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fratelli alberi : cipresso
di fulmini , Fri 16 February 2007 7:00
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Entra in campo per primo l’amato, il Cervo. “Sacro alle ninfe che abitano i campi di Cartea, vi era un gigantesco cervo; con le corna ampiamente ramificate, esso da sé porgeva folta ombra alla sua testa. D’oro splendevano le corna e al ben tornito collo stavano appesi, scendendo sulle spalle, monili ornati di gemme. Gli balzava sulla fronte, legata da catenelle, una borchia d’argento, dal tempo della nascita; da ambe le orecchie, intorno alle tempie incavate, fulgevano perle. Senza paura esso era solito visitare volentieri le case e porgere per le carezze il collo a mani sconosciute.” (Ovidio, Metamorfosi)



Entra ora in campo Ciparisso, l’amante. “Ma più che ad altri, esso era caro a te, o bellissimo tra gli abitanti di Ceo. Tu conducevi il cervo a pascoli intatti, allo specchio di fonti limpide; tu, a volte, fra le sue corna intrecciavi fiori infiniti; a volte, standogli sul dorso a guisa di cavaliere, lieto vagavi per ogni dove, frenando la sua arrendevole bocca con guinzagli di porpora.” (O, M)
Col trascorrere della felicità dei giorni e delle notti cresce l’affezione d’amore, che inebria e trascina e scuote l’amante nel vortice di una insostenibile eccitazione. Finché un giorno - afferma la tradizione - l’amante uccide involontariamente l’amato. “Involontariamente” ripete – certificando la tradizione – il grande filologo Kerényi (Gli dèi e gli eroi della Grecia), “scambiandolo per un cervo qualunque”. Ma può – io che scrivo mi domando e domando a te che mi leggi - l’amante scambiare l’amato con qualunque? E come poteva Ciparisso confondere con altri il suo Cervo dalle corna d’oro, la borchia d’argento, i monili ornati di gemme, le perle fulgenti? Ovidio da parte sua non accoglie e non rifiuta la tradizione, dice solo, a mezza bocca, cautamente e prudentemente, che l’amante è stato avventato e imprudente: “puer imprudens”. Parla per esperienza diretta d'amante imprudente, e coglie nel segno: possiamo sopravvivere al difetto d’amore, non sopportiamo l’eccesso d’amore.
Quel giorno, nell’ora meridiana, esausto di cavalcate infinite, il Cervo si era adagiato all’ombra di un albero, a godersi la frescura. Ciparisso, poco discosto, alle sue spalle, stringeva in pugno l’affilato giavellotto. Non riusciva a staccare gli occhi dal collo del Cervo, tremava tutto per la vertiginosa agitazione d’amore, finché sbarrando le pupille e prima che la vista lo annebbiasse nello spasimo, l’amante scagliò il giavellotto e trafisse l’amato. “E quando lo vide morire per la profonda ferita, decise di lasciarsi morire. E’ tutto un gemito e questo invoca, come supremo dono, dagli dèi: piangere in ogni tempo. E ormai, effuso il suo sangue in un profluvio di lacrime, le membra cominciano a prendere color verde; i capelli, che prima scendevano dalla candida fronte si mutano in irta chioma e, fattisi rigidi, contemplano, con l’affusolata cima, il cielo gremito di stelle.” (O, M) Ciparisso si trasforma così nell’albero triste sempreverde, il Cipresso.

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