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eyes wide open : Caimani e santini fra cinema e tv di Stato
di fabiobenincasa , Tue 20 May 2008 8:00
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Il 2008 è un anno di anniversari mediatici. Prima di tutto quello del 1968 che è stato commemorato in tutte le salse possibili (e non è che un debutto, siamo solo a metà anno), ma è anche il trentennale del rapimento Moro, che come sempre si porta dietro le sue commemorazioni.

Moro, lo ricordiamo nel caso che qualche giovane legga queste righe, era uno dei leader della Democrazia Cristiana, partito che ha governato l’Italia dal 1948 all’inizio degli anni ’90. In un clima politico e sociale molto difficile stava tessendo un progetto che prevedeva, per la prima volta, un’eventuale entrata al governo del Partito Comunista. Per i parametri culturali dell’epoca sarebbe stato un evento eclatante. L’evento era destinato a non avvenire perché Moro fu invece rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, terroristi di estrema sinistra che consideravano il Partito Comunista complice dello «Stato borghese».

Fin qui la storia, ma a me interessa di più l’immagine. Sull’onda delle tante commemorazioni, la Rai ha trasmesso la solita fiction sulla vita di Aldo Moro, intitolata Il presidente. Nel ruolo dello statista democristiano l’attore Michele Placido. Ora, l’idea che Placido, un pezzo d’uomo, un classico bell’uomo meridionale, un po’ piacione, sia stato messo ad interpretare Moro già dice tutto sulla serietà di questa fiction.
Ma non ho voglia di enumerare i tipici difetti registici e narrativi di questo programma televisivo. Piuttosto voglio notare come è evoluta l’immagine di Moro nel tempo. Nel 1986 Gian Maria Volonté interpreta Il caso Moro di Giuseppe Ferrara. Un film di impegno civile, e cioè l’archetipo di quello che poi in televisione è diventata la fiction. Moro è gracile, malaticcio, nevrotico, tormentato. Un santo laico con la faccia da moribondo. Più o meno quello che vediamo reggere 'la Repubblica' nella famosa foto dei mesi del sequestro. Questa diventerà l’iconografia ufficiale degli Aldimori negli anni a seguire, adottata anche da Roberto Herlitzka in Buongiorno Notte di Bellocchio.
Ma facciamo un passo indietro. Un anno prima della morte di Moro esce Todo Modo, tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia e diretto da Elio Petri. Nel film un gruppo di onorevoli democristiani si riuniscono in un monastero. In teoria per gli esercizi spirituali, in realtà per compiere biechi giochi di potere. Alla fine ci scappa anche il morto. Il capo di questa cricca di invasati del potere è un «onorevole M.» dietro il quale si può identificare facilmente Moro. Chi lo interpreta? Gian Maria Volonté.
Sorpresa: prima di diventare un santino del compromesso storico, Moro era un caimano, chiamato in causa con veemenza anche da Pasolini, insieme all’altro mefistofele della politica italiana: Giulio Andreotti. La tragica morte ha poi provveduto a santificare la figura di Moro e a paralizzarla in un’icona. Allora Moro era il diavolo zoppo di Todo Modo o il sant’Antonio nel deserto del Caso Moro? Entrambe le cose e nessuna. E’ difficile chiedere ad un’icona di essere sottile e ambigua come può essere un politico, anche perché ai politici piace coltivare la loro icona in modo che sia né sottile né ambigua.
Moro ha perseguito i suoi disegni politici pagando con la vita, trovo triste che sia rimasto imprigionato in un’icona che forse cancella le sue ambiguità e i suoi compromessi, ma alla fine cancella anche lui. Ora per il pubblico italiano Moro è Placido. Un uomo dalle spalle larghe e dal sorriso sicuro. Ma Moretti non aveva forse scelto Placido per interpretare Il Caimano?

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Commenti
Inviato: 20/5/2008 20:23  Aggiornato: 20/5/2008 20:24
Autore: fulmini

Sì, Aldo Moro era un gigante ambiguo (relativamente gigante e relativamente ambiguo).

Molto bella la tua ricostruzione delle ricostruzioni.

Quanto all'ultima rappresentazione televisiva della figura storica di quest'uomo politico (sul quale ho detto già due parole distinte e distanti su questo sito-rivista), devo dire che l'ho vista in parte, cambiando, dopo mezzora, canale: certe opere, come certe persone, meglio lasciarle perdere.
Inviato: 20/5/2008 22:17  Aggiornato: 20/5/2008 22:17
Mi spiace, ma condividendo il piano stilistico della critica [ho accuratamente evitato di vedere la fiction] non sono d'accordo sulla valutazione del personaggio.

La DC non era un partito di mammolette e la politica ha regole ferree, da cui è molto difficile estraniarsi. Lui in una certa misura ci ha provato ed è stato eliminato. Tuttavia il suo percorso politico ai massimi livelli della Repubblica mai ha contemplato, ad esempio, una suite presidenziale per un soggiorno per gli affari di governo. Credo nemmeno lo concepisse, sobrio com'era.

Credo che sbagli a dare l'impressione che quella classe dirigente, che aveva senso dello Stato anche in un Andreotti [che, come sai, per me è politicamente responsabile dell'intreccio mafioso coltivato dalla DC siciliana], sia in fondo paragonabile al nulla che constatiamo oggi. E su Moro il giudizio è particolarmente impietoso. Aveva ben chiaro il mutamento antropologico degli italiani descritto da Pasolini, e che in queste settimane sembra pienamente evidente dalle cronache. Ma sapeva anche di avere Berlinguer come interlocutore.

La storia del paese e dell'antropologia italica sarebbe credo molto diversa, se Moro avesse compiuto fino in fondo la riforma intellettuale e morale [e politica] a cui andava applicandosi. Ma non ne avremo mai l'evidenza, né del suo contrario.

www.ethos.ilcannocchiale.it/post/1897768.html
Inviato: 21/5/2008 2:14  Aggiornato: 21/5/2008 2:14
Autore: Sogni

Fulmini ---> noterai che non ho parlato del Moro-Herlitzka di Bellocchio. Apposta perche' penso che piu' che Moro quello fosse il padre di Bellocchio. Invece di Piazza delle 5 Lune con un Moro-assente, abbiamo gia' parlato abbastanza ;)
Inviato: 21/5/2008 2:18  Aggiornato: 21/5/2008 2:18
Autore: Sogni

Ethos ----> Distinguiamo i due piani, quello della rappresentazione e quello degli individui. Gli uomini sono tutti dotati di un coefficente di ambiguita'. Lo era anche Berlinguer. Lo sono anche io, senza neppure essere un politico. Ambiguita' non vuol dire di per se' malvagita'. L'ambiguita' andreottiana era doppiezza, ipocrisia, cinismo, fanatismo. L'ambiguita' morotea era altra, non penso che fosse un uomo che sgraffignava soldi dalla cassa. Non lo pensava neppure Elio Petri che ne da' una raffigurazione quasi demoniaca. Se si vuole animare una rappresentazione bisogna andare a indagare le zone d'ambiguita' (che nella realta' ci sono sempre). Tutto il resto e' iconografia. Ma l'iconografia non e' inutile: ci indica esempi, ci serve da pro-memoria. Basta ricordarsi che e' iconografia.
Inviato: 21/5/2008 3:18  Aggiornato: 21/5/2008 3:18
Premetto che non posso entrare granché nel merito estetico della vicenda non avendo visto che pochi estratti della fiction in questione. Mi viene solo da pensare che quasi tutte le ricostruzioni iconografiche di Moro hanno a che fare con un intellettuale prestato alla politica, che guarda ad essa e alle sue leggi non scritte con sguardo dolente (e mai machiavellico, anche se pure lo sguardo del fiorentino in filigrana rivelava parecchia amarezza). Il Moro di Tavarelli è un eroe, Placido sottolinea proprio questa natura aitante, il testimone del compromesso storico ed il suo garante retorico. Non è un' operazione che mi faccia impazzire, soprattuto perché tenta, con il bigino politico, di nascondere la retorica che invece dispone a sistema. Su Moro uomo politico non penso che Sogniebisogni volesse essere particolarmente impietoso con Moro. Parte della sua accennata polemica era rivolta contro l'iconografia del santino e non contro il Moro statista, la cui ambiguità è quella piuttosto di un uomo di governo, raffinato e preoccupato quanto si vuole della situazione esistente che si trova a dover riformare sapendo quanto la materia sia resistente all'operazione. Penso che il suo dramma fosse proprio questo: conoscere il sistema di potere democristiano, vederne la lenta ma inesorabile degenerazione e non sapere esattamente come intervenire. Far entrare il PCI nella maggioranza, detto molto in sintesi, era un modo di allargare ulteriormente l'esperienza del defunto centrosinistra, cercare nuova linfa nell' arco costituzionale, impedendo però di processare la DC intesa non come partito, ma come sistema di potere. Poteva funzionare l' esperimento Moro vivo? Non saprei. La questione morale è stata sollevata dopo Moro da Berlinguer e La Malfa (quello vero, il padre), e anche all'interno della DC ci sono stati tentativi di proseguirne la politica, si pensi a Zaccagnini e alla segreteria De Mita. Il fatto che tutti questi tentativi siano falliti, forse dice qualcosa sull' eccessiva sedimentazione di quei partiti come comitati d' affari e sulla endemica debolezza della società civile e delle istituzioni in Italia. Mi sembra difficile che un uomo politico, per quanto lucido e avveduto, potesse modificare sostanzialmente il quadro degli eventi
Asanisimasa
Inviato: 21/5/2008 15:56  Aggiornato: 21/5/2008 15:56
Per comprendere le differenti versioni interpretative di Aldo Moro occorre guardare il periodo storico in cui sono state redatte.Analisi che risentono prevalentemente del contesto politico e culturale e scarsa attenzione analitica rivolgono al personaggio,alle sue peculiarità politich, culturali ed umane. Todo modo di Sciascia è del 1973, analizza antropologicamente il potere democristiano, che va degenerando progressivamente.Degenera per mancanza di ricambio istituzionale. MOro è visto dentro questo sistema, analizzato in modo indifferenziato. Moro che porta dentro il governo nel 1962 i socialisti consapevole che non esisteva un partito di governo alternativo alla DC, per modernizzare le istituzioni e la stessa DC. Quella parte della DC di formazione degasperiana e quel Moro salvano la democrazia italiana (Affre SIFAR De Lorenzo,stragi, Piazza Fontana, piazza della Loggia ecc.) il tentativo era creare un regime militare a modello di quello dei colonnelli greci di metà anni '50. Abbiamo poi libri, film sul Moro dal carcere, che partono sempre dal contesto e ne fanno discendere il personaggio. Da tutta questa pubblicistica io ancora poco o niente so del Moro uomo, dei suoi valori (cattolico praticante, insegnante universitario, padre di famiglia) e qualcosa incomincio ad intravedere, del suo operato politico deducendolo da una prima analisi storica del suo ruolo nelle istituzioni. La publicistica ad oggi esistente è semplicistica, forviante e poco aiuta a comprendere Aldo Moro e l'epoca storica in cui è vissuto.
Mario Pennetta
Inviato: 21/5/2008 16:45  Aggiornato: 21/5/2008 16:45
Approvo completamente Mario Pennetta e boccio senza appello Fabio, inusualmente superficiale e qualunquista. E' facile cavarsela con "siamo tutti ambigui": non mi pare una considerazione particolarmente brillante. Non da lui, diciamo.

La politica è una cosa troppo seria per lasciarla agli osservatori della politica. Ed a questa classe impolitica. Sui registi di fiction stendiamo un velo pietoso...

P.s.: immagino il sorriso guascone di Pasquale
Inviato: 21/5/2008 16:47  Aggiornato: 21/5/2008 16:47
...sfuggiti al commento di cui sopra

www.ethos.ilcannocchiale.it/post/501144.html
Inviato: 22/5/2008 10:47  Aggiornato: 22/5/2008 10:47
Tutto sommato, la rappresentazione di Moro non sfugge alle regole classiche della rappresentazione di personaggi pubblici di rilevo.
Nella prossimità storica, rappresentazioni estreme di bene e di male. A distanza, oleografia, agiografia statica in forma di santino.
Moro, come Berlinguer, erano personaggi se si vuole ambigui, perchè vitali. Perchè interpretavano la realtà italiana in modo diretto, non "ideologico", pur partendo da un sistema di idee. Quello del "compromesso storico" apparse come uno spettro tremendo a molti, all'epoca. Eppure l'intuizione era assolutamente giusta, ma poi abbandonata dal craxismo in poi.
Biz