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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (12)
di fulmini , Sun 23 May 2021 5:50
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Capitolo 11. Il partito giacobino.


Dall’analisi svolta viene in luce come i giacobini sono un gruppo intellettuale e politico, cioè un partito, che nel processo di costruzione delle Stato borghese opera quale nesso politico tra gruppi sociali diversi, come punto di mediazione e incardinamento tra la subalternità degli uni e l’egemonia degli altri, e come momento di passaggio – gruppo di transizione – dalla Stato monarchico assoluto allo Stato borghese moderno.


Il partito giacobino mostra di essere la prima organizzazione politica moderna, e il fondatore della politica in senso moderno. Con i giacobini gli interventi trasformativi e le attività direttive della vita sociale diventano opera di un raggruppamento sociale che si unifica ideologicamente, si organizza metodicamente e agisce programmaticamente con l’obiettivo di giungere al potere, diventare gruppo dirigente. Con i giacobini di fatto si compie un passaggio dalla forma ‘movimento’ alla forma ‘partito’, cioè da movimenti quali l’utopista e l’illuminista che agiscono molecolarmente e in modo diffuso a livello culturale, a partiti politici che danno una organizzazione, una disciplina, un metodo e un programma a preesistenti movimenti disorganici e ad aspirazioni e inquietudini latenti in certi settori della società.


Questo passaggio segna un cambiamento profondo nella storia della cultura in quanto significa l’emergere di un nuovo modo di essere delle concezioni del mondo, di un nuovo modo di inserimento nella storia delle teorie, di un nuovo modo di rapportarsi alla vita collettiva da parte dei gruppi intellettuali. Il partito politico costruisce un tipo di rapporto fra teoria e pratica storicamente inedito, non solo in quanto costituisce un modo diverso dal tradizionale di diffusione delle concezioni del mondo, ma specialmente per il fatto che elabora e propone l’etica e la pratica proprie di queste concezioni tramite la programmazione e la sperimentazione di una volontà collettiva organizzata. “È da porre in rilievo l’importanza e il significato che hanno, nel mondo moderno, i partiti politici nell’elaborazione e diffusione delle concezioni del mondo in quanto essenzialmente elaborano l’etica e la politica conforme ad esse, cioè funzionano quasi da ‘sperimentatori’ di esse concezioni. I partiti selezionano individualmente la massa operante e la selezione avviene sia nel campo pratico che in quello teorico congiuntamente, con un rapporto tanto più stretto tra teoria e pratica quanto più la concezione è vitalmente e radicalmente innovatrice e antagonista dei vecchi modi di pensare. Perciò si può dire che i partiti sono gli elaboratori delle nuove intellettualità integrali e totalitarie, cioè il crogiolo dell’unificazione di teoria e pratica intesa come processo storico reale.” (Q, 1387)


Tramite l’organizzazione di partito si costituisce un nesso fra teoria e pratica tale che la concezione ideologica propria di un gruppo intellettuale dato, vissuta consapevolmente da questo, diventa azione pratica di un raggruppamento sociale più ampio: il partito fa agire gli uomini che organizza, conformemente a una ideologia elaborata come etica politica e tradotta in programma politico; li educa nell’ideologia organizzandoli e facendoli muovere d’accordo con essa. Il nesso fra teoria e pratica – che è poi il nesso fra intellettuali e semplici e tra filosofia superiore e senso comune – definito dal partito politico moderno è, insieme, consensualmente elaborato e autoritativamente indotto, e la politica moderna consiste in un intreccio di queste attività: costruzione del consenso e induzione di comportamenti.


Gramsci precisa il carattere programmatico del partito giacobino individuando la maniera secondo la quale opera in esso l’elemento dottrinario: non astrattamente, in uno spazio a parte, ma nello sforzo di organizzazione, educazione e direzione della forza politica. “Il carattere ‘dottrinario’ (strettamente inteso) di un gruppo può essere stabilito dalla sua attività reale (politica e organizzativa) e non dal contenuto ‘astratto’ della dottrina stessa. Un gruppo di ‘intellettuali’ per il fatto stesso che si costituisce in una certa misura quantitativa, mostra di rappresentare ‘problemi sociali’, le condizioni per la cui soluzione esistono già o sono in via di apparizione. Si chiama ‘dottrinario’ perché rappresenta non solo interessi immediati ma anche quelli futuri (prevedibili) di un certo gruppo: è ‘dottrinario’ in senso deteriore quando si mantiene in una posizione puramente astratta e accademica, e alla stregua delle ‘condizioni già esistenti o in via di apparizione’ non si sforza di organizzare, educare e dirigere una forza politica corrispondente. In questo senso i ‘giacobini’ non sono stati per nulla ‘dottrinari’.” (Q, 983)


Questo modo di configurarsi dei rapporti fra teoria e pratica nel partito giacobino è in connessione con una caratteristica della cultura francese qual è la tendenza a codificare i comportamenti; abbiamo visto come la scienza politica assume in Francia la forma di una scienza positiva del diritto, e vedremo come questa tendenza si irradia internazionalmente divenendo una connotazione formale tipica della politica e dello Stato moderno. “La cultura francese non è ‘panpolitica’ come noi oggi intendiamo, ma giuridica. La forma francese non è quella attiva e sintetica dell’uomo o lottatore politico, ma quella del giurista sistematico di astrazioni formali; la politica francese è specialmente elaborazione di forme giuridiche.” (Q, 1257)


Il rapporto fra teoria e pratica che in questo modo definisce l’organizzazione e la vita dei partiti e dello Stato comporta un preciso limite storico che pesa sullo sviluppo di questo e di quelli: non è cioè un rapporto nel quale le attività teoriche e le attività pratiche si arricchiscano reciprocamente in un movimento di rinnovamento, perfezionamento e cambiamento permanenti, rispondendo alle richieste sempre nuove provenienti dalla vita economica, sociale e culturale. Il nesso fra teoria e pratica tende invece a cristallizzarsi secondo norme giuridiche stabili (costituzioni e leggi, statuti e regolamenti) le quali ostacolano e limitano la ricerca teorica e scientifica e la sperimentazione di nuove vie pratiche. Anche i partiti che si propongono di rivoluzionare il mondo (e forse anche più degli altri, per il fatto d’essere meno pragmatici o realisti e più ideologici o dottrinari) tendono a congelarsi in una forma primitiva, non riescono a rinnovare se stessi al ritmo delle trasformazioni del mondo, da loro stessi o da altre forze avviate.


“Questo ordine di fenomeni è connesso a una delle quistioni più importanti che riguardano il partito politico, e cioè alla capacità del partito di reagire contro lo spirito di consuetudine, contro le tendenze a mummificarsi e a diventare anacronistico. I partiti nascono e si costituiscono in organizzazioni per dirigere la situazione in momenti storicamente vitali per le loro classi; ma non sempre essi sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche, non sempre sanno svilupparsi secondo che si sviluppano i rapporti complessivi di forza (e quindi posizione relativa delle loro classi) nel paese determinato o nel campo internazionale. Nell’analizzare questi sviluppi dei partiti occorre distinguere: il gruppo sociale; la massa di partito; la burocrazia e lo stato maggiore del partito. La burocrazia è la forza consuetudinaria e conservatrice più pericolosa; se essa finisce per costituire un corpo solidale, che sta a sé e si sente indipendente dalla massa, il partito finisce col diventare anacronistico, e nei momenti di crisi acuta viene svuotato del suo contenuto sociale e rimane come campato in aria. Si può vedere cosa avviene a una serie di partiti tedeschi per l’espansione dell’hitlerismo. I partiti francesi sono un campo ricco per tali ricerche: essi sono tutti mummificati e anacronistici, documenti storico-politici delle diverse fasi della storia passata francese, di cui ripetono la terminologia invecchiata: la loro crisi può diventare ancora più catastrofica di quella dei partiti tedeschi.” (Q, 1604-5)


Questa osservazione è parte del paragrafo Osservazioni su alcuni aspetti della struttura dei partiti politici nei periodi di crisi organica, e mette in luce come il logoramento e la crisi dei partiti politici (e dello Stato) non dipendono semplicemente da fenomeni contingenti, ma sono contenuti in germe fin dal costituirsi della loro propria struttura. Questo limite si manifesta però dopo un lungo percorso storico, e soltanto allora è possibile comprendere la crisi dei partiti come avente radice nella loro originaria costituzione dei rapporti teoria-pratica.


Che i giacobini costituiscano il primo partito politico moderno, che siano i fondatori della forma-partito, e che perciò la teoria del partito politico deve prendere in esame in modo particolare il loro modo di essere e la loro esperienza storico-politica, è affermato da Gramsci nel paragrafo d’apertura del Quaderno 13, incentrato appunto sulla politica e lo Stato moderno. “Il moderno Principedeve avere una parte dedicata al giacobinismo (nel significato integrale che questa nozione ha avuto storicamente e deve avere concettualmente), come esemplificazione di come si sia formata in concreto e abbia operato una volontà collettiva che almeno per alcuni aspetti fu creazione ex novo, originale.” (Q, 1559)


Seguitando Gramsci precisa in cosa consista questa novità storica: “E occorre che sia definita la volontà collettiva e la volontà politica in generale nel senso moderno, la volontà come coscienza operosa della necessità storica, come protagonista di un reale ed effettuale dramma storico.” (Q, 1559) Si tratta cioè del costituirsi di un aggruppamento di uomini che vogliono e perseguono i medesimi obiettivi politici, e che concepiscono la propria organizzazione (‘il partito’) come espressione della razionalità e del senso della storia, personificazione collettiva dello sviluppo logico necessario, non ché come attore di una lotta concreta. Il partito politico si presenta come soggetto della storia, e in due sensi: in quanto “coscienza operosa della necessità storica” e in quanto protagonista delle azioni politiche immediate.


Alla luce di queste considerazioni si comprende come con la comparsa dei partiti politici da una parte viene superata l’idea di una storia mossa da forze trascendenti e attuata da singoli condottieri e da grandi personalità, attraverso l’identificazione di soggetti collettivi dei quali possono far parte con la semplice adesione volontaria le persone comuni; dall’altra però questi organismi collettivi sono oggetto di un processo di feticizzazione in quanto si attribuisce loro un valore mitico e sono concepiti come entità metaempiriche: in possesso della scienza e della coscienza storica anche senza scienziati e senza svolgere e organizzare attività di ricerca scientifica, in grado di intervenire efficacemente nella storia oltre la concreta attività teorica e pratica dei suoi membri. Mentre si supera una forma di alienazione si ricade in una forma di feticismo.


“Come si può descrivere il feticismo. Un organismo collettivo è costituito di singoli individui, i quali formano l’organismo in quanto si sono dati e accettano attivamente una gerarchia e una direzione determinata. Se ognuno dei singoli componenti pensa l’organismo collettivo come una entità estranea a se stesso, è evidente che questo organismo non esiste più di fatto, ma diventa un fantasma dell’intelletto, un feticcio. E’ da vedere se questo modo di pensare, molto diffuso, non sia un residuo della trascendenza cattolica e dei vecchi regimi paternalistici: esso è comune per una serie di organismi, dallo Stato, alla Nazione, ai Partiti politici ecc. [...] Si è portati a pensare i rapporti tra il singolo e l’organismo come un dualismo, e ad un atteggiamento critico esteriore del singolo verso l’organismo (ce l’atteggiamento non è di una ammirazione entusiastica acritica). In ogni caso un rapporto feticistico. Il singolo si aspetta che l’organismo faccia, anche se egli non opera e non riflette che appunto, essendo il suo atteggiamento molto diffuso, l’organismo è necessariamente inoperante. Inoltre è da riconoscere che essendo molto diffusa una concezione deterministica e meccanica della storia (concezione che è nel senso comune ed è legata alla passività delle grandi masse popolari) ogni singolo, vedendo che, nonostante il suo non intervento, qualcosa tuttavia avviene, è portato a pensare che appunto al disopra dei singoli esiste una entità fantasmagorica, l’astrazione dell’organismo collettivo, una specie di divinità autonoma, che non pensa con nessuna testa concreta, ma tuttavia pensa, che non si muove con determinate gambe di uomini, ma tuttavia si muove ecc.” (Q, 1769-70)


Il fatto che la politica moderna di tipo partitico sia strutturata in modo da implicare un rapporto feticistico degli individui con l’organizzazione collettiva e da contenere un elemento ideologico deterministico, non vuol dire che sia irrealistica, anzi proprio questi limiti teorici sostanziano la sua forza pratica, e cioè sono elementi corrispondenti alla situazione culturale esistente e funzionali all’obiettivo politico perseguito. “Occorre insistere, contro una corrente tendenziosa e in fondo antistorica, che i giacobini furono dei realisti alla Machiavelli e non degli astrattisti. Essi erano persuasi dell’assoluta verità delle formule sull’uguaglianza, la fraternità, la libertà e, ciò che importa di più, di tali verità erano persuase le grandi masse popolari che i giacobini suscitavano e portavano alla lotta. Il linguaggio dei giacobini, la loro ideologia, i loro metodi d’azione riflettevano perfettamente le esigenze dell’epoca, anche se ‘oggi’, in una diversa situazione e dopo più di un secolo di elaborazione culturale, possono parere ‘astrattisti’ e ‘frenetici’. Naturalmente le riflettevano secondo la tradizione culturale francese.” (Q, 2028)


Il realismo al quale Gramsci qui si riferisce è il realismo caratterizzante la politica moderna, come attività teorico-pratica che sulla base di una analisi obiettiva delle situazioni concrete persegue una particolare trasformazione del rapporto di forze in campo. Non si tratta cioè del realismo inteso come azione nei limiti del sistema dato (che può definire piuttosto il realismo nelle attività diplomatiche e burocratiche), poiché include anche la tensione verso le novità e verso un dover essere, e vuole introdurre nella realtà storica una razionalità ancora non sperimentata. Il realismo politico è nell’intelligenza della realtà e nell’applicazione della volontà: impiego delle volontà concentrate disponibili nella creazione di un nuovo equilibrio delle forze, fondandosi su quella che si ritiene progressiva e potenziandola.


Il realismo politico dei giacobini è da Gramsci spiegato attraverso una ricostruzione della loro azione concreta: “Il linguaggio dei giacobini, la loro ideologia, i loro metodi d’azione, riflettevano perfettamente le esigenze dell’epoca [...]. La prima esigenza era quella di annientare le forze avversarie o almeno ridurle all’impotenza per rendere impossibile una controrivoluzione; la seconda esigenza era quella di allargare i quadri della borghesia come tale e di porla a capo di tutte le forze nazionali, per mettere in moto queste forze e condurle alla lotta ottenendo due risultati: a) di opporre un bersaglio più largo ai colpi degli avversari, cioè di creare un rapporto politico-militare favorevole alla rivoluzione; b) di togliere agli avversari ogni zona di passività in cui fosse possibile arruolare eserciti vandeani. [...] Se è vero che i giacobini ‘forzarono’ la mano, è anche vero che ciò avvenne sempre nel senso dello sviluppo storico reale, perché non solo essi organizzarono un governo borghese, cioè fecero della borghesia la classe dominante, ma fecero di più, crearono lo Stato borghese, fecero della borghesia la classe nazionale dirigente, egemone, cioè dettero allo Stato nuovo una base permanente, crearono la compatta nazione moderna francese.” (Q, 2028-9)


Abbiamo osservato che le varie caratteristiche che segnano i valori e le novità dell’organizzazione partitica e della politica moderna comportano determinate limitazioni: il nuovo rapporto teoria-pratica trova limite nella tendenza alla codificazione, il carattere collettivo dei nuovi soggetti poliitci è limitato dal rapporto feticistico con l’organizzazione. Anche il modo di essere realistico della politica e dei partiti moderni manifesta una propria insufficienza, che Gramsci intravede nel seguito del paragrafo. “Che, nonostante tutto, i giacobini siano sempre rimasti sul terreno della borghesia, è dimostrarono dagli avvenimenti che segnarono la loro fine come partito di formazione troppo determinata e irrigidita e la morte di Robespierre: essi non vollero riconoscere agli operai il diritto di coalizione, mantenendo la legge Chapelier, e come conseguenza dovettero promulgare la legge del ‘maximum’. Spezzarono così il blocco urbano di Parigi: le loro forze d’assalto, che si raggruppavano nel comune, si dispersero, deluse, e il termidoro ebbe il sopravvento. La rivoluzione aveva trovato i limiti più larghi di classe; la polititca delle alleanze e della rivoluzione permanente aveva finito col porre quistioni nove che allora non potevano essere risolte, aveva scatenato forze elementari che solo una dittatura militare sarebbe riuscita a contenere.” (Q, 2029-30)


La politica moderna inaugurata dai giacobini raggiunge il proprio scopo attraverso l’attivazione e la mobilitazione di grandi masse e forze sociali. L’efficienza della politica moderna sta precisamente nella capacità di far passare le moltitudini da uno stato di agitazione diffusa e dispersa, localistica, sporadica, corporativa, ad uno stato di movimento permanente e concentrato, generalizzato e specificamente politico. Le volontà collettive così costituite, opportunamente sollevate e canalizzate attorno ad un’ideologia, determinano un processo di accelerazione storica e di passaggio a un nuovo tipo di situazione politico-sociale. Le forze organizzate e mobilitate però non si limitano a prendere il posto assegnato nel progetto politico proprio delle organizzazioni partitiche, non si conformano facilmente al punto di equilibrio previsto o di fatto raggiunto, e non si sottomettono volontariamente all’ordine sociale nuovo la cui stabilità richiede un certo livello di smobilitazione delle masse. Nella nuova situazione comincia a manifestarsi una non-corrispondenza tra le aspirazioni e le promesse insite nelle ideologie che continuano a coesionare i soggetti collettivi e a spingerli all’azione, e i compromessi ed equilibri della situazione risultante dal rapporto delle forze. D’altra parte, passati i momenti di vita intensamente collettiva, di entusiasmo ed effervescenza delle passioni popolari, di intensificazione della lotta, riemergono gli interessi di gruppo e le ambizioni di parte con il conseguente processo di disgregazione sociale e disorganamento delle lotte. A partire dalla Rivoluzione francese gli uomini e i gruppi si accorgono che la struttura del potere dipende dalla volontà politica e dalla loro propria capacità d’azione, che si agisce in campo aperto e che nuove posizioni possono essere conquistate; ogni gruppo può concretamente aspirare e concretamente proporsi la conquista del potere dimodoché si riapre la lotta tra le forze emerse. La lotta diventa comunque necessaria per ogni gruppo, poiché chi non lotta è emarginato ed anche il mantenimento della posizione raggiunta implica un conflitto. Si arriva al punto in cui i partiti che hanno attivato e trasformato i vari aggruppamenti sociali politicizzandoli, non riescono più a guidarli e a controllare la situazione, mostrando di avere una conformazione ‘troppo determinata e irrigidita’. Nel caso della Rivoluzione francese la classe borghese, divenuta dominante e presa coscienza delle proprie potenzialità, lascia indietro il progetto giacobino ed elabora e impone nuovi piani; il movimento popolare è imbrigliato dittatorialmente, irregimentato nella leva di massa e il loro potenziale di lotta è impegnato dallo Stato nelle guerre napoleoniche.


Il limite del realismo della politica moderna consiste dunque nella difficoltà di riconvertire, coi propri mezzi organizzativi e secondo la propria logica, le energie sociali suscitate ed indirizzate alla rottura e trasformazione dell’ordine preesistente in energie sociali ordinate al funzionamento e sviluppo dell’ordine nuovo. Problema che fino ai giorni nostri continua a dar luogo ad un avvicendamento di momenti di politica partitico-rappresentativa e momenti di dittatura, e ciò indipendentemente dal regime politico-sociale. Il più grande tentativo di dare soluzione a questo problema nella continuità della vita politica partitica è stato quello teorizzato da Hegel col passaggio allo Stato rappresentativo-burocratico col consenso permanentemente organizzato. Ma di ciò più avanti.


Esaminati i contenuti e le forme della politica giacobina, e posto l’accento sulle novità e i limiti che porta con sé l’organizzazione partitica moderna da essi introdotta, è opportuno riprendere e completare qui la proposizione di Gramsci che abbiamo posto all’inizio di questo libro, nella quale sono delineate riassuntivamente le caratteristiche del partito politico, già presenti nel partito giacobino. “Il termine di ‘giacobino’ ha finito per assumere due significati: uno è quello proprio, storicamente determinato, di un determinato partito della rivoluzione francese, che concepiva lo svolgimento della vita francese in un modo determinato, con un programma determinato, sulla base di forze sociali determinate e che esplicò la sua azione di partito e di governo con un metodo determinato che era caratterizzato da una estrema energia, decisione e risolutezza, dipendente dalla credenza fanatica della bontà e di quel programma e di quel metodo. Nel linguaggio politico i due aspetti del giacobinismo furono scissi e si chiamò giacobino l’uomo politico energico, risoluto e fanatico, perché fanaticamente persuaso delle virtù taumaturgiche delle sue idee, qualunque esse fossero: in questa definizione prevalsero gli elementi distruttivi derivati dall’odio contro gli avversari e i nemici, più che quelli costruttivi, derivati dall’aver fatto proprie le rivendicazioni delle masse popolari, l’elemento settario, di conventicola, di piccolo gruppo, di sfrenato individualismo, più che l’elemento politico nazionale.” (Q, 2017)


Nel primo significato del concetto, Gramsci espone quelli che possono essere intesi come i tratti distintivi del partito moderno: l’essere un gruppo unificato ideologicamente da un sistema di idee politiche e da una interpretazione della storia nazionale, l’agire programmaticamente secondo un progetto di trasformazione definito, lo stabilire rapporti con determinati gruppi sociali organizzandoli e coordinandoli nella prospettiva dell’egemonia del gruppo considerato decisivo, l’operare con un metodi di lotta politica e di governo implicante la centralizzazione delle decisioni e la loro esecuzione disciplinata, la determinazione nella lotta e volontà di potere, l’appassionamento nel presente e la certezza della vittoria futura.


Nel secondo significato del concetto, Gramsci espone invece alcune di quelle che nel processo storico si sono manifestate come tendenze deteriori del partito politico: la dogmatizzazione delle proprie idee fino al punto di ritenerle capaci di comprendere integralmente la realtà, e di possedere la totalità dei principi attivi necessari al cambiamento ed alla redenzione della società e degli uomini; la settarizzazione del proprio aggruppamento politico fino al punto di ritenerlo comprensivo di tutte le esperienze ed i valori positivi sufficienti alla riorganizzazione dell’ntera vita sociale; la tendenza manichea a vedere negli avversari la causa e la manifestazione di ogni male, con il conseguente orientamento della propria azione in senso negativo e distruttivo.

Ora, se è vero che con i giacobini compare il partito politico moderno e, conseguentemente, che a partire dall’esperienza giacobina è possibile procedere alla elaborazione di una teoria del partito e della politica moderna, occorre però avere ben chiaro che la struttura organizzativa e l’esperienza come partito dei giacobini è circoscritta e limitata. Gramsci offre una immagine concreta di come fossero quelle organizzazioni politiche, sottolineando contestualmente come la limitatezza di quella esperienza associativa ha comportato insufficienze nelle teorizzazioni sul partito fatte da Hegel e Marx.


“Marx non poteva avere esperienze storiche superiori a quelle di Hegel (almeno molto superiori), ma aveva il senso delle masse, per la sua attività giornalistica e agitatoria. Il concetto di Marx dell’organizzazione rimane ancora impigliato tra questi elementi: organizzazione di mestiere, clubs giacobini, cospirazioni segrete di piccoli gruppi, organizzazione giornalistica. La Rivoluzione francese offre due tipi prevalenti: i clubs, che sono organizzazioni non rigide, tipo ‘comizio popolare’, centralizzate da singole individualità politiche, ognuna delle quali ha il suo giornale, con cui tiene desta l’attenzione e l’interesse di una determinata clientela sfumata ai margini, che poi sostiene le tesi del giornale nelle riunioni del club. È certo che in mezzo agli assidui dei clubs dovevano esistere aggruppamenti ristretti e selezionati di gente che si conosceva reciprocamente, che si riuniva a parte e preparava l’atmosfera delle riunioni per sostenere l’una o l’altra corrente secondo i momenti e anche secondo gli interessi concreti in gioco. Le cospirazioni segrete, che poi ebbero tanta diffusione in Italia prima del 48, dovettero svilupparsi dopo il Termidoro in Francia, tra i seguaci di seconda linea del giacobinismo, con molte difficoltà nel periodo napoleonico per l’occhiuto controllo della polizia, con più facilità dal 15 al 30 sotto la Restaurazione, che fu abbastanza liberale alla base e non aveva certe preoccupazioni. In questo periodo dal 15 al 30 dovette avvenire la differenziazione del campo politico popolare, che appare già notevole nelle ‘gloriose giornate’ del 1830, in cui affiorano le formazioni venutesi costituendo nel quindicennio precedente. Dopo il 30 e fino al 48 questo processo di differenziazione si perfeziona e dà dei tipi abbastanza compiuti con Blanqui e con Filippo Buonarroti.” (Q, 57)


Vengono qui individuati due tipi di organizzazione politica: i clubs giacobini, che stanno all’origine della tradizione organizzativa di partito politico, e le cospirazioni, che stanno all’origine del versante associativo che dà luogo ad organizzazioni del tipo Massoneria, Rotary Club ecc.


Il modello organizzativo del partito giacobino presenta già una articolazione fra livelli differenti di partecipazione e di direzione. Sono identificabili le assemblee di base come riunione delle persone aderenti all’indirizzo politico o appassionate da determinati leaders, un piccolo gruppo di forti personalità politiche che guidano l’insieme del movimento, e in mezzo gruppi selezionati di persone che si riuniscono continuamente e svolgono una funzione connettiva e organizzativa secondo le direttive che provengono dai capi. E come mezzo di collegamento diretto del vertice con la base, il giornale di partito.


La struttura organizzativa matura del partito politico moderno è individuata da Gramsci in un altro paragrafo, intitolato Quando si può dire che un partito sia formato e non può essere distrutto con mezzi normali, dove si può misurare quanto il partito giacobino ne abbia costituito il prototipo. “Perché esista un partito è necessario che confluiscano tre elementi fondamentali (cioè tre gruppi di elementi). 1) Un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo. Senza di essi il partito non esisterebbe, è vero, ma è anche vero che il partito non esisterebbe neanche ‘solamente’ con essi. Essi sono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente. [...] 2) L’elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice e anche (anzi forse per questo, inventiva, se si intende inventiva in una certa direzione, secondo certe linee di forza, certe prospettive, certe premesse anche): è anche vero che da solo questo elemento non formerebbe il partito, tuttavia lo formerebbe più che on il primo elemento considerato. [...] 3) Un elemento medio, che articoli il primo col terzo elemento, che li metta in contatto, non solo ‘fisico’ ma morale e intellettuale. Nella realtà, per ogni partito esistono delle ‘proporzioni definite’ tra questi tre elementi e si raggiunge il massimo di efficienza quando tali ‘proporzioni definite’ sono realizzate.” (Q, 1733-4)


Riguardo infine la complessità del processo di formazione di un partito, Gramsci scrive: “Come si inizia la costituzione di un partito, come si sviluppa la sua forza organizzata e di influenza sociale ecc. Si tratta di un processo molecolare, minutissimo, di analisi estrema, capillare, la cui documentazione è costituita da una quantità sterminata di libri, di opuscoli, di articoli di rivista e di giornale, di conversazioni e dibattiti a voce che si ripetono infinite volte e che nel loro insieme gigantesco rappresentano questo lavorio da cui nasce una volontà collettiva di un certo grado di omogeneità, di quel certo grado che è necessario e sufficiente per determinare un’azione coordinata e simultanea nel tempo e nello spazio geografico in cui il fatto storico si verifica. [...] Dopo la formazione del regime dei partiti, fase storica legata alla standardizzazione di grandi masse della popolazione (comunicazioni, giornali, grandi città ecc.) i processi molecolari avvengono più rapidamente che nel passato ecc.” (Q, 1058)

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