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briciole musicali : Stravinsky: Petrouchka
di venises , Sat 12 January 2008 4:00
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Leonard Bernstein dice nelle sue lezioni che la migliore definizione di Musica Classica non è ‘musica antica’ né ‘musica barbosa’ né ‘musica complicata’ né nulla di simile, bensì: musica ‘precisa’. Perché ‘precisa’? Perché nella musica classica il compositore scrive esattamente ciò che gli esecutori debbono fare, strumento per strumento.
La musica classica è l’unica forma d’arte [anticipo una ribellione collettiva su quest’affermazione] nella quale l’autore comunica le proprie intenzioni. Nella pittura, per esempio, il pittore lascia il pubblico completamente solo di fronte all’opera. Nella musica classica, no: il compositore riempie la partitura d’annotazioni dettagliatissime e detta – strumento per strumento – le parti: con precisione, appunto.

La complicazione successiva è che non le comunica direttamente al pubblico ma ad un intermediario, l’esecutore, che è incaricato di trasmetterle al vero [supposto?] destinatario dell’opera, il pubblico ascoltatore. Nel caso più complesso, quello di un’orchestra, quest’intermediario è il direttore – colui che ‘esegue’ le intenzioni dell’autore. Eppure il rapporto fra direttore d’orchestra e compositore è unico, tormentato ed imperscrutabile. Diceva Carlos Kleiber che la notte prima di dirigere la quarta sinfonia di Brahms invariabilmente non riusciva a prender sonno, angosciato dall’affrontare il famoso attacco, quella nascita del “Suono” dal “Silenzio” – silenzio che il suono rendeva, a posteriori, Assoluto. Oppure: Mahler era troppo grande come direttore d’orchestra e penò a farsi accettare come compositore; la gente era convinta che avesse la testa troppo piena di musica altrui per poter comporre musica originale.
Potremmo andare avanti con gli esempi, ma torniamo a noi: siamo tutti d’accordo con Bernstein? La musica classica è musica precisa?
Bene. Allora ascoltate il primo quadro dell’opera-balletto Petrouchka di Igor Stravinsky in due diverse esecuzioni, in successione:
la prima è diretta dal grande Pierre Boulez ed è fedelissima alla partitura di Stravinsky;
la seconda versione è condotta da un direttore d’orchestra d’eccezione…. Igor Stravinsky in persona.

Avete ora tutti gli elementi per rispondere alla nostra semplice domanda conclusiva: qual è la versione di Stravinsky?








P. S. = annotazione finale riservata a coloro che non hanno paura di perdere l’equilibrio.
I manoscritti di Igor Stravinsky sono famosi – come quelli di Mozart – per la totale assenza del benché minimo ripensamento, correzione, modifica; orchestrazione inclusa.

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Commenti
Inviato: 17/2/2008 21:54  Aggiornato: 10/3/2008 15:20
Autore: venises

Mi sono state mosse, giustamente, delle obiezioni, in privato. Rispondo, in pubblico – sennò a che serve un blog-rivista?
1) Il pubblico è solo davanti alla musica così come davanti ad un quadro? C’è differenza fra le due situazioni? Si, la differenza c’è, a mio avviso – ma non è quella che promuovevo nel post. Ovvero: nella musica classica c’è un importante livello intermedio che manca nella pittura (per realizzare quanto sia grande la differenza del rapporto autore-pubblico nelle due arti, immaginate un artista dare indicazioni precise di come dipingere un quadro ad un altro pittore il quale esegue materialmente l’opera).
2) Là dove il post mente è sulla natura di tale intermediazione: non è vero che l’autore comunica le proprie intenzioni all’esecutore. Nessun autore comunica mai le proprie intenzioni in un linguaggio altro da quello dell’opera stessa. Non succede mai, in nessuna forma d’arte. Anzi, secondo me, è questo uno dei caratteri distintivi della creazione artistica. C’è una ragione forte: ‘spiegare’ un’opera da parte dell’autore vuol dire esprimere le stesse idee-emozioni in un linguaggio differente da quello che si è scelto per trasmetterle. Questo ha senso solo se la forma fosse indifferente; ma nell’arte la forma è parte essenziale di ciò che si vuole esprimere.
3) nella musica il rapporto è a tre: compositore-esecutore-pubblico. La musica classica è precisa? Se pensate di si, fino in fondo, allora siete d’accordo con Stockhausen che immaginava che l’esecutore non sia altro che un convertitore fedele che non interpreta ma implementa strutture prive d’ambiguità. Per lui l’esecutore è trasparente. Se pensate di no, fino in fondo, allora siete d’accordo con Bellerofonte Castaldi che non dava affatto indicazioni all’esecutore perché “chi havrà giuditio per sonare sicuro questa intavolatura l’havrà ancora per cosî fatti rimansugli”, ovvero: a che serve aiutare l’esecutore con qualche dettaglio quando questi dovrà necessariamente compiere uno sforzo ciclopico per penetrare e comprendere le intenzioni dell’autore se vorrà saper eseguire questa musica? Fra i due estremi troviamo tutti gli altri. A proposito d’indicazioni: Beethoven riempì la sua sesta sinfonia d’annotazioni bucoliche (uccelletti, pastorelli, etc. Perché? Ci credeva davvero? Torneremo su questo specifico punto con una lezione di Bernstein dedicata all’analisi strutturale dell’apertura di questa sinfonia: matematica, altro che uccelletti! Eppure le annotazioni di Beethoven esplicitano esclusivamente l’interpretazione estrinseca)
Mi fermo qui.
Inviato: 17/2/2008 21:55  Aggiornato: 17/2/2008 21:57
Autore: venises

L'esecuzione della musica, come l'opera teatrale, lascia nelle tracce di direzione la speranza che l'esecutore rispetti i desideri dell'autore. Il problema, nelle arti "teatrali" quali la musica e, appunto, il teatro, quanto nelle arti "liberali altre" è che l'autore non sempre può controllare, sapere perfettamente cosa stia facendo.
L'opera è spesso più grande dell'autore.
Detto ciò. quanto mi piace di più la versione di Stravinskij!!!!
Nefeli
Inviato: 17/2/2008 21:58  Aggiornato: 10/3/2008 15:16
Autore: venises

Sono d’accordissimo. In particolare, riguardo all’affermazione:
> L'opera è spesso più grande dell'autore.
Vorrei aggiungere che io credo che un’opera, una volta composta, abbia un valore e una vita indipendente dal suo creatore e anche da ciò che questi vi aveva immaginato.
Accade persino che un’interpretazione ‘superi’ le intenzioni dell’autore. Ne abbiamo dato esempi riferendo di Rachmaninov che non riusciva più ad eseguire il suo Concerto n.3 dopo averne ascoltato l’esecuzione di Horowitz (briciola 38) o di Albeniz che preferiva gli adattamenti per chitarra di Tarrega alle sue versioni originali per piano (briciola 16).
Inviato: 17/2/2008 21:59  Aggiornato: 10/3/2008 15:17
Autore: venises

Veramente molto interssante questo tema.
Si, la versione di S. piace tanto anche a me. E concordo con V.
quando dice che un'opera può superare le intenzioni dell'autore.
Ma questo vale anche per la pittura, credo, soprattuttto per quella non figurativa. Quante volte di fronte ad un quadro astratto persone diverse percepiscono diversamente?
Il problema della percezione sensoriale e perfino linguistica è veramente molto complesso e penso che la questione interpretativa ponga un altro non indifferente quesito: perchè quel direttore sceglie proprio quell'autore?
C.
Inviato: 17/2/2008 22:00  Aggiornato: 10/3/2008 15:19
Autore: venises

allora visto che facciamo finta d'essere tutti d'accordo invece di scavare per trovare la dura roccia, propongo che Nefeli ci parli del rapporto fra Mozart e Clementi (con il compito preciso d'argomentare che le "rapine" intellettuali di Mozart erano artisticamente legittime) e c'illustri il suo perché l'aria più bella di Mozart compare in un'opera non sua (che senso ha?)
Inviato: 17/2/2008 22:01  Aggiornato: 10/3/2008 15:18
Autore: venises

Venises:

"...Nessuna possibile raccolta d'intenzioni può spiegare i nostri dipinti.... Facili annotazioni programmatiche possono essere aiuto solo a chi ha un'intelligenza poco raffinata...
La loro comprensione deve essere il frutto di un'esperienza consumata tra il quadro e l'osservatore. Il riconoscimento dell'arte è un autentico matrimonio di spiriti. E nell'arte, come nel matrimonio, la mancata consumazione è una condizione per l'annullamento."

Mark Rothko

Lettera al direttore artistico del New York Times, E.A.Jewell in risposta ad una critica di promossa ad alcune sue opere esposte al" Federation Show" nel '43.

Nel mio piccolo penso che l'esperienza artistica oltre che un incontro debba essere un atto generativo, quindi meglio un matrimonio con prole (emozioni, pensieri nuovi ed originali determinati dall'opera d'arte) che un matrimonio e basta.
Cos
Inviato: 17/2/2008 22:02  Aggiornato: 10/3/2008 15:21
Autore: venises

D'accordissimo con il tuo astratto Rothko.
Facciamo un altro passo?
E se fosse proprio in questo 'ripercorrere' (sia pure parziale) l'esperienza creativa dell'artista che consiste il piacere nell'arte? Io credo che ciò che ci piace in una musica è la matematica che vi scorgiamo dentro (spesso inconsciamente, ma il nostro cervello percepisce quelle strutture che si succedono e da questo trae appagamento). Anche coloro che pensano di ascoltare la musica epidermicamente in realtà percepiscono (magari molto limitatamente e solo inconsciamente) una serie di proporzioni e strutture che costituiscono l'opera; se non vi riuscissero affatto percepirebbero solo del rumore, mentre chiunque sa distinguere (benissimo e facilissimamente) una sonata di Mozart dal rumore.
(E ora non sarete mica ancora tutti d'accordo!)
Inviato: 17/2/2008 22:04  Aggiornato: 29/7/2013 20:46
Autore: venises

No, infatti.
Non sono daccordo con quanto V.dice circa l'appagamento derivante dalla percezione di proporzioni, strutture, misurabili o enunciabili (matematiche)conscio o inconscio che si voglia.
Il brano di Rothko citato l'ho proposto proprio perchè dissente dall'idea di un'arte che si possa ricondurre ad un percorso segnato (ripercorrere). C'è qualcosa di più ed è quel qualcosa che è difficile nominare perchè non ha un nome solo...e per questo è così affascinante.
Citando Saramago per me un'esperienza artistica riconosciuta è come la partenza per un' "Isola Sconosciuta" e la stessa opera si rischia che porti ogni volta in un luogo diverso.

Ma non ne farò un dialogo personale...
Cos