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sociografie : Gli occhi di Michele
di pietropacelli , Sat 3 May 2008 8:00
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“Gli occhi sono lo specchio dell’anima” diceva sempre mia nonna. Ebbi occasione di capire a fondo il significato di queste parole in una fase molto movimentata della mia vita, allorché, in uno stesso ambiente di lavoro e in un lasso di tempo abbastanza breve, ricoprii diversi ruoli professionali.

Iniziai la mia carriera lavorativa con una qualifica di impiegato semplice in un ambiente con molto personale; all’inizio mi trovai in uno stadio semi-militaresco nel quale venivo praticamente visto e trattato come ciò che, in effetti, ero: una matricola alle prime armi. Gli occhi dei colleghi erano talvolta bonari, comprensivi, di superiorità o anche, abbastanza spesso, indifferenti o arroganti, a seconda del carattere e della cultura dell’osservante.

Quando fui promosso dirigente furono proprio gli occhi degli arroganti di prima a guardarmi con espressioni di stima o di invidia, quando non di complicità, mentre gli occhi dei bonari e dei comprensivi divennero rispettosi e disciplinati, pronti ad adeguarsi alla nuova gerarchia.

Dopo qualche tempo mi licenziai dall’impiego e fui eletto assessore. Gli occhi di tutti si adeguarono prontamente; ormai ero guardato con ammirazione e addirittura con profonda, eccessiva riverenza, con una adulazione che sfiorava un servilismo non richiesto; notai che eccedevano nel nuovo atteggiamento soprattutto gli occhi che precedentemente mi guardavano con più sufficienza. Soltanto Michele, l’archivista, un uomo umile ma fiero, continuò a guardarmi come sempre. I vari passaggi che avevo compiuto erano per lui di scarso significato, giacchè - argomentava - non contava l‘uomo che faceva, ma l’uomo che era. Tu – mi diceva - non sei un Assessore, fai soltanto l’Assessore, in questa fase della tua vita, provvisoriamente. Tu sei Pietro e mi stai bene così; io ti guardo per ciò che sei, non per ciò che fai.

Due anni dopo alcuni consiglieri di maggioranza furono acquistati da chi stava all’opposizione e io fui ridotto a semplice consigliere di minoranza, senza più ruoli di primo piano. Gli occhi degli arroganti ripresero lo sguardo ironico e sprezzante di un tempo, la massa degli adulatori riacquisì lo sguardo “normalmente rispettoso”; soltanto Michele rimase fermo nelle sue opinioni consolidate e continuò a guardarmi come sempre.

Quell’esperienza mi ha insegnato molto; più che un corso di laurea. Da allora ho compreso che nella vita bisogna fare sempre ciò che si ritiene giusto o necessario, senza preoccuparsi più di tanto degli occhi o delle opinioni della “pazza folla” che segue sempre il vento, con scarsa dignità, alla ricerca continua di convenienza e opportunismo.

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Commenti
Inviato: 3/5/2008 15:27  Aggiornato: 3/5/2008 15:27
Caro amico
il tuo, più che un racconto mi sembra un brano di diario, uno sfogo, un momento di vita. Mi sembra però di leggere in ciò anche un po' di compiaciuto vittimismo. Io ho trovato poche analogie nel mio percorso. Pur venendo da situazioni di partenza simili non ho mai tardato, più di (massimo) un paio d'ore, a trovare rispetto e riconoscimento. Ho altresì anche sempre rifiutato qualsiasi incarico e non sono mai stato un ambizioso.
Poi, magari, la mancanza di rispetto e di considerazione viene a mancare proprio nei luoghi o nelle persone che meno ti aspetti. La cosa più dura del mobbing, ad esempio, è che qualcuno di quelli che ti stavano vicini ti evitano come un portatore di malattie. Sono i portatori di vigliaccherie; ma questa è un'altra storia.
Mario DG