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Nelle carceri italiane c'è chi si fuma gli sgabelli

di  Tonio Data Fri 30 October 2009 5:00

{Ricevo per lettera, trascrivo e pubblico il post numero 15 di Tonio. Pasquale Misuraca}

Nelle carceri italiane c’è chi si fuma gli sgabelli

Chi considera omogenea e indifferenziata la massa degli stranieri e in particolare degli stranieri detenuti nelle carceri italiane fa una semplificazione di sapore razzista.
Ma va chiarito che esiste un fior di delinquenza straniera.

In Italia, dove l’immigrazione cinese proviene in massima parte dallo Zejiang - che per antica tradizione è terra di pirati e contrabbandieri – sono detenuti un buon numero di criminali.
Esiste poi la mafia russa, divenuta molto potente e ramificata dopo il crollo dell’Unione Sovietica - non a caso il tatuaggio diffusissimo dei cuori spezzati racconta il tradimento di Gorbaciov e di Eltsin che avrebbero tradito la “Rodina”, la madrepatria di cui i mafiosi russi si sentono guerrieri.
Un filone nazionalista hanno anche le delinquenze organizzate albanesi, serbe, croate, kossovare, che si sono rafforzate alla scuola delle guerre dell’ultimo decennio del Novecento.
Tutti questi gruppi sono una minaccia ben più consistente di quella costituita dai poveri disgraziati che arrivano con i barconi in cerca di asilo.
L’unica mafia africana degna di questo nome è quella nigeriana, attiva in Italia nel campo della prostituzione e della droga.

Nella mia esperienza carceraria ormai pluridecennale ho incontrato molte di queste persone. Per quel che ho potuto, ho sempre cercato di sforzarmi di capire la loro cultura. Molte volte ho dovuto prendere le difese degli stranieri che per loro cultura si comportavano in maniera diversa dalla nostra. In carcere esistono delle regole che tutti devono rispettare, la violazione di tali regole comporta come minimo l’isolamento.
Di esperienze ne ho avuto molte, e vorrei raccontarvene una vissuta nel carcere di Bari con degli stranieri.

Venni trasferito da Lecce al carcere di Bari e mi appoggiarono in una sezione nella quale vi erano molti stranieri. Entrato in cella mi accorsi che non vi erano né tavoli né sgabelli per sedersi. Vidi solo una decina di persone di diversa nazionalità.
Appoggiai il mio borsone sul letto e iniziarono le presentazioni. Mi accorsi subito che gli occupanti di quella cella non conoscevano il senso dell’ospitalità nei confronti del nuovo giunto. Qualcuno non si alzò nemmeno dal letto per il saluto.
Chiesi loro come mai mancavano gli sgabelli e i tavolini e mi fu detto molto vagamente che la direzione non li forniva. Credetemi, quella era una cella che faceva paura. Muri sporchi di sangue, una luce che per quanto era bassa emanava tristezza, un’aria mai sentita fino a quel momento. Mi guardai intorno cercando qualche detersivo per lavare, niente, non c’era proprio niente. Delle bilancette (piccoli armadietti) non vi era nemmeno l’ombra. Non c’era alcun suppellettile.

Mi accesi una sigaretta e ne offrì agli altri. Il pacchetto quasi pieno si svuotò immediatamente. Tirai fuori dal borsone tutte le sigarette che avevo e le misi a disposizione di tutti. Anche quelle finirono nel giro di un’ora. Mi accorsi che quell’aria di indifferenza mostratami appena entrato in quella cella era stata ormai stemperata. Mi ritrovavo in una cella in cui l’unica cosa che non mancava era la sofferenza. Gli occhi di quelle persone li ho ancora impressi nella mente.

Il giorno successivo uno di loro mi chiese se avevo qualche foglio di block notes, pensavo volesse un foglio per scrivere alla famiglia, invece vidi questo ragazzo tirare fuori da sotto il letto un’asse di truciolato (la sua principale utilità sarebbe dovuta essere di sostenere la colonna vertebrale) e con molta accortezza iniziare e sbriciolarlo con un temperino. Mentre lavorava iniziai a intuire qualcosa. La carta non gli serviva per scrivere alla famiglia, bensì per arrotolare la parte di truciolato che aveva frantumato: aveva preparato una sigaretta per ognuno e con fare frettoloso, quasi gelosamente, aveva riposto l’asse sotto il letto. Nel corso della loro detenzione si erano fumati sia i tavolini che gli sgabelli mischiati con questo truciolato. Anche la porta del bagno e tutto il resto si erano fumato.

Quella stessa giornata uno di loro, volutamente, con un ago si pizzicò la vena del braccio in segno di protesta, voleva essere trasferito. Le guardie ormai erano abituate a queste forme di autolesionismo. Io però non potevo stare lí a guardare un essere umano dissanguarsi senza poter fare nulla, e iniziai a protestare fortemente in difesa di quel ragazzo.
Da quella sezione fui trasferito nel giro di poche ore, mi spostarono in un’altra sezione. Pochi metri di distanza dividevano due mondi, due realtà opposte.
Lì per lì respirai di sollievo, ma ancora oggi ripenso a quella realtà.

Vi ho raccontato questa esperienza perché tra quelle persone c’era un albanese che dopo quasi due anni andò a processo e venne assolto. L’avvocato che lo difendeva glielo avevo messo io. L’avvocato che gli avevano messo d’ufficio gli diceva che doveva patteggiare. Se non avesse incontrato me, che umanamente mi sono prodigato ad aiutarlo, avrebbe patteggiato una pena per un reato che nemmeno aveva commesso. Di casi come questi ce ne sono molti. E quel ragazzo ha passato due anni della sua vita in una condizione come quella che vi ho raccontato.

L’altro giorno mi è arrivata una lettera di amici con la quale mi comunicavano che un nostro amico ristretto nel carcere di Secondigliano si è impiccato. Questo ragazzo aveva appena 26 anni e, dieci mesi fa, anche suo fratello si era impiccato in un carcere della Sicilia. Le morti nelle carceri ormai non fanno più notizia.
A mio avviso l’intolleranza ha pervaso larghi strati della nostra società.
Ci si sta avviando fuori e dentro a creare i bronx e le banlieu, a creare mondi separati, e questo dovrebbe far riflettere.


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