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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (11)
di fulmini , Sun 23 May 2021 5:40
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Capitolo 10. L’iniziativa giacobina e la Rivoluzione francese.


L’analisi storico-critica giunge così al momento decisivo nel quale i rapporti partiti-Stato, che abbiamo seguito nel processo della loro formazione, si strutturano; è questo anche il momento in cui si compie lo stacco definitivo dalla civiltà cattolico-medioevale e si consolida la nuova civiltà statale. La ricognizione storica dei fenomeni e l’analisi teorica dei problemi implicati in questa fase divengono più complesse. Si tratta di esaminare il movimento giacobino e la Rivoluzione francese, la ‘Restaurazione’ e il processo di espansione del modello di Stato alle nazioni europee, il parlamentarismo e il regime dei partiti.


Occorre dapprima individuare le condizioni storiche nelle quali sorgono le iniziative rivoluzionarie. Una prima esigenza interpretativa è quella di individuare il carattere nazionale francese del primo superamento dello Stato assoluto in Europa, e ciò in rapporto al carattere specificamente politico-statale delle attività che lo causarono.


Messa la questione in questi termini, l’analisi del processo rivoluzionario si differenzia e critica quelle interpretazioni che tentano di comprenderlo nel quadro astratto e a-nazionale della transizione dal ‘modo di produzione feudale’ al ‘modo di produzione capitalistico’, e che privilegiano l’economia (specialmente la ‘contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione’) come momento esplicativo essenziale. Nel paragrafo Analisi delle situazioni: rapporti di forzaGramsci scrive: “Altra questione connessa alle precedenti è quella di vedere se le crisi storiche fondamentali sono determinate immediatamente dalle crisi economiche. [...] Si può escludere che, di per se stesse, le crisi economiche immediate producano eventi fondamentali; solo possono creare un terreno più favorevole alla diffusione di certi modi di pensare, di impostare e risolvere le questioni che coinvolgono tutto l’ulteriore sviluppo della vita statale. Del resto, tutte le affermazioni che riguardano i periodi di crisi o di prosperità possono dar luogo a giudizi unilaterali. Nel suo compendio di storia della Rivoluzione francese (ed. Colin) il Mathiez, opponendosi alla storia volgare tradizionale, che aprioristicamente ‘trova’ una crisi in coincidenza con le grandi rotture di equilibri sociali, afferma che verso il 1789 la situazione economica era piuttosto buona immediatamente, per cui non si può dire che la catastrofe dello Stato assoluto sia dovuta a una crisi di immiserimento (cfr l’affermazione esatta del Mathiez). Occorre osservare che lo Stato era in preda a una mortale crisi finanziaria e si poneva la quistione su quale dei tre ordini sociali privilegiati dovevano cadere i sacrifizi e i pesi per rimettere in sesto le finanze statali e regali. Inoltre: se la posizione economica della borghesia era florida, certamente non era buona la situazione delle classi popolari delle città e delle campagne, specialmente di queste, tormentate da miseria endemica. In ogni caso la rottura dell’equilibrio delle forze non avvenne per cause meccaniche immediate di immiserimento del gruppo sociale che aveva interesse a rompere l’equilibrio e di fatto lo ruppe, ma avvenne nel quadro di conflitti superiori al mondo economico immediato, connessi al ‘prestigio’ di classe (interessi economici avvenire), ad una esasperazione del sentimento di indipendenza, di autonomia e di potere. La quistione particolare del malessere o benessere economico come causa di nuove realtà storiche è un aspetto parziale della quistione dei rapporti di forza nei loro vari gradi.” (Q, 1586-8)


Viene così in evidenza come il processo della Rivoluzione francese fu fondamentalmente una lotta politica, all’interno dello Stato e per il controllo di questo, tra le classi dominanti, lotta che si acutizza in occasione di un congiunturale dissesto delle finanze pubbliche. In Francia la borghesia si era venuta sviluppando economicamente e politicamente in modo molto rapido, e aveva raggiunto importanti posizioni di comando nelle istituzioni statali; essa ascendeva si potrebbe dire sistematicamente al potere, sostituendo progressivamente le classi nobiliari. Queste ultime però sono molto forti, lottano per la conservazione e l’ampliamento dei propri privilegi e reagiscono con un progetto di restaurazione della propria egemonia. Le due forze si affrontano con progetti alternativi di riforma dello Stato volti a garantire la rispettiva egemonia, con un conseguente indebolimento della monarchia e dello Stato assoluto. Nella lotta fra le classi dominanti tradizionali e la classe dominante emergente si consuma l’equilibrio realizzatosi nello Stato assoluto e nelle sue istituzioni. Ed è in occasione del dissesto finanziario dello Stato (risultante dall’impegno dello Stato francese a favore della rivoluzione americana, in chiave anti-Stato inglese) che i due schieramenti si sfidano, accentuano la loro pressione, condizionando il loro contributo finanziario all’acquisto di nuovi privilegi e posizioni di potere.


“Anche in Francia ci fu un tentativo di alleanza tra monarchia, nobili e alta borghesia dopo un inizio di rottura tra nobili e monarchia. In Francia però la rivoluzione ebbe la forza motrice anche nelle classi popolari che le impedirono di fermarsi ai primi stadi.” (Q, 2067) Il conflitto di potere tra i nobili e i borghesi – le classi che componevano il contenuto sociale dello Stato assoluto – determina la crisi d’autorità; questo conflitto non è ancora rivoluzione, e infatti sarebbe stata possibile una ricomposizione, un nuovo compromesso tra quelle classi, ove non fossero apparse e intervenute nuove forze sociali e nuovi soggetti politici. La lotta fra borghesia e nobiltà (che erano poi schieramenti complessi e compositi, non riducibili ad uno schema semplici di classi sociali economiche) crea una condizione necessaria per la rivoluzione, che si avvia con una iniziativa teorico-politica di cui è protagonista un nuovo gruppo sociale, la ‘piccola borghesia intellettuale’, che è in concreto quelle nuova figura sociale – a base intellettuale e politica anziché economica – che si concentra e organizza nel movimento illuminista e nel partito giacobino. Questo gruppo è portatore di un nuovo sistema di idee politiche e di un progetto di superamento della crisi dello Stato, consistente nella ristrutturazione istituzionale di questo sulla base di un nuovo blocco culturale e sociale. In contenuto sociale del nuovo sistema di potere lo dovevano costituire fondamentalmente la classe borghese e le masse contadine organate dalla categorie intellettuali nei loro vari gradi.


Ora, unificare un nuovo blocco, porlo come contenuto economico-sociale dello Stato, creare nuove regole ed istituzioni di governo, introdurre un nuovo sistema di idee politiche, è in realtà costruire uno Stato nuovo. Così come il vecchio Stato assoluto si era potuto costituire in base ad una grande concentrazione del potere nel ‘principe’, il nuovo Stato ha richiesto una fase iniziale di accentramento delle leve di comando e di energica azione coercitiva da parte del ‘moderno principe’.


Prima di analizzare l’organizzazione e le forme di azione del partito giacobino occorre approfondire i contenuti politico-sociali dell’opera giacobina, analizzando l’azione svolta verso le tre grandi componenti sociali – borghesia, intellettuali, contadini – che si propone di unificare in blocco politico-economico integrato.


La crisi dello Stato assoluto consisteva fondamentalmente e si manifestava nella rottura degli equilibri politici e nella lotta all’interno dello Stato fra le classi dominanti tradizionali ed emergenti: la crisi era però più generale e riguardava l’intero assetto sociale, in uno stato di crescente effervescenza risultante dall’espansione dei nuovi metodi produttivi, dalla diffusione delle nuove concezioni ideologiche, e dal prolungarsi delle stesse lotte di potere.


Gruppo sociale direttamente investito da quei fenomeni era quello dei contadini. Questi erano contemporaneamente posti, da una parte nella condizione di intravedere la possibilità di un cambiamento della loro vita, di uno spostamento in città e di un inserimento nel lavoro artigiano e industriale, e dall’altra erano soggetti a una più intensa pressione di assoggettamento e di sfruttamento da parte dei padroni della terra. Ciò mentre si incrinavano le tradizionali fedeltà e vincoli giuridici e religiosi, e sorgevano nuove costrizioni legate alle esigenze delle guerre. Si viene manifestando un certo scollamento dei contadini nei confronti dei gruppi dominanti tradizionali, e prende corpo uno stato di scontento e di agitazione intorno a rivendicazioni disorganiche.


I fenomeni di disgregazione investono anche certe categorie di intellettuali tradizionali, intellettuali di tipo rurale legati alla massa sociale campagnola e piccolo borghese nei centri urbani minori, la cui funzione era proprio quella di vincolare i contadini al blocco agrario. In questo contesto di trasformazione sociale e di crisi di autorità trova spazio l’iniziativa dei giacobini, volta a comporre un nuovo blocco nel quale la massa contadina e le categorie intellettuali siano rapportati alla classe borghese.


Riflettendo sul significato della politica giacobina, sull’ “esser ‘giacobino’ non solo per la ‘forma’ esterna, di temperamento, ma specialmente per il contenuto economico-sociale”, Gramsci scrive: “il collegamento delle diverse classi rurali che si realizzava in un blocco reazionario attraverso i diversi ceti intellettuali legittimisti-clericali poteva essere dissolto per addivenire ad una nuova formazione liberale-nazionale solo se si faceva forza in due direzioni: sui contadini di base, accettandone le rivendicazioni elementari e facendo di esse parte integrante del nuovo programma di governo, e sugli intellettuali degli strati medi e inferiori, concentrandoli e insistendo sui motivi che più li potevano interessare (e già la prospettiva della formazione di un nuovo apparato di governo, con le possibilità di impiego che offre, era un elemento formidabile di attrazione su di essi, se la prospettiva si fosse presentata come concreta perché poggiata sulle aspirazioni dei rurali. [...] Si può dire però che, data la dispersione e l’isolamento della popolazione rurale e la difficoltà quindi di concentrarla in solide organizzazioni, conviene iniziare il movimento dai gruppi intellettuali; in generale però è il rapporto dialettico tra le due azioni che occorre tener presente. Si può anche dire che partiti contadini nel senso stretto della parola è quasi impossibile crearne: il partito contadino si realizza in generale solo come forte corrente di opinioni, non già in forme schematiche d’inquadramento burocratico; tuttavia l’esistenza anche solo di uno scheletro organizzativo è di utilità immensa, sia per una certa selezione di uomini, sia per controllare i gruppi intellettuali e impedire che gli interessi di casta li trasportino impercettibilmente in altro terreno.” (Q, 2024-5)


L’azione dei giacobini fu quella di rendere coerenti le rivendicazioni contadine, inserirle a livello subalterno nel proprio progetto di trasformazione economico-sociale e di costruzione di un nuovo Stato, e mettere in piedi una certa struttura organizzativa: non un partito contadino, ma una organizzazione strumentale, utile per la direzione dei fermenti e delle spinte contadine e per la selezione di personale. L’importanza di questa azione giacobina sui contadini, come elemento necessario della volontà collettiva nazionale che sta a fondamento dello Stato moderno, è sottolineata da Gramsci: “Ogni formazione di volontà collettiva nazionale-popolare è impossibile se le grandi masse dei contadini coltivatori non irrompono simultaneamente nella vita politica. Ciò intendeva il Machiavelli attraverso la riforma della milizia, ciò fecero i contadini nella Rivoluzione francese.” (Q, 1560)


Nei confronti degli intellettuali il partito giacobino agisce concentrandoli, influenzandoli ideologicamente e offrendo loro prospettive di impiego e di inserimento nello Stato. Il significato attribuito da Gramsci all’azione giacobina nei confronti degli intellettuali si può individuare più precisamente tenendo presente la valutazione che fa degli intellettuali di tipo rurale come forza di collegamento e di mobilitazione: “Gli intellettuali di tipo rurale sono in gran parte ‘tradizionali’, cioè legati alla massa sociale campagnola e piccolo borghese, di città (specialmente nei centri minori), non ancora elaborata e messa in movimento dal sistema capitalistico: questo tipo di intellettuale mette a contatto la massa contadina con l’amministrazione statale o locale (avvocati, notai ecc.) e per questa stessa funzione ha una grande funzione politico-sociale, perché la mediazione professionale è difficilmente scindibile dalla mediazione politica. Inoltre: nella campagna l’intellettuale (prete, avvocato, maestro, notaio, medico ecc.) ha un medio tenore di vita superiore o almeno diverso da quello del medio contadino e perciò rappresenta per questo un modello sociale nell’aspirazione a uscire dalla sua condizione e a migliorarla. [...] Non si comprende nulla della vita collettiva dei contadini e dei germi e fermenti di sviluppo che vi esistono se non si prende in considerazione, non si studia in concreto e non si approfondisce, questa subordinazione effettiva agli intellettuali: ogni sviluppo organico delle masse contadine, fino a un certo punto, è legato ai movimenti degli intellettuali e ne dipende.” (Q, 1520-1)


Azione storicamente decisiva è infine quella compiuta dai giacobini sulla borghesia. Per comprendere il valore e il significato di tale azione è necessario rivedere criticamente la diffusa immagine di una classe borghese di natura rivoluzionaria, spontaneamente orientata verso la trasformazione politica e culturale dell’ordine sociale dato.


In realtà la borghesia era un raggruppamento sociale costituito su basi economiche, portatori di innovazione nei metodi di organizzazione della vita produttiva e tenuto insieme da interessi economici particolari condivisi. Esso non si mostra spontaneamente provvisto di una nuova ideologia, né di un proprio progetto di riorganizzazione radicale e complessiva dell’ordine sociale e statale; ha degli interessi economici e sociali che cerca di estendere e garantire attraverso la conformazione di nuovi equilibri nella struttura del potere, ma è ancora immersa nel mondo culturale tradizionale i cui valori e criteri di prestigio costituiscono l’orizzonte delle proprie aspirazioni. La classe borghese era sì una classe sociale economica, ma non ancora una classe politicamente definita in quanto non aveva raggiunto una autonoma personalità culturale e politica. È precisamente l’azione giacobina a rendere la borghesia consapevole delle sue possibilità politiche, quelle cioè di conquistare per sé tutto il potere e realizzare un’egemonia sull’intera società. I giacobini s’impongono alla borghesia e la trasformano, la spingono a diventare una classe politicamente autonoma: non portano al potere la borghesia com’è, ma creando una nuova borghesia come gruppo sociale dirigente fondano lo Stato borghese.


Gramsci esamina il processo nei seguenti termini: “i giacobini conquistarono con la lotta senza quartiere la loro funzione di partito dirigente; essi in realtà si ‘imposero’ alla borghesia francese, conducendola in una posizione molto più avanzata di quella che i nuclei borghesi primitivamente più forti avrebbero voluto ‘spontaneamente’ occupare e anche molto più avanzata di quella che le premesse storiche dovevano consentire, e perciò i colpi di ritorno e la funzione di Napoleone I. Questo tratto, caratteristico del giacobinismo (ma prima anche di Cromwell e delle ‘teste rotonde’) e quindi di tutta la grande rivoluzione, del forzare la situazione (apparentemente) e del creare fatti compiuti irreparabili, cacciando avanti i borghesi a calci nel sedere, da parte di un gruppo di uomini estremamente energici e risoluti, può essere così ‘schematizzata’: il terzo stato era il meno omogeneo degli stati; aveva una élite intellettuale molto disparata e un gruppo economicamente molto avanzato ma politicamente moderato. Lo sviluppo degli avvenimenti segue un processo dei più interessanti. I rappresentanti del terzo stato inizialmente pongono solo le quistioni che interessano i componenti fisici attuali del gruppo sociale, i loro interessi ‘corporativi’ immediati (corporativi, nel senso tradizionale, di immediati ed egoistici in senso gretto di una determinata categoria): i precursori della rivoluzione sono infatti dei riformatori moderati, che fanno la voce grossa ma in realtà domandano ben poco. A mano a mano si viene selezionando una nuova élite che non interessa unicamente di riforme ‘corporative’ ma tende a concepire la borghesia come il gruppo egemone di tutte le forze popolari e questa selezione avviene per l’azione di due fattori: la resistenza delle vecchie forze sociali e la minaccia internazionale. Le vecchie forze non vogliono cedere nulla e se cedono qualche cosa lo fanno con la volontà di guadagnare tempo e preparare una controffensiva. Il terzo stato sarebbe caduto un questi ‘tranelli’ successivi senza l’azione energica dei giacobini, che si oppongono ad ogni sosta ‘intermedia’ del processo rivoluzionario e mandano alla ghigliottina non solo gli elementi della vecchia società dura a morire, ma anche i rivoluzionari di ieri, oggi diventati reazionari.” (Q, 2027-8)


In realtà il passaggio attraverso il quale la classe borghese da gruppo sociale che agisce al livello economico-corporativo diventa gruppo politicamente autonomo e dirigente, da classe economica diviene classe politico-statale, è un processo lungo e progressivo, del quale l’azione giacobina costituisce un momento di accelerazione e di svolta. Dell’intero processo Gramsci fornisce uno schema teorico nel paragrafo Analisi delle situazioni: rapporti di forza, laddove analizza i “diversi momenti della coscienza politica collettiva, così come si sono manifestati finora nella storia”:


“Il primo e più elementare è quello economico-corporativo: un commerciante sente di dover essere solidale con un altro commerciante, un fabbricante con un altro fabbricante, ecc., ma il commerciante non si sente ancora solidale col fabbricante; è cioè sentita l’unità omogenea, e il dovere di organizzarla, del gruppo professionale, ma non ancora del gruppo sociale più vasto. Un secondo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza della solidarietà di interessi fra tutti i membri del corpo sociale, ma ancora nel campo meramente economico. Già in questo momento si pone la quistione dello Stato, ma solo nel terreno di raggiungere una eguaglianza politico-giuridica coi gruppi dominanti, poiché si rivendica il diritto di partecipare alla legislazione e all’amministrazione e magari di modificarle, di riformarle, ma nei quadri fondamentali esistenti. Un terzo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza che i propri interessi corporativi, nel loro sviluppo attuale e avvenire, superano la cerchia corporativa, di gruppo meramente economico, e possono e debbono divenire gli interessi di altri gruppi subordinati. Questa è la fase più schiettamente politica, che segna il netto passaggio dalla struttura alla sfera delle superstrutture complesse, è la fase in cui le ideologie germinate precedentemente diventano ‘partito’, vengano a confronto ed entrano in lotta fino a che una sola di esse o almeno una sola combinazione di esse, tende a prevalere, a imporsi, a diffondersi su tutta l’area sociale, determinando oltre che l’unicità dei fini economici e politici, anche l’unità intellettuale e morale, ponendo tutte le quistioni intorno a cui ferve la lotta non sul piano corporativo ma su un piano ‘universale’ e creando così l’egemonia di un gruppo sociale fondamentale su una serie di gruppi subordinati. Lo Stato è concepito così come organismo proprio di un gruppo, destinato a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione del gruppo stesso, ma questo sviluppo e questa espansione sono concepiti e presentati come la forza motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte le energie ‘nazionali’, cioè il gruppo dominante viene coordinato concretamente con gli interessi generali dei gruppi subordinati e la vita statale viene concepita come un continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili (nell’ambito della legge) tra gli interessi del gruppo fondamentale e quelli dei gruppi subordinati, equilibri in cui gli interessi del gruppo dominante prevalgono ma fino a un certo punto, non cioè fino al gretto interesse economico-corporativo.” (Q, 1583-4)


Dall’esame dell’azione giacobina sui contadini, sugli intellettuali e sulla borghesia come soggetto sociali che si articolano e unificano nel nuovo blocco, si comprende sia la funzione rivoluzionaria dei giacobini che la strutturazione e composizione sociale del nuovo Stato. “I giacobini pertanto furono il solo partito della rivoluzione in atto, in quanto solo essi rappresentavano i bisogni e le aspirazioni immediate delle persone fisiche attuali che costituivano la borghesia francese, ma rappresentavano il movimento rivoluzionario nel suo insieme, come sviluppo storico integrale, perché rappresentavano i bisogni anche futuri e, di nuovo, non solo di quelle determinate persone fisiche, ma di tutti i gruppi nazionali che dovevano essere assimilati al gruppo fondamentale esistente.” (Q, 2028)


La rivoluzione giacobina consistette in un processo complesso di trasformazione di certe classi e in una loro ricomposizione in un blocco politico-economico integrato. L’unificazione di questi soggetti sociali comporta la costituzione di un nuovo rapporto organico tra la città e la campagna, una unificazione politico-territoriale più avanzata di quella raggiunta coi Comuni e con le monarchie assolute. Il predominio della città sulla campagna ed il conseguente spostamento massiccio da questa a quella di uomini e di ricchezza è il risultato dell’egemonia politica dei gruppi urbani. “I giacobini lottarono strenuamente per assicurare un legame tra città e campagna e ci riuscirono vittoriosamente. La loro sconfitta come partito determinato fu dovuta al fatto che a un certo punto si urtarono contro le esigenze degli operai parigini, ma essi in realtà furono continuati in altra forma da Napoleone.” (Q, 2014)


È utile riconsiderare in questo contesto, per raggiungere una più compiuta intelligenza dell’opera giacobina, la distinzione proposta da Gramsci tra ‘blocco meccanico’ e ‘blocco organico’: “nello Stato antico e in quello medioevale, l’accentramento sua politico-territoriale, sia sociale (e l’uno non è poi che funzione dell’altro) era minimo. Lo Stato era, in un certo senso, un blocco meccanico di gruppi sociali e spesso di razze diverse: entro la cerchia della compressione politico-militare, che si esercitava in forma acuta solo in certi momenti, i gruppi subalterni avevano una vita propria, a sé, istituzioni proprie ecc. e talvolta queste istituzioni avevano funzioni statali, che facevano dello Stato una federazione di gruppi sociali con funzioni diverse non subordinate, ciò che nei periodi di crisi dava un’evidenza estrema al fenomeno del ‘doppio governo’. [...] Lo Stato moderno sostituisce al blocco meccanico dei gruppi sociali una loro subordinazione all’egemonia attiva dl gruppo dirigente e dominante, quindi abolisce alcune autonomie che però rinascono in altra forma, come partiti, sindacati, associazioni di cultura.” (Q, 2287)


I giacobini sono gli artefici del blocco politico-economico integrato, vale a dire i fondatori dello Stato moderno. Essi svolgono un’opera specificamente politica: fanno acquisire coscienza degli interessi ed delle potenzialità proprie alle classi componenti tale blocco, le articolano e unificano attorno ad un progetto economico-politico, forniscono loro l’ideologia che li cementa e li guida nel loro insieme. La loro è un’attività di direzione politica indirizzata alla costruzione dell’egemonia permanente della borghesia su tutti gli altri gruppi, compresi loro stessi. La borghesia, una volta realizzata la propria egemonia e assunta la posizione di dominio e direzione statale (garantita anche l’unità nazionale e l’integrità territoriale), toglierà dalle mani dei giacobini le leve del governo: “nella Rivoluzione francese del 1789 [...] Napoleone rappresenta, in ultima analisi in trionfo delle forze borghesi organiche contro le forze piccolo borghesi giacobine”. (Q, 1773)

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