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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (9)
di fulmini , Sun 23 May 2021 5:10
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Capitolo 8. La struttura conoscitiva delle scienze politiche e la figura intellettuale dello scienziato.

Esaminate le singole scienze politiche, si pongono alcuni problemi che le riguardano nel loro insieme.

Un primo problema: l’identità e la distinzione delle scienze politiche in rapporto all’ideologia e all’empiria.

Ambedue sono elementi della conoscenza che in certo modo fanno parte della struttura conoscitiva delle scienze moderne, essendo però caratteristico delle scienze il fatto di distinguersi dall’una e dall’altra. Per ciò l’esame dei rapporti scienza-ideologia e scienza-empiria è essenziale per la comprensione della struttura interna della conoscenza scientifica.

Sulla questione Gramsci osserva che è un errore “porre la scienza a base della vita, fare della scienza la concezione del mondo per eccellenza, quella che snebbia gli occhi da ogni illusione ideologica, che pone l’uomo dinanzi alla realtà come essa è”. La ragione è che “in realtà anche la scienza è una superstruttura, una ideologia. Si può dire, tuttavia, che nello studio delle superstrutture la scienza occupi un posto privilegiato, per il fatto che la sua reazione sulla struttura ha un carattere particolare, di maggiore estensione e continuità di sviluppo, specialmente dopo il Settecento, da quando lla scienza fu fatto un posto a parte nell’apprezzamento generale? Che la scienza sia una superstruttura è dimostrato anche dal fatto che essa ha avuto dei periodi interi di eclisse, oscurata come essa fu da un’altra ideologia dominante, la religione, che affermava di aver assorbito la scienza stessa: così la scienza e la tecnica degli arabi apparivano ai cristiani pura stregoneria. Inoltre: la scienza, nonostante tutti gli sforzi degli scienziati, non si presenta mai come nuda nozione obiettiva: essa appare sempre rivestita da una ideologia e concretamente è scienza l’unione del fatto obiettivo con un’ipotesi o un sistema d’ipotesi che superano il mero fatto obiettivo. È vero però che in questo campo è relativamente facile distinguere la nozione obiettiva dal sistema d’ipotesi, con un processo di astrazione che è insito nella stessa metodologia scientifica, in modo che si può appropriarsi dell’una e respingere l’altra. Ecco perché un gruppo sociale può appropriarsi la scienza di un altro gruppo senza accettarne l’ideologia.” (Q, 1457-8)

E riprendendo il ragionamento, in un’altro paragrafo: “Obbiezione all’empirismo: l’indagine di una serie di fatti per trovarne i rapporti presuppone un ‘concetto’ che permetta di distinguere quella serie di fatti da altre possibili: come avverrà la scelta dei fatti da addurre come prova della verità del proprio assunto, se non preesiste il criterio di scelta? Ma cosa sarà questo criterio di scelta, se non qualcosa di superiore a ogni singolo fatto indagato? Una intuizione, una concezione, la cui storia è da ritenersi complessa, un processo da connettere a tutto il processo di sviluppo della cultura ecc. (Osservazione da connettere all’altra sulla ‘legge sociologica’ in cui non si fa altro che ripetere due volte lo stesso fatto, una volta come fatto e una volta come legge. Sofisma del doppio fatto e non legge.).” (Q, 1926)

È da osservare come in entrambi i paragrafi, il primo incentrato sul problema dell’ideologia e il secondo sul problema dell’empiria, Gramsci considera unitamente i due rapporti, rendendo così manifesto che il problema vero non sia tanto quello dei rapporti che la scienza intrattenga con l’ideologia da una parte e con i fatti empirici dall’altra, bensì quello della struttura interiore dalla scienza stessa, cioè il modo in cui nel processo della conoscenza scientifica si rapportano la teoria e l’esperienza. La conoscenza scientica compie un doppio processo, attraverso il quale vengono precisate e poste sotto controllo la teoria e l’esperienza: dall’ideologia si passa metodicamente al sistema d’ipotesi, dalla ‘realtà empirica’ si passa all’esperienza scientifica. E, ancora, si stebiliscono rapporti precisi e controllati tra il sistema d’ipotesi e l’esperienza scientifica, rapporti che sostengono il dinamismo della ricerca scientifica. Attraverso tali processi si costituisce la scienza come movimento progressivo di separazione sia dall’ideologia che dall’esperienza comune; ma questo in realtà non è altro che il passaggio da una concezione vecchia (detta ideologia) e da una esperienza vecchia (l’esperienza comune) ad una concezione ed una esperienza nuove.

Ecco perché Gramsci definisce ‘superstruttura’ la scienza. Si tratta tuttavia di un tipo diversi di supertsruttura, e più precisamente di una superstruttura che intrattiene rapporti nuovi e particolari con le strutture, più immediati ed efficienti, “di maggiore estensione e continuità di sviluppo”. La ‘struttura’ medesima diventa progressivamente scientifica, costruita secondo scienza, nella misura in cui sempre più le attività pratiche sono informate e condotte scientificamente.

Ora, il nuovo rapporto che si stabilisce fra teoria ed esperienza fonda un movimento autonomo della conoscenza scientifica, un progredire delle ricerche relativamente indipendente dalle tradizioni e dai contesti storico-culturali. Ciò permette che i risultati delle ricerche (le conoscenze: informazioni, metodi, concetti e teorie) si accumulino; accumulazione anche come possibilità che un gruppo sociale si appropri la conoscenza elaborata da un altro gruppo svincolandola dai suoi contenuti ideologici particolari. Mentre le concezioni ideologiche distinguono e oppongono irreconciliabilmente le culture delle classi, delle nazioni, dei sistemi economico-politici, le ricerche scientifiche costruiscono una complessa rete di scambi di informazioni, concetti, ecc. Mentre le idologie danno luogo ad una logica politica di dominio e di riduzione dell’avversario, le scienze avviano una logica politica di assimilazione delle elaborazioni altrui nella misura in cui gli ‘avversari’ si sono liberati dalla proprie ideologie (e quindi non sono più avversari).

“Nell’impostazione dei problemi storico-critici, non bisogna concepire la discussione scientifica come un processo giudiziario, in cui c’è un imputato e c’è un procuratore che, per obbligo d’ufficio, deve dimostrare che l’imputato è colpevole e degno di essere tolto dalla circolazione. Nella discussione scientifica, poiché si suppone che l’interesse sia la ricerca della verità e il progresso della scienza, si dimostra più ‘avanzato’ chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che deve essere incorporata, sia pure come momento subordinato, nella propria costruzione. Comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni dell’avversario (e talvolta è avversario tutto il pensiero passato) significa appunto essersi liberato dalla progione delle ideologie (nel senso deteriore, di cieco fanatismo ideologico), cioè porsi da un punto di vista ‘critico’, l’unico fecondo nella ricerca scientifica.” (Q, 1263)

Un secondo problema: i rapporti reciproci tra le singole scienze politiche.

Le scienze dell’economia, del diritto, delle idee hanno in comune l’essere scienze politiche ordinate alla costruzione dello Stato moderno: in questo senso il loro spazio teorico è comune: il processo di formazione dei moderni Stati nazionali. Sono tuttavia scienze distinte in quanto ciascuna di esse giunge all’oggetto (lo Stato) per proprie vie: partendo da esperienze diverse, sviluppando metodi differenziati, elaborando concetti e teorie specifiche. Ciò evidenzia insieme la complessità dello Stato moderno, strutturazione di più componenti economico-sociali, guiridico-politiche, ideologico-culturali, e la sua sostanziale identità, integrazione del tutto sotto una medesima forma.

Non si tratta però semplicemente di distinguere e di rapportare fra di loro le singole scienze politiche in base a ciò che hanno in comune e di diverso in riferimento al loro oggetto proprio, ma piuttosto di comprendere le relazioni interiori e reciproche che sussistono al livello dei contenuti conoscitivi. Le conoscenze dell’una scienza hanno un rapporto e quale con la conoscenza delle altre? I concetti e teorie dell’una hanno un corrispettivo, possono essere assimilati e utilizzati dalle altre? Il problema qui posto è fondamentale, in quanto la risposta che ad esso si dia mostra se le scienze politiche siano state concezioni autonome sufficienti a fondare una nuova integrale civiltà (la civiltà degli Stati nazionali). Infatti, nel caso che le singole scienze politiche rivelino di essere parti, reciprocamente esteriori, ciò significherebbe che ciascuna di esse ha il proprio fondamento al di fuori di se stessa, in una filosofia o concezione del mondo rispetto alla quale costituiscono elementi subordinati, e perciò non in grado di fondare una nuova civiltà integrale.

Gramsci affronta la questione da un’angolazione particolare, preoccupato di stabilire le condizioni dell’autonomia della filosofia della praxis, interrogandosi sulla validità e sul senso della tesi engelsiana e leniniana sulle tre fonti e tre parti integranti del marxismo. “Si afferma che la filosofia della praxis è nata sul terreno del massimo sviluppo della cultura della prima metà del secolo XIX, cultura rappresentata dalla filosofia classica tedesca, dall’economia classica inglese, e dalla letteratura e pratica politica francese. All’origine della filosofia della praxis sono questi tre momenti culturali. Ma in che senso occorre intendere questa affermazione? Che ognuno di questi movimenti ha contribuito a elaborare rispettivamente la filosofia, l’economia, la politica della filosofia della praxis? Oppure che la filosofia della praxis ha elaborato sinteticamente i tre movimenti, cioè l’intera cultura dell’epoca, e che nella sintesi nuova, in qualsiasi momento la si esamini, momento teorico, economico, politico, si ritrova come ‘momento’ preparatorio ognuno dei tre movimenti? Così appunto a me pare. E il momento sintetico unitario mi pare da identificare nel nuovo concetto di immanenza, che dalla forma speculativa, offerta dalla filosofia classica tedesca, è stato tradotto in forma storicistica coll’aiuto della politica francese e dell’economia classica inglese. Per ciò che riguarda i rapporti di identità sostanziale tra il linguaggio filosofico tedesco e il linguaggio politico francese cfr le note contenute sparsamente nei diversi quaderni.” (Q, 1246)

Fin qui egli cerca di vedere in quale modo la filosofia della praxis costituisca un “momento sintetico unitario”. Seguitando si sofferma invece sul problema del rapporto fra le tre scienze. “Ma una ricerca delle più interessanti e feconde mi pare debba essere fatta a proposito dei rapporti tra filosofia tedesca, politica francese e economia classica inglese. [...] Il problema è da presentare inizialmente così: i nuovi canoni metodologici introdotti dal Ricardo nella scienza economica sono da considerarsi come valori meramente strumentali (per intendersi, come un nuovo capitolo della logica formale) o hanno avuto un significato di innovazione filosofica? La scoperta del principio logico formale della ‘legge di tendenza’, che porta a definire scientificamente i concetti fondamentali nell’economia di ‘homo oeconomicus’ e di ‘mercato determinato’ non è stata una scoperta di valore anche gnoseologico? Non implica appunto una nuova ‘immanenza’, una nuova concezione della ‘necessità’ e della libertà ecc.?” (Q, 1247) Gramsci osserva come la scienza dell’economia con Ricardo, vale a dire quando perviene al suo stato maturo, contiene elementi basilari delle altre scienze, il concetto di immanenza della scienza delle idee, i concetti di necessità e di libertà della scinza del diritto.

Gramsci affronta concettualmente il problema dei rapporti interni fra le scienze in altri paragrafi, nei quali elabora il concetto chiave di traducibilità reciproca, di convertibilità dall’una all’altra. La formulazione teorica riassuntiva è questa: “Filosofia-politica-economia. Se queste tre attività sono gli elementi costitutivi necessari di una stessa concezione del mondo, necessariamente deve esserci, nei loro principi teorici, convertibilità da una all’altra, traduzione reciproca nel proprio specifico linguaggio di ogni elemento costitutivo: uno è implicito nell’altro, e tutti insieme formano un circolo omogeneo (cfr le note precedenti sulla traducibilità reciproca dei linguaggi scientifici). Da queste proposizioni (che devono essere elaborate), conseguono per lo storico della cultura e delle idee, alcuni criteri d’indagine e canoni critici di grande significato.” (Q, 1242-3)


Con il concetto di traducibilità Gramsci trova il criterio per valutare criticamente quando scienze distinte sono costitutive di una medesima concezione del mondo. E la traducibilità sta nella possibilità, meglio, nella disposizione attiva dei concetti fondamentali di una scienza di essere espressi nel linguaggio proprio di un’altra scienza, evidenziandosi così la sostanziale identità dei loro principi teorici. Munito di tale criterio, Gramsci indaga i rapporti fra le tre scienze.

Il punto di partenza della sua analisi è un “Passo della Sacra Famiglia in cui si afferma che il linguaggio politico francese del Proudhon corrisponda e possa tradursi nel linguaggio della filosofia classica tedesca.” (Q, 1468) Da questa affermazione di Marx ed Engels, risale a Hegel: “Nelle prime lezioni di storia della filosofia, Hegel dice che ‘la filosofia del Kant, del Fichte e dello Schelling contiene in forma di pensiero la rivoluzione’, alla quale lo spirito negli ultimi tempi ha progredito in Germania, in una grande epoca cioè della storia universale, a cui ‘solo due popoli hanno preso parte, i tedeschi e i Francesi, per opposti che siano tra loro, anzi appunto perché opposti’; sicché, laddove il nuovo principio in Germania ‘ha fatto irruzione come spirito e concetto’ in Francia invece si è esplicato ‘come realtà effettuale’ (cfr Vorles. über die Gesh. D. Philos., 2 , Berlino, 1844, III, 485). Nelle lezioni di filosofia della storia, Hegel spiega che il principio della volontà formale, della libertà astratta, secondo cui ‘la semplice unità dell’autocoscienza, l’Io, è la libertà assolutamente indipendente e la fonte di tutte le determinazioni universali’, ‘rimase presso i tedeschi una tranquilla teoria, ma i Francesi vollero eseguirlo praticamente’ (Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte, 3 , Berlino, 1848, pp. 531-32). (Questo passo di Hegel è appunto, pare, parafrasato dalla Sacra Famiglia dove si difende un’affermazione di Proudhon contro il Bauer, o, se non la si difende, la si spiega secondo questo canone ermeneutico hegeliano. Ma il passo di Hegel pare assai più importante come ‘fonte’ del pensiero espresso nelle Tesi su Feuerbach che ‘i filosofi hanno spiegato il mondo e si tratta ora di mutarlo’, cioè che la filosofia deve diventare politica per inverarsi, per continuare ad essere filosofia, che la ‘tranquilla teoria’ deve essere ‘eseguita praticamente’, deve farsi ‘realtà effettuale’, come fonte dell’affermazione di Engels che la filosofia classica tedesca ha come erede legittimo il ‘popolo’ tedesco e infine come elemento per la teoria dell’unità di teoria e pratica.” (Q, 1471-2)

Gramsci si accorge che le osservazioni di Engels, e anche quella di Marx ed Engels, puntano piuttosto nella direzione del rapporto fra teoria e pratica, fra scienza e politica, mentre il problema che sta indagando è quello della traducibiltà reciproca dei linguaggi scientifici e filosofici, del rapporto delle scienze tra di loro. Ciò gli consente di inquadrare la questione in un’altra direzione, che è quella delcarattere nazionale delle culture moderne e delle scienze politiche medesime. “Come due ‘scienziati’ formatisi nel terreno di una stessa cultura fondamentale, credono di sostenere ‘verità’ diverse solo perché impiegano un diverso linguaggio (e non è detto che tra loro non ci sia una differenza e che essa non abbia il suo significato) scientifico, così due culture nazionali, espressioni di civiltà fondamentalmente simili, credono di essere diverse, opposte, antagonistiche, una superiore all’altra, perché impiegano linguaggi di tradizione diversa, formatisi su attività caratteristiche e particolari a ognuna di esse: linguaggio politico-giuridico in Francia, filosofico, dottronario, teorico in Germania. Per lo storico, in realtà, queste civiltà sono traducibili reciprocamente, riducibili l’una all’altra. Questa traducibilità non è ‘perfetta’ certamente, in tutti i particolari, anche importanti (ma quale lingua è esattamente traducibile in un’altra? quale singola parola è traducibile esattamente in un’altra lingua?), ma lo è nel ‘fondo’ essenziale. È anche possibile che una sia realmente superiore all’altra, ma quasi mai in ciò che i loro rappresentanti e i loro chierici fanatici pretendono, e specialmente quasi mai nel loro complesso: il progresso reale della civiltà avviene per la collaborazione di tutti i popoli, per ‘spinte’ nazionali, ma tali spinte quasi sempre riguardano determinate attività culturali o gruppi di problemi.” (Q, 1470) “La traducibilità presuppone che una data fase della civiltà ha una espressione culturale ‘fondamentalmente’ identica, anche se il linguaggio è storicamente diverso, determinato dalla particolare tradizione di ogni cultura nazionale e di ogni sistema filosofico, dal predominio di una attività intellettuale pratica ecc.” (Q, 1468)

In queste proposizioni sta la chiave per rispondere alle questioni che abbiamo posto, esplicitando e dando un contenuto concreto al ragionamento generale di Gramsci. Le scienze politiche sono traducibili in quanto sono le elaborazioni teoriche nazionali di un comune progetto statale. La civiltà moderna, in quanto civiltà degli Stati nazionali, è tale da essere in un senso omogenea e in un altro diversificata. Ogni Stato nazionale è una civiltà, una forma compiuta e specifica di civiltà-Stato. Ecco perché le Scienze politiche sono traducibili solo parzialmente e restano tra di loro separate. La scienza dell’economia, la scienza del diritto e la scienza delle idee sono scienze dello Stato, si propongono di guidare vie nazionali di costruzione dello Stato. Il problema della traducibilità mostra quindi di essere un problema specifico della civiltà moderna, in quanto civiltà omogenea ma nazionalmente differenziata.

{Gramsci sostiene ancora che una prima sintesi unitaria delle Scienze politiche è tentata da Hegel, ed una loro traducibilità organica è nel progetto della filosofia della prassi. “Il momento sintetico unitario mi pare da identificare nel nuovo concetto di immanenza, che dalla sua forma speculativa, offerta dalla filosofia classica tedesca, è stato tradotto in forma storicistica coll’aiuto della politica francese e dell’economia classica inglese. [...] In un certo senso mi pare si possa dire che la filosofia della praxis è uguale a Hegel + Davide Ricardo.” (Q, 1247) “Pare si possa dire appunto che solo nella filosofia della prassi la ‘traduzione’ è organica e profonda.” (Q, 1468)}

Il problema del rapporto fra le Scienze politiche si può approfondire riconsiderando l’analisi svolta sui modi di procedere di ognuna di esse. Ciascuna pone se stessa come concezione integrale dell’attività umana: presume di poter comprendere, spiegare e trasformare la società intera in quanto ha individuato e opera su un livello di realtà ritenuto determinante e decisivo.

Un terzo problema: l’individuazione dei soggetti (individuali e collettivi) portatori di queste Scienze politiche.

In uno dei paragrafi appena considerati (Q, 1246-8) Gramsci si riferisce alle tre scienze come “movimenti”, come “correnti vive”, e in effetti esse erano elaborate e diffuse da gruppi intellettuali che agivano secondo una prospettiva politico-culturale consapevole, ed in questo senso si può individuare nei movimenti delle scienze politiche (analogamente ai movimenti ereticali, ai movimenti di riforma, al movimento degli utopisti ecc.) forme di associazione partitica, embrioni di partito politico.

I movimenti delle tre scienze costituiscono una forma più sviluppata delle forme anteriori, in quanto si rendono definitivamente indipendenti dalla Chiesa e dalle istituzioni della civiltà precedente e si dirigono autonomamente, con i sistemi di idee che vengono elaborando. Gli elementi individuali che convergono in questi movimenti sono personalità intellettuali fortemente individualizzate (e ciò in rapporto al loro essere fautori di una società di individui), i quali partecipano a un movimento non tanto per lo stabilimento di relazioni formali tra di loro, ma nella misura in cui svolgono attività comuni e strutturate allo stesso modo, rapportandosi similmente all’ambiente circostante.

Soggetto principale delle Scienze politiche in formazione è una nuova figura sociale, un nuovo tipo di intellettuale, l’intellettuale moderno (o intellettuale organico): lo scienziato dell’economia, l’organizzatore di un nuovo diritto, il filosofo democratico, e più in generale lo scienziato della politica. Il loro modo di essere è caratterizzato da un nuovo modo di rapportarsi all’ambiente sociale e culturale che si traduce da una parte in un rapporto attivo, di reciproche relazioni pedagogiche, di trasformazione della società, e dall’altra nella rivendicazione della propria libertà di pensiero e di azione. Così lo delinea Gramsci: “si può dire che la personalità storica di un filosofo individuale è data anche dal rapporto attivo tra lui e l’ambiente culturale che egli vuole modificare, ambiente che reagisce sul filosofo e, costringendolo a una continua autocritica, funziona da ‘maestro’. Così si è avuto che una delle maggiori rivendicazioni dei moderni ceti intellettuali nel campo politico è stata quella delle così dette ‘libertà di pensiero e di espressionedel pensiero (stampa e associazione)’ perché solo dove esiste questa condizione politica si realizza il rapporto maestro-discepolo nei sensi più generali su ricordati e in realtà si realizza ‘storicamente’ un nuovo tipo di filosofo che si può chiamare ‘filosofo democratico’, cioè del filosofo convinto che la sua personalità non si limita al proprio individuo fisico, ma è un rapporto sociale attivo di modificazione dell’ambiente culturale. Quando il ‘pensatore’ si accontenta del pensiero proprio, ‘soggettivamente’ libero, cioè astrattamente libero, dà oggi luogo alla beffa: l’unità di scienza e vita è appunto una unità attiva, in cui solo si realizza la libertà di pensiero, è un rapporto maestro-scolaro, filosofo-ambiente culturale in cui operare, da cui trarre i problemi necessari da impostare e risolvere, cioè il rapporto filosofia-storia.” (Q, 1331-2)


Figura intellettuale questa, analoga e in certo senso complementare a quella dello scienziato sperimentatore che si forma con le moderne scienze fisiche e naturali: “S’intende per scienza l’attività teorica o l’attività pratico-sperimentale degli scienziati? o la sintesi delle due attività? Si potrebbe dire che in ciò si avrebbe il processo unitario tipico del reale, nell’attività sperimentale dello scienziato che è il primo modello di mediazione dialettica tra l’uomo e la natura, la cellula storica elementare per cui l’uomo, ponendosi in rapporto con la natura attraverso la tecnologia, la conosce e la domina. [...] Lo scienziato-sperimentatore è (anche) un operaio, non un puro pensatore e il suo pensare è continuamente controllato dalla pratica e viceversa, finché si forma l’unità perfetta di teoria e pratica.” (Q, 1448-9)


Occorre precisare la struttura delle attività specifiche dello scienziato della politica, il suo modo di procedere. Gramsci dà alcune indicazioni al riguardo a partire dal modello offerto dal Machiavelli, primo scienziato della politica: “Bisogna distinguere oltre che tra ‘diplomatico’ e ‘politico’ anche tra scienziato della politica e politico in atto. Il diplomatico non può non muoversi solo nella realtà effettuale, perché la sua attività specifica non è quella di creare nuovi equilibri, ma di conservare entro certi quadri giuridici un equilibrio esistente. Così anche lo scienziato deve muoversi solo nella realtà effettuale in quanto mero scienziato. Ma il Machiavelli non è un mero scienziato: egli è un uomo di parte, di passioni poderose, un politico in atto, che vuol creare nuovi rapporti di forza e perciò non può non occuparsi del ‘dover essere’, certo non inteso in senso moralistico. La quistione non è quindi da porre in questi termini, è più complessa: si tratta cioè di vedere se il ‘dover essere’ è un atto arbitrario o necessario, è volontà concreta o velleità, desiderio, amore con le nuvole. Il politico in atto è un creatore, un suscitatore, ma né crea dal nulla, né si muove nel vuoto torbido dei suoi desideri e sogni. Si fonda sulla realtà effettuale, ma cos’è questa realtà effettuale? È forse qualcosa di statico e immobile o non piuttosto un rapporto di forze in continuo movimento e mutamento in equilibrio? Applicare la volontà alla creazione di un nuovo equilibrio delle forze realmente esistenti e operanti, fondandosi su quella determinata forza che si ritiene progressiva, e potenziandola per farla trionfare è sempre muoversi nel terreno della realtà effettuale ma per dominarla e superarla (o contribuire a ciò). Il ‘dover essere’ è quindi concretezza, anzi è la sola interpretazione realistica e storicistica della realtà, è sola storia in atto e filosofia in atto, sola politica. [...] Il Machiavelli non dice mai di pensare o di proporsi egli stesso di mutare la realtà, ma solo e concretamente di mostrare come avrebbero dovuto operare le forze storiche per essere efficienti.” (Q, 1577-8) La struttura dell’azione dello scienziato della politica è diversa da quella del moralista, del diplomatico, del filosofo, dell’utopista, del demagogo, del condottiero: egli agisce nell’ambito della realtà effettuale, interpretando gli accadimenti, valutando le situazioni date, misurando i rapporti di forza esistenti, per dominanrla e superarla, identificando le possibilità di sviluppo e trasformazione, individuando le forze che possono essere mosse e potenziate, razionalizzando fini e mezzi, prefigurando il percorso.


Gramsci fornisce altri elementi quando studia la figura dello scienziato dell’economia, il cui modello è offerto da Ricardo, rappresentante maturo di questa scienza. “Come è sorto, nel fondatore della filosofia della prassi, il concetto di regolarità e di necessità nello sviluppo storico? Non pare che possa pensarsi a una derivazione delle scienze naturali, ma pare invece debba pensarsi a una elaborazione di concetti nati nel terreno dell’economia politica, specialmente nella forma e nella metodologia che la scienza economica ricevette da Davide Ricardo. Concetto e fatto di ‘mercato determinato’, cioè rilevazione scientifica che determinate forze decisive e permanenti sono apparse storicamente, forze il cui operare si presenta con un certo ‘automatismo’ che consente una certa misura di ‘prevedibilità’ e di certezza per il futuro delle iniziative individuali che a tali forze consentono dopo averle intuite o rilevate scientificamente. ‘Mercato determinato’ equivale pertanto a dire ‘determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione’, rapporto garantito (cioè reso permanente) da una determinata superstruttura politica, morale, giuridica. Dopo aver rilevato queste forze decisive e permanenti e ilo loro spontaneo automatismo (cioè la loro relativa indipendenza dagli arbitri individuali e dagli interventi arbitrari governativi) lo scienziato ha, come ipotesi, reso assoluto l’automatismo stesso, ha isolato i fatti meramente economici dalle combinazioni più o meno importanti in cui realmente si presentano, ha stabilito dei rapporti di causa ed effetto, di premessa e conseguenza e così ha dato uno schema astratto di una determinata società economica [...]. Da queste considerazioni occorre prendere le mosse per stabilire ciò che significa ‘regolarità’, ‘legge’, ‘automatismo’ nei fatti storici. Non si tratta di ‘scoprire’ una legge metafisica di ‘determinismo’ e neppure di stabilire una legge ‘generale’ di causalità. Si tratta di rilevare come nello svolgimento storico si costituiscono delle forze relativamente ‘permanenti’, che operano con una certa regolarità e automatismo. [...] Appare che il concetto di ‘necessità’ storica è strettamente connesso a quello di ‘regolarità’ e di ‘razionalità’. La ‘necessità’ nel senso ‘speculativo-astratto’ e nel senso ‘storico-concreto’. Esiste necessità quando esiste una premessa efficiente e attiva, la cui consapevolezza negli uomini sia diventata operosa ponendo dei fini concreti alla coscienza collettiva, e costituendo un complesso di convinzioni potentemente agente come le ‘credenze popolari’. Nella premessa devono essere contenute, già sviluppate o in via di sviluppo, le condizioni materiali necessarie e sufficienti per la realizzazione dell’impulso di volontà collettiva, ma è chiaro che da questa premessa ‘materiale’, calcolabile quantitativamente, non può essere disgiunto un certo livello di cultura, un complesso cioè di atti intellettuali e da questi (come loro prodotto e conseguenza) un certo complesso di passioni e sentimenti imperiosi, cioè che abbiano la forza di indurre all’azione ‘a tutti i costi’.” (Q, 1477-80)


Nella metodologia e nelle procedure di questa scienza è inscritto il modo di fare politica di questa nuova figura intellettuale. Questi scienziati rilevano l’esistenza di certe forze sociali storicamente decisive, razionalizzano e rendono coerenti i modi di pensare e di operare di cui sono portatori (ancora però in forma implicita e confusa), e li propongono come modelli di comportamento in quanto li presentano come necessari e naturali. Formulando in termini di legge scientifica la pratica dei nuovi gruppi, dettano legge agli altri gruppi: conformando l’insieme degli uomini secondo il modello dei gruppi assunto come progressivi e ritenuti atti al superamento dell’ordine precedente e alla costruzione del nuovo, ne legittimano e avviano l’assunzione del comando della società.


Lo scienziato dell’economia ‘detta legge’; lo fa in modo diverso dal legislatore’ – l’organizzatore di un nuovo diritto a partire dalla scienza positiva del diritto. In due successivi paragrafi intitolati Chi è il legislatore?, Gramsci osserva: “1) che il legislatore individuale (e legislatore individuale deve intendersi non solo nel caso ristretto dell’attività parlamentare-statale, ma anche in ogni altra attività ‘individuale’ che cerchi, in sfere più o meno larghe di vita sociale, di modificare la realtà secondo certe linee direttive) non può mai svolgere azioni ‘arbitrarie’, antistoriche, perché il suo atto d’iniziativa, una volta avvenuto, opera come una forza a sé nella cerchia sociale determinata, provocando azioni e reazioni che sono intrinseche a questa cerchia oltre che all’atto in sé; 2) che ogni atto legislativo, o di volontà direttiva o normativa, deve anche e specialmente essere valutato obbiettivamente, per le conseguenze effettuali che potrà avere; 3) che ogni legislatore non può essere che astrattamente e per comodità di linguaggio considerato come individuo, perché in realtà esprime una determinata volontà collettiva disposta a rendere effettuale la sua ‘volontà’, che è volontà solo perché la collettività è disposta a darle effettualità; 4) che pertanto ogni individuo che prescinda da una volontà collettiva e non cerchi di crearla, suscitarla, estenderla, rafforzarla, organizzarla, è semplicemente una mosca cocchiera, un ‘profeta disarmato’, un fuoco fatuo.” (Q, 1663)


“Il concetto di ‘legislatore’ non può non identificarsi col concetto di ‘politico’. Poiché tutti sono ‘uomini politici’ tutti sono anche ‘legislatori’. Ma occorrerà fare delle distinzioni. ‘Legislatore’ ha un preciso significato giuridico-statale, cioè significa quelle persone che sono abilitate dalle leggi a legiferare. [...] In generale si può dire che tra la comune degli uomini e altri uomini più specificamente legislatori la distinzione è data dal fatto che questo secondo gruppo non solo elabora direttive che dovrebbero diventare norma di condotta per gli altri, ma nello stesso tempo elabora gli strumenti attraverso i quali le direttive stesse saranno ‘imposte’ e se ne verificherà l’esecuzione. Di questo secondo gruppo il massimo di potere legislativo è nel personale statale (funzionari direttivi e di carriera) che hanno a loro disposizione le forze coercitive legali dello Stato. Ma non è detto che anche i dirigenti di {organismi e} organizzazioni ‘private’ non abbiano sanzioni coercitive a loro disposizione, fino anche alla pena di morte. Il massimo di capacità del legislatore si può desumere dal fatto che alla perfetta elaborazione delle direttive corrisponde una perfetta predisposizione degli organismi di esecuzione e di verifica e una perfetta preparazione del consenso ‘spontaneo’ delle masse che devono ‘vivere’ quelle direttive, modificando le proprie abitudini, la propria volontà, le proprie convinzioni conformemente a queste direttive e ai fini che esse si propongono di raggiungere.” (Q, 1668-9)


Secondo un procedimento analogo a quello dello scienziato dell’economia, l’intellettuale del diritto opera realisticamente, attraverso atti legislativi (leggi e regolamenti) che diventano forze oggettive agenti da sé. Queste iniziative intellettuali trasformano l’insieme della società tramite un processo di razionalizzazione e organizzazione di una forza o volontà collettiva trainante, facendo altresì che ogni individuo, regolando i propri comportamenti nei termini della legge, diventi veicolo della sua espansione, applicazione e controllo molecolare.


Nell’individuazione dei soggetti creati dalle scienze politiche, considerati come movimento e come nuova figura di intellettuali, si deve tener presente anche il fatto della differenziazione in gradi dell’attività intellettuale. “Infatti l’attività intellettuale deve essere distinta in gradi anche dal punto di vista intrinseco, gradi che nei momenti di estrema opposizione danno una vera e propria differenza qualitativa: nel più alto gradino saranno da porre i creatori delle varie scienze, della filosofia, dell’arte, ecc. ; nel più basso i più umili ‘amministratori’ e divulgatori della ricchezza intellettuale già esistente, tradizionale, accumulata.” (Q, 1519) Il movimento delle scienze è articolato e gerarchizzato al suo interno sulla base di criteri propri delle attività scientifiche e sul grado di sviluppo qualitativo del lavoro intellettuale; ciò che costituisce una novità in quanto nelle altre associazioni interferiscono criteri esterni, ragioni di linguaggio, denaro, clientela, ecc.


Un quarto problema: i limiti delle scienze manifestantisi nel processo della loro divulgazione.


Se è vero che le scienze svolgono “una lotta per l’oggettività (per liberarsi dalle ideologie parziali e fallaci) e questa lotta è la stessa lotta per l’unificazione culturale del genere umano”, e se è vero che “la scienza sperimentale è stata (ha offerto) finora il terreno in cui una tale unità culturale ha raggiunto il massimo di estensione: essa è stata l’elemento di conoscenza che ha più contribuito a unificare lo ‘spirito’, a farlo diventare più universale: essa è la soggettività più oggettivata e universalizzata concretamente” (Q, 1416), esse tuttavia registrano una difficoltà intrinseca alla propria espansione e penetrazione tra il popolo e più in generale al di fuori degli ambienti che la coltivano. “È da notare che accanto alla più superficiale infatuazione per le scienze, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, cose molto difficili e che sempre più diventano difficili per il progressivo specializzarsi di nuovi rami di ricerca.” (Q, 1458)


In effetti le scienze non riescono a superare la separazione fra gli intellettuali e i semplici, ciò che mette in luce una difficoltà a congiungere teoria e pratica. L’attività scientifica agisce sulla società intera suscitando e inducendo comportamenti definiti e anche configurando una specie di mito per cui ogni affermazione offerta dalla scienza è creduta e accettata; ciò evidentemente non significa che la mentalità indagatrice e verificatrice, problematica e sperimentale, rigorosa e metodica, propria della scienza, sia acquisita dalla generalità degli uomini. Nel processo di divulgazione i contenuti e i metodi della scienza si deteriorano, ideologizzandosi e impoverendosi.

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