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lo Stato del meridione : lo stato delle cose mafiose
di filippopiccione , Sat 10 May 2008 8:00
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Nel precedente post veniva indicato il numero complessivo (295.000) delle Forze dello Stato distribuito su tutto il territorio nazionale e non specificato, come sarebbe stato opportuno, il contingente effettivo destinato alla Sicilia ( 27.500 unità), Calabria ( 9.350), Campania (23.600). Il Contro-Stato del Meridione, Mafia+’Ndrangheta+Camorra, è forte di 18.200 uomini armati disposti a tutto. Dunque 18.200 e 60.450 sono i numeri sui quali meditare.

Una parte considerevole di questo personale è impegnato in altre attività d’istituto. Cosicché se confrontiamo il numero degli uomini armati del Contro-Stato del Meridione con quello dello Stato del Meridione, risulterebbe preponderante l’esercito che milita nelle file della malavita organizzata, con la differenza che le forme, i mezzi e i criteri di reclutamento adottati dalle grandi organizzazioni criminali risultano di gran lunga più efficaci.

Va tuttavia sottolineato che i successi ottenuti dallo Stato con l’arresto e la cattura dei capi clan e dei boss più pericolosi - Provenzano e Lo Piccolo - così come il sequestro e la confisca alle cosche di ingenti risorse finanziarie, di terreni e di beni immobili (dal 2004-2006 il valore dei beni sequestrati ammonta a un miliardo e 116 milioni di euro), sono il frutto di un lungo, quanto accidentato, percorso - che ha visto il combinarsi e l’interagire di tre fattori fondamentali: una legislazione all’altezza della complessità del fenomeno, una più adeguata formazione professionale delle forze dell’ordine, una magistratura sempre più specializzata ed organizzata con sedi, strutture e strumenti investigativi e di inchiesta sempre più penetranti.

A tutto ciò ha contribuito fortemente il piano del Governo Prodi che ha saputo assumere il contrasto alle grandi organizzazioni criminali, al racket e all’usura adottando puntuali provvedimenti di carattere ordinario e non emergenziale come è accaduto per le stragi o per i delitti eccellenti. Il nuovo positivo orientamento dello Stato si è potuto consolidare grazie alla modifica delle leggi varate dal centro destra che, con l’aggiunta di taluni discutibili comportamenti di qualche ministro, avevano indebolito l’azione ‘antimafia’.

Resta però un’ampia ‘Zona grigia’ in cui ancora le grandi organizzazioni criminali controllano il territorio quasi indisturbati, continuando a dettare le proprie leggi che, diversamente da quelle emanate dallo Stato e dalle Regioni, difficilmente tollerano deroghe. E se qualcuno intende, per qualche motivo, non rispettarle, ecco scattare quelle ‘sanzioni’ terribili che giornali e televisione ci mostrano quotidianamente.

Ma non sempre siamo informati su ciò che accade e può accadere nei rapporti tra il mafioso e l’imprenditore.

Ce lo spiega un imprenditore che ha scelto, dopo una serie di attentati alla sua azienda, la strada della legalità. “Quando si paga il pizzo, dalla mafia si pretende un favore. Se c’è, per esempio, qualche impiegato che si lamenta o tenta di fare vertenza, l’imprenditore si rivolge al mafioso di turno per mettere tutto a posto. Questi manda quattro scagnozzi che lo pestano e gli dicono < non ti presentare all’ufficio del lavoro perché, se no, ti facciamo fuori > ”. E anche questo diventa uno scambio.

Secondo una ricerca su mafia ed estorsioni in Sicilia, a cura della Fondazione “Rocco Chinnici”, la richiesta di ‘pizzo’ su scala regionale va da un minimo di 32 euro al mese ad una tabaccheria, a 60 ad un ambulante, agli 800 alle aziende più grosse, ai 17.000 per lavori autostradali, fino a 27.200 euro, sempre mensili, ad un super mercato di grandi dimensioni. La media ponderata si aggira attorno ai 600 euro al mese costituendo un virus che attacca quasi tutti i pubblici esercizi oltre che artigiani, imprenditori, commercianti all’ingrosso, alberghi e ristoranti, concessionari di auto e moto, distributori di carburanti.

Alcuni studi economici dimostrano che se non ci fosse “questa sottrazione illecita di somme dal circuito economico (che supera in Sicilia il miliardo di euro annui, l’1,3 punti percentuali del prodotto lordo regionale), cumulate negli anni, e se tali risorse fossero investite in modo lecito, verrebbe eliminato il gap che la separa da regioni come la Lombardia, raggiungendo gli stessi livelli di reddito e d’occupazione”.

Tutti coloro, purtroppo ancora pochi, che hanno resistito alle pressioni di Cosa Nostra, anche dopo aver subito minacce, danni materiali e personali e intimidazioni e violenze di ogni genere, affermano che “pagare il pizzo non paga” né nel breve e medio termine, né tanto meno nel lungo termine.

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