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edifici contemporanei : 9 - Nuove aree di sosta della Asti Cuneo – le aree di Cherasco
di guidoaragona , Fri 27 June 2008 8:00
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E’ con una certa reticenza che parlo di questo che, anche se non fra moltissimo potrebbe essere realizzato, è, ancora, solo un progetto, nemmeno esecutivo, che risale all’ormai lontano 2002. Infatti è un progetto che ho redatto personalmente, per la Sel.pro. società di ingegneria che ha progettato la autostrada Asti Cuneo. La reticenza è dovuta a tre fattori: a) non si è mai buoni giudici dei “propri figli”, b) ritengo di non aver ancora mai fatto qualcosa che possa compiutamente ritenersi architettura, c) in ogni caso, questo progetto è solo un progetto e so bene quante difficoltà dovrà superare per venire al mondo degnamente. Spero inoltre, di poter essere ancora io a fargli da “mamma” nel progetto esecutivo.
Purtroppo, devo ammettere che si tratta del lavoro che ho fatto di più ampio respiro, le cui scelte architettoniche sono derivate interamente da me, e che ha subito minori condizionamenti di sorta, anche se avendo a disposizione risorse limitate. Oggi in Italia, in molti casi, un architetto della mia età ha occasione o di lavorare per progetti grossi per conto di terzi (grandi studi, società di ingegneria, imprese) senza poter determinare a fondo le scelte, oppure di fare cose piccole, interventi sul costruito, roba di piccolo respiro insomma. Concorsi a parte.
Brevemente, il concetto: l’input dell’Anas era di realizzare aree di sosta un po’ diverse, sul modello delle nuove aree di sosta francesi: più aree e spazi per soste all’aperto e picnic, integrate col paesaggio.
La prima che affrontammo, a cui sono più affezionato come “primogenito” e che presento, è quella doppia di Cherasco.
Il concetto base è quello di limitare il traffico pesante alla parte dell’area prossima al sedime autostradale, riservando al traffico leggero e all’edificio ristorante bar market le aree di bordo, aperte al paesaggio. Mediante questo sistema, è possibile incrementare l’area di sistemazione a verde sulla zona di bordo fornendo al visitatore una migliore qualità ambientale e più ampi spazi e servizi. Ecco allora, nello schizzo iniziale ove già si intravede la posizione degli edifici.
Planimetria di Cherasco
Nota: la planimetria era condizionata da alcune opere già realizzate.

Gli edifici:
I tipi di edifici per le aree di sosta, erano tre: l’edificio ristorante-bar-market, l’edificio per la distribuzione della benzina integrato da servizi e vendite e un piccolo edificio riservato ai bagni.
Nel caso di Cherasco, posto nella valletta fra le colline di Roreto e Cherasco
foto aerea del paesaggio
il paesaggio era integro, poco compromesso da nuove costruzioni ed insediamenti. Le poche costruzioni presenti nell’intorno sono tradizionali e integrate nel paesaggio. Pertanto la scelta architettonica generale è stata quella di orientarsi verso soluzioni non dirompenti, mediante l’utilizzo di materiali tradizionali con un linguaggio costruttivo riferito alle costruzioni rurali del luogo, tentando nel contempo, laddove possibile, una integrazione fra vegetazione ed edifici.
Sul piano distributivo, l’edificio ristorante – che non varierà, salvo eccezioni, per le altre aree di sosta, mutando solo la “veste” degli edifici principali in una sorta di “esercizio di stile” - è diverso rispetto al tipo usuale di “autogrill”. I concetti base di organizzazione sono:
- realizzare un nocciolo interno per le parti di servizio, illuminate e ventilate dall’alto.
- Disporre le parti aperte al pubblico ad anello attorno al nocciolo servizi.
Ciò porta al superamento degli inconvenienti della disposizione tipica, “con fronte e retro”: pur entrando dal lato autostrada, il pubblico è affacciato non su di esso, ma sulle zone verdi retrostanti e verso il paesaggio; non esiste più un lato “bello” ed uno “brutto”: tutto l’insieme è un organismo integrato all’interno ed all’esterno. Il prato circostante tende a inglobare alla base il volume dell’edificio.
Pinta del ristorante

Prospettiva del ristorante

L’edificio per la distribuzione dei carburanti, invece, recupera il tipo classico a “T”. Ma, nel contesto di Cherasco, viene risolto come una sorta di tettoia – fienile rustica, con tanto di coppi, mattoni e legno, con poco riguardo per le esigenze di marchiatura e colorazione delle case di distribuzione carburanti. Lo scarto rispetto al tipo tradizionale rustico è dato dal fatto che l’edificio tettoia presenta larghezze e altezze variabili, e dal trattamento delle parti chiuse sottostanti, in parte inglobate.
disegno della facciata del distributore
L’edificio bagni, per evitare lo spiacevole effetto di “casottino”, è invece risolto assorbendolo in una collina.
soluzione edificio bagni
Ribadisco che la scelta di riferirsi alle costruzioni “vernacolari” della zona costituisce una rinuncia voluta alla esibizione di “originalità” artistica innovativa che sarebbe stata dirompente e probabilmente sbagliata in quel contesto paesaggistico.
Non altrettanto feci, ad es. per l’area di Beinale, dove addirittura, inizialmente, si ipotizzò una area di sosta “a scavalco” senza alcun riferimento ai modi edilizi storicamente consolidati nella zona, come si vede nel modellino tridimensionale dei primi studi.
Beinale studio
Ma quella, è un’altra storia e un altro progetto.
Cose come le aree di sosta, non dovrebbero mai essere standard che si riproducono indistintamente sul territorio quale che sia, ma veri e proprio progetti integrati ed adattati al contesto in cui si trovano. Questo non deriva da una intenzione “storicista”, è semplicemente una necessità di “concinnitas” (adeguatezza) vitruviana. Così come sarebbe opportuno che nel ristorante, anziché i cibi standard uguali in tutta Italia, vi fosse una offerta genuina e stagionale della buona cucina della provincia di Cuneo.

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Commenti
Inviato: 27/6/2008 9:34  Aggiornato: 27/6/2008 9:34
Autore: fulmini

Caro papà-mamma dell'Area di sosta di Cherasco, caro Guido, si accettano prenotazioni per l'inaugurazione? Iscrivimi, prego: il progetto architettonico-culinario mi convince e mi com-muove (col trattino)!

Quanto all'essere `papà' e 'mamma' di un'opera, è molto interessante quanto scrivi e desideri come architetto: di essere e diventare l'uno e l'altra.

Nel caso mio di regista (naturalmente diverso, anche se architetto e regista si somigliano nel profondo come costruttori d'opera) si potrebbe forse partire dall'idea di Roberto Perpignani (principe dei montatori italiani) secondo la quale è il montatore la mamma del film, e il regista il papà. Io per me preferisco lavorare sempre con un (vero) montatore: il dialogo papà - mamma fa bene al figlio/film.
Inviato: 27/6/2008 10:07  Aggiornato: 27/6/2008 10:07
Grazie Pasquale. Sono stato tentato di mettere un edificio realizzato, ma questa presentazione in fondo era anche "apotropaica": propiziare l'arrivo di questo "ovulo fecondato" e messo nel congelatore nel lontano 2002!
Inviato: 28/6/2008 11:01  Aggiornato: 28/6/2008 11:01
La tua idea di area di sosta si avvicina molto alla mia idea di viaggio. Quindi verrò!!!

Prish
Inviato: 28/6/2008 13:54  Aggiornato: 28/6/2008 13:54
Autore: Sogni

Bello questo progetto, anche perche' e' diretto a umanizzare le aree di sosta, il che ci riporta al discorso di Auge' e dei non-luoghi che facemmo a suo tempo. Mi piace soprattutto l'edificio per la distribuzione del carburante, perche' di solito e' la parte piu' standardizzata dell'autogrill. Non so se sono d'accordo con il ristorante e il bar che guardano gli alberi negando la strada. Personalmente mi piace bere un caffe' all'autogrill sul GRA guardando il passaggio continuo di bolidi e carrette, ma forse sono perversioni personali da neo-nomade fallito :)
Inviato: 28/6/2008 14:56  Aggiornato: 28/6/2008 14:56
- Prish: se continua così, potranno andarci solo i nostri nipoti

- Sogni: l'area di sosta della autostrada è per certi versi il più "non luogo" di tutti. Infatti è accessibile, a parte gli addetti, solo dalla autostrada, quindi è avulso per definizione dal territorio. Quindi, se vogliamo, questo tentativo d'integrazione può essere ritenuto sia un "romanticismo merdeggiante" (per dirla alla Marinetti), sia abbastanza fasullo (ciapa ciapa ad uso turista tetesco e simile).
Però, ci sono due aspetti che rendono comunque le aree di sosta "un luogo":
Uno, che conosco bene, avendo fatto spesso da Torino alla Sicilia in macchina: esiste comunque un fattore territoriale, di clima, ecc. che incide (non soltanto negativamente, ad esempio per la pulizia dei cessi)
Il secondo, è la peculiarità del paesaggio, che sono un sistema e non una sommatoria di natura, agricoltura, storia, case, ecc, per cui trovo in ogni caso deprimente la riproduzione dello stesso autogrill, specie in Italia.
L'uomo Anas che ci ha fatto da referente per la committenza, voleva tentare qualcosa di un po' diverso.
Non so nemmeno, peraltro, se riusciranno davvero ad immporre alle compagnie petrolifere un edificio "Oil" dove la marcatura sarà un accessorio applicato e non la cosa principale.
Vedremo
Inviato: 28/6/2008 15:22  Aggiornato: 28/6/2008 15:22
a, quello di prima ero io, Guido.

Riguardo sempre al "non luogo".
In sostanza, mi pare che non esiste un luogo destinato ad essere un "non luogo", nemmeno un autogrill.
Un'area di sosta standardizzata, può essere assemblata in opera da manodopera scarsamente qualificata, composta da pezzi prodotti in fabbriche di posti lontani del mondo (magari, senza garanzie sindacali e di sicurezza per i lavoratori). Può essere stata progettata da un morto, e riprodotta uguale in modo del tutto indifferente ovunque.
Il "non luogo" è allora il nostro grado di "non essere", in quel luogo, e in questo tempo.
Forse, non mi sarei posto il problema (ammesso di averlo ben risolto), se non fosse che era da anni che studiavo con amore le costruzioni della tradizione piemontese (vernacolari e no).
Quelle costruzioni, sarebbero più facilmente costruibili - e magari, con apporti migliorativi da parte loro - da maestranze della zona, che "parlano" lo stesso linguaggio costruttivo di quello proposto nel progetto (anche se con tipi e forme per alcuni aspetti non tradizionali).
Con materiali (pietre, legni, argille cotte) proprio della zona.
E' anche sotto quel profilo che già subito si formerebbe il legame con il territorio, non in modo astratto, ma concreto. Per un un "non luogo" potenziale resta un "luogo".