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Teologia degli animali

di  fulmini Data Thu 18 June 2009 7:00

(Ri-pubblico qui per i lettori del sito-rivista il 'fulmine' uscito su Alias, supplemento culturale de 'il manifesto', sabato 6 giugno 2009 - pensando intensamente a 'Peso', il cane pastore tedesco della casa tra gli alberi al lago.)

Non conosco una buona giustificazione teologica, filosofica, etica, della sofferenza degli esseri viventi sul pianeta Terra. Ma non dispero. Perciò ho ringraziato di testa e di cuore don Mario De Santis parroco di Monterocchetta e di San Marco ai Monti e Rettore della Basilica di san Bartolomeo Apostolo di Benevento - un uomo illuminato da un misericordioso sorriso e coronato da una nuvola di zucchero filato/capelli bianchi - mentre mi regalava qualche giorno fa il libro che aveva appena finito di leggere: Paolo De Benedetti, Teologia degli animali, Morcelliana 2007. (Paolo De Benedetti è docente di Giudaismo e Antico Testamento nelle università di Milano, Urbino e Trento.)

Ed ho cominciato a leccarmi i baffi ben presto leggendolo a mia volta: a metà della sua seconda pagina l’autore (colloquiando con Gabriella Caramore – curatrice del libro) dichiara di aver passato la vita “anche e soprattutto a meditare su quell’enorme problema, che non esiterei a definire come il più grande che la teologia ha da affrontare, che è la sofferenza degli animali”. Il problema della sofferenza degli animali umani – per restare nei dintorni della cultura madre e padre di De Benedetti – il giudaismo ed il cristianesimo hanno creduto di risolverlo con l’ideazione del peccato originale di Eva e Adamo. Ma gli animali non umani, in tutta la Bibbia, risultano innocenti – e allora?

Allora niente. Giunto alla fine del libro – sempre senza mai disperare, nonostante che “l’enorme problema” fosse continuamente evocato e mai risolto – ho dovuto ammettere che la montagna delle buone intenzioni aveva ancora una volta partorito il topolino delle imperscrutabili punizioni, ed ero rimasto a bocca asciutta. Insomma, questo nuovo, documentato, appassionato e appassionante allargamento della teologia e della cultura giudaica e cristiana, non è riuscito – per ammissione del suo stesso autore – a giustificare, cioè a rendere giusta, la sofferenza degli animali non umani. Gli animali soffrono, e muoiono, e gli ebrei ed i cristiani non sanno capire e spiegare perché.

Tuttavia il libro vale la gioia di essere letto, pieno com’è di acute riflessioni, toccanti testimonianze, sacrosante retrocessioni dell’essere umano da Signore della Terra a creatura fra le creature – e di poetiche lamentazioni in forma di amorevoli e amabili racconti – come questo Qinà, che in ebraico significa appunto ‘lamentazione’ (e che sintetizzo per ovvie ragioni di spazio):

“È morta la buonissima gatta. (...) È andata a morire in luogo occulto, la gatta che non usciva e amava la solitudine dei vecchi, il silenzio e le zucche cotte. (...) Una fetta della mia vita sento ch’è passata ora che la gatta non c’è più a tenere insieme gli anni come il filo di una collana. (...) Ogni uomo in qualche cosa ha peccato e si è reso meno grato; ma un animale non può mai essere indegno dei nostri sentimenti. Spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia, perché i sogni sono oltre l’Acheronte (...) Verrà certo, perché tra gli animali non si troverà bene, lei così poco animale: sognerò un cuscino, perché vi si possa accomodare e una foglia di rabarbaro per l’ombra.”




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