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Eftimios : Attilio Bertolucci
di fulmini , Mon 2 June 2008 8:00
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Per questo prato di fiori-di-carta che vado componendo, oggi ho scelto - dopo le (a fianco delle) singole poesie di Giovanni Pascoli, Toti Scialoja, Guido Cavalcanti, Paolo Conte, Giuseppe Ungaretti, Giuseppe Gioacchino Belli, Dino Campana, Trilussa, Gianni Rodari, Aldo Palazzeschi - una poesia di Attilio Bertolucci:

Per un bel giorno

Un cielo così puro
un vento così leggero
non so più dove sono
dove ero.

O gaggìa nuda,
bruna violetta
che nel calore fugace
appassisci...

Giorno che te ne vai
e non sai nulla di me e della violetta
che tanto amo
e del ramo
nudo della gaggìa,

giorno, non andar via.


Perché l’ho scelta? Per la ragione generale che l’acacia - o gaggìa - ha vita breve. Anche la sua fioritura è breve. E in questa sua poesia Attilio Bertolucci non la fa lunga.

Secondo poi perché odora non di parole laureate, ma di piante colorate.

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Commenti
Inviato: 2/6/2008 19:43  Aggiornato: 2/6/2008 19:43
Da me!... Non quando m'avviai trepido
c'era una madre che nel mio zaino
ponesse due pani
per il solitario domani.

Per me non c'era bacio né lagrima,
né caro capo chino su l'omero
a lungo, né voce
pregante, né segno di croce.

Non c'eri! E niuno vide che lacero
fuggivo gli occhi prossimi, subito,
o madre, accorato
che niuno m'avesse guardato.

Da me, da solo, solo e famelico,
per l'erta mossi rompendo ai triboli
i piedi e la mano,
piangendo, sì, forse, ma piano:

piangendo quando copriva il turbine
con il suo pianto grande il mio piccolo,
e quando il mio lutto
spariva nell'ombra del Tutto.

Ascesi senza mano che valida
mi sorreggesse, né orme ch'abili
io nuovo seguissi
su l'orlo d'esanimi abissi.

Ascesi il monte senza lo strepito
delle compagne grida. Silenzio.
Né cupi sconforti
non voce, che voci di morti.

Da me, da solo, solo con l'anima,
con la piccozza d'acciar ceruleo,
su lento, su anelo,
su sempre; spezzandoti, o gelo!

E salgo ancora, da me, facendomi
da une la scala, tacito, assiduo;
nel gelo che spezzo,
scavandomi il fine ed il mezzo.

Salgo; e non salgo, no, per discendere,
per udir crosci di mani, simili
a ghiaia che frangano,
io, io, che sentii la valanga;

ma per restare là dov'è ottimo restar,
sul puro limpido culmine,
o uomini; in alto,
pur umile: è il monte ch'è alto;

ma per restare solo con l'aquile,
ma per morire dove me placido
immerso nell'alga
vermiglia ritrovi chi salga:

e a me lo guidi, con baglior subito,
la mia piccozza d'acciar ceruleo,
che, al suolo a me scorsa,
riflette le stelle dell'Orsa.
Inviato: 25/10/2010 19:02  Aggiornato: 25/10/2010 19:02
Autore: fulmini

Una sconosciuta lettrice, o uno sconosciuto lettore, ha commentato a suo tempo questo post citando La piccozza di Giovanni Pascoli. Non ho capito bene perché, ma non dispero - altri capiranno e diranno.

Oggi, due anni e mezzo dopo, aggiungo su Attilio Bertolucci poeta una notazione di Pier Paolo Pasolini che vividamente illumina una terza irragionevole ragione della mia scelta: "...Bertolucci, che non aveva fatto, della tecnica e della lingua, un problema: l'unico suo interesse restando l'oggettività dell'esistere, di cui egli è riuscito ad esprimere - con una straziante leggerezza - l'inesprimibilità..." Descrizioni di descrizioni. Esprimere con straziante leggerezza l'inesprimibilità.

Pasquale Misuraca