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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (14)
di fulmini , Sun 23 May 2021 7:00
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Capitolo 13. Nazionalismo, imperialismo e crisi organica.


Esaminato il processo di costituzione e diffusione dello Stato moderno con le sue differenziazioni nazionali, Gramsci prolunga l’analisi con lo studio del processo di sviluppo della nuova civiltà a partire dai fenomeni del nazionalismo e dell’imperialismo. Entrambi questi fenomeni si collegano alla questione più generale della nuova struttura dei rapporti internazionali che si concreta con la civiltà statale moderna, e alla questione specifica del nuovo significato e influenza del concerto internazionale sullo svolgimento delle singole nazioni. “Questa differenza di processo nel manifestarsi dello stesso sviluppo storico nei diversi paesi è da legare non solo alle diverse combinazioni dei rapporti interni alla vita delle diverse nazioni, ma anche ai diversi rapporti internazionali (i rapporti internazionali sono di solito sottovalutati in questo ordine di ricerche). Lo spirito giacobino, audace, temerario, è certamente legato all’egemonia esercitata così a lungo dalla Francia in Europa, oltre che all’esistenza di un centro urbano come Parigi e all’accentramento conseguito in Francia per opera della monarchia assoluta.” (Q, 2033)


Abbiamo già sottolineato il nesso che intercorre tra la compiutezza della struttura intellettuale dello Stato francese e l’egemonia esercitata da questo in Europa. In relazione con questa problematica è importante considerare ora un paragrafo deiQuaderni nel quale si mostra che l’integralismo del nuovo ordine statale si svolge e dà luogo al fenomeno del nazionalismo nella vita culturale e politica, fenomeno che costituirà poi un limite interno della nuova civiltà. “Un principio egemonico (etico-politico) trionfa dopo aver vinto un altro principio (e averlo assunto come suo momento, direbbe appunto il Croce). Ma perché lo vincerà? Per sue doti intrinseche di carattere ‘logico’ e razionale astratto? Non ricercare le ragioni di questa vittoria significa fare storia esteriormente descrittiva, senza rilievo di nessi necessari e causali. Anche il Borbone rappresentava un principio etico-politico, impersonava una ‘religione’ che aveva i suoi fedeli nei contadini e nei lazzari. C’è dunque sempre stata lotta tra due principii egemonici, tra due ‘religioni’, e occorrerà non solo descrivere l’espansione trionfale di una di esse, ma giustificarlo storicamente. Bisogna spiegare perché nel 1848 i contadini croati combatterono contro i liberali milanesi e i contadini lombardo-veneti combatterono contro i liberali viennesi. Allora il nesso reale etico-politico tra governanti e governati era la persona dell’imperatore o del re [...] come più tardi il nesso sarà non quello del concetto di libertà, ma il concetto di patria o di nazione. La ‘religione’ popolare sostituita al cattolicismo (o meglio in combinazione con esso) è stata quella del ‘patriottismo’ e del nazionalismo. Ho letto che durante l’affare Dreyfus uno scienziato francese massone e ministro esplicitamente disse che il suo partito voleva annientare l’influsso della Chiesa in Francia, e poiché la folla aveva bisogno di un fanatismo (i francesi usano in politica il termine ‘mystique’) sarebbe stata organizzata l’esaltazione del sentimento patriottico. Bisogna ricordare, del resto, il significato che assunse il termine ‘patriota’ durante la Rivoluzione (significò certo ‘liberale’ ma con un significato concreto nazionale) e come esso, attraverso le lotte del secolo XIX sia stato sostituito da quello di ‘repubblicano’ per il nuovo significato assunto dal termine patriota che è diventato monopolio dei nazionalisti e dei destri in generale. Che il contenuto concreto del liberalismo popolare sia stato il concetto di patria e di nazione si può vedere dal suo stesso svolgimento in nazionalismo, e nella lotta contro il nazionalismo da parte sia del Croce, rappresentante della religione della libertà, come del papa, rappresentante del cattolicismo.” (Q, 1236-7)


La dimensione nazionale – come processo di unificazione politica, militare, territoriale, demografica, economica, giuridica e culturale – è una coordinata essenziale e costitutiva della moderna civiltà statale, che prende corpo fin dalle monarchie assolute e dai movimenti nazionali-popolari di riforma e acquista la sua forma matura con gli Stati rappresentativo-burocratici. L’espansione europea del modello statale moderno ha dato luogo ad un sistema di rapporti inter-nazionali caratterizzato da una lotta fra gli Stati per la conquista di una posizione egemonica. In questo conflitto fra gli Stati si compongono e ricompongono più sistemi egemonici e blocchi d’alleanza; ma la tendenza alla formazione di un Impero a dimensione universale non è realizzata stabilmente da nessuno Stato, in quanto urta nei propositi concorrenti dei grandi Stati e nello spirito di indipendenza nazionale di ogni Stato. La civiltà statale moderna non riesce cioè a compiere a livello mondiale quell’unificazione e integrazione che attinge invece a livello nazionale. Ciò è naturale che avvenga, dato il carattere nazionale della civiltà statale; la difficoltà sperimentata per la instaurazione di un ordine (civiltà) internazionale è inscritta nella sostanza nazionale della razionalità storico-politica propria dell’ordinamento statale.


Il fenomeno nazionalista è una manifestazione di tipo integrista del sentimento nazionale, e si sviluppa come conseguenza delle lotte e delle guerre (di conquista e d’indipendenza) fra gli Stati. È quindi un fenomeno intimamente connesso al fenomeno contemporaneo dell’imperialismo.


Gramsci rimarca il carattere limitato e deteriore del nazionalismo, mostrando come esso non solo non consista nell’affermazione di originali e autentici valori nazionali, ma neppure garantisca l’autonomia della nazione. “Una cosa è essereparticolari, altra cosa predicare il particolarismo. Qui è l’equivoco del nazionalismo, che in base a questo equivoco pretende spesso di essere il vero universalista, il vero pacifista. Nazionale, cioè, è diverso da nazionalista. Goethe era ‘nazionale’ tedesco, Stendhal ‘nazionale’ francese, ma né l’uno né l’altro nazionalista. Un’idea non è efficace se non è espressa in qualche modo, artisticamente, cioè particolarmente. Ma uno spirito è particolare in quanto nazionale? La nazionalità è una particolarità primaria; ma il grande scrittore si particolarizza ancora tra i suoi connazionali e questa seconda ‘particolarità’ non è il prolungamento della prima. Renan in quanto Renan non è affatto una conseguenza necessaria dello spirito francese; egli è, per rapporto a questo spirito, un evento originale, arbitrario, imprevedibile (come dice Bergson). E tuttavia Renan resta francese, come l’uomo, pur essendo uomo, rimane un mammifero; ma il suo valore, come per l’uomo, è appunto nella sua differenza dal gruppo donde è nato. Ciò appunto non vogliono i nazionalisti, per i quali il valore dei maestri consiste nella loro somiglianza con lo spirito del loro gruppo, nella loro fedeltà, nella loro puntualità ad esprimere questo spirito (che d’altronde viene definito come lo spirito dei maestri, per cui si finisce sempre con l’aver ragione). Perché tanti scrittori moderni ci tengono tanto all’ ‘anima nazionale’ che dicono di rappresentare? È utile, per chi non ha personalità, decretare che l’essenziale è di essere nazionale. [...] Questa tendenza ha avuto effetti disastrosi nella letteratura (insincerità). Il politica: questa tendenza alla distinzione nazionale ha fatto sì che la guerra, invece di essere semplicemente politica, è diventata una guerra di anime nazionali, con i suoi caratteri di profondità passionale e di ferocia. [...] La guerra appunto ha dimostrato che questi atteggiamenti nazionalistici non erano casuali o dovuti a cause intellettuali – errori logici ecc. -: essi erano e sono legati a un determinato periodo storico in cui solo l’unione di tutti gli elementi nazionali può essere una condizione di vittoria. La lotta intellettuale, se condotta senza una lotta reale che tenda a capovolgere questa situazione, è sterile.” (Q, 248)


“Ogni popolo ha la sua letteratura, ma essa può venirgli da un altro popolo, cioè il popolo in parola può essere subordinato all’egemonia intellettuale e morale di altri popoli. È questo spesso il paradosso più stridente per molte tendenze monopolistiche di carattere nazionalistico e repressivo: che mentre si costruiscono piani grandiosi di egemonia, non ci si accorge di essere oggetto di egemonie straniere; così come, mentre si fanno piani imperialistici, in realtà si è oggetto di altri imperialismi ecc. D’altronde non si sa se il centro politico dirigente non capisca benissimo la situazione di fatto e non cerchi di superarla: è certo però che i letterati, in questo caso, non aiutano il centro dirigente politico in questi sforzi e i loro cervelli vuoti si accaniscono nell’esaltazione nazionalistica per non sentire il peso dell’egemonia da cui si dipende e si è oppressi.” (Q, 2253)


Gramsci va oltre, laddove afferma che in molti casi il partito più nazionalistico è quello meno nazionale. “Quanto più la vita economica immediata di una nazione è subordinata ai rapporti internazionali, tanto più un determinato partito rappresenta questa situazione e la sfrutta per impedire il sopravvento dei partiti avversari. [...] Da questa serie di fatti si può giungere alla conclusione che spesso il così detto ‘partito dello straniero’ non è proprio quello che come tale viene volgarmente indicato, ma proprio il partito più nazionalistico, che, in realtà, più che rappresentare le forze vitali del proprio paese, ne rappresenta la subordinazione e l’asservimento economico alle nazioni o a un gruppo di nazioni egemoniche.” (Q, 1562-3)


Ancora di più: il nazionalismo è per Gramsci elemento determinante la crisi organica della civiltà moderna. Nel paragrafo La crisi scrive: “Una delle contraddizioni fondamentali è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del ‘nazionalismo’, ‘del bastare a se stessi’ ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della ‘attuale crisi’ è niente altro che l’esasperazione dell’elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell’economia: contingentamenti, clearing, restrizione al commercio delle divise, commercio bilanciato tra due soli Stati ecc. Si potrebbe allora dire, e questo sarebbe il più esatto, che la ‘crisi’ non è altro che l’intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali, ma specialmente l’intensificazione di certi fenomeni.” (Q, 1756)


Gramsci connette a questa analisi critica del fenomeno nazionalista e delle lotte inter-statali per l’egemonia, alcune ulteriori riflessioni sul problema dei rapporti delle forze internazionali, “su ciò che è una grande potenza, sugli aggruppamenti degli Stati in sistemi egemonici e quindi sul concetto di indipendenza e sovranità per ciò che riguarda le potenze piccole e medie”. (Q, 1562) Egli si pone fondamentalmente due questioni. Da una parte s’interroga sulle forme in cui nella fase di crisi della civiltà statale si possono strutturare i rapporti di dominazione e subordinazione fra gli Stati; dall’altra si domanda quali siano le condizioni necessarie e sufficienti per definire una situazione di autonomia sulla scena internazionale contemporanea. Rispondendo egli individua i fenomeni dell’imperialismo, delle grandi potenze, delle guerre mondiali.


“Egemonia politico-culturale. È ancora possibile, nel mondo moderno, l’egemonia culturale di una nazione sulle altre? Oppure il mondo è già talmente unificato nella sua struttura economico-sociale, che un paese, se può avere ‘cronologicamente’ l’iniziativa di una innovazione, non ne può però conservare il ‘monopolio politico’ e quindi servirsi di tale monopolio come base di egemonia? Quale significato quindi può avere oggi il nazionalismo? Non è esso possibile come ‘imperialismo’ economico-finanziario ma non più come ‘primato’ civile o egemonia politico-intellettuale?” (Q, 1618)


“Elementi per calcolare la gerarchia di potenza fra gli Stati: 1) estensione del territorio, 2) forza economica, 3) forza militare. Il modo in cui si esprime l’essere grande potenza è dato dalla possibilità di imprimere alla attività statale una direzione autonoma, di cui gli altri Stati devono subire l’influsso e la ripercussione: la grande potenza è potenza egemone, capo e guida di un sistema di alleanze e di intese di maggiore o minore estensione. La forza militare riassume il valore dell’estensione territoriale (con popolazione adeguata, naturalmente) e del potenziale economico. Nell’elemento territoriale è da considerare in concreto la posizione geografica. Nella forza economica è da distinguere la capacità industriale e agricola (forze produttive) dalla capacità finanziaria. Un elemento ‘imponderabile’ è la posizione ‘ideologica’ che un paese occupa nel mondo in ogni momento dato, in quanto ritenuto rappresentante delle forze progressive della storia (esempio della Francia durante la Rivoluzione del 1789 e il periodo napoleonico). Questi elementi sono calcolati nella prospettiva di una guerra. Avere tutti gli elementi che, nei limiti del prevedibile, danno sicurezza di vittoria, significa avere un potenziale di pressione diplomatica da grande potenza, cioè significa ottenere una parte dei risultati di una guerra vittoriosa senza bisogno di combattere.” (Q, 1598-9)


In questi paragrafi – mirabili per la capacità di percepire e prevedere decisivi fenomeni che marcano la struttura e la storia contemporanea – Gramsci coglie in primo luogo il passaggio da un sistema di rapporti interstatali imperniato sulle capacità di direzione politica e intellettuale di uno Stato guida o modello, a un altro basato sul predominio economico, tecnologico, militare. Da sistemi egemonici cementati da comuni idee politiche e da affinità ideologico-culturali si passa a blocchi d’alleanza costituitisi a partire da un determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione, cioè retti da determinati rapporti di mercato e di scambio internazionale.


In tale nuovo ordine internazionale, soggetti di direzione politico-statale autonoma (interna e internazionale) sono soltanto quelli che si possono definire ‘grandi potenze’, in quanto dispongono di un territorio esteso e densamente popolato, di una grande ricchezza di materie prime e risorse energetiche, di un alto grado di sviluppo delle forze produttive agricole e industriali, di forti capacità finanziarie e intensi ritmi di innovazione tecnologica, tutto ciò articolato in un sistema integrato e relativamente autosufficiente, garantito da una corrispondente forza militare.


“Nella nozione di grande potenza è da considerare anche l’elemento ‘tranquillità interna’ cioè il grado e l’intensità della funzione egemonica del gruppo sociale dirigente; (questo elemento è da ricercare nella valutazione della potenza di ogni Stato, ma acquista maggiore importanza nella considerazione delle grandi potenze. Né vale ricordare la storia dell’antica Roma e delle lotte interne che non impedirono l’espansione vittoriosa ecc.; oltre agli altri elementi differenziali, basta considerare questo, che Roma era la sola grande potenza dell’epoca, e che non aveva da temere la concorrenza di rivali potenti, dopo la distruzione di Cartagine). Si potrebbe perciò dire che quanto più forte è l’apparato di polizia, tanto è più debole l’esercito e quanto più debole (cioè relativamente inutile) la polizia, tanto più forte è l’esercito (di fronte alla prospettiva di una lotta internazionale).” (Q, 1577) La grande potenza è inoltre la forza dirigente di un sistema internazionale di alleanze e la nazione che guida l’espansione di questo attraendo altre ragioni del mondo verso il proprio modo di essere (‘modernizzazione’).


Si presenta a questo punto il problema delle guerre fra gli Stati. Difatti la conformazione delle grandi potenze è il risultato del tentativo compiuto dalle forze dirigenti di uno Stato di estendere il proprio predominio oltre i confini della nazione, quindi a livello internazionale. I rapporti economici fra gli Stati comportano la strutturazione di un mercato internazionale, cioè un sistema integrato di rapporti tra le forze sociali di più nazioni; ma, mentre i rapporti delle forze a livello del mercato nazionale sono garantiti e resi stabili dall’organizzazione politica, giuridica e morale dello Stato, a livello internazionale essi mancano di sovrastrutture politiche istituzionali e perciò si svolgono in una lotta permanente, un persistente conflitto interstatale. Mancando a livello internazionale uno ‘Stato’ politico, si realizza un permanente stato di guerra, lo ‘Stato’ come guerra.


Le guerre moderne fra gli Stati hanno origine nella contraddizione fra l’internazionalismo della vita economica e il nazionalismo della vita politica. Con ciò si vede come la moderna civiltà degli Stati nazionali comporta non solo una forma della politica interna basata sulla ‘realtà effettuale della forza e della lotta’ fra le classi, ma anche una forma della politica internazionale sulla lotta e la guerra fra gli Stati. In questa logica si sono realizzate e si spiegano la prima e la seconda guerra mondiale e molte guerre intestatali a dimensioni regionali o locali; bisogna però tener presente che la lotta fra gli Stati non si manifesta sempre attraverso guerre totali di distruzione ma anche attraverso guerre con combattute. La condizione di guerra fra gli Stati è – nella civiltà moderna – permanente. In particolare le grandi potenze sono quegli Stati che sono in grado di vincere le guerre senza l’uso delle armi, ma attraverso la dimostrazione della loro forza; la corsa armamentista ed il potenziamento della capacità d’intervento molecolare e tempestivo sui diversi scenari di contesa si collocano precisamente in questa logica bellica: sono momenti operosi della guerra permanente.


Una risposta alla contraddizione fra il nazionalismo politico e l’internazionalismo economico si cerca di dare e si viene dando con la costituzione di comunità sovranazionali a dimensione regionale o continentale, e comunque attraverso processi di integrazione economica fra Stati geograficamente vicini, economicamente complementari, politicamente congrui, culturalmente affini. In un mondo dominato dalle grandi potenze, è in questa direzione che si crea la possibilità dell’emergenza di nuovi soggetti storico-politici capaci di autonomia (relativamente) integrale.

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