Radio Fulmini

Per installare RadioFulmini sul tuo sito clicca qui
_________________
Chi siamo
Login
Per gli Iscritti
Ricerca

Ricerca avanzata


Questo sito-rivista è la prosecuzione del blog-rivista fulmini, che in diciotto mesi ha capitalizzato 180.000 visite. Per conoscere il funzionamento di questo sito-rivista si può leggere il "Chi siamo" qui in alto.

ultimogiornodelmese : There Will Be Blood
di fulmini , Mon 31 March 2008 8:30
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  

Ed ecco, nel primo numero della nuova versione della rubrica collegiale 'ultimogiornodelmese', in ordine alfabetico d’autore, i posts dedicati al film There Will Be Blood (titolo italiano: ‘Il petroliere’).

Il mese prossimo invito a riflettere e scrivere (non piú di 2000 caratteri, prego, e spedire a fulmini@fulminiesaette.it entro il 27 aprile) sul TG1 inteso come telegiornale.

Andiamo a incominciare.

*

Penso che più o meno tutti quelli che conoscono l’inglese saranno indispettiti dal fatto che i titolisti italiani abbiano cambiato il titolo originale del film There will be blood (‘Ci sarà sangue’) in «Il petroliere». Del resto il fatto che P. Th. Anderson avesse voluto cambiare il titolo del romanzo di Upton Sinclair al quale si è ispirato significava che per l’autore il titolo doveva suggerire qualcosa. E infatti nel film c’è molto sangue, quello degli uomini e quello della terra, il petrolio.

Il film è bellissimo e pieno di spunti interessanti. Forse Daniel Plainview è un vampiro che succhia il sangue delle persone e della natura. Forse è un sedicente padreterno né più né meno che il falso profeta Eli, con un figlio trovato in un paniere e uno Spirito Santo fatto di Whisky. Forse è il discendente diretto di quel Bill the Butcher che accoglieva a colpi di mannaia gli immigrati irlandesi nel Nuovo Mondo in Gangs of New York di Scorsese. Ma le scene che rimangono più impresse sono quelle iniziali. In silenzio, senza alcun dialogo, vediamo un essere bestiale che si fa strada a picconate nelle viscere della terra. Lunghi momenti nei quali rimane travolto dalla sua stessa opera. Poi ancora lo stesso essere che si trascina per terra in un immane deserto montagnoso, intenzionato comunque ad andare lontano.

Per abilità nella costruzione delle immagini torna in mente il Kubrick di 2001 Odissea nello Spazio, ed è proprio una gigantesca cosmogonia questa nella quale vediamo sorgere l’uomo petrolifero. In 2001 la scimmia uccide, lancia in aria la sua clava e la clava si trasforma in missile. Mirabile ellissi che racchiude la storia umana in pochi secondi. Nel Petroliere, Plainview ritorna alla clava nel finale, spaccando la testa del suo avversario senza il minimo scrupolo. Anderson è più pessimista di Kubrick: alla storia umana nega anche quell’apparente movimento di ellissi.

Fabio Benincasa

*

Ho visto Il petroliere appena uscito, incuriosito dall’Oscar assegnato al suo protagonista e certo della sua bravura. Daniel Day-Lewis ha interpretato meno di venti di films in 37 anni, e in tutti è sempre stato bravissimo. Quando c’è lui, anche se il film è meno riuscito (come è stato secondo me L’ultimo dei Moicani ), comunque vedi qualcosa di bello. E cioè lui. Perché se è vero – e secondo me lo è - che la bellezza ha dei parametri concreti, nella recitazione di Day-Lewis questi parametri ci sono tutti. Anche ne Il petroliere.

Il film l’ho trovato abbastanza buono. Non un capolavoro sicuramente, ma di buona fattura senz’altro. Forse un po’ lungo, poteva essere tagliato di una quindicina di minuti, magari la parte finale. Ma in complesso scorre. Io non sono un regista, e quindi non voglio dir nulla su come e dove il regista avrebbe potuto fare meglio o diversamente. Ma come attore mi sento di poter parlare dei miei “colleghi”.

Dicevo Day-Lewis. E’ eccezionale anche qui. Dall’ inizio, quando non dice una parola per 10 minuti, alla fine, quando i suoi 51 anni reali diventano 70 altrettanto credibili. Sempre misurato, asciutto e onesto. Mai una sbavatura, mai un di più, mai una forzatura. Come i veri grandi attori ( Alec Guinnes, John Hurt, Anthony Hopkins – non a caso tutti inglesi ) non fa mai niente per conquistare la cinepresa. Anche quando questi attori sono di spalle senti che è la macchina che va verso di loro. Pochi gesti, qualche segno: per tutto il film il suo modo di camminare ti fa ricordare che nella prima scena il suo personaggio è caduto e si è fatto male. Ogni primo piano regge tutto il tempo che vuole, e se deve dire una battuta la dice come se le parole gli venissero da dentro proprio in quel momento, e che in mente avesse solo un’idea di cosa avrebbe detto…

Anche gli altri attori sono tutti qualificati. Dai collaboratori del protagonista, al bambino, al finto fratello, al pastore. A proposito: l’attore che interpreta il pastore mi sembra di averlo visto anche in Little Miss Sunshine. Ecco, lì mi era sembrato più misurato. Però mi viene un dubbio: forse questa esagerazione nel recitare vuole essere una metafora di ciò che la chiesa spesso ha fatto (e fa) in certe comunità meno “illuminate”?

Francesco Guzzo, Roma

*

There Will Be Blood. Fra i coautori: Paul Thomas Anderson (sceneggiatore e regista), Daniel Day-Lewis (attore).

Sono colpito da un sospetto atroce, vedendo e sentendo la seconda inquadratura: “manierismo?” “Stai calmo.”- mi dico – “Vai avanti, dagli tempo, sei fissato, stai invecchiando.” E il film procede, ed io con lui, e nelle scene interne delle miniere d’argento e di petrolio intravedo qualcosa di simile a ció che mostra Van Gogh nel quadro ‘Mangiatori di patate’ - ma qui tempo e spazio sono scadenzati con troppa regolaritá da incidenti troppo musicati. “Vai avanti.” - mi dico – “Anche se il ‘realismo’ delle scene ‘alla Van Gogh’ ti sta facendo pensare al ‘manierismo’ vai avanti, dagli tempo, datti pace.” Proseguo, vedo, ascolto. Ma quando, trovato il primo petrolio-sangue nel pozzo, questo scorre fino all’obiettivo della cinepresa e lo tinge e lo riga, e insomma dalla testimonianza dell’astante invisibile si passa alla esibizione del mezzo tecnico di ripresa, il sospetto paranoide diventa realtá allucinatoria: “Ci hai tenuti lungamente al suo fianco, Anderson, noi astanti e lui cercatore, come fossimo soli noi e lui, ed ora sventoli gli strumenti dell’arte per svelarne il meccanismo? Fai alla maniera di Van Gogh, e fai alla maniera di Godard. Sei un manierista al quadrato.”

Domanda: “Ma cosa c’é di male nel manierismo, nell’essere artisti manieristi?” Risposta: “Prima di tutto, essere manieristi in un mondo dominato dal manierismo vuol dire essere conformisti (e ‘conformisti’ vuol dire ‘correre in soccorso ai vincitori’). Secondo poi, il manierista - come abbiamo visto – é uno che addita la luna lasciando il dito nell’occhio.”

Parlo di questo film dal punto di vista ‘stilistico’ e non dal punto di vista ‘artistico’ per il fatto che di artistico in questo film c’é poca roba: a volte l’azione di Daniel Day-Lewis, e poco piú. Dalla fine all’inizio. La prima inquadratura di un film che parla delle viscere dell’uomo e della terra, dell’inferno, é un totale di montagne inondate di luce. Ma, invece di ‘fare alla maniera di questo e quest’altro’, non sarebbe stato meglio meditare creativamente su altri incipit di opere che parlano dell’inferno? Per fare il primo esempio che viene in mente: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura”.

Fulmini

*

Questo è lo script di una scena che nel film non c’è: il figlio di Daniel, H.W. e sua moglie Mary, la sorella di Eli, stanno per salire in macchina e andare via, prima dell’atto finale del dramma.

H.W.
È stato quando ho perso l’udito che ho cominciato a capire. Quando quella bolla di gas è scoppiata nel pozzo, dando la ricchezza a lui e la sordità a me, nel mio cervello chiuso alle sue parole manipolatrici ho finalmente cominciato a capire. Sento sempre addosso l’odore del petrolio. Solo petrolio, tutta la mia vita segnata dal petrolio. E da lui. Dalla sua terribile potenza, dalla sua totale assenza di coscienza. Anche se quando mi esibiva, quando si faceva scudo di me, quando faceva commuovere la gente con la storia della mamma morta, in fondo io ero contento: il nome scarno e finto che ho, lettera punto lettera punto, si riempiva di vita, di futuro, di soldi. Ma ora è finita, questo monumento all’egoismo si sta sfaldando sotto il suo peso e non può più salvarsi, non deve più salvarsi. Sto salendo in macchina con Mary, lo lascio al suo destino. Ho capito.

Mary
È stato quando li ho visti arrivare con quel bizzarro abbigliamento, metà cittadino e metà campagnolo, che ho cominciato a capire. Quando due così vengono in uno schifo di posto come Little Boston è solo per soldi. Allora ho cominciato a stargli dietro, a quel bambino e a quell’untuoso affarista di suo padre. Volevo capire dove potevo arrivare, come andar via da quel buco e levarmi da torno Eli e la sua schizofrenia, Eli e la sua mania religiosa, Eli: un altro untuoso affarista. Hanno fatto i soldi, sul serio, ma il petrolio è sporco: uccide, storpia, non porta fortuna. Non l’ha portata a H.W., a Henry, non l’ha portata a Eli e non l’ha portata a Daniel, che ormai è bruciato, non dall’odio o dall’alcool, ma dal petrolio. Io di quello schifo ho preso solo il meglio, se c’è, ma ora c’è rimasto solo lo sporco, c’è rimasto solo Daniel. Sto salendo in macchina con H.W., lo lascio al suo destino. Ho capito.

http://no-fog.ilcannocchiale.it/

*

Il Petroliere di Anderson soddisferà senza dubbio i cercatori di metafore e analogie del nostro tempo, i quali vedranno il loro desiderio ampiamente appagato. Lungo, lento ma non noioso, fatto di rumori ossessivi come trivelle, e di silenzi altrettanto penetranti, di paesaggi aridi, di volti sudici, di destini scontati. Una storia senza storia, in cui avidità, odio, solitudine, moralità (o moralismo), corruzione si esprimono in maniera estrema, assoluta, che non lascia scampo. Il sangue, elemento fondamentale, scompare indegnamente nel titolo italiano, per lasciare spazio al petrolio, Oil. Eppure il sangue scorre a fiumi, un oceano di sangue nero sgorga con violenza dalle vene della terra (le vene aperte dell’America, parafrasando Galeano), sangue e petrolio che a poco a poco si confondono, diventano la stessa sostanza, lo stesso colore in un drenaggio senza sosta che risucchia ogni sentimento che non sia l’odio verso tutti e, in fondo, anche verso se stesso del protagonista. Nessuna redenzione è più possibile o ci si può aspettare quando un uomo pronuncia frasi come 'Voglio fare tanti soldi da non aver più bisogno di nessuno' o ‘più conosco le persone e meno mi piacciono’. La sensazione all’uscita dalla sala dopo un film come questo (come anche dopo l'ultimo dei fratelli Coen, Non è un paese per vecchi) è di svuotamento assoluto, e la domanda che sorge spontanea è: ma siamo davvero così senza speranza?

Toni Ruggiero, Torino

Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news
 
Si raccomanda di abilitare i cookies nel proprio browser prima di inviare un commento.
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Commenti
Inviato: 31/3/2008 23:53  Aggiornato: 31/3/2008 23:53
bella questa versione dell'ultimogiornodelmese,complimenti agli autori e al "regista"!
prishilla