variegate.
E per finire, ti ringrazio del complimento iniziale e per il tuo contributo, che mi è molto caro perché esplica perfettamente la reazione dei genitori a tutto questo marasma."

Ed ecco la replica via email di Simone a Serena:

Cara Serena,
la mia non voleva essere una critica all’autonomia scolastica o didattica, ci mancherebbe!
Io sono assolutamente a favore della difesa delle identità particolari e dell’adattamento del “Generale” al “Particolare”. É assolutamente opportuno e indispensabile che ci sia un sistema organizzato in questo modo.
Quello che intendevo manifestare era piuttosto un dissenso in merito all’utilizzo strumentale di questa autonomia che spesso viene usata come scudo per rifiutare ciò che è nuovo o divergente dalle idee del singolo istituto o insegnante indipendentemente se questo rappresenti un vantaggio per la comunità scolastica locale, che è tutta un’altra storia.
Il liberismo a parer mio c’entra di molto, mi pare di capire che tu sia un’operatrice del mondo scolastico, credo non potrai non riscontrare che si stia rapidamente passando da una scuola della formazione delle coscienze e del pensiero critico ad una scuola delle competenze.
Penso all’alternanza scuola lavoro a sfavore del tempo scolastico curricolare, penso all’eliminazione del tema di storia dalla maturità o allo stravolgimento della versione di greco e latino, sempre alla maturità...Ma potrei citarti i test a risposta multipla, l’umiliazione dei programmi di storia e geografia, la restaurazione dei libri di testo che sembrano ormai dei fumetti rispetto ai testi sui quali studiai io, per non parlare della nuova educazione civica imposta dai programmi europei e dall’agenda 2030, dell’Erasmus...
A me appare chiaro come si stia portando avanti un’agenda disidentificante e sradicante che mira a produrre buoni e obbedienti cittadini poco coscienti della cultura di appartenenza in favore di una cultura globale e fluida che possa scorrere come scorrono le merci sul piano liscio del capitalismo neoliberista che sta affondando i suoi colpi più duri proprio in questi mesi.
Già Naomi Klein aveva teorizzato la shock economy tempo addietro analizzando con precisione il metodo di avanzamento di questa politica economica scellerata, e l’abbattimento delle culture particolari è uno degli obiettivi fondanti di questo meccanismo che vede la comunità identitaria come ostacolo a questo odioso meccanismo.
Spero che il mondo della Scuola se ne renda presto conto, e davvero rafforzi la propria autonomia e la propria identità assumendo un ruolo decisivo e catecontico in questo scontro di civiltà.
Io da parte mia resisto, ammonisco, cerco di indicare la pericolosa direzione nella quale ci stiamo muovendo, ma troppo spesso mi scontro con realtà scolastiche troppo chiuse ed autoreferenziali, che a volte mi appaiono, con tutto il rispetto, come “Utili idioti”.
Combattiamo la nostra battaglia nella speranza di invertire la rotta."


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