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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (15)
di fulmini , Sun 23 May 2021 7:20
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II. POLITICA E PARTITI NELLO STATO RAPPRESENTATIVO-BUROCRATICO E RICERCA DI UNA NUOVA STRUTTURA DELL’ AZIONE TRASFORMATIVA.



Capitolo 1. Il modello teorico dello Stato rappresentativo-burocratico.


Nell’esame storico-critico del processo di formazione e sviluppo dello Stato e dei partiti moderni abbiamo individuato le concezioni teoriche e le scienze che lo hanno accompagnato e guidato, processo – questo – di razionalizzazione teorico-scientifica che culmina nel pensiero di Hegel. È infatti nei Lineamenti di filosofia del diritto ossia diritto naturale e scienza dello Stato (1820) che viene esposto nella sua forma matura il modello teorico dello Stato rappresentativo-burocratico, con lo schema dei rapporti partiti-Stato caratteristici di esso.


Gramsci riconosce Hegel come il teorico massimo dello “Stato parlamentare col suo regime dei partiti”. Distaccandosi dalle rappresentazioni tradizionali di un Hegel teorico dello Stato assoluto; consapevolezza presente in tutta la ricerca del carcere e che è già piena nel primo Quaderno. “La dottrina di Hegel sui partiti e le associazioni come trama ‘privata’ dello Stato. Essa derivò storicamente dalle esperienze politiche della Rivoluzione francese e doveva servire a dare una maggiore concretezza al costituzionalismo. Governo col consenso dei governati, ma col consenso organizzato, non generico e vago quale si afferma nell’istante delle elezioni: lo Stato ha e domanda il consenso, ma anche ‘educa’ questo consenso con le associazioni politiche e sindacali, che però sono organismi privati, lasciati all’iniziativa privata della classe dirigente. Hegel, in un certo senso, supera già, così, il puro costituzionalismo e teorizza lo Stato parlamentare col suo regime dei partiti.” (Q, 56) “La cultura europea ha subito un processo di unificazione, e, nel momento che ci interessa ha culminato nello Hegel.” (Q, 1825-6) “Hegel può essere concepito come il precursore teorico delle rivoluzioni liberali dell’Ottocento” (Q, 1925-6), il suo pensiero “vivifica i movimenti liberali nazionali dal 48 al 70”(Q, 1359)


In La Traversata. Libro Primo, esaminando la trattazione hegeliana del lato burocratico dello Stato (“Il potere governativo”), e considerando insieme le note marxiane a tali paragrafi (nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico) e i Quaderni, abbiamo sviluppato una teoria della burocrazia moderna, le funzioni e il posto che occupa nello Stato rappresentativo-burocratico; si tratta ora di approfondire una teoria del partito politico moderno, le sue funzioni e collocazione nello Stato. Studiando anche i testi di Hegel, Marx e Gramsci.


Hegel definisce il lato rappresentativo dello Stato nel capitolo “Il potere legislativo”, ma è necessario considerare prima il suo concetto generale di Stato moderno.


“§ 260. Lo Stato è la realtà della libertà concreta; ma la libertà concreta consiste nel fatto che l’individualità personale, e gli interessi particolari di essa, hanno tanto il loro pieno sviluppo e il riconoscimento del loro diritto per sé (nel sistema della famiglia e della società civile) quanto, in parte, si mutano, da se stessi, nell’interesse della generalità, e in parte, con sapere e volontà, riconoscono il medesimo, cioè in quanto loro particolare spirito sostanziale, e sono atti al medesimo, in quanto loroscopo finale; così che né l’universale ha valore ed è compiuto senza l’interesse, il sapere e il volere particolare, né gli individui vivono come persone private semplicemente per quest’ultimo, e, senza che vogliano, in pari tempo, nel e per l’universale, e abbiano un’attività cosciente di questo fine. Il principio degli Stati moderni ha quest’immensa forza e profondità: lasciare che il principio della soggettività si porti a compimento in estremo autonomo della particolarità personale, e, insieme, riportarlo all’unità sostanziale, e, così, mantenere questa in esso medesimo.” {G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari 1974, p. 246. [Riedizione della traduzione di F. Messineo edita nel 1913, testo letto da Gramsci.]}


È qui posto il problema essenziale della civiltà statale moderna: la costruzione del nesso tra individui liberi coi loro interessi e diritti e lo Stato con i suoi scopi generali e unitari. La civiltà moderna è nata con la dissoluzione dei vincoli gerarchici medioevali, giuridicamente definiti, di casta, di gruppo, di chiesa, e con la formazione e diffusione di individui che rivendicano libertà d’iniziativa economica, di associazione, di pensiero. Con lo scioglimento dei rapporti gerarchici e di gruppo tradizionali, il sistema di organizzazione e di potere proprio della civiltà precedente – “blocco meccanico di gruppi sociali e spesso di razze diverse”, “federazione di gruppi sociali con funzioni diverse non subordinate” (Q, 2287) – decade. Il problema di Hegel, il problema politico che si trovava di fronte il tempo suo, era quello di consentire lo sviluppo degli individui, loro iniziative e diritti, organandoli in un ordine sociale nuovo unitario a dimensione statale-nazionale. L’ordine imposto dalle monarchie assolute afferma l’unità nazionale ma comprime le libertà; le rivoluzioni borghesi costituiscono l’esplosione di queste libertà ma minacciano l’unità, e nei casi e momenti estremi reprimono le libertà stesse (il furore giacobino. Hegel si propone di dare teoriamente una soluzione a questa contraddizione, elaborando il modello dello Stato organico.


Lo Stato non può essere negazione della libertà ma “realtà della libertà concreta”; in esso “l’individualità personale, e gli interessi particolari di essa, hanno [...] il loro pieno sviluppo e il riconoscimento del loro diritto per sé (nel sistema della famiglia e della società civile)”. Al contempo gli individui non restano separati e chiusi nel loro interesse particolare “né [...] vivono come persone private semplicemente per quest’ultimo”, ma sperimentano un processo di socializzazione e politicizzazione, “si mutano, da se stessi, nell’interesse della generalità, che riconoscono [...] in quanto loro scopo finale”. Lo Stato garantisce e promuove gli interessi e i diritti degli individui; questi partecipano e sviluppano “con sapere e volontà” i fini collettivi dello Stato. Il problema politico che la teoria dello Stato affronta nella costruzione di un modello statale moderno è quello di portare a compimento il processo storico di individualizzazione e, insieme, riportare gli individui all’unità statale.


In questo paragrafo Hegel indica il problema e definisce il progetto di Stato, che esporrà nel seguito nelle sue articolazioni. È da osservare che Marx nella sua critica dei Lineamenti non considera questo paragrafo, tanto importante per comprendere le intenzioni di Hegel e la natura della sua elaborazione; la critica prende l’avvio del paragrafo successivo.


Funzioni e relazioni dei partiti nello Stato, secondo Hegel.


Veniamo ai paragrafi in cui Hegel teorizza le funzioni e i rapporti dei partiti nello Stato. Nel paragrafo 300 indica la presenza attiva delle classi (Ständisch) nel potere legislativo, insieme agli altri componenti dello Stato. Nel paragrafo 301 comincia a definire le funzioni politiche delle classi nello Stato. “L’elemento delle classi ha la destinazione che l’affare generale venga ad esistere, non soltanto in sé, ma ancheper sé, cioè il momento della libertà formale soggettiva, la coscienza pubblica, come generalità empirica delle vedute e dei concetti dei molti.” (Lineamenti, cit., p. 297)


Nella dilucidazione al paragrafo aggiunge: “L’espressione: ‘i molti’ designa lageneralità empirica, più esattamente di quella corrente: ‘tutti’. [...] La determinazione concettuale peculiare delle classi è da cercare, quindi, in questo: che in esse viene ad esistere, in rapporto allo Stato, il momento soggettivo della libertà universale, l’intelligenza particolare e la volontà particolare della cerchia, che, in questa trattazione, è stata chiamata società civile.” (Lineamenti, cit., pp. 297 e 299) Nell’aggiunta al paragrafo scrive ancora: “Ciò che costituisce il significato caratteristico delle classi è che lo Stato entra, per tal modo, nella coscienza collettiva del popolo, e che esso comincia a prender parte al medesimo.” (Lineamenti, cit., p. 451)


Il nesso tra individui e Stato, presentato prima (nel concetto di Stato) come problema e come progetto, è qui concretato e attuato nelle e dalle classi. Sono le classi che, portando all’interno del potere legislativo la “generalità empirica delle vedute e dei concetti dei molti”, “l’intelligenza e la volontà particolare della società civile”, danno esistenza concreta ad un “affare generale”, a un interesse comune a tutti i diversi membri della società. E al contempo sono le classi che portano negli individui, “nella coscienza soggettiva del popolo”, la concezione e i fini collettivi e unitari dello Stato.


“§ 302. Considerate come organo di mediazione, le classi stanno tra il governo in genere, da un lato, e il popolo, risolto nelle sfere e negli individui particolari, dall’altro. La loro determinazione esige, in esse, tanto il senso e il sentimento delloStato e del governo, quanto degli interessi delle cerchie particolari e dei singoli. Nello stesso tempo, questa posizione ha il significato di una mediazione, comune al potere governativo organizzato, per cui né il potere del sovrano appare come estremo isolato, né, quindi, come semplice potere di dominio e come arbitrio, né gli interessi particolari delle comunità, delle corporazioni e degli individui si isolano, o, più ancora, per cui i singoli non giungono a rappresentare una moltitudine e una folla, e non giungono, quindi, ad una opinione e volontà inorganica e al semplice potere della massa, contro lo Stato organico.” (Lineamenti, cit., p. 300)
Tali organi realizzano la mediazione in quanto in essi sono compresenti per un verso gli interessi e aspirazioni degli individui e gruppi che rappresentano e rapportano allo Stato, e per l’altro la consapevolezza delle esigenze e fini, della storia e composizione della società nazionale nel suo complesso. L’azione mediatrice, politica, delle classi consiste precisamente nella concreta articolazione e combinazione di entrambi gli elementi. In questo modo le classi mettono a contatto e attuano un rapporto tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, evitando l’isolamento del potere (il dominio e l’arbitrio dittatoriale) e la disgregazione del popolo in folle e gruppi che pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico minaccino l’unità e la stabilità dello Stato. Le classi adempiono nel lato rappresentativo dello Stato il compito di superare la scissione fra dirigenti e diretti, compito che “il potere governativo organizzato”, la burocrazia, svolge in altro modo e con altri mezzi nel lato burocratico.


La critica di Marx alla concezione hegeliana.


L’interpretazione e la critica di Marx di questa elaborazione teorica hegeliana danno la chiave per leggere la concezione marxiana dello Stato moderno e le insufficienze di questa nella comprensione della politica e dei partiti.


Marx nega l’esistenza di un ‘interesse generale’ e la possibilità che esso si realizzi nello Stato, se non formalmente, illusoriamente: vi è una contrapposizione sostanziale tra i fini dello Stato come espressione degli interessi della classe dominante e gli interessi delle classi subordinate, tra governanti e governati. Egli quindi non riconosce come reale il problema affrontato da Hegel di costruire un nesso organico tra gli interessi particolari emergenti nella società civile e i fini generali e unitari propri dello Stato; fraintende le proposizioni di Hegel e gli imputa di affermare l’ ‘affare generale’ come presupposto e di ricercare la sua realizzazione concreta nella ‘coscienza pubblica’. Per Hegel, sostiene Marx, “l’ ‘affare generale’ esiste già ‘in sé’ come affare del governo etc., esiste senza essererealmente l’affare generale, esso non è per niente questo, ché esso non è l’affare della ‘società civile’. Esso ha già trovato la sua essenziale esistenza in sé. Che esso ora divenga anche realmente ‘coscienza pubblica’, ‘generalità empirica’, ciò è puramente formale e diventa, per così dire, reale soltanto simbolicamente. L’esistenza ‘formale’ o esistenza empirica dell’affare generale è separata dalla suaesistenza sostanziale. Il vero è che l’ ‘affare generale’ in sé esistente non èrealmente generale e che l’affare generale reale, empirico, è soltanto formale.” {K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, in Opere filosofiche giovanili, traduzione a cura di Galvano Della Volpe, Editori Riuniti, Roma 1969, pp. 74-5}


E aggiunge: “L’elemento di classe è l’illusoria esistenza degli affari dello Stato come affare del popolo. È l’illusione che l’affare generale sia affare generale, affare pubblico, o l’illusione che l’affare del popolo sia affare generale. [...] L’elemento di classe è l’illusione politica della società civile.” (Critica, cit., p.75) Marx non vede che Hegel concepisce le “classi” come organi attraverso i quali gli interessi molteplici della società civile vengono rapportati allo Stato e politicamente mediati, e non come il modo di dare esistenza empirica a una categoria logica – come gli attribuisce Marx: “Hegel vuole il lusso dell’elemento di classe solo per amor della logica. L’esser per sé dell’affare generale in quanto generalità empirica deve avere una esistenza. Hegel non cerca una adeguata realizzazione dell’ ‘esser per sé dell’affare generale’, si contenta di trovare un’esistenza empirica, che possa risolversi in tale categoria logica: l’elemento di classe, allora.” (Critica, cit., p. 77)


La interpretazione di Gramsci.


Gramsci offre una diversa lettura di Hegel, lo vede come teorico che affronta i grandi problemi storico-politici del suo tempo: “Hegel non può essere pensato senza la Rivoluzione francese e Napoleone con le sue guerre, cioè senza le esperienze vitali e immediate di un periodo storico intensissimo di lotte, di miserie, quando il mondo esterno schiaccia l’individuo e gli fa toccare la terra, lo appiattisce contro la terra, quando tutte le filosofie passate furono criticate dalla realtà in modo così perentorio.” (Q, 1317) E riconosce la forza e profondità teorica del problema di Hegel: “Quistione dell’ ‘uomo collettivo’ o del ‘conformismo sociale’.Compito educativo e formativo dello Stato, che ha sempre il fine di creare nuovi e più alti tipi di civiltà, di adeguare la ‘civiltà’ e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell’apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei tipi nuovi d’umanità. Ma come ogni singolo individuo riuscirà a incorporarsi nell’uomo collettivo e come avverrà la pressione educativa sui singoli ottenendone il consenso e la collaborazione, facendo diventare ‘libertà’ la necessità e la coercizione? Quistione del ‘diritto’, il cui concetto dovrà essere esteso, comprendendovi anche quelle attività che oggi cadono sotto la formula di ‘indifferente giuridico’ e che sono di dominio della società civile che opera senza ‘sanzioni’ e senza ‘obbligazioni’ tassative, ma non per tanto esercita una pressione collettiva e ottiene risultati obbiettivi di elaborazione nei costumi, nei modi di pensare e di operare, nella moralità ecc.” (Q, 1565-6)


Torniamo a Hegel. Il punto di vista secondo il quale vi è una contrapposizione agonistica tra le classi subordinate e lo Stato, che non può essere politicamente mediata, è considerata da Hegel nella dilucidazione al paragrafo 302. “Appartiene alle vedute logiche più importanti, il fatto che un momento determinato, il quale, in quanto sta in antitesi, ha la posizione di un estremo, cessi di esser tale e sia un momento organico, per la circostanza che esso è, nello stesso tempo, un mezzo. Nell’argomento qui considerato, è tanto più importante mettere in rilievo questo aspetto, poiché rientra nel pregiudizio, frequente ma sommamente pericoloso, di concepire le classi principalmente dal punto di vista dell’antitesi verso il governo, come se questa fosse la loro posizione essenziale. Assorbito organicamente, cioè nella totalità, l’elemento delle classi si dimostra soltanto mediante la funzione della mediazione. Quindi, l’antitesi è degradata ad apparenza. Se essa, in quanto ha la sua manifestazione, non toccasse semplicemente la superficie, ma divenisse realmente un’antitesi sostanziale, lo Stato andrebbe incontro alla sua rovina. - La dimostrazione che il contrasto non è di tale specie, risulta, secondo la natura della cosa, per questa via: che gli oggetti del medesimo non concernono gli elementi essenziali dell’organismo statale, ma cose più speciali e più indifferenti; e la passione, che si collega, tuttavia, a questo contenuto, diviene partigianeria per un interesse meramente soggettivo, forse per le più alte cariche dello Stato.” (Lineamenti, cit., pp. 300-1)


Come risulta ancora da questo brano, Hegel è consapevole della scissione e del contrasto fra le classi e il potere dello Stato; vede la pericolosità della ‘manifestazione’ e sviluppo di questo conflitto che ‘se non toccasse semplicemente la superficie, ma divenisse realmente un’antitesi sostanziale, {porterebbe} lo Stato alla sua rovina’. Nel concepire però la mediazione politica come soluzione del contrasto, che così ‘cessa di essere tale’ ed ‘è degradato ad apparenza’, non coglie appieno la natura del conflitto delle classi né la realtà effettuale del dominio nello Stato.


Marx a questo proposito supera Hegel, in quanto identifica il carattere strutturale della lotta delle classi, che si proietta anche come lotta per il potere statale, e quindi la realtà del dominio e della repressione nello Stato. Nel concepire però lo Stato come dominio di classe egli non comprende la natura e le potenzialità della politica e il carattere costituente del consenso nello Stato moderno.


Gramsci affronta la questione a un livello più alto e complesso, e supera contemporaneamente i limiti delle concezioni hegeliana e marxiana. “Stato è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati.” (Q, 1765)


Gramsci concepisce lo Stato moderno come combinazione di forza e consenso, dominio e direzione. E come composizione di universale e particolare: in esso sia l’interesse generale che quello particolare dominante vengono a coesistere in un sistema egemonico, in quanto i gruppi intellettuali e politici dirigenti universalizzano i fini e gli interessi delle classi dominanti, mutandoli da economico-corporativi in progetto economico-politico nazionale, e assimilando a livello subordinato le attività e le aspirazioni delle altre classi.


“Si raggiunge la coscienza che i propri interessi corporativi, nel loro sviluppo attuale e avvenire, superano la cerchia corporativa, di gruppo meramente economico, e possono e devono divenire gli nteressi di altri gruppi subordinati. Questa è la fase più schiettamente politica, che segna il netto passaggio dalla struttura alla sfera delle superstrutture complesse, è la fase in cui le ideologie germinate precedentemente diventano ‘partito’, vengono a confronto ed entrano in lotta fino a che una sola di esse o almeno una sola combinazione di esse, tende a prevalere, a imporsi, a diffondersi su tutta l’area sociale, determinando oltre che l’unicità dei fini economici e politici, anche l’unità intellettuale e morale, ponendo tutte le quistioni intorno a cui ferve la lotta non solo sul iano corporativo ma su un piano ‘universale’ e creando così l’egemonia di un gruppo sociale fondamentale su una serie di gruppi subordinati. Lo Stato è concepito sì come organismo proprio di un gruppo, destinato a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione del gruppo stesso, ma questo sviluppo e questa espansione sono concepiti e presentati come la forza motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte le energie ‘nazionali’, cioè il gruppo dominante viene coordinato concretamente con gli interessi generali dei gruppi subordinati e la vita statale viene concepita come un continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili (nell’ambito della legge) tra gli interessi del gruppo fondamentale e quelli dei gruppi subordinati, equilibri in cui gli interessi del gruppo dominante prevalgono ma fino a un certo punto, non cioè fino al gretto interesse economico-corporativo.” (Q, 1584)


Questa problematica Gramsci la comprende non staticamente ma nel suo processo storico, nelle fasi di formazione, sviluppo e crisi degli Stati moderni. La sopravvalutazione hegeliana dell’elemento etico-politico e del carattere universale dello Stato è da Gramsci messa in rapporto al momento storico in cui sono elaborati e proposti i Lineamenti. “La concezione di Hegel è propria di un periodo in cui lo sviluppo in estensione della borghesia poteva apparire illimitato, quindi l’eticità o universalità di essa poteva essere affermata: tutto il genere umano sarà borghese.” (Q, 1049-50)


Un secolo dopo, Gramsci coglie l’intero processo, fino all’esaurimento storico delle capacità egemoniche della borghesia e l’aprirsi della crisi dello Stato moderno. “La rivoluzione portata dalla classe borghese nella concezione del diritto e quindi nella funzione dello Stato consiste specialmente nella volontà di conformismo (quindi eticità del diritto e dello Stato). Le classi dominanti precedenti erano essenzialmente conservatrici nel senso che non tendevano ad elaborare un passaggio organico dalle altre classi alla loro, ad allargare cioè la loro sfera di classe ‘tecnicamente’ e ideologicamente: la concezione di casta chiusa. La classe borghese pone se stessa come un organismo in continuo movimento, capace di assorbire tutta la società, assimilandola al suo livello culturale ed economico: tutta la funzione dello Stato è trasformata: lo Stato diventa ‘educatore’, ecc. Come avvenga un arresto e si ritorni alla concezione dello Stato come pura forza ecc. La classe borghese è ‘saturata’: non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa (o almeno le disassimilazioni sono enormemente più numerose delle assimilazioni).” (Q, 937)


I rapporti classi-partiti-Stato in Hegel.


Considerati l’impostazione generale del problema e della risposta hegeliana e il significato delle elaborazioni marxiana e gramsciana, esaminiamo ora le specificazioni contenute nei paragrafi successivi del testo di Hegel sul rapporto classi-partiti-Stato e sulla politica.


“§ 303. La classe generale, che si dedica più da vicino al servizio del governo, deve avere immediatamente, nella sua determinazione, come fine della sua attività essenziale, l’universale; nell’elemento delle classi del potere legislativo, la classe privata giunge ad un significato e ad una attività politica. Ora la medesima non può appare, qui, né come semplice massa indistinta, né come una moltitudine risolta nei suoi atomi; ma come ciò che è già, ossia è differenziata in una classe, che si fonda sul rapporto sostanziale; in una classe, che si fonda sui bisogni particolari e sul lavoro che li media (§ 201 sgg.). Soltanto così, per questo riguardo, l’elemento particolare, reale nello Stato, si congiunge veramente col generale.” (Lineamenti, p. 301)


La ‘classe generale’ è la classe politica, così come presentata nel paragrafo 205: “La classe generale ha per proprio compito gliinteressi generali dello Stato sociale; quindi, deve esser dispensata dal lavoro diretto per i bisogni, o per mezzo del patrimonio privato, o perché essa è indennizzata dallo Stato, che esige la sua attività; così, che l’interesse privato trova il proprio appagamento nel suo lavoro per la generalità.” (Lineamenti, p. 204) Questa classe politica non va considerata ‘come semplice massa indistinta né come una moltitudine risolta nei suoi atomi’, non è un gruppo omogeneo ovvero la somma degli individui che lo costituiscono. Essa è internamente ‘differenziata’ in rapporto alle classi esistenti nella società civile: ‘ossia è differenziata in una classe, che si fonda sul rapporto sostanziale; in una classe, che si fonda sui bisogni particolari e sul lavoro che li media’; nella classe politica sono politicamente rappresentate, organicamente presenti, le classi sociali fondamentali.


Appunto nei paragrafi 201 e seguenti Hegel aveva individuato le seguenti classi: “a) La classe sostanziale {che} ha il suo patrimonio nei prodotti naturali di un terreno che lavora [...]. b) La classe dell’industria {che} ha per suo compito l’elaborazionedel prodotto naturale e si fonda, per il mezzo della propria sussistenza, sul proprio lavoro, sulla riflessione e sull’intelletto, così come, essenzialmente, sulla mediazione dei bisogni e dei lavori altrui. [...] Il suo compito si distingue [...] nella classe dell’artigianato [...] nella classe dei dirigenti di manifatture [...] nella classe commerciale. c) La classe generale [...]”. (Lineamenti, pp. 202-4) Queste classi costituiscono in principio i grandi aggruppamenti che si distinguono nella società civile in base alle attività economiche, sociali e culturali: la società moderna “nella reciproca produzione e nello scambio, si raccoglie mediantel’universalità che alberga nel suo contenuto, e si distingue in masse generali, sì che tutto l’insieme si atteggia a sistemi particolaridei bisogni, dei loro mezzi e dei loro lavori, dei modi e delle maniere dell’appagamento e dell’educazione teoretica e pratica; - sistemi, dei quali gl’individui sono partecipi, - a distinzione delle classi.” (Lineamenti, p. 201)


Ora, ‘nell’elemento delle classi del potere legislativo, la classe privata giunge ad un significato e ad una attività politica’. Organicamente presenti nella classe politica, inserite nell’elemento rappresentativo dello Stato, le classi sociali fondamentali si mutano in e danno origine a partiti politici. Ciò è ulteriormente chiarito dalla dilucidazione al paragrafo 303, dove è sottolineato che la presenza attiva delle classi nel potere legislativo non si compie attraverso singoli rappresentanti ma per opera di organizzazioni politiche stabili e legittime: “Ciò va contro un’altra concezione corrente, che, cioè, la classe privata essendo, nel potere legislativo, elevata alla partecipazione alla cosa universale, deve apparire colà in forma di singoli, sia che essi scelgano rappresentanti per siffatta funzione, sia che, anzi, ciascuno debba esercitarvi una parte. Questa veduta atomistica e astratta scompare già nella famiglia come nella società civile, dove il singolo appare soltanto come componente di un’universalità. Ma lo Stato è essenzialmente un’organizzazione di tali componenti, che per sé sono cerchie, e, in esso, nessun momento si deve mostrare come moltitudine inorganica. I molti, come singoli, la qual cosa s’intende volentieri per popolo, sono certamente un insieme, ma soltanto come moltitudine – massa informe, il cui moto e il cui fare sarebbe, appunto perciò, soltanto elementare, irrazionale, selvaggio e orribile. Come in rapporto alla costituzione si ode parlare ancora del popolo, di questa totalità inorganica, così si può sapere, già in precedenza, che bisogna attendersi soltanto generalità e oblique declamazioni. – La concezione, la quale risolve di nuovo le comunità, esistenti già in quelle cerchie, dove esse si presentano nel campo politico, cioè nel punto di vista della suprema universalità concreta, in una moltitudine d’individui, tiene, appunto perciò, separate l’una dall’altra, a vita civile e la politica; e pone questa, per così dire, in aria, poiché la sua base sarà soltanto l’individualità astratta dell’arbitrio e dell’opinione, e, quindi, l’accidentale, non una base stabile in sé e per sé e legittima.”(Lineamenti, pp. 301-2)


Hegel non usa il termine ‘partito politico’ ma espliciti sono la distinzione e il rapporto organico che stabilisce fra ciò che oggi chiamiamo ‘classe sociale’ e ‘partito politico’: “Sebbene nelle rappresentazioni delle cosiddette teorie, le classi della società civile, in generale, e le classi, nel significato politico, si trovino lontane l’una dall’altra, tuttavia il linguaggio ha conservato ancora quest’unione che, del resto, esisteva prima.” (Lineamenti, p. 302) (Questa duplicità di significato del termine ‘ständisch’adoperato da Hegel ha dato luogo a traduzione diverse. Messineo traduce ‘classi’, Della Volpe a volte ‘stati’ a volte ‘classi’ – basandosi sull’uso marxiano del termine.)
Nei paragrafi successivi Hegel definisce più concretamente il carattere e i modi della rappresentanza politica delle classi nello Stato. Nel 308 egli sviluppa la critica alla concezione costituzionale che definisce la rappresentanza come semplice deputazione dei cittadini in generale in singoli rappresentanti eletti (senza cioè l’elemento organico di partito). Nel modello hegeliano di Stato ci sono i deputati, ma “in quanto costoro sono deputati dalla società civile, è facile capire immediatamente che essa fa questo, in quanto ciò che essa è; - quindi, non in quanto risolta atomisticamente nei singoli e adunantesi in un momento, senza altro comportamento, soltanto per un atto singolo e temporaneo; ma in quanto organizzata nelle sue associazioni, comunità e corporazioni senz’altro costituite, le quali, a questo modo, mantengono un nesso politico.” (Lineamenti, p. 304) Nel paragrafo 311 aggiunge: “La deputazione, in quanto emanante dalla società civile, ha, inoltre, il significato, che i deputati siano consapevoli degli speciali bisogni, degli ostacoli, degli interessi particolari di questa, e che partecipino ad essi stessi.” (Lineamenti, p. 307) E nella dilucidazione: “Si offre da sé medesimo l’interesse, che, tra i deputati, si trovino per ogni particolare grande ramo della società, per es., per il commercio, per le manifatture etc., individui che lo conoscano profondamente ed appartengano ad esso medesimo; - nella concezione di una vana scelta indeterminata, questa circostanza importante è lasciata in balia soltanto all’accidentalità. Ma ciascuno di questi rami ha egual diritto, di fronte agli altri, di essere rappresentato. Se i deputati sono considerati come rappresentanti, ciò ha un significato organicamente razionale soltanto quando si intenda che essi non sonorappresentanti di singoli, di una moltitudine, ma rappresentanti di una delle cerchie essenziali della società, rappresentanti dei suoi grandi interessi.” (Lineamenti, pp. 307-8)


La critica della concezione della rappresentanza ‘atomistica’ porta Hegel a proporre uno schema di rappresentanza organica in senso forte, secondo cui ogni classe elegge i propri rappresentanti. Il problema di come questi rappresentanti così fortemente organici a una classe agiscano all’interno del potere legislativo secondo l’interesse generale, è affrontato da Hegel nel paragrafo 310: “La garanzia delle qualità corrispondenti a questo fine [...] si mostra [...] particolarmente nella disposizione d’animo, attitudine e conoscenza degli ordinamenti e degli interessi dello Stato e della società civile, acquistate con l’effettiva gestione degli affari negli uffici delle magistrature o dello Stato, e convalidate dal fatto; e nel senso dell’autorità e nel senso dello Stato, per tal modo educato e sperimentato.” (Lineamenti, p. 306)


Hegel critica anche la concezione, anch’essa prescindente dai partiti, della partecipazione diretta dei cittadini alle discussioni e decisioni statali. Nella dilucidazione (Lineamenti, pp. 304-5) al paragrafo 308 scrive: “Che tutti, singolarmente, debbano prender parte alla discussione e alla risoluzione sugli affari generali dello Stato, poiché questi tutti sono membri dello Stato e gli affari dello Stato sono gli affari di tutti, nei quali essi hanno il diritto di essere con il loro sapere e volere; - siffatta concezione, che vorrebbe porre l’elemento democratico, senza alcuna forma razionale, nell’organismo dello Stato, il quale è tale, soltanto per mezzo di siffatta forma, si presenta ovvia, perché si ferma alla determinazione astratta dell’esser componente dello Stato, e perché il pensiero superficiale si attiene alle astrazioni.”


Seguitando precisa tre argomenti contro la democrazia diretta. Essa non è realistica, mentre “la considerazione razionale [...] èconcreta, e pertanto s’incontra col vero senso pratico, che è esso medesimo null’altro, se non il senso razionale, il senso dell’idea, - il quale, tuttavia, non deve scambiarsi con la mera routine dell’affare e con l’orizzonte di una cerchia limitata.” In secondo luogo, se è vero che ciascun individuo “in quanto pensante” possiede “una coscienza e una volontà dell’universale”, è un fatto che “questa coscienza e volontà soltanto allora non è vuota, ma riempita e realmente viva, quando è riempita dalla particolarità, - e questa è la classe e la determinazione particolare”. Infine, argomenta, non è vero che tutti “si intendono” degli affari dello Stato, “per quanto, malgrado ciò, lo si possa udire frequentemente. Nell’opinione pubblica (v. § 316), per altro, è libera a ciascuna la via di manifestare e di far valere anche la propria opinione soggettiva intorno a ciò che è generale.”


Nei paragrafi 309, 314 e 315, Hegel precisa alcune ulteriori funzioni politiche delle classi, e il modo di funzionamento e organizzazione della rappresentanza nel potere legislativo. Le classi nel significato politico (i partiti) e l’elemento delle classi nel potere legislativo (l’assemblea dei deputati) sono insieme organi di selezione del personale politico-statale e di educazione politica delle masse. Nell’assemblea si confrontano e si discutono apertamente le opiinioni e gli orientamenti diversi, in modo pubblico, e si perviene alla definizione di un indirizzo generale e alla presa di decisioni.


“§ 309. Poiché la deputazione avviene per la discussione e per la decisione sugli affari generali, essa ha il significato, che vi sono destinati dalla fiducia individui tali, che si intendono di siffatti affari, meglio dei deputanti; come anche, che essi fanno valere, non l’interesse particolare di una comunità, di una corporazione, contro l’interesse universale, ma essenzialmente questo. Essi, quindi, non hanno la condizione di essere mandatari, commessi o apportatori di istruzioni; ciò tanto meno, in quanto l’assemblea ha la destinazione di essere un’adunanza viva, che si informa e si persuade mutuamente e che discute in comune.” (Lineamenti, p. 306)


“§ 314. [...] nel loro conoscere, discutere e decidere collettivo sugli affari generali, riguardo ai componenti della società civile non partecipanti al governo, il momento della libertà formale ottiene il suo diritto, il momento della conoscenza universale consegue, anzitutto, la sua espansione, mediante la pubblicità delle discussioni delle classi.” (Lineamenti, p. 309)


“§ 315. Il presentarsi di questa occasione di conoscenza ha questo aspetto generale, che, così, l’opinione pubblica giunge, per la prima volta, al vero pensamento e all’intelligenza della situazione e del concetto dello Stato e dei suoi affari, e, quindi, per la prima volta, a una attitudine di giudicare più razionalmente sopra di esso; dipoi, impara a conoscere e ad apprezzare anche i compiti, i talenti, le virtù e le attitudini delle autorità dello Stato e degli impiegati.”(Lineamenti, p. 309)


Abbiamo fin qui ricostruito il modello teorico dello Stato rappresentativo-burocratico nelle sue articolazioni essenziali. Nel formularlo Hegel però lo adatta a quelle che ritiene le condizioni politiche del tempo suo. Introduce nello schema una primitiva concezione dell’egemonia caratterizzata dal privilegiamento della ‘classe sostanziale’. “§ 305. L’una delle classi della società civile contiene il principio, , che per sé è atto ad essere costituito a tale rapporto politico; cioè, la classe dell’eticità naturale, che ha per sua base la vita familiare e, riguardo alla sussistenza, il possesso fondiario.” (Lineamenti, p. 303) “§ 306. Per la posizione e la significazione politica, essa è più particolarmente in quanto il suo patrimonio è indipendente tanto dal patrimonio dello Stato, quanto dalla malsicurezza dell’industria, dal desiderio di guadagno e dalla mutevolezza del possesso in generale.”(Lineamenti, p. 303)


Alla base di questa idea sta il problema della instabilità degli Stati europei in un’epoca di rivoluzioni politiche ed economiche; Hegel perciò ricerca la necessaria stabilità dello Stato in una classe tradizionale e conservatrice. Su tale giudizio afferma la distinzione del potere legislativo in due Camere: “l’assemblea delle classi si dividerà, quindi, in due Camere”. (Lineamenti, p. 308) Questa separazione sopravviverà all’avvento dell’egemonia della ‘classe dell’industria’, per le ragioni tecniche che lo stesso Hegel aveva individuato a sostegno della sua scelta: “§ 313. Mediante questa separazione, non soltanto la maturità delle decisioni acquista la sua più grande sicurezza, mercé una pluralità di istanze, ed è allontanata l’accidentalità di un accordo del momento, così come l’accidentalità, che la decisione può derivare dalla maggioranza del numero dei suffragi; ma, particolarmente, l’elemento delle classi si trova in minor grado nella situazione di stare direttamente contro il governo.” (Lineamenti, pp. 308-9)


I rapporti classi-partiti-Stato in Marx.


Consideriamo ora la critica di Marx a questo complesso di specificazioni hegeliane sul rapporto classi-partiti-Stato e sulla politica.


Il punto di vista di Marx è che le classi sociali, le quali nella società civile lottano fra di loro perché i loro interessi sono contrapposti, continuano nella società politica la loro battaglia; la classe che si insedia nello Stato ne fa lo strumento di riproduzione ed espansione dei propri interessi particolari; la politica è per tutte le classi razionalizzazione, organizzazione e azione in difesa dei propri interessi e delle proprie aspirazioni. Marx non riconosce l’esistenza di un livello autonomo della politica, nel quale si svolge un processo di universalizzazione, di composizione e organamento delle classi. “Lo Stato privato non si cambia inclasse politica, ma è come classe privata ch’esso compare nella sua attività e nel suo significato politico. Non ha meramente attività e significato politici. La sua attività e il suo significato politici sono l’attività e il significato politici della classe privata come classe privata. La classe privata può dunque entrare nella sfera politica soltanto secondo la divisione in classi della società civile. La distinzione in classi della società civile diventa una distinzione politica.” (Critica, p. 85)


Per Marx la separazione tra Stato politico e società civile è la riproduzione della divisione esistente nella società civile tra classe dominante e classi dominate. Un superamento reale della divisione tra Stato politico e società civile non può esserci se non eliminando la divisione delle classi nella società civile; senza ciò ogni tentativo di superamento politico della scissione è solo formale e illusorio. “Il più profondo in Hegel è che egli sente come una contraddizione la separazione di società civile e società politica. Ma il falso in lui è ch’egli si appaga dell’apparenza di questa soluzione e la spaccia per la cosa stessa.” (Critica, p. 89)


Per giudicare la consistenza di questa critica e l’insieme della polemica di Marx contro Hegel è necessario comprendere come si è prodotta la separazione tra società civile e Stato politico propria dell’epoca moderna; separazione che Hegel e Marx riconoscono, ma dandone diverse interpretazioni. Nel Medioevo la separazione non c’era. Lo dice Hegel, nella dilucidazione al paragrafo 303. Lo ribadisce Marx: “L’apice dell’identità hegeliana era, come Hegel stesso confessa, ilmedioevo. Quivi le classi della società civile in genere e le classi in senso politicoerano identiche. Si può esprimere lo spirito del medioevo così: che le classi della società civile e le classi in senso politico erano identiche perché la società civile era la società politica: perché il principio organico della società civile era il principio dello Stato.” (Critica, p. 86)


Per Hegel la separazione origina con la formazione della società civile attraverso il processo di dissoluzione dell’istituto familiare come base etico-sociale della civiltà medioevale; esso dà luogo a individui soggetti di diritti e iniziative e a popoli-nazioni, con una riforma dei principi intellettuali e morali. “§ 177. Lo scioglimento etico della famiglia consiste in ciò: che i figli, educati a personalità libere, sono riconosciuti, nell’età maggiore, come persone di diritto e capaci, in parte, di avere una particolare proprietà libera, in parte, di fondare famiglie proprie [...]; e, ancora di più, l’astrazione della stirpe non ha più alcun diritto.” (Lineamenti, p. 183) “Passaggio dalla famiglia alla società civile. § 181. La famiglia si ripartisce naturalmente, ed essenzialmente mercé il principio della personalità, in unamolteplicità di famiglie, le quali, in generale, si comportano reciprocamente come persone concrete autonome e, quindi, esterne. [...] Quindi, questo rapporto riflessivo, mostra anzitutto la perdita dell’eticità, o, poiché essa quale essenza, è necessariamente apparente [...], costituisce il mondo fenomenico dell’ethos, lasocietà civile. L’ampliamento della famiglia in quanto passaggio dalla medesima ad un altro principio è, nell’esistenza, in parte l’allargamento pacifico della medesima a popolo – a nazione, che, quindi, ha un’origine di comunione naturale; in parte, è la riunione di comunità di famiglie sparse, o mediante il potere di signoria, ovvero mediante l’unione spontanea, introdotta dai bisogni che collegano, e dall’azione reciproca del loro appagamento.” (Lineamenti, pp. 188-9)


Per Marx la separazione si produce con la formazione di una società politica come mondo a së, attraverso un processo di monopolizzazione del potere politico che si presenta come sfera dell’unità nazionale; gli aggruppamenti umani vengono espropriati della politica e ridotti a semplici classi sociali. “È un progresso della storia che ha mutato le classi politiche in classi sociali, in modo che, come i cristiani sono eguali in cielo e ineguali in terra, così i singoli membri del popolo sono eguali nel cielo del loro mondo politico e ineguali nell’esistenza terrestre dellasocietà. La trasformazione propriamente detta delle classi politiche in civili accade nella monarchia assoluta. La burocrazia face valere l’idea dell’unità contro i diversi stati nello Stato. Ciò nondimeno, anche a lato della burocrazia del potere governativo assoluto, la distinzione sociale degli stati rimase una distinzione politica, politica all’interno e accanto alla burocrazia del potere governativo assoluto. Soltanto la Rivoluzione francese condusse a termine la trasformazione delle classi politiche in sociali, ovvero fece delle differenze di classe della società civile soltanto delle differenze sociali, delle differenze della vita privata, che sono senza significato nella vita politica. Fu con ciò compiuta la separazione di vita politica e di società civile.” (Critica, pp. 93-4)


Entrambi queste spiegazioni dell’origine della scissione della società moderna inpolitica e civile individuano aspetti reali importanti del processo; di esso, a partire dai Quaderni di Gramsci, abbiamo dato nella prima parte di questo lavoro una ricostruzione e interpretazione comprensiva: il processo di crisi della civiltà medioevale e di formazione della civiltà moderna, attraverso tutti i fenomeni intellettuali, associativi e politici esaminati, è appunto il processo costituente di un mondo culturale, economico e politico che dapprima si scinde dall’ordine medioevale e poi ascende all’egemonia e alla direzione dell’ordine statale emergente, in lotta coi residui istituzionali del passato. È questa la società civile, che si sviluppa in tempi e forme differenziate nelle diverse regioni del mondo. “In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce”. (Q, 866)


Marx critica Hegel sostenendo che “1. Egli ha presupposto la separazione della società civile dallo Stato politico (uno stato di cose moderno) e l’ha sviluppata come momento organico dell’idea, come assoluta verità razionale. Ha rappresentato lo Stato politico nella sua moderna forma della separazione dei diversi poteri. Ha dato al reale e agente Stato la burocrazia come corpo e ha sopraordinato questa, come spirito che sa, al materialismo della società civile. In una parola, egli espone dovunque il conflitto di società civile e Stato. 2. Hegel oppone la società civile come classe privata allo Stato politico. 3. Egli designa l’elemento di classe del potere legislativo come il semplice formalismo politico della società civile. Lo qualifica come un rapporto di riflessione della società civile nello Stato, e come un rapporto di riflessione che non altera l’essere dello Stato. Un rapporto di riflessione è anche la più alta identità fra cose essenzialmente diverse.” (Critica, p. 87) Come aveva poco prima scritto: “Non è da biasimare Hegel perché egli descrive l’essere dello Stato moderno tale qual è, ma perché spaccia ciò che è come la essenza dello Stato.”(Critica, p. 77)


Marx ritiene che nel testo di Hegel ci sia la descrizione di uno stato di cose esistente e la sua razionalizzazione e assolutizzazione speculativa; non vede che l’elaborazione hegeliana consiste piuttosto nella individuazione di un problemastorico-politico e nella proposta di una soluzione in un progetto, il modello teorico dello Stato organico. La critica di Marx si rivela filologicamente affrettata e superficiale; la sua polemica è in verità rivolta allo Stato reale e la critica deiLineamenti di Hegel è un mezzo per la critica di quello. E come si vede nel riassunto che fa dell’esposizione hegeliana – citato, Critica, p. 87 -, attribuisce a Hegel la propria descrizione dello Stato moderno, solo che Hegel l’avrebbe assolutizzato ed egli invece criticato.


La ragione per cui Marx non accetta come valido il problema di Hegel è che egli non concepisce la possibilità di reale mediazione fra estremi: “Estremi reali non possono mediarsi fra loro, proprio perché sono reali estremi. Ma neanche abbisognano di alcuna mediazione, ché sono di opposta natura. Non hanno niente di comune l’uno con l’altro, non si richiedono l’un l’altro, non si integrano l’un l’altro. L’uno non ha nel suo seno brama, bisogno, anticipazione dell’altro.” (Critica, p. 102) Conseguentemente non concepisce la proposta hegeliana del regime dei partiti: questo non è realmente ma formalmente democratico. “La diretta partecipazione di tutti alla discussione e risoluzione degli affari generali dello Stato ammette, secondo Hegel, “l’elemento democratico senza alcuna forma razionale nell’organismo statale ch’è tale solo per mezzo di siffatta forma”; cioè l’elemento democratico può essere ammesso soltanto come elemento formale in un organismo statale ch’è soltanto formalismo statale. L’elemento democratico dev’essere, piuttosto, l’elemento reale che si dà nell’intero organismo statale la suaforma razionale. Se, al contrario, esso entra come un elemento ‘particolare’ nell’organismo o formalismo statale, sotto la ‘forma razionale’ della sua esistenza è da intendere l’addomesticamento, l’accomodamento, una forma in cui esso non mostra la peculiarità della sua essenza; ossia ch’esso vi entra soltanto come principio formale.” (Critica, p. 130)


Marx non vede inoltre il passaggio dagli interessi particolari all’interesse generale, dall’interesse di classe all’interessa statale-nazionale, che si realizza attraverso la rappresentanza politica. “I deputati non devono ‘essere dei mandatari-commessi o apportatori di istruzioni’, perché essi devono ‘far valere non l’interesse particolare di una comunità, di una corporazione, contro l’interesse universale, bensì essenzialmente questo’. Hegel ha costruito dapprima i rappresentanti come rappresentanti delle corporazioni ecc., per poi attribuir loro l’altra determinazione politica: che essi non hanno da far valere l’interesse particolare delle corporazioni etc. Egli sopprime con ció quella sua prima determinazione, giacché lo separa del tutto, nella sua essenziale determinazione di rappresentanti, dalla esistenza corporativa. Così egli separa anche la corporazione da se stessa come suo proprio contenuto, ché essa deve scegliere (i rappresentanti) non dal suo punto di vista, bensì dal punto di vista dello Stato; cioè essa deve scegliere nella sua inesistenza di corporazione. [...] Hegel adduce come ragione che i rappresentanti debbono esser scelti per l’esercizio degli ‘affari generali’; ma le corporazioni non sono l’esistenza di affari generali.” (Critica, p. 136)


(Quando Marx, alcuni anni più tardi, concepirà il partito della classe operaia, lo definirà come rappresentante degli interessi comuni di classe in opposizione allo Stato: “Che relazione passa tra i comunisti e i proletari in generale? [...] Essi non hanno interessi distinti dagli interessi del proletariato nel suo insieme. [...] I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solamente per il fatto che da un lato, nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell’intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; d’altro lato per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo. [...] Dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario. Lo scopo immediato dei comunisti è quello stesso degli altri partiti proletari: formazione del proletariato in classe, rovesciamento del dominio borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato.” {K. Marx – F. Engels, Manifesto del partito comunista, in Opera complete, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 498.})


I rapporti classi-partiti-Stato in Gramsci.


Ritorniamo a Gramsci. Abbiamo già mostrato come egli assume criticamente tanto l’elaborazione hegeliana quanto l’elaborazione marxiana sulla questione, sviluppando una propria teoria dello Stato, dei partiti e della politica moderna. Nel paragrafo Hegel e l’associazionismo del Quaderno 1 egli individua il carattere progettuale dei Lineamenti e il senso dello Stato di Hegel, ed il suo limite in una concezione ancora primitiva del partito e della politica. Nel contempo valuta di Marx il senso delle masse, sottolineando la sua limitata comprensione del partito politico e, implicitamente, della complessità della vita e dell’organizzazione statale. “La dottrina di Hegel sui partiti e le associazioni come trama ‘privata’ dello Stato. Essa derivò storicamente dalla esperienze politiche della Rivoluzione francese e doveva servire a dare una maggiore concretezza al costituzionalismo. Governo col consenso dei governati, ma col consenso organizzato, non generico e vago quale si afferma nell’istante delle elezioni: lo Stato ha e domanda il consenso, ma anche ‘educa’ questo consenso con le associazioni politiche e sindacali, che però sono organismi privati, lasciati all’iniziativa privata della classe dirigente. Hegel, in un certo senso, supera già, così, il puro costituzionalismo e teorizza lo Stato parlamentare col suo regime dei partiti. La sua concezione dell’associazione non può essere che ancora vaga e primitiva, tra il politico e l’economico, secondo l’esperienza storica del tempo, che era molto ristretta e dava un solo esempio compiuto di organizzazione, quello ‘corporativo’ (politica innestata nell’economia). Marx non poteva avere esperienze storiche superiori a quelle di Hegel (almeno molto superiori), ma aveva il senso delle masse, per la sua attività giornalistica e agitatoria. Il concetto di Marx dell’organizzazione rimane ancora impigliato tra questi elementi: organizzazione di mestiere, clubs giacobini, cospirazioni segrete di piccoli gruppi, organizzazione giornalistica.” (Q, 56-7)


L’importanza di Hegel è riconosciuta proprio nel fatto che egli pensa ‘secondo lo Stato’ e non ‘secondo le classi’: “Nella concezione non solo della (scienza) politica, ma in tutta la concezione della vita culturale e spirituale, ha avuto enorme importanza la posizione assegnata dallo Hegel agli intellettuali, che deve essere accuratamente studiata. Con Hegel si incomincia a non pensare più secondo le caste e gli ‘stati’ ma secondo lo ‘Stato’, la cui ‘aristocrazia’ sono appunto gli intellettuali. La concezione ‘patrimoniale’ dello Stato (che è il modo di pensare per ‘caste’) è immediatamente la concezione che Hegel deve distruggere (polemiche sprezzanti e sarcastiche contro von Haller).” (Q, 1054)


Il contributo fondamentale di Gramsci consiste nell’analisi che svolge dello Stato moderno e dei partiti, il processo della loro formazione, sviluppo e crisi, e l’individuazione teorica del loro organamento. Gramsci a questo livella non progetta come Hegel né polemizza come Marx, ma analizza una realtà teorica e pratica. Di seguito ci soffermeremo su due questioni: il rapporto società civile-società politica e il nesso classi-partiti-Stato.


Abbiamo visto che la separazione di società civile e società politica si era verificata a partire dalla crisi della civiltà medioevale con la formazione di un mondo culturale, economico e politico autonomo che ascende all’egemonia in lotta con il potere del blocco dominante tradizionale. Con l’ascesa alla direzione dello Stato da parte del nuovo blocco borghese e l’affermarsi dell’egemonia culturale delle ideologie politiche moderne, organicamente connesse ai nuovi sistemi di produzione industriale e di scambio capitalistico, si è superata la separazione tra società civile e politica: si è concretato il progetto di uno Stato organico: “nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano” (Q, 1590). “Lo sviluppo del giacobinismo (di contenuto) e della formula della rivoluzione permanente attuata nella fase attiva della Rivoluzione francese ha trovato il suo ‘perfezionamento’ giuridico-costituzionale nel regime parlamentare, che realizza, nel periodo più ricco di energie ‘private’ nella società, l’egemonia permanente della classe urbana su tutta la popolazione, nella forma hegeliana del governo col consenso permanentemente organizzato (ma l’organizzazione del consenso è lasciata all’iniziativa privata, è quindi di carattere morale o etico, perché consenso ‘volontariamente’ dato in un modo o nell’altro).” (Q, 1636) “L’esercizio ‘normale’ dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare, è caratterizzato dalla combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai cosiddetti organi dell’opinione pubblica – giornali e associazioni.” (Q, 1638)


Sennonché il processo di universalizzazione economica, politica e culturale della classe borghese trova un limite storico, e il sistema egemonico s’incrina: “Come avvenga un arresto e si ritorni alla concezione dello Stato come pura forza ecc. La classe borghese è ‘saturata’: non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa (o almeno le disassimilazioni sono enormemente più numerose delle assimilazioni).” (Q, 937) Avviene che settori della borghesia e soprattutto gruppi delle classi subalterne sviluppano uno ‘spirito di scissione’, tendono ad autonomizzarsi e organizzarsi politicamente in opposizione allo Stato.


Si forma quindi una nuova società civile non integrata nel sistema statale dato, ciò che segna l’aprirsi di una nuova fase storica di lotte per l’egemonia. “Distacco della società civile da quella politica: si è posto un nuovo problema di egemonia, cioè la base storica dello Stato si è spostata.” (Q, 876) “Lo Stato moderno sostituisce al blocco meccanico dei gruppi sociali una loro subordinazione all’egemonia attiva del gruppo dirigente e dominante, quindi abolisce alcune autonomie, che però rinascono in altra forma, come partiti, sindacati, associazioni di cultura.” (Q, 2287) “Nel periodo del dopoguerra, l’apparato egemonico si screpola e l’esercizio dell’egemonia diviene permanentemente difficile e aleatorio. Il fenomeno viene presentato e trattato con vari nomi e in aspetti secondari e derivati. I più triviali sono: ‘crisi del principio d’autorità’ e ‘dissoluzione del regime parlamentare’. [...] La crisi si presenta praticamente nella sempre crescente difficoltà di formare i governi e nella sempre crescente instabilità dei governi stessi: essa ha la sua origine immediata nella moltiplicazione dei partiti parlamentari, e nelle crisi interne permanenti di ognuno di questi partiti (si verifica cioè nell’interno di ogni partito ciò che si verifica nell’intero parlamento: difficoltà di governo e instabilità di direzione).” (Q, 1638-9)


Questa nuova scissione che dà luogo alla crisi organica dello Stato rappresentativo-burocratico si prolunga per decenni fino alla grande ristrutturazione degli Stati contemporanei secondo i tre modelli fascista, stalinista, americano {Sulla crisi organica e i tre modelli di risposta a questa, vedi Teoria della crisi organica ne La Traversata. Libro Primo}. “Si ha una forma estrema di società politica: o per lottare contro il nuovo e conservare il traballante rinsaldandolo coercitivamente, o come espressione del nuovo per spezzare le resistenze che incontra nello svilupparsi ecc.” (Q, 876) “Le dittature contemporanee aboliscono legalmente anche queste nuove forme di autonomia e si sforzano di incorporarle nell’attività statale: l’accentramento legale di tutta la vita nazionale nelle mani del gruppo dominante diventa ‘totalitario’.” (Q, 2287)


L’analisi gramsciana del nesso partiti-Stato nel mondo moderno fa perno sulla questione della”identità-distinzione tra società civile e società politica” (Q, 1028) e su una concezione della politica come “rapporto tra lo Stato e la società civile” (Q, 868). Tale rapporto non è astratto, ma concretamente realizzato dall’attività del complesso delle figure della mediazione, dagli individui, gruppi e associazioni che esercitano unzioni organizzative e connettive, gli intellettuali. “Per intellettuali occorre intendere non solo quei ceti comunemente intesi con questa denominazione, ma in generale tutto lo strato sociale che esercita funzioni organizzative in senso lato, sia nel campo della produzione, sia in quello della cultura, e in quello politico-amministrativo.” (Q, 2041)


Così intesa, la questione degli intellettuali include sia la burocrazia che il partito politico, sia gli intellettuali ‘organici’ che ‘tradizionali’.


È nel Quaderno 12, sugli intellettuali, che Gramsci espone in sintesi la sua analisi della funzione e significato dei partiti politici nello Stato moderno. “Il punto centrale della questione rimane la distinzione tra intellettuali, categoria organica di ogni gruppo sociale fondamentale e intellettuali, come categoria tradizionale; distinzione da cui scaturisce tutta una serie di problemi e di possibili ricerche storiche. Il problema più interessante è quello che riguarda, se considerato da questo punto di vista, il partito politico moderno, le ue origini reali, i suoi sviluppi, le sue forme. Cosa diventa il partito politico in ordine al problema degli intellettuali? Occorre fare alcune distinzioni: 1) per alcuni gruppi sociali il partito politico è niente altro che il modo proprio di elaborare la propria categoria di intellettuali organici, che si formano così e non possono non formarsi, dati i caratteri generali e le condizioni di formazione, di vita e di sviluppo del gruppo sociale dato, direttamente nel campo politico e filosofico e non già nel campo della tecnica produttiva [...]. 2) il partito politico, per tutti i gruppi, è appunto il meccanismo che nella società civile compie la stessa funzione che compie lo Stato in misura più vasta e più sinteticamente, nella società politica, cioè procura la saldatura tra intellettuali organici di un dato gruppo, quello dominante, e intellettuali tradizionali, e questa funzione il partito compie in dipendenza della sua funzione fondamentale che è quella di elaborare i proprii componenti, elementi di un gruppo sociale nato e sviluppatosi come ‘economico’, fino a farli diventare intellettuali politici qualificati, organizzatori di tutte le attività e le funzioni inerenti all’organico sviluppo di una società integrale, civile e politica. [...] Che tutti i membri di un partito politico debbano essere considerati come intellettuali, ecco un’affermazione che può prestarsi allo scherzo e alla caricatura; pure, se si riflette, niente di più esatto. Sarà da fare distinzione di gradi, un partito potrà avere una maggiore o minore composizione del grado più alto o di quello più basso, non è ciò che importa: importa la funzione che è direttiva e organizzativa, cioè educativa, cioè intellettuale. Un commerciante non entra a far parte di un partito politico per fare del commercio, né un industriale per produrre di più e a costi diminuiti, né un contadino per apprendere nuovi metodi di coltivare la terra, anche se taluni aspetti di queste esigenze del commerciante, dell’industriale, del contadino possono trovare soddisfazione nel partito politico [...]. Per questi scopi, entro certi limiti, esiste il sindacato professionale in cui l’attività economico-corporativa del commerciante, dell’industriale, del contadino, trova il suo quadro più adatto. Nel partito politico gli elementi di un gruppo sociale economico superano questo momento del loro sviluppo storico e diventano agenti di attività generali, di carattere nazionale e internazionale.”(Q, 1521-3)


È da osservare – specialmente in quest’ultima proposizione – come Gramsci sviluppa i temi hegeliani della mediazione e dell’universalizzazione politica delle classi in un quadro più avanzato e più complesso, di cui offre in altri brani deiQuaderni ulteriori specificazioni.


Sulla funzione mediatrice dei partiti: “Sebbene ogni partito sia espressione di un gruppo sociale, [...] esercitano una funzione di equilibrio e di arbitrato tra gli interessi del proprio gruppo e gli altri gruppi, e procurano che lo sviluppo del gruppo rappresentato avvenga col consenso e con l’aiuto dei gruppi alleati, se non addirittura dei gruppi decisamente avversari.” (Q, 1601-2)


I partiti non solo rappresentano le classi ma agiscono su di esse trasformandole e universalizzandole: “i partiti non sono solo una espressione meccanica e passiva delle classi stesse, ma reagiscono energicamente su di esse per svilupparle, assodarle, universalizzarle.” (Q, 387)


I partiti politici rapportano le classi e gli individui allo Stato, li avviano alla vita statale, ne educano il senso dello Stato: “Stato e partiti. La funzione egemonica

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