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filoSofie : essere e non essere
di fulmini , Sat 21 July 2007 11:00
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Secondo Emanuele Severino filosofo, essere e diventare, essere se stesso e diventare un altro, è l’illusione costitutiva, il peccato originale dell’Occidente. L’ha scritto nell’ultimo mezzo secolo di libri, ora lo dice in Identità della follia, Rizzoli, 2007 (trascrizione della prima parte delle sue ‘lezioni veneziane’ – curata dai suoi devoti allievi).
Ammiro l’ambizione del suo progetto (in un mondo di modesti filosofi) e la ‘ben rotonda’ sua filologia (in un mondo di superbi chiacchieroni). Eppure dissento.

Severino sostiene che un essere umano non può che essere se stesso, e mai diventare un altro. Io ritengo invece che un essere umano per essere se stesso deve diventare continuamente un altro. E lo dimostro così: nessuno può ripetersi (replicarsi, raddoppiarsi, restare identico nello spazio e nel tempo), e ognuno è condannato (o graziato - dipende dai punti di vista), nel flusso della vita che lo muove da dentro (nel progetto genetico) e intorno (per le vie del mondo universo) a essere se stesso diventando incessantemente un altro.
Dunque, non “essere-e-essere” (Severino), e nemmeno “essere-o-non essere” (Amleto), bensì “essere-e-non essere”: questo è il problema, e questa è la soluzione. Che ognuno cerca e trova a modo proprio. Voi, tu, e tu, non so. Io ci provo vivendo-e-scrivendo: scrivo opere e le opere riscrivono me.

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Commenti
Inviato: 5/1/2009 23:08  Aggiornato: 5/1/2009 23:08
scusami, ma credo tu abbia letto male severino.
quello che tu chiami "essere e non essere" lo aveva già teorizzato platone.Lui ,Platone, diceva che c'è un essere eterno che è quello delle idee ed un essere inframisto al non essere che è quello degli essenti(tutto ciò che non è niente). Severino dice che anche gli essenti sono eterni inquanto non ci può essere qualcosa che proviene dal niente e torna dal nel niente. Quello che tu chiami cambiamento è , per Severino, l'insieme di eterni visti da noi, come separati fra un nulla di prima e un nulla di dopo. Questo è, logicamente(non fenomenologicamente) FOLLIA.
Inviato: 6/1/2009 10:27  Aggiornato: 6/1/2009 10:27
Autore: fulmini

Caro Anonimo o Cara Anonima,

(ma non potresti, almeno, scegliere e adoperare un soprannome? mi inquieta discutere con un essere umano assolutamente spersonalizzato)

Il tuo commento così secco così arido mi ha colpito come una frustata. Improvvisa ma non inattesa, diciamo pure come quella inferta in bianco-e-nero da Totò a Peppino de Filippo sul calesse che corre nella campagna.

Secco, arido, ma preciso, acuminato, penetrante. Tu affermi che io la penso come Platone (cioè che non sono originale), e che non leggo bene Severino (cioè che sono fuorviante). Ci penserò ben bene sopra, soprattutto alla seconda parte della tua affermazione - non mi interessa essere originale a tutti i costi -, tornerò a ri-leggere Severino, ne riparleremo.

Ora però, ascolta: tu, cosa ne pensi, della questione? Platone, Parmenide, Eraclito, Shakespeare, Severino, Pasquale... e tu?
Inviato: 13/10/2010 13:12  Aggiornato: 13/10/2010 13:12
Autore: fulmini

Leggendo il blog di Garbo ho trovato una sua intensa riflessione sull'essere o non essere di Amleto. La riporto qui per i lettori appassionati di problemi del genere:

“The time is out of the joint”, “il tempo è fuori giunto”, dice Amleto dopo aver parlato con lo spirito del padre, e poi aggiunge: “O cursed spit. That ever I was born set it right”, “che maledetto dispetto essere nato per rimetterlo in sesto”. (Amleto, atto I, scena 5, 188-190).

Il giunto a cui si fa riferimento in questi versi è la radice dell’albero celeste, che inclinandosi sposta le costellazioni dalle loro naturali posizioni e travolge così gli eventi umani che da esse dipendono con inaudite catastrofi.

Nel racconto originario di Saxo Gramaticus, ripreso da Belleforest, e in quello perduto del Kyd, a cui Shakespeare si è ispirato direttamente, ed anche nelle precedenti mitologie che parlano della vendetta di un principe danese, Amleto è l’eroe il cui destino è quello di ristabilire l’ordine del tempo, restituendo alle meccaniche celesti la loro giusta rotta, disturbata dalla precessione degli equinozi.

La differenza che balza subito agli occhi fra tutta la tradizione precedente e il capolavoro di Shakespeare è che in quest’ultimo l’eroe non sembra volere questo compito, o non sembra ritenerlo possibile o, meglio ancora, vuole che questo avvenga a determinate condizioni, le sue.

Che il cardine del tempo sia disalberato si comprende fin da subito, dove c’è un ghost (il fantasma del padre) che invece di apparire all’ora consueta (a mezzanotte) appare all’una della notte; la regina Geltrude, che ha concorso nell’omicidio del marito, senza darsi tempo per rispettare il naturale periodo del lutto, affretta le nozze col cognato Claudio, fratello del marito e complice nell’omicidio.

Ancora, Claudio si riferisce alla cognata e futura moglie chiamandola “regina e imperiale jointress di questo stato guerriero”; jointress è il femminile di joint, un sostantivo che significa giunto o cardine, è lei ora il cardine dello Stato, anche se il re è di fatto Claudio (per una strana variante di discendenza tra fratelli invece che della consueta fra padre e figlio, che adotta solo Shakespeare e che non è presente in nessuna delle altre versioni). Ella conferma il potere al cognato e futuro marito, ma non glielo trasmette.

Una regina, che rappresenta il cardine del Paese, da cui dipendono le sorti di tutti i suoi sudditi, che non rispetta i tempi naturali e psicologici del lutto, del dolore, della separazione del regno dei vivi con quello dei morti (il ghost appare ancora insaziato sulle mura della torre, chiede vendetta, chiede definizione, chiede che ciascuno renda conto ed eventualmente paghi o si prenda delle responsabilità per ciò che ha operato), parte da presupposti fragili, da una posizione indefinita e affrettata che scardina il giunto del tempo e che sarà foriero di sciagure per tutti.

Di fronte a questo “mondo alla rovescia”, sintetizzato dal detto di Marcello nella scena I, atto IV: “C’è del marcio in Danimarca”, Amleto necessita che le cose si dispongano in un certo modo per poter far si che i cardini del tempo rientrino nel loro giunto e poter compiere la vendetta che gli intima lo spirito del padre. E questo non perché teme per la sua vita o per la sua incolumità, non per mancanza di coraggio, egli stesso dice che: “La mia vita per me non vale più di uno spillo” (Atto I, scena IV), sa bene che verrà travolto per primo e dovrà sacrificarsi anche lui, ma perché la vendetta da sola non servirà a ripristinare l’ordine delle cose, come avviene nelle tragedie greche (nell’Oreste, ad esempio).

C’è bisogno che gli eventi maturino da soli, per prendere in mano soggettivamente questa vendetta, e per compierla evitando le sciagure che potrebbero abbattersi sul suo regno; allora, uccide Polonio scambiandolo per un topo, quando questo è così incauto da tentare di spiarlo nascosto dietro una tenda (come un topo, appunto); congeda Ofelia, impazzita per la morte del padre per mano del suo amato, con dure parole: “Fatti monaca”, le dice, e questa si lascia andare in un ruscello dopo aver intrecciato sul suo corpo “fantastiche ghirlande di ranuncoli, d’ortiche, di margherite, e di quelle lunghe orchidee purpuree [...] che le nostre fredde vergini chiamano dita di morte”. La follia di Ofelia intreccia da sola le ghirlande della sua morte. Uccide i due “amici” Rosencrantz e Guildenstein, chiamati ad indagare su di lui e complici di un tranello che dovrebbe portare Amleto alla morte: cadranno vittima dello stesso tranello di cui erano parte. E, infine, necessita che lo zio Claudio e la madre Geltrude tradiscano le loro emozioni, la loro colpa, allestendo la famosa play scene, il dramma dentro il dramma, rappresentando con attori la morte del padre così come il suo spirito gliel’ha raccontata sulle mura del castello. Solo quando questi reagiscono e cercano di ucciderlo con un sicario con la spada avvelenata (Laerte), lui si sente autorizzato a scatenare la vendetta di fronte all’evidenza della colpa.

Il celebre monologo: “To be or not to be” (Atto III°, scena prima), non riguarda semplicemente l’agire o non agire, è molto più radicale, dice testualmente: “Essere o non essere” ed è molto simile al sofocleo: “áriston me phynai”, “meglio non esser nato” (Sofocle, Edipo a Colono, 1225). E sottintende la tragedia umana dell’uomo di fronte alla sciagura, al paradosso del ricevere (ed Edipo, dopo aver sconfitto la Sfinge era stato elevato al trono di Tebe e aveva sposato una donna superba) e del togliere (ma l’assurda verità del suo destino gli fa scoprire che il trono era quello di suo padre che lui aveva ucciso credendo di punire la tracontanza di un uomo arrogante che non voleva cedere il passo; e la donna che aveva sposato era sua madre, di cui veniva ad essere marito e figlio, con figli da essa generati che gli erano figli e fratelli).

Il monologo viene recitato da Amleto non invocando il nome del padre, non ad Ofelia, la donna che ama, non agli amici, non a sua madre, ma dopo aver dissepolto dalla fossa comune il teschio di Yorich, il buffone di corte, l’unico che l’aveva fatto ridere da bambino, l’unico che attraverso il riso gli aveva mostrato il paradosso della vita, a lui Amleto sente di dover confidare il suo dubbio, solo con lui sente l’assonanza tragica.

Amleto vuole capire, vuole che persone ed eventi si rivelino da sé per ciò che sono, prima di andare a prendere la sua posizione soggettiva nel dramma; allora, e solo allora, Amleto saprà cosa fare; perché la vendetta non la sente sua, è il desiderio del padre, potendo ne farebbe a meno, contrariamente ad Oreste, non ha la certezza assoluta della sua azione, diffida persino della veridicità dello spirito del padre, il suo desiderio è altro, è altrove ... Carmelo Bene (Hommelette for Hamlet), visto che Shakespeare non gliene attribuisce uno proprio, lo descrive come uno che avrebbe come massima aspirazione quella di andarsi a divertire a Parigi con la prima ballerina in Elsinore.

Questo Amleto di Bene poi alla fine compirà ugualmente la vendetta, perché perseguitato dagli eventi e dallo stesso copione dell’opera shakespeariano che diventa prescrittivo del recitato.

Amleto è già un eroe moderno, contrariamente a quelli antichi che sapevano già qual’era la loro sorte (Ettore alle porte Scee, che ingaggia il combattimento con Achille nonostante sappia già a priori che non ha speranze di batterlo, che morirà sicuramente e con lui, baluardo di Troia, cadrà la città stessa, il figlio verrà scagliato dalle mura della città, la moglie fatta schiava da un acheo; e lo stesso Achille che sceglie di tornare a combattere nonostante abbia per certo che sarà la sua ultima battaglia e che non vedrà cadere la città di Troia; Oreste che uccide la madre Clitennestra e il suo amante Egidio nonostante le Erinni lo perseguiteranno fino alla morte; Antigone che seppellisce il fratello anche se ciò le costerà la vita; ....), dubita.

Dubita perché abita un tempo in cui la certezza soggettiva riposa al di fuori del soggetto (come dimostrerà 35 anni più tardi Cartesio nel suo Il discorso sul metodo, dove la certezza del soggetto è solo nel dubbio, ma per uscire dal dubbio bisogna affidarsi a Dio e alla sua garanzia sulle idee chiare e distinte: un Dio, in fondo, non può ingannarmi).

Amleto non ha un dio che vaticini il suo destino, non ha certezze, la sua certezza è quella di chiedere agli eventi stessi cosa fare e quando gli eventi gli si rivelano davanti agli occhi, li non ha più dubbi, li può passare all’azione; ma gli eventi devono essere interrogati, bisogna che diano prima il loro responso, come accadeva all’oracolo di Apollo in Delfi.

Persone ed eventi, interrogati, domandati o de-mandati, non possono non rispondere, la cibernetica ci insegna che anche il silenzio è una risposta, che “non si può non comunicare”; interrogare persone ed eventi significa accettare l’ipotesi di poterli perdere ma, come insegna una tradizione millenaria, l’unico modo per avere qualcosa è quello di accettare di perderla, altrimenti non sarà mai tua e mai potrai goderne.

Questo ce lo insegna la vicenda di Abramo, posto di fronte al paradosso di uccidere per ordine di Dio il figlio della promessa dello stesso Dio, promessa che è il senso stesso della sua vita, la ragione del suo respiro; ce lo insegna la pazienza di Giobbe, che accetta di perdere tutto, figli, averi e salute senza maledire il suo Dio; ce lo insegna Antigone, che va a morire per dare umana sepoltura al fratello.

Ce lo insegna Montaigne, che familiarizzava con l’idea della sua morte e che scrive sullo stipite della porta di casa: “Niente di nuovo sotto il sole”; ce lo insegna Hegel nelle sue indimenticabili pagine della Fenomenologia dello spirito, dove descrive la dialettica servo-signore, in cui sia l’uno sia l’altro devono passare dall’accettazione della propria morte, di vedere cioè misconosciuta l’identità di cui chiedono all’altro il riconoscimento; ce lo insegna Nietzsche, con l’amor fati e con l’eterno ritorno, ce lo insegnano gli esistenzialisti (Sartre, Merleau-Ponty e Heidegger) con l’angoscia e l’esperienza della possibilità del nulla che fa emergere la temporalità dell’esserci nell’evidenza della morte e della perdita.

“Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. (Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus. Prefazione dell'autore).