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dizionario sito : scrittore, committente, lettore
di fulmini , Wed 28 February 2007 7:00
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Una giovane amica mi chiede in privato chi diavolo sia il committente delle “poesie su commissione” che vado pubblicando su questo blog-rivista, e che la commuovono. Le rispondo qui, esortandola anche per questa via a partecipare apertamente a questo blog-rivista – perché le notazioni, le domande, i commenti, i dialoghi, le conversazioni, le discussioni sono il sale della terra, e dei blog.


Carissima Lucia,
sono felice della commozione che hai provato leggendo Non so quando sia sfinito prima di finire, a nome di tutti gli autori della poesia. Sì, in effetti le scrivo io, ma gli autori delle poesie, e dei racconti che scrivo, in verità siamo tre. Chi sono gli altri due autori? Il committente, Lucia, e il lettore.
Io scrivo oggi che sono un uomo come scrivevo ieri quando ero un ragazzo, e mi trovavo davanti agli occhi il titolo del tema in classe dettato dalla professoressa di lettere (un ragazzo particolarmente felice di scrivere, perché balbuziente): cioè scrivo sempre, ora come allora, poesie e racconti su commissione. Il secondo autore delle poesie e dei racconti è dunque il committente, cioè la persona che mi fa una domanda secondo un progetto. Se non avessi di volta in volta un committente, non scriverei.
E il terzo autore dei racconti è il lettore, cioè di volta in volta la persona che cerca una risposta secondo un desiderio. Insomma autore sei anche tu, Lucia. Se tu non ci fossi da qualche parte del mondo, non scriverei. Certo comprendi mentre stai leggendo che committente, scrittore, lettore possono essere tre o due o una sola persona. I casi possibili sono tanti quante le pensabili combinazioni matematiche - il caso di questo post, per esempio, è che tu sei committente e lettrice – ma il punto essenziale da ritenere è che l’autore non è uno e basta, è uno e trino.
La faccenda non è nuova, pensa se vuoi – “tutte le proporzioni rispettate”, direbbe Gramsci - alla trinità cristiana (l’unione di Padre e Figlio e Spirito Santo in una sola sostanza) oppure alla trimurti indù (Brahma e Siva e Visnù come forme di un’unica teofania). Ci sei? Come dici? Vuoi sapere qual è la mia particolarità nella triade degli autori? È che sono strabico.
Per fare lo scrittore bisogna infatti essere strabico. Come per fare il committente o la lettrice bisogna guardare dritto in una direzione, verso il basso o verso l’alto, per fare lo scrittore bisogna con un occhio mirare chi domanda, chi parla, e con l’altro guardare chi ascolta, chi legge. Tutto qui? No: ci sono due diversi tipi di committenti: quelli che pongono le domande direttamente e quelli che lo fanno indirettamente (di lettori c’è invece un tipo solo: tutti i lettori sono uguali davanti alla poesia e al racconto).
Prendiamo per esempio il racconto La statua di un bambino su una colonna (quello che ho pubblicato sul blog-rivista il 27 novembre 2006). Me l’ha commissionato direttamente, con una e-mail, cominciando così a farmelo venire in mente, Virginia. Questa che ora è una signorinella volitiva e appassionata - e va al liceo, allora era una bambina che andava alle elementari – curiosa e intraprendente. Immagino che avesse visto – non so se dentro un sogno o dentro un libro o dentro una piazza o dentro la tivù – un bambino sospeso tra cielo e terra, e mi chiedeva, anzi mi “ordinava” una “storiella”:
“Subject: Ordinazione di una storiella
Date: Sat, 27 May 2000 10:39:25 +0200
Caro Pasquale, eccoti un argomento sul quale puoi scrivere una storiella (se vuoi): la statua di un bambino su una colonna in mezzo ad una grande piazza di una città.
Un abbraccio a Sofia. Virginia”

Racconto-storiella che mi è venuto in mente e ho scritto per lei, e nello stesso tempo (strabico come sono) per tutte le persone leggenti che i bambini morti li vedono nei quadri – raffigurati con le alucce, e nei film - fotografati senza le ombre (per le strade e nelle piazze non li possono quasi vedere più, perché oggi i funerali cominciano a scomparire dalla faccia del mondo, e i bambini morti stanno nascosti dentro i sogni, dentro i ricordi, dentro le piccole bare bianche dei telegiornali).
Ma come mi è venuto in mente e ho scritto la poesia Non so quando sia sfinito prima di finire ? – domandi ancora, Lucia. E qui salta fuori il secondo tipo di committente.
Come Italo. È lui che mi ha commissionato questa poesia. Diciamo fantasmaticamente, indirettamente. Infatti un pomeriggio, passeggiavo verso il Colle del Celio (a Roma) per riposare la mia testa piena di due libri che avevo appena finito di leggere (“Il secolo breve” di Eric Hobsbawm e “Cent’anni di psicanalisi” di James Hillman e Michael Ventura, che forse hai letto e forse leggerai), ed ho visto questo giovane malato di nervi che s’intravede nella poesia. Improvvisamente, come in una dissolvenza incrociata, il suo volto è scomparso nel volto di Italo, un giovane universitario morto anni fa in un manicomio meridionale, che mi ha inquadrato e mi ha detto: “Sai, a volte la follia non viene da dentro, viene da fuori, viene dal mondo atroce in cui ti tocca vivere, mondo che si rotola nella polvere e ti leva il respiro, io non ce l’ho fatta più nei mediocrissimi anni trenta…” Ha detto trenta e subito un mio pensiero a zig-zag ha intrecciato l’idea che un uomo può impazzire da fuori, la storia di un secolo impazzito da dentro, l’incombenza di una gioventù senza futuro - avrei voluto rispondergli, a Italo, parlargli, magari fermargli le mani che gli tremavano, e le pupille che si deformavano nelle cornee, ma sono rimasto impietrito, la voce secca dall’emozione, ed allora, non potendo né parlare né tacere, come un vecchio ragazzo balbuziente e orgoglioso, ho cantato.

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