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Per una nuova civiltà (19)

di  luisrazeto Data Wed 12 October 2011 6:00

{Da mercoledì 29 giugno, vado pubblicando una serie organica di video di Luis Razeto, accompagnati di volta in volta dalla traduzione italiana, e dal testo originario in spagnolo.}

¿Cómo iniciar la creación de una nueva civilización? (19)


(XIX. Qui cominciamo a pensare la nuova politica: una nuova struttura dell’azione organizzatrice della comunità e trasformatrice della vita sociale.)

Cominciamo ora a riflettere sulla ‘nuova politica’, una politica che dovrà essere superiore all’attuale che conosciamo, affinché possa caratterizzare la nuova civiltà che ci siamo proposti di creare.

Ci riferiamo alla crisi che sta sperimentando da molto tempo il pilastro politico della civiltà moderna, una politica che si è sviluppata in base alla organizzazione dei partiti, cha hanno un modo singolare di relazionarsi con quelle che chiamano le ‘basi sociali’, e di intervenire nelle dinamiche dello Stato.

Per comprendere correttamente la questione che affronteremo, è necessario prendere le distanze tanto dal concetto quanto dalle pratiche della politica così come la conosciamo, e prendere le mosse da un concetto generale di ‘politica’, che concepiremo come la struttura dell’azione organizzatrice dell’ordine sociale e allo stesso tempo dinamizzatrice dei processi storici.

Prendendo le mosse da questo concetto di ‘politica’, intenderemo come ‘nuova politica’ una certa struttura dell’azione organizzatrice della comunità e trasformatrice della vita sociale, e specificamente quella attività che, a partire dalla realtà presente, ha dato inizio alla creazione di un nuovo ordine sociale e istituzionale, proprio di una nuova e superiore civiltà. Possiamo anche concepire la nuova politica, come l’insieme delle attività teoriche e pratiche con le quali si può risolvere l’attuale crisi organica delle società moderne, mediante la creazione di una nuova civiltà.

Partiamo dall’affermazione che la forma partitica della politica è entrata definitivamente in crisi, e questo è parte sostanziale della crisi della organizzazione statale nella civiltà moderna. Se è così, è ovvio che il superamento storico di questa crisi non si può realizzare attraverso la politica e i partiti tali quali li abbiamo conosciuti, essendo necessario elaborare e sperimentare un nuovo insieme di attività trasformatrici, capaci di avviare il passaggio verso una nuova civiltà. In altre parole, è necessario elaborare un nuovo ‘paradigma di politica’.

Quando parliamo di un nuovo ‘paradigma di politica’, ci riferiamo a una concezione teorica dell’azione trasformatrice e organizzatrice dell’ordine sociale; una concezione teorica che sia espressione della razionalità propria delle pratiche e delle azioni trasformatrici che cominciano a manifestarsi nei processi di creazione di una civiltà superiore, e che a sua volta sia capace di spingere, potenziare e indurre questi processi e azioni a livelli di maggiore coerenza ed efficacia.

Questa nuova concezione teorica l’abbiamo denominata – adottando una espressione di Antonio Gramsci – ‘scienza della storia e della politica’. Pasquale Misuraca ed io nel Libro Secondo dell’opera ‘La Traversata’, affermiamo intorno a questa scienza, che non si tratta di sviluppare una scienza nuova sulla politica esistente, né di dispiegare una politica nuova in base alla scienza politica esistente, bensì di edificare congiuntamente una nuova struttura conoscitiva e una nuova struttura dell’azione trasformatrice, in una relazione originale tra di loro.

Mi propongo ora, nelle presentazioni seguenti, di presentare alcuni elementi che connotano questa nuova struttura dell’azione trasformatrice, che si manifesta nella elaborazione teorica nella misura in cui analizziamo le esperienze pratiche di una ‘nuova politica’, e che a noi paiono coerenti con la proposta del passaggio verso una nuova civiltà che vogliamo sia creativa, autonoma e solidale.

Un primo elemento della nuova struttura dell’azione trasformatrice, che la distingue nettamente dalla politica propria della civiltà moderna, consiste nel fatto che la politica smette di proporsi come obiettivo la conquista del potere e il controllo dello Stato, e neppure cerca alcuna accumulazione del potere politico per esercitarlo sopra una classe sociale, su un raggruppamento di masse, o sull’insieme della società. Al contrario, la nuova politica si orienta verso la disseminazione sociale del potere politico, ossia verso il rafforzamento delle proprie capacità da parte delle persone e delle comunità e dei gruppi che agiscono nella società civile. Che ciascuna persona e ciascuna comunità, organizzazione o rete sociale, recuperi il controllo delle proprie decisioni e delle proprie condizioni di vita, implicando con ciò, anche, non aspirare a esercitare potere su altre persone e altri gruppi, bensì cercare che ciascuno sia guida di se medesimo, e possegga tanto potere quanto gli necessita per dirigere coscientemente e liberamente se stesso.

Il concetto di ‘rafforzamento delle proprie capacità’ delle persone e delle organizzazioni della società civile, implicando un processo di disseminazione sociale del potere, si lega direttamente alla domanda di partecipazione che sorge praticamente in tutte le iniziative e ricerche orientate a realizzare trasformazioni sociali. Le persone vogliono partecipare come protagoniste alle organizzazioni delle quali formano parte, e nelle diverse istanze della vita economica, sociale, politica e culturale, e in tutti i luoghi dove si prendono decisioni importanti che riguardano le loro vite. Si vuole superare il sentire così diffuso di far parte di grandi sistemi, strutture e organizzazioni, dentro le quali si svolge un ruolo o una funzione determinata, ma all’interno dei quali non si esercita nessuna influenza sui loro obiettivi, il loro funzionamento e il loro andamento globale.

Ma non qualsiasi domanda e forma di partecipazione sociale è espressione della nuova struttura dell’azione trasformatrice. Così, per esempio, data l’enorme concentrazione del potere che nelle società moderne è giunto a centralizzare lo Stato e i suoi partiti, e quando ancora non si è presa piena coscienza delle implicazioni che comporta assumere la responsabilità delle proprie decisioni, spesso le ricerche di partecipazione danno luogo ad azioni di massa inorganiche, tendenti a premere su coloro che detengono il potere politico, affinché siano questi a decidere e realizzare ciò che desiderano raggiungere i gruppi di pressione. Ma questo modo di canalizzare la partecipazione sociale è parte della politica moderna in crisi, e riproduce la rigida separazione tra coloro che detengono il potere e coloro che possono solo protestare e premere. È una forma di azione sociale che si è realizzata lungo tutta la storia della civiltà moderna, e che ha ottenuto pochissimi risultati di trasformazione effettiva.

Ma non è solo l’inefficacia di questa forma di partecipazione politica che non corrisponde alla nuova struttura dell’azione trasformatrice. Di fronte al potere, creare un contropotere che lo contrasti, è il modo di far politica proprio della civiltà moderna, che pone nel potere, fortemente concentrato nello Stato, la chiave della costruzione e del mantenimento dell’ordine sociale. Creando potere sociale e politico opposto al potere dominante, non si costruisce una civiltà di persone, comunità, organizzazioni e reti autonome, solidali e creative. Perché l’esercizio del potere, al modo della politica moderna, implica mettere in relazione persone e organizzazioni in maniera tale che pochi siano in condizione di fare in modo che molti compiano le decisioni che emanano dalla volontà di coloro che detengono il potere. Questa si configura come una relazione di dominio e subordinazione, secondo la quale pochi decidono e molti obbediscono, gli uni dirigono e gli altri li seguono disciplinatamente. Si mantiene in questo modo la situazione gerarchica, verticale, che distingue e separa i membri della società in dirigenti e diretti.

La crescente coscienza di questo come un problema strutturale della politica moderna, ci porta a modificare la prospettiva nella quale si cerca la partecipazione: più che come un percorso di lotta per accedere al potere centrale, si tratta di uno sforzo per il decentramento e la disseminazione sociale del potere.

In questa direzione si osservano processi che tendono alla regionalizzazione e al rafforzamento dei cosiddetti ‘poteri locali’, laddove i cittadini trovano possibilità di partecipazione diretta. Una partecipazione che si basa sull’autonomia, che promuove la creatività, e che crea legami di solidarietà.

Siamo talmente immersi nella civiltà moderna, talmente abituati ai suoi concetti e ai suoi modi di relazionarsi, che ci è difficile pensare ad una diversa civiltà, nella quale l’ordine sociale non si costituisca in base al potere che alcuni esercitano su altri. Ma il fatto è che questo modo di ordinamento sociale è in crisi, e ogni volta sono di più le persone e i gruppi che non accettano di essere comandati da altri, perché aspirano ad autodirigersi e a controllare le proprie condizioni di vita.

La riflessione sulla nuova struttura dell’azione trasformatrice e creatrice di una civiltà è appena cominciata. La approfondiremo nella prossima presentazione.

*

XIX. Aquí comenzamos a pensar en la nueva política: una nueva estructura de la acción organizadora de la comunidad y transformadora de la vida social.

Comencemos ahora a reflexionar sobre la 'nueva política', una política que debiera ser superior a la actual que conocemos, para que pueda caracterizar a la nueva civilización que nos hemos propuesto crear. Ya nos referimos a la crisis que está experimentando desde hace tiempo el pilar político de la civilización moderna, una política que se ha desarrollado en base a la organización de partidos, que tienen un modo singular de relacionarse con las que llaman las 'bases' sociales, y de intervenir en las dinámicas del Estado.

Para comprender correctamente la cuestión que abordaremos, es preciso tomar distancias tanto del concepto como de las prácticas de la política tal como las conocemos, y partir de un concepto general de 'política', que concebiremos como la estructura de la acción organizadora del orden social y que es al mismo tiempo dinamizadora de los procesos históricos.

Con este concepto de 'política', entenderemos como 'nueva política' una cierta estructura de la acción organizadora de la comunidad y transformadora de la vida social, y específicamente aquella actividad que, a partir de la realidad presente, dé inicio la creación de un nuevo orden social e institucional, propio de una nueva y superior civilización. Podríamos también concebir la nueva política, como el conjunto de las actividades teóricas y prácticas con que pueda resolverse la actual crisis orgánica de las sociedades modernas, mediante la creación de una nueva civilización.

Partimos de la afirmación de que la forma partidista de la política ha entrado definitivamente en crisis, y esto es parte sustancial de la crisis de la organización estatal en la civilización moderna. Si es así, es obvio que la superación histórica de esta crisis no puede realizarse por medio de la política y de los partidos tal como los hemos conocido, siendo necesario elaborar y experimentar un nuevo conjunto de actividades transformadoras, capaz de iniciar el tránsito hacia una nueva civilización. En otras palabras, es necesario elaborar un nuevo 'paradigma de política'.

Cuando hablamos de un 'nuevo paradigma de política', nos referimos a una concepción teórica de la acción transformadora y organizadora del orden social; una concepción teórica que sea expresión de la racionalidad propia de las prácticas y de las acciones transformadoras que empiezan a manifestarse en los procesos de creación de una civilización superior, y que a la vez sea capaz de impulsar, potenciar y llevar dichos procesos y acciones a niveles de mayor coherencia y eficacia.

A esa nueva concepción teórica la hemos denominado - adoptando una expresión de Antonio Gramsci - 'ciencia de la historia y de la política'. Pasquale Misuraca y yo en el Libro Segundo de la obra La Travesía, afirmamos sobre dicha ciencia, que no se trata de desarrollar una ciencia nueva sobre la política existente, ni de desplegar una política nueva en base a la ciencia política existente, sino de edificar conjuntamente una nueva estructura cognoscitiva y una nueva estructura de la acción transformadora, en una relación original entre ellas.

Me propongo ahora y en las charlas siguientes, presentar algunos elementos que connotarían a esta nueva estructura de la acción transformadora, que nos han ido apareciendo en la elaboración teórica a medida que analizamos las experiencias prácticas de una emergente 'nueva política', y que nos parecen coherentes con la propuesta del tránsito hacia una nueva civilización que queremos que sea creativa, autónoma y solidaria.

Un primer elemento de la nueva estructura de la acción transformadora, que la distinguiría netamente de la política propia de la civilización moderna, consiste en que la política deja de plantearse como objetivo la conquista del poder y el control del Estado, y ni siquiera busca alguna acumulación de poder político para ejercerlo sobre una clase social, sobre un agrupamiento de masas, o sobre el conjunto de la sociedad. Por el contrario, la nueva política se orienta hacia la diseminación social del poder político, o sea, hacia el empoderaiento de las personas y de las comunidades y grupos que actúan desde la sociedad civil. Que cada persona y cada comunidad, organización o red social, recupere el control de sus decisiones y de sus condiciones de vida, implicando con ello, también, que no aspiran a ejercer poder sobre otras personas y otros grupos, sino que buscan que cada uno sea guía de sí mismo, y tenga tanto poder como el que necesita para dirigirse consciente y libremente a sí mismo.

El concepto del empoderamiento de las personas y de las organizaciones de la sociedad civil, implicando un proceso de diseminación social del poder, se vincula directamente a la demanda de participación que surge prácticamente en todas las iniciativas y búsquedas orientadas a realizar cambios sociales. Las personas quieren participar como protagonistas en las organizaciones de que forman parte, y en las diversas instancias de la vida económica, social, política y cultural, y en todo lugar donde se toman decisiones importantes que afectan sus vidas. Se quiere superar el sentir tan común de formar parte de grandes sistemas, estructuras y organizaciones, en las que se cumple un rol o una función determinada, pero donde no se tiene influencia sobre sus objetivos, su funcionamiento y su marcha global.

Pero no cualquier demanda y forma de participación social es expresión de la nueva estructura de la acción transformadora. Así, por ejemplo, dada la enorme concentración del poder que en las sociedades modernas ha llegado a centralizar el Estado y sus partidos, y cuando aún no se toma cabal conciencia de las implicaciones que tiene el asumir la responsabilidad de las propias decisiones, a menudo las búsquedas de participación dan lugar a acciones de masas inorgánicas, tendientes a presionar a quienes detentan el poder político, para que sean éstos los que decidan y realicen lo que quieren lograr los grupos de presión. Pero ese modo de canalizar la participación social es parte de la política moderna en crisis, y consderva la estricta separación entre quienes tienen el poder y quienes sólo pueden protestar y presionar. Es una forma de acción social que se ha dado a lo largo de toda la historia de la civilización moderna, y que ha logrado muy pocos resultados de transformación efectiva.

Pero no es sólo por la ineficacia de dicha forma de participación política que no corresponde a la nueva estructura de la acción transformadora. Frente al poder, crear un contrapoder que lo contraste, es el modo de hacer política propio de la civilización moderna, que pone en el poder, concentrado fuertemente en el Estado, la clave de la construcción y mantención del ordenamiento social. Creando poder social y político opuesto al poder dominante, no se construye una civilización de personas, comunidades, organizaciones y redes autónomas, solidarias y creativas. Porque el ejercicio del poder, al modo de la política moderna, implica relacionar a las personas y organizaciones de manera que algunos pocos estén en condiciones de hacer que otros muchos cumplan con las decisiones que emanan de la voluntad de quienes detentan el poder. Éste se configura como una relación de dominio y de subordinación, según la cual unos mandan y otros obedecen, unos dirigen y otros los siguen disciplinadamente. Se mantiene de ese modo la situación jerárquica, vertical, que distingue y separa a los integrantes de la sociedad, en dirigentes y dirigidos.

La creciente conciencia de esto como un problema estructural de la política moderna nos lleva a modificar la perspectiva en que se busca la participación: más que como un camino de lucha por acceder al poder central, se trata de un esfuerzo por la descentralización y la diseminación social del poder.

En esta dirección se observan procesos que tienden a la regionalización y al reforzamiento de los llamados "poderes locales", donde los ciudadanos encuentran posibilidades de participación directa. Una participación que se basa en la autonomía, que fomenta la creatividad, y que crea vínculos de solidaridad.

Estamos tan inmersos en la civilización moderna, tan habituados a sus conceptos y a sus modos de relacionamiento, que nos cuesta pensar en una civilización distinta, en que el orden social no se constituye en base al poder que unos ejercen sobre otros. Pero el hecho es que ése modo de ordenamiento social está en crisis, y cada vez son más las personas y los grupos que no aceptan ser comandadas por otros, pues aspiran a autodirigirse y a controlar sus propias condiciones de vida.

La reflexión sobre la nueva estructura de la acción organizadora y creadora de una civilización la estamos recién comenzando. La ampliaremos en nuestra próxima presentación.



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