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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (13)
di fulmini , Sun 23 May 2021 6:30
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Capitolo 12. Sviluppo e diffusione dello Stato moderno.


Nella trattazione del movimento illuminista, inteso come momento del processo storico che culmina nella rivoluzione giacobina, abbiamo individuato questo come un processo di riforma intellettuale e morale. E abbiamo a un tempo osservato come l’Illuminismo non realizzi compiutamente il distacco dal passato, in quanto fa ricorso ancora ad una logica di carattere mitico-religiosa. Il passaggio definitivo alla nuova civiltà si realizza sulla base dei nuovi principi ideologici introdotti dagli illuministi, ma si consolida nella strutturazione concreta delle nuove attività e dei nuovi rapporti politici: con la Rivoluzione francese e nello Stato e nei partiti moderni.


In effetti, caratteristica della costruzione della civiltà statale moderna è la completezza e la rigorosa articolazione di un processo di trasformazione dei modi di sentire, di pensare, di operare collettivi e individuali, e conseguentemente la configurazione di un nuovo sistema di rapporti, di una nuova rete connettiva fra gli individui e tra i gruppi a livello nazionale. “La Francia dà un tipo compiuto di sviluppo armonico di tutte le energie nazionali e specialmente delle categorie intellettuali; quando nel 1789 un nuovo raggruppamento sociale affiora politicamente alla storia, esso è completamente attrezzato per tutte le sue funzioni sociali e perciò lotta per il dominio totale della nazione, senza venire a compromessi essenziali con le vecchie classi, ma invece subordinandole ai propri fini. [...] Questa massiccia costruzione intellettuale spiega la funzione della cultura francese nei secoli XVIII e XIX, funzione di irradiazione internazionale e cosmopolita e di espansione a carattere imperialistico ed egemonico in modo organico.” (Q, 1524)


È da considerare con speciale attenzione il rilievo che Gramsci fa nel senso di indicare come condizione della costruzione di un ordine integralmente nuovo l’aver raggiunto una autonomia teorica e di avere sviluppato organicamente questa nei diversi campi dell’attività umana. In mancanza di una tale attrezzatura intellettuale inevitabili saranno subordinazioni e compromessi essenziali (o, in mancanza di una tale forza intellettuale di aggregazione e irradiazione, il ricorso alla repressione sistematica delle attività creative e all’isolamento nazionalistico). Ed è da considerare anche il rapporto sottolineato da Gramsci tra la compiutezza della struttura intellettuale del processo di costruzione dello Stato nazionale francese ed il ruolo egemonico e di modello da questo assunto nella conformazione e sviluppo in Europa e nel mondo intero della moderna civiltà statale nazionale.


La rivoluzione giacobina costituisce il momento cruciale della svolta e dell’inizio della civiltà statale moderna: il complesso delle attività politiche rivoluzionarie danno luogo al nuovo Stato, il quale si distingue analiticamente dal movimento della rivoluzione in quanto è la conformazione di un ordine sociale e istituzionale (relativamente) permanente. Lo sviluppo del processo politico susseguente alla fase giacobina consiste, infatti, nel progressivo assestamento e consolidamento di questo nuovo ordine in Francia, è cioè la ricerca conflittuale di un nuovo equilibrio stabile tra le forze politiche e sociali attive.


Gramsci esamina questo periodo proprio nel paragrafo in cui approfondisce il concetto e la metodologia di analisi dei ‘rapporti di forza’: “Questi criteri metodologici possono acquistare visibilmente e didatticamente tutto il loro significato se applicati all’esame di fatti storici concreti. Si potrebbe farlo utilmente per gli avvenimenti che si svolsero in Francia dal 1789 al 1870. Mi pare che per maggior chiarezza dell’esposizione sia proprio necessario abbracciare tutto questo periodo. Infatti solo nel 1870-71, col tentativo comunalistico si esauriscono storicamente tutti i germi nati nel 1789 cioè non solo la nuova classe che lotta per il potere sconfigge i rappresentanti della vecchia società che non vuole confessarsi decisamente superata, ma sconfigge anche i gruppi nuovissimi che sostengono già superata la nuova struttura sorta dal rivolgimento iniziatosi del 1789 e dimostra così di essere vitale e in confronto al vecchio e in confronto al nuovissimo.” (Q, 1581-2)


In questa prima parte dell’analisi Gramsci delinea il senso complessivo del periodo, che non è quello di un ritorno al vecchio regime ma piuttosto quello di un processo di sviluppo, istituzionalizzazione e consolidamento della razionalità storico-politica emergente. Con la rivoluzione giacobina si erano attivate diverse forze sociali, liberate dai legami ideologici e istituzionali tradizionali, ciascuna mossa da una volontà di lotta e di potere. Si dà così inizio ad una prima fase di sviluppo della moderna civiltà statale, il cui carattere essenziale è dato dalla lotta politica ininterrotta nella quale si scontrano i contrapposti progetti di egemonia. Per tutto il periodo 1789-1871 è in discussione quale forza sociale assuma stabilmente il predominio; e precisamente la Comune di Parigi testimonia la vitalità dei tentativi del blocco agrario e del movimento popolare, ma il suo risultato segna la definitiva affermazione della classe borghese, la sua vittoria. Dopo l’affermazione dell’egemonia borghese, che si concreta in un sistema giuridico-istituzionale, la lotta delle forze che rimangono subordinate continua, riproponendosi però in modo diverso: in forme condizionate e limitate dalle regole del regime stabilito e in una prospettiva di genere rivendicativo, di autoaffermazione e di rifiuto piuttosto che di proposta di una realistica alternativa egemonica.


Lo Stato moderno è tale che una volta impiantato – configurata l’egemonia di un gruppo e la subordinazione degli altri – non permette lo svolgersi di nuove rivoluzioni che portino al potere e affermino l’egemonia di altri gruppi. Ecco perché Gramsci, nel seguito del paragrafo sostiene che nel 1871 si esaurisce la validità della teoria rivoluzionaria. “Inoltre, col 1870-71, perde efficacia l’insieme di principii di strategia e tattica politica nati praticamente nel 1789 e sviluppati ideologicamente intorno al 48 (quelli che si riassumono nella formula della ‘rivoluzione permanente’ [...]).” (Q, 1582)


È da sottolineare intanto l’affermazione di Gramsci che la teoria marxiana (del 1848) della rivoluzione è una concettualizzazione dell’esperienza giacobina. Ma ancora più importante è il riconoscimento di una validità di questa teoria fino alla Comune di Parigi. In effetti, mentre l’egemonia di un gruppo non si è ancora consolidata e lo Stato è in costruzione, le classi popolari possono aspirare e realisticamente proporsi di conquistare il potere, e perciò la loro azione rivoluzionaria non si ferma ad alcuno stadio intermedio di realizzazione di tale obiettivo, non accetta compromessi, è ‘permanente’. Il periodo che va dal 1789 al 1871 è conseguentemente segnato dalla lotta delle classi per il potere statale.


“Un elemento che mostra la giustezza di questo punto di vista – prosegue Gramsci – è il fatto che gli storici non sono per nulla concordi (ed è impossibile che lo siano) nel fissare i limiti di quel gruppo di avvenimenti che costituisce la rivoluzione francese. Per alcuni (per es. il Salvemini) la rivoluzione è compiuta a Valmy: la Francia ha creato un nuovo Stato e ha saputo organizzare la forza politico-militare che ne afferma e ne difende la sovranità territoriale. Per altri la Rivoluzione continua fino al Termidoro, anzi essi parlano di più rivoluzioni (il 10 agosto sarebbe una rivoluzione a sé ecc.; cfr la Rivoluzione francese di A. Mathiez nella collezione Colin). Il modo di interpretare il Termidoro e l’opera di Napoleone offre le più aspre contraddizioni: si tratta di rivoluzione o di controrivoluzione? ecc. Per altri la storia della Rivoluzione continua fino al 1830, 1848, 1870 e persino fino alla guerra mondiale del 1914. In tutti questi modi di vedere c’è una parte di verità. Realmente le contraddizioni interne della struttura sociale francese che si sviluppano dopo il 1789 trovano una loro relativa composizione solo con la terza repubblica e la Francia ha 60 anni di vita politica equilibrata dopo 80 anni di rivolgimenti a ondate sempre più lunghe: 89-94-99-1804-1815-1830-1848-1870.” (Q, 1582) Il fatto che le ondate di lotta e di scontro montino a intervalli sempre più lunghi mette in luce l progressivo assestamento dell’egemonia borghese.


Il problema del rapporto fra azione rivoluzionaria e consolidamento dell’egemonia nel processo costituente lo Stato moderno, Gramsci lo affronta anche a livello internazionale e in termini teorici più comprensivi. “Concetto politico della così detta ‘rivoluzione permanente’ sorto prima del 1848, come espressione scientificamente elaborata delle esperienze giacobine dal 1789 al Termidoro. La formula è propria di un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molti aspetti: maggiore arretratezza della campagna e monopolio quasi completo dell’efficienza politico-statale in poche città o addirittura in una sola (Parigi per la Francia), apparato statale relativamente poco sviluppato e maggiore autonomia della società civile dall’attività statale, determinato sistema delle forze militari e dell’armamento nazionale, maggiore autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale ecc. Nel periodo dopo il 1870, con l’espansione coloniale europea, tutti questi elementi mutano, i rapporti organizzativi interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della ‘rivoluzione permanente’ viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di ‘egemonia civile’. Avviene nell’arte politica ciò che avviene nell’arte militare: la guerra di movimento diventa sempre più guerra di posizione e si può dire che uno Stato vince una guerra in quanto la prepara militarmente e tecnicamente nel tempo di pace. La struttura massiccia delle democrazie moderne, sia come organizzazioni statali che come complesso di associazioni nella vita civile costituiscono per l’arte politica come le ‘trincee’ e le fortificazioni permanenti del fronte nella guerra di posizione: essi rendono solo ‘parziale’ l’elemento del movimento che prima era ‘tutta’ la guerra ecc. La quistione si pone per gli Stati moderni, non per i paesi arretrati e per le colonie, dove vigono ancora le forme che altrove sono superate e divenute anacronistiche. Anche la quistione del valore delle ideologie (come si può trarre dalla polemica Malagodi – Croce) – con le osservazioni del Croce sul ‘mito’ soreliano, che si possono ritorcere contro la ‘passione’ – deve essere studiata in un trattato di scienza politica.” (Q, 1566-7)


In questo brano sono individuate per grandi linee i tratti che contraddistinguono due tipi generali di situazione storico-politica: quella in cui lo Stato non ha raggiunto la sua forma istituzionale matura e si lotta ancora per l’egemonia, e quella in cui lo Stato si è compiutamente strutturato.


La prima situazione è caratterizzata da un sistema di potere instabile e fluido, da una parziale integrazione dei gruppi etnici e sociali nella vita politica nazionale, da relazioni tradizionali nelle campagne, scarso sviluppo industriale, amministrazione burocratica arretrata, da una larga autonomia della vita culturale rispetto allo Stato, da una minore integrazione nel mercato internazionale. In questa prima situazione, nella quale la teoria rivoluzionaria può risultare efficace e avere successo, si sono trovati ad esempio la Russia e la Cina, e si trovano forse tuttora alcuni Stati dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa.


La seconda situazione è caratterizzata invece dall’esistenza di grandi partiti politici di massa e di grandi sindacati economici, da un sistema integrato di apparati pubblici che assorbono largamente la società civile, da uno sviluppo economico e tecnologico avanzato strettamente connesso al sistema economico e di mercato internazionale. In questa seconda situazione, nella quale la teoria della rivoluzione permanente è superata nella scienza politica da concezioni articolate che pongono l’accento su processi di socializzazione e partecipazione di massa e di egemonia culturale, si trovano gli Stati contemporanei più avanzati.


L’esistenza di questi due tipi di situazione storico-politica evidenzia il fatto che al livello mondiale la moderna civiltà statale si è configurata con un centro e una periferia: da una parte un insieme di nazioni in cui si è sviluppata in modo organico e compiuto, dall’altra più insiemi di paesi in cui lo sviluppo del modello statale è meno integrato e integrale.


Ci soffermeremo più avanti nello studio del contenuto della maturità e integralità dello Stato, allorquando analizzeremo i rapporti partiti-Stato nel regime rappresentativo-burocratico. Avanziamo ora nell’esame del processo di espansione del modello statale dalla francia all’Europa. “Rapporto storico tra lo Stato moderno francese nato dalla Rivoluzione e gli altri Stati moderni dell’Europa continentale. Il confronto è di importanza vitale, purché non sia fatto in base ad astratti schemi sociologici. Esso può risultare dall’esame di questi elementi: 1) esplosione rivoluzionaria in Francia con radicale e violenta mutazione dei rapporti sociali e politici; 2) opposizione europea alla Rivoluzione francese e alla sua diffusione per i ‘meati’ di classe; 3) guerra della Francia, con la Repubblica e con Napoleone, contro l’Europa, prima per non essere soffocata, poi per costituire una egemonia permanente francese con la tendenza a formare un impero universale; 4) riscosse nazionali contro l’egemonia francese e nascita degli Stati moderni per piccole ondate riformistiche successive, ma non per esplosioni rivoluzionarie come quella originaria francese. Le ondate successive sono costituite da una combinazione di lotte sociali, di interventi dall’alto di tipo monarchia illuminata e di guerre nazionali, con prevalenza di questi ultimi due fenomeni. Il periodo della ‘Restaurazione’ è il più ricco di sviluppi da questo punto di vista: la restaurazione diventa la forma politica in cui le lotte sociali trovano quadri abbastanza elastici da permettere alla borghesia di giungere al potere senza rotture clamorose, senza l’apparato terroristico francese. Le vecchie classi feudali sono degradate da dominanti a ‘governative’, ma non eliminate, né si tenta di liquidarle come insieme organico: da classi diventano ‘caste’ con determinati caratteri culturali e psicologici, non più con funzioni economiche prevalenti.” (Q, 1358)


In questo paragrafo nel quale riassume il suo studio del processo di formazione degli Stati europei, Gramsci ne individua le fasi principali proponendo una periodizzazione. Questa proposta storiografica contiene, ed è modellata sulla base di, una interpretazione storico-politica che ricostruisce la logica concreta dell’espansione della civiltà statale. Per brevi tratti: si costituisce rivoluzionariamente uno Stato moderno; il sorgere di questo Stato crea una contraddizione con le nazioni circostanti le quali, per impedire che il nuovo ordine si diffonda al proprio interno, cercano di annientarne il modello; il nuovo Stato si organizza per difendersi e ancor più per espandersi e subordinare i paesi vicini, e affermare la propria egemonia a livello mondiale; questo espansionismo provoca nelle nazioni aggredite insieme l’indebolimento dei regimi tradizionali e una reazione nazionalistica, due fenomeni convergenti nella formazione di altri Stati moderni. Questi nuovi Stati non sorgono quindi attraverso rivolgimenti politico-sociali interni, ma col concorso delle diverse forze e classi sociali e perciò attraverso processi di trasformazione graduale.


La formazione dei nuovi equilibri di forza corrispondenti alla forma statale moderna, e in particolare l’affermazione dell’egemonia della classe borghese in queste ultime nazioni, si realizza attraverso un intreccio di attività di diversa origine e livello: organizzazione militare della popolazione e guerre nazionali, disposizioni giuridiche dell’autorità volte a dare forma istituzionale ai comportamenti e rapporti emergenti, mobilitazione e lotte sociali delle classi popolari, processi molecolari di trasformazione e di adattamento funzionale dei gruppi tradizionali alle nuove attività statali ed economiche.


Dal processo di formazione dei grandi Stati moderni europei (oltre la Francia), Gramsci sottolinea inoltre il suo carattere più conservatore e il suo procedere scaglionato e disteso nel tempo: “Si può dire [...] che il libro sulla Storia d’Europa– scrive, criticando la Storia dell’Europa nel secolo XIX del Croce – non è altro che un frammento di storia, l’aspetto ‘passivo’ della grande rivoluzione che si iniziò in Francia nel 1789, traboccò nel resto d’Europa con le armate repubblicane e napoleoniche, dando una potente spallata ai vecchi regimi, e determinandone non il crollo immediato come in Francia, ma la corrosione ‘riformistica’ che durò fino al 1870. Si pone il problema se questa elaborazione crociana, nella sua tendenziosità non abbia un riferimento attuale e immediato, non abbia il fine di creare un movimento ideologico corrispondente a quello del tempo trattato dal Croce, di restaurazione-rivoluzione, in cui le esigenze che trovarono in Francia una espressione giacobino-napoleonica furono soddisfatte a piccole dosi, legalmente, riformisticamente, e si riuscì così a salvare la posizione politica ed economica delle vecchie classi feudali, a evitare la riforma agraria e specialmente a evitare che le masse popolari attraversassero un periodo di esperienze politiche come quelle verificatesi in Francia negli anni del giacobinismo, nel 1831, nel 1848.” (Q, 1227)


Oltre a questa caratterizzazione generale del processo di formazione dello Stato moderno, Gramsci svolge analisi specifiche riguardo le principali nazioni europee. Di tale indagine ci limitiamo qui a considerare alcune osservazioni fondamentali concernenti l’Inghilterra, la Germania, l’Italia, l’URSS.


Riguardo l’Inghilterra: “In Inghilterra lo sviluppo è molto diverso che in Francia. Il nuovo raggruppamento sociale nato sulla base dell’industrialismo moderno, ha un sorprendente sviluppo economico-corporativo, ma procede a tastoni nel campo intellettuale-politico. Molto vasta la categoria degli intellettuali organici, nati cioè sullo stesso terreno industriale col gruppo economico, ma nella sfera più elevata troviamo conservata la posizione di quasi monopolio della vecchia classe terriera, che perde la supremazia economica ma conserva a lungo una supremazia politico-intellettuale e viene assimilata come ‘intellettuali tradizionali’ e strato dirigente dal nuovo gruppo di potere. La vecchia aristocrazia terriera si unisce agli industriali con un tipo di sutura che in altri paesi è appunto quello che unisce gli intellettuali tradizionali alle nuove classi dominanti.” (Q, 1526)“In Inghilterra, dove la rivoluzione borghese si è svolta prima che in Francia, abbiamo un fenomeno simile a quello tedesco di fusione tra il vecchio e il nuovo, nonostante l’estrema energia dei ‘giacobini’ inglesi, cioè le ‘teste rotonde’ di Cromwell; la vecchia aristocrazia rimane come ceto governativo, con certi privilegi, diventa anch’essa il ceto intellettuale della borghesia inglese (del resto l’aristocrazia inglese è a quadri aperti e si rinnova continuamente con elementi provenienti dagli intellettuali e dalla borghesia).” (Q, 2032-3)


Riguardo la Germania: “Il fenomeno inglese si è presentato anche in Germania complicato da altri elementi storici e tradizionali. La Germania, come l’Italia, è stata la sede di una istituzione e di una ideologia universalistica, supernazionale (Sacro Romano Impero della Nazione tedesca) e ha dato una certa quantità di personale alla cosmopoli medioevale, depauperando le proprie energie interne e suscitando lotte che distoglievano dai problemi di organizzazione nazionale e mantenevano la disgregazione territoriale del Medio Evo. Lo sviluppo industriale è avvenuto sotto un involucro semifeudale durato fino al novembre 1918 e gli junker hanno mantenuto una supremazia politico-intellettuale ben maggiore di quella dello stesso gruppo inglese. Essi sono stati gli intellettuali tradizionali degli industriali tedeschi, ma con speciali privilegi e con una forte coscienza di essere un gruppo sociale indipendente, basato sul fatto che detenevano un notevole potere economico sulla terra, ‘produttiva’ più che in Inghilterra. Gli junker prussiani rassomigliano a una casta sacerdotale-militare, che ha un quasi monopolio delle funzioni direttive-organizzative nella società politica, ma ha nello stesso tempo una base economica propria e non dipende esclusivamente dalla personalità del gruppo economico dominante. Inoltre, a differenza dei nobili terrieri inglesi, gli junker costituivano l’ufficialità di un grande esercito stanziale, ciò che dava loro dei quadri organizzativi solidi, favorevoli alla conservazione dello spirito di corpo e del monopolio politico (nel libro Parlamento e governo nel nuovo ordinamento della Germania di Max Weber si possono trovare molti elementi per vedere come il monopolio politico dei nobili abbia impedito l’elaborazione di un personale politico borghese vasto e sperimentato e sia alla base delle continue crisi parlamentari e della disgregazione dei partiti liberali e democratici; quindi l’importanza del Centro Cattolico e della Socialdemocrazia, che nel periodo imperiale riuscirono a elaborare un proprio strato parlamentare e direttivo abbastanza notevole).” (Q, 1526-7) “In Germania il processo si svolge per alcuni aspetti in modi che rassomigliano a quelli italiani, per altri a quelli inglesi. In Germania il movimento del 48 fallisce per la scarsa concentrazione borghese (la parola d’ordine di tipo giacobino fa data dall’estrema sinistra democratica: ‘rivoluzione in permanenza’) e perché la quistione del rinnovamento statale è intrecciata con la quistione nazionale; le guerre del 64, del 66 e del 70 risolvono insieme la quistione nazionale e quella di classe in un tipo intermedio: la borghesia ottiene il governo economico-industriale, ma le vecchie classi feudali rimangono come ceto governativo dello Stato politico con ampi privilegi corporativi nell’esercito, nell’amministrazione e sulla terra: ma almeno, se queste vecchie classi conservano in Germania tanta importanza e godono di tanti privilegi, esse esercitano una funzione nazionale, diventano gli ‘intellettuali’ della borghesia, con un determinato temperamento dato dall’origine di casta e dalla tradizione. [...] La spiegazione data da Antonio Labriola sulla permanenza al potere in Germania degli junker e del kaiserismo nonostante il grande sviluppo capitalistico, adombra la giusta spiegazione: il rapporto di classi creato dallo sviluppo industriale col raggiungimento del limite dell’egemonia borghese e il rovesciamento delle posizioni delle classi progressive, ha indotto la borghesia a non lottare a fondo contro il vecchio regime, ma a lasciarne sussistere una parte della facciata dietro cui velare il proprio dominio reale.” (Q, 2032-3)


Riguardo l’Italia. Sul caso italiano l’analisi di Gramsci è ampia e particolareggiata, sia in riferimento al problema della formazione dei gruppi intellettuali e politici nazionali dirigenti, sia in relazione al costituirsi dell’unità politico-territoriale ed allo sviluppo della classe borghese. Riportiamo di seguito alcune proposizioni in certo senso riassuntive. “Per l’Italia il fatto centrale è appunto la funzione internazionale e cosmopopolita dei suoi intellettuali che è causa ed effetto dello stato di disgregazione in cui rimane la penisola dalla caduta dell’Impero Romano al 1870.” (Q, 1524) “Se in Italia non si formò un partito giacobino ci sono le sue ragioni da ricercare nel campo economico, cioè nella relativa debolezza della borghesia italiana e nel clima storico diverso dell’Europa dopo il 1815.” (Q, 2032) “In ogni modo lo svolgersi del processo del Risorgimento, se pose in luce l’importanza enorme del movimento ‘demagogico’ di massa, con capi di fortuna, improvvisati ecc., in realtà fu riassunto dalle forze tradizionali organiche, cioè dai partiti formati di lunga mano, con elaborazione razionale dei capo ecc. [...] In ogni caso l’assenza nelle forze radicali popolari di una consapevolezza del compito dell’altra parte impedì ad esse di avere piena consapevolezza del loro proprio compito e quindi di pesare nell’equilibrio finale delle forze, in rapporto al loro effettivo peso d’intervento, e quindi di determinare un risultato più avanzato, su una linea di maggiore progresso e modernità.” (Q, 1773-4) “La funzione del Piemonte nel Risorgimento italiano è quella di una ‘classe dirigente’. In realtà non si tratta del fatto che in tutto il territorio della penisola esistessero nuclei di classe dirigente omogenea la cui irresistibile tendenza a unificarsi abbia determinato la formazione del nuovo Stato nazionale italiano. Questi nuclei esistevano, indubbiamente, ma la loro tendenza a unirsi era molto problematica, e ciò che più conta, essi, ognuno nel suo ambito, non erano ‘dirigenti’. Il dirigente presuppone il ‘diretto’, e chi era diretto da questi nuclei? Questi nuclei non volevano ‘dirigere’ nessuno, cioè non volevano accordare i loro interessi e aspirazioni con gli interessi ed aspirazioni di altri gruppi. Volevano ‘dominare’ non ‘dirigere’, e ancora: volevano che dominassero i loro interessi, non le loro persone, cioè volevano che una forza nuova, indipendente da ogni compromesso e condizione, divenisse l’arbitra della Nazione: questa forza fu il Piemonte e quindi la funzione della monarchia. Il Piemonte ebbe pertanto una funzione che può, per certi aspetti, essere paragonata a quella del partito, cioè del personale dirigente di un gruppo sociale (e si parlò sempre infatti di ‘partito piemontese’); con la determinazione che si trattava di uno Stato, con un esercito, una diplomazia, ecc. Questo fatto è della massima importanza per il concetto di ‘rivoluzione passiva’: che cioè non un gruppo sociale sia il dirigente di altri gruppi, ma che uno Stato, sia pure limitato come potenza, sia il ‘dirigente’ del gruppo che esso dovrebbe essere dirigente e possa porre a disposizione di questo un esercito e una forza politico-diplomatica.” (Q, 1822-4) “Il problema della direzione politica nella formazione nello sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia. Tutto il problema della connessione tra le varie correnti politiche del Risorgimento, cioè dei loro rapporti reciproci e dei loro rapporti con i gruppi sociali omogenei o subordinati esistenti nelle varie sezioni (o settori) storiche del territorio nazionale, si riduce a questo dato di fatto fondamentale: i moderati rappresentavano un gruppo sociale relativamente omogeneo, per cui la loro direzione subì oscillazioni relativamente limitate (e in ogni caso secondo una linea di sviluppo organicamente progressivo) mentre il così detto Partito d’Azione fu guidato dai moderati [...]. I moderati continuarono a dirigere il Partito d’Azione anche dopo il 1870 e il 1876 e il così detto ‘trasformismo’ non è stato che l’espressione parlamentare di questa azione egemonica intellettuale, morale e politica. Si può anzi dire che tutta la vita statale italiana dal 1848 in poi è caratterizzata dal trasformismo, cioè dall’elaborazione di una sempre più larga classe dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il 1848 [...]. Dalla politica dei moderati appare chiaro che ci può e ci deve essere una attività egemonica anche prima dell’andata al potere e che non bisogna contare solo sulla forza materiale che il potere dà per esercitare una direzione efficace: appunto la brillante soluzione di questi problemi ha reso possibile il Risorgimento nelle forme e nei limiti in cui esso si è effettuato, senza ‘Terrore’, come ‘rivoluzione senza rivoluzione’ ossia come ‘rivoluzione passiva’ per usare una espressione del Cuoco in un senso un po’ diverso da quello che il Cuoco vuole dire. In quali forme e con quali mezzi i moderati riuscirono a stabilire l’apparato (il meccanismo) della loro egemonia intellettuale, morale e politica? In forme e con mezzi che si possono chiamare ‘liberali’, cioè attraverso l’iniziativa individuale, ‘molecolare’, ‘privata’ (cioè non per un programma di partito elaborato e costituito secondo un piano precedentemente all’azione pratica e organizzativa). D’altronde ciò era ‘normale’, date la struttura e la funzione dei gruppi sociali rappresentati dai moderati, dei quali i moderati erano il ceto dirigente, gli intellettuali in senso organico.” (Q, 2010-11)


Riguardo l’URSS. La formazione dello Stato moderno in Russia è un caso molto particolare. Esso si costituisce infatti con notevole ritardo, e precisamente con la rivoluzione bolscevica; il processo si realizza secondo il modello rivoluzionario, segnando un radicale distacco dal passato. Gramsci fa perciò un preciso accostamento alla rivoluzione giacobina in Francia, dalla quale tuttavia si differenzia per il fatto che nello Stato sovietico piuttosto che affermarsi l’egemonia borghese si impianta quella di un nuovo gruppo dirigente che si dà una organizzazione di partito e conquista il potere mobilitando le classi popolari secondo la concezione della ‘rivoluzione permanente’. Inoltre Gramsci si domanda fino a qual punto l’affermazione dello Stato sovietico abbia dato inizio a un processo di espansione della nuova forma statale ad altre nazioni con l’egemonia permanente della Russia, omologo al modello Francia-Europa di espansione della civiltà statale. “In Russia diversi spunti: l’organizzazione politica ed economico-commerciale è creata dai Normanni (Varieghi), quella religiosa dai greci-bizantini; in un secondo tempo i tedeschi e i francesi portano l’esperienza europea in Russia e danno un primo scheletro consistente alla gelatina storica russa. Le forze nazionali sono inerti, passive e ricettive, ma forse per ciò assimilano completamente le influenze straniere e gli stessi stranieri, russificandoli. Nel periodo storico più recente avviene il fenomeno inverso: una élite di persone tra le più attive, energiche, intraprendenti e disciplinate, emigra all’estero, assimila la cultura e le esperienze storiche dei paesi più progrediti dell’Occidente, senza perciò perdere i caratteri più essenziali della propria nazionalità, senza cioè rompere i legami sentimentali e storici col proprio popolo; fatto così il suo garzonato intellettuale, rientra nel paese, costringendo il popolo ad un forzato risveglio, ad una marcia in avanti accelerata, bruciando le tappe. La differenza tra questa élite e quella tedesca importata (da Pietro il Grande, per esempio) consiste nel suo carattere essenziale nazionale-popolare: non può essere assimilata dalla passività inerte del popolo russo, perché è essa stessa una energica reazione russa lla propria inerzia storica.” (Q, 1525) “A proposito della parola d’ordine ‘giacobina’ formulata nel 48-49 è da studiarne la complicata fortuna. Ripresa, sistematizzata, elaborata, intellettualizzata dal gruppo Parvus-Bronstein, si manifestò inerte e inefficace nel 1905, e in seguito: era diventata una cosa astratta, da gabinetto scientifico. La corrente che la avversò in questa sua manifestazione letteraria, invece, senza impiegarla ‘di proposito’, la applicò di fatto in una forma aderente alla storia attuale, concreta, vivente, adatta al tempo e al luogo, come scaturiente da tutti i pori della determinata società che occorreva trasformare, come alleanza di due gruppi sociali, con l’egemonia del gruppo urbano. Nell’un caso si ebbe il temperamento giacobino senza un contenuto politico adeguato; nel secondo, temperamento e contenuto ‘giacobino’ secondo i nuovi rapporti storici, e non secondo un’etichetta letteraria e intellettualistica.” (Q, 2034) “Questo ‘modello’ {‘Rapporto storico tra lo Stato moderno francese nato dalla Rivoluzione e gli altri Stati moderni dell’Europa continentale’} della formazione degli Stati moderni può ripetersi in altre condizioni? È ciò da escludere in senso assoluto, oppure può dirsi che almeno in parte si possono avere sviluppi simili, sotto forma di avvento di economie programmatiche? Può escludersi per tutti gli Stati o solo per i grandi? La quistione è di somma importanza, perché il modello Francia-Europa ha creato una mentalità, che per essere ‘vergognosa di sé’ oppure per essere uno ‘strumento di governo’ non è perciò meno significativa.” (Q, 1358-9)

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