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leOpereeiGiorni : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (8)
di fulmini , Sun 23 May 2021 5:00
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Capitolo 7. Scienza delle idee.

Una terza espressione del movimento delle scienze politiche consiste in un insieme di elaborazioni teoriche e filosofiche che possiamo assumere sotto la denominazione di scienza delle idee. Di fatto tali elaborazioni si incentrano sul problema della conoscenza, e in particolare sulla questione dell’origine delle idee ed il loro contenuto conoscitivo; esse svolgono una critica teorica della filosofia scolastica e si propongono di fondare un approccio non speculativo ma scientifico al problema della produzione intellettuale.

Questa ricerca è condotta secondo prospettive teoriche e filosofiche diverse con riferimento a tradizioni culturali e nazionali differenti, esprimendosi perciò in forme distinte e fino ad un certo punto in opposizione tra di loro: il materialismo specialmente in Francia, l’empirismo soprattutto in Inghilterra, l’idealismo prevalentemente in Germania. Tale elenco è appena indicativo, e dipende piuttosto da un criterio di classificazione tradizionale nella storiografia filosofica che rende difficile l’identificazione storico-critica del carattere comune di queste tendenze, in quanto facenti parte del medesimo tentativo della costruzione di una moderna scienza delle idee. Nello studio di questo movimento teorico complessivo, Gramsci, in più di un luogo, adopera i termini ‘sensismo’ e ‘immanentismo’; noi preferiamo l’espressione ‘scienza delle idee’ in quanto più comprensiva e più chiaramente distinta dalle denominazioni assunte da alcune tendenze particolari.

Qual è il significato storico-culturale, e quali sono i contenuti teorici principali propri di queste ricerche, che ne definiscono il loro essere moderna scienza delle idee? Gramsci esamina la questione in un complesso di paragrafi del Quaderno 11incentrati sul problema dell’ ‘obiettività’ della conoscenza e della ‘soggettività’ del reale.

Il senso complessivo della risposta gramsciana si può riassumere nell’affermazione che la scienza delle idee è la fondamentazione teorica della scienza moderna, così come l’epistemologia scolastica fondamentava il pensiero filosofico medioevale. In effetti l’emergere della civiltà moderna è internamente connesso allo sviluppo di una nuova struttura dell’attività conoscitiva – la scienza e più precisamente la scienza empirica o sperimentale -, radicalmente diversa dalla struttura conoscitiva propria della civiltà precedente, il ragionamento filosofico deduttivo e astratto-formale. Lo sviluppo e la diffusione della nuova attività conoscitiva necessita insieme di una critica delle vecchie teorie della conoscenza che la ostacolano, e di una nuova propria teoria della conoscenza che la espliciti, la giustifichi razionalmente e la guidi. Avviciniamoci ai testi gramsciani.

“È indubbio che l’affermarsi del metodo sperimentale separa due mondi della storia, due epoche e inizia il processo di dissoluzione della teologia e della metafisica, e di sviluppo del pensiero moderno [...]. L’esperienza scientifica è la prima cellula del nuovo metodo di produzione, della nuova forma di unione attiva tra l’uomo e la natura.” (Q, 1449)

“La scienza seleziona le sensazioni, gli elementi primordiali della conoscenza: considera certe sensazioni come transitorie, come apparenti, come fallaci perché dipendono da speciali condizioni individuali e certe altre come durature, come permanenti, come superiori alle condizioni speciali individuali. Il lavoro scientifico ha due aspetti principali: uno che incessantemente rettifica il modo della conoscenza, rettifica e rafforza gli organi delle sensazioni, elabora principi nuovi e complessi di induzione e deduzione, cioè affina gli strumenti stessi dell’esperienza e del suo controllo; l’altro che applica questo complesso strumentale (di strumenti materiali e mentali) a stabilire ciò che nelle sensazioni è necessario da ciò che è arbitrario, individuale, transitorio. Si stabilisce ciò che è comune a tuuti gli uomini, ciò che tutti gli uomini possono controllare nello stesso modo, indipendentemente gli uni dagli altri, purché essi abbiano osservato ugualmente le condizioni tecniche di accertamento. ‘Oggettivo’ significa proprio e solo questo: che si afferma essere oggettivo, realtà oggettiva, quella realtà che è accertata da tutti gli uomini, che è indipendente da ogni punto di vista che sia meramente particolare o di gruppo. [...] La scienza non pone nessuna forma di ‘inconoscibile’ metafisico, ma riduce ciò che l’uomo non conosce a un’empirica ‘non conoscenza’ che non esclude la conoscibilità, ma la condiziona allo sviluppo degli elementi fisici strumentali e allo sviluppo della intelligenza storica dei singoli scienziati. Se è così, ciò che interessa la scienza non è tanto dunque l’oggettività del reale, ma l’uomo che elabora i suoi metodi di ricerca, che rettifica continuamente i suoi strumenti materiali che rafforzano i suoi organi sensori e gli strumenti logici (incluse le matematiche) di discriminazione e di accertamento, cioè la cultura, cioè la concezione del mondo, cioè il rapporto tra l’uomo e la realtà con la mediazione della tecnologia. Anche nella scienza cercare la realtà fuori degli uomini, inteso ciò nel senso religioso o metafisico, appare niente altro che un paradosso. Senza l’uomo, cosa significherebbe la realtà dell’universo? Tutta la scienza è legata ai bisogni, alla vita, all’attività dell’uomo. Senza l’attività dell’uomo, creatrice di tutti i valori, anche scientifici, cosa sarebbe l’ ‘oggettività’? ” (Q, 1455-7)

In queste proposizioni di Gramsci è contenuta un’analisi approfondita della funzione svolta dalla scienza nella formazione della nuova civiltà, e della struttura interna di questa nuova attività conoscitiva. Il processo di sfaldamento dei modi di pensare e di conoscere propri della cultura medioevale, che si esprime nella perdita di capacità di direzione intellettuale e morale della teologia e della filosofia, non è tanto il risultato di un deterioramento interno e di contraddizioni insolubili sorte nel loro svolgimento, ma è risultante dell’insorgenza di una struttura conoscitiva diversa che sposta l’attenzione su nuovi problemi, agisce con strumenti e concetti diversi, si pone altri obiettivi e fini. La scienza apre un mondo nuovo da conoscere e da costruire di fronte al quale il pensiero filosofico e teologico resta sprovvisto di strumenti congrui e adeguati, perdendo credibilità ogni qualvolta tenta di ‘dettare legge’ e di affermare ‘verità’ in quel campo.

Gramsci riconosce nella scienza sperimentale l’elemento di separazione e distinzione tra le due civiltà, e il nucleo costituente, la cellula elementare, della civiltà moderna con i suoi modi di produzione e di organizzazione.



La nuova realtà che con la scienza si apre al soggetto conoscente è costituita dal complesso dei rapporti che l’uomo stabilisce con la natura attraverso la sua azione teorico-pratica, la sua attività tecnologica e produttiva; la scienza moderna è una conoscenza legata ai bisogni, alla vita e all’esperienza pratica dell’uomo. Il mondo della filosofia e della teologia era invece quello dei rapporti tra l’uomo e la totalità dell’essere, tra l’uomo e Dio, rispetto ai quali rapporti la natura rappresentava un luogo subordinato di mediazione: la contemplazione della natura e il lavoro erano considerati come momenti strumentali per innalzarsi al dominio dell’astrazione e della trascendenza.

La struttura conoscitiva con la quale gli uomini costruivano e comprendevano tali rapporti con la totalità attraverso la mediazione della natura e del lavoro, era caratterizzata dai procedimenti di astrazione e deduzione, cioè dalla formazione degli ‘universali’ (concetti formali astratti che colgono l’ ‘essenza’ delle ‘sostanze’) e dal loro concatenamento logico. La sensazione era ritenuta elemento secondario, poco consistente e mutevole, da usarsi come primo gradino per l’astrazione dei concetti. In questo quadro, la realtà esterna è indiscussamente oggettiva, esistente in sé ed essenziale, ‘sostanza’.


La struttura conoscitiva che si impone con la scienza moderna, in quanto incentrata sui rapporti tra l’uomo e la natura con la mediazione della tecnologia e dell’esperienza pratica, è invece fondata sulle sensazioni medesime, le quali si formano nell’immediatezza di quei rapporti: esse sono infatti gli elementi primordiali dell’esperienza. Il procedimento scientifico è un lavorare sulle sensazioni: le affina e precisa, le classifica e misura, le seleziona e distingue, le controlla e sottopone a prova; ed è al contempo un lavorare sugli organi e sugli strumenti (materiali e mentali) dell’esperienza: li rettifica e rafforza, li perfeziona e ne crea di nuovi. Anche lo scienziato trascende le sensazioni e astrae concetti, ma il procedimento tende sempre a ricadere sull’esperienza, a ristrutturare le sensazioni rendendo l’esperienza stessa sempre più densa di teoria, più scientifica.

La concezione della realtà instaurata dalla scienza moderna non è più quella di un universo gerarchizzato di sostanze, di un mondo fondamentalmente compiuto, già fatto, ma piuttosto quella di un universo di processi e di relazioni, di un mondo in fieri, in evoluzione e costruzione. Ciò è connesso all’emergere di una idea soggettivistica della realtà, una realtà della quale l’uomo è un elemento attivo, insieme testimone dell’avanzamento naturale nella direzione della soggettività e progettista e protagonista di una progressiva incessante umanizzazione del mondo. E la conoscenza di tale realtà non consiste nell’impossessarsi di verità preesistenti definitive e perentorie, bensì nell’elaborazione degli strumenti teorici e pratici per trasformare la realtà, e nella apertura di un contato nuovo, teoricamente mediato e perciò più efficiente, con i processi concreti.

Il problema dell’ ‘oggettività’ si sposta da problema riguardante il reale a problema riguardante la conoscenza. Sono scientifiche, oggettive, quelle sensazioni e quelle esperienze relativamente costanti e regolari che tutti gli uomini possono riprodurre e controllare con una strumentazione e un procedimento definiti. È oggettiva quella conoscenza che si può acquisire indipendentemente da ogni punto di vista individuale o di gruppo.

Nel riconoscere scientificità solo a esperienze costanti, regolari, ripetibili, tecnicamente controllate, la nuova struttura conoscitiva produce tendenzialmente, avvia, un processo di standardizzazione delle esperienze degli uomini, a cominciare da quelle ritenute rilevanti per la conoscenza. Laddove il pensiero filosofico e teologico fondavano l’eguaglianza tra gli uomini nel concetto astratto della loro essenza e dignità comune, la scienza moderna pone un principio teorico-pratico di eguagliamento nell’omogeneizzazione delle esperienze: eguagliamento funzionale alla formazione degli automatismi di esattezza e disciplina richieste dai nuovi metodi di produzione industriale, e alla costituzione del conformismo di massa richiesto dai nuovi metodi di organizzazione burocratica.

Questo rapporto tra l’oggettività della scienza e la sua opera di unificazione culturale è approfondito ancora nel paragrafo La così detta ‘realtà del mondo esterno’ : “Oggettivo significa sempre ‘umanamente oggettivo’, ciò che può corrispondere esattamente a ‘storicamente soggettivo’, cioè oggettivo significherebbe ‘universale soggettivo’. L’uomo conosce oggettivamente in quanto la conoscenza è reale per tutto il genere umano storicamente unificato in un sistema culturale unitario [...]. C’è quindi una lotta per l’oggettività (per liberarsi dalle ideologie parziali e fallaci) e questa lotta è la stessa lotta per l’unificazione culturale del genere umano. [...] La scienza sperimentale è stata (ha offerto) finora il terreno in cui una tale unità culturale ha raggiunto il massimo di estensione: essa è stata l’elemento di conoscenza che ha più contribuito a unificare lo ‘spirito’, a farlo diventare più universale; essa è la soggettività più oggettivata e universalizzata concretamente. [...] Noi conosciamo la realtà solo in rapporto all’uomo e siccome l’uomo è divenire storico anche la conoscenza e la realtà sono un divenire, anche l’oggettività è un divenire ecc.” (Q, 1415-6)

{Per una ricostruzione storica delle origini di questa nuova struttura conoscitiva occorre risalire fino a Leonardo da Vinci e la sua concezione della conoscenza. Sulla centralità dell’esperienza, sulla struttura teorica della scienza, sul carattere soggettivo della realtà – egli ha scritto: “La sperienzia non falla mai, ma sol fallano i nostri giudizi, promettendosi di quella effetto tale che in e nostri experimenti causati non sono.” / “Nessuna certezza è dove non può applicare una delle scienzie matematiche, ovver che non sono unite con esse matematiche.” / “La sperienzia, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie, ne ‘nsegna ciò che essa natura in fra’ mortali adopera da necessità costretta, non altrimenti operar si possa che la ragione, suo timone, operare le ‘nsegni.”, [Leonardo da Vinci, Scritti letterari, Rizzoli, Milano 1952, pp. 60 e 61 (Pensieri 15, 8, 13).] Sulla standardizzazione dell’esperienza: “Io dirò una parola o due o dieci o più, come a me piace, e voglio in quel tempo che più di mille persone in quel medesimo tempo dichino quella medesima, cioè che immediate dichino quello che me, e non vedranno me, né sentiranno quello che io mi dica. Queste fieno l’ore da te annumerate, che quando tu dirai una, tutti quelli, che come te annumerano l’ore, dicano il medesimo numero che tu in quel medesimo tempo.” [Idem, p. 133 (Profezia 142).]}

Tali sono i tratti principali della struttura conoscitiva che guida la formazione e lo sviluppo della civiltà moderna. La scienza delle idee è quell’insieme di elaborazioni teoriche che esplicita e razionalizza i principi, gli indirizzi, le procedure, della scienza moderna. In quanto tale, teorizza l’origine empirica delle idee, la dimensione soggettiva della realtà, il carattere creativo dell’attività umana. A tali contenuti teorici della scienza delle idee Gramsci si riferisce in alcuni paragrafi in cui prende in esame i contributi convergenti delle varie sue tendenze.

“Fino alla filosofia classica tedesca, la filosofia fu concepita come attività ricettiva o al massimo ordinatrice, cioè fu concepita come conoscenza di un meccanismo obbiettivamente funzionante all’infuori dell’uomo. La filosofia classica tedesca introdusse il concetto di ‘creatività’ del pensiero, ma in senso idealistico e speculativo. [...] Creativo occorre intenderlo quindi nel senso ‘relativo’, di pensiero che modifica il modo di sentire del maggior numero e quindi della realtà stessa che non può essere pensata senza questo maggior numero. Creativo anche nel senso che insegna come non esista una ‘realtà’ per se stante, in sé e per sé, ma in rapporto storico con gli uomini cha la modificano ecc.” (Q, 1485-6)

“Il termine di ‘materialismo’ nel primo cinquantennio del secolo XIX occorre intenderlo non solo nel significato tecnico filosofico stretto, ma nel significato più estensivo che venne assumendo polemicamente nella discussioni sorte in Europa col sorgere e lo svilupparsi vittorioso della cultura moderna. Si chiamò materialismo ogni dottrina filosofica che escludesse la trascendenza dal dominio del pensiero e quindi in realtà tutto il panteismo e l’immanentismo non solo, ma si chiamò materialismo anche ogni atteggiamento pratico ispirato al realismo politico, che si opponesse cioè a certe correnti deteriori del romanticismo politico.” (Q, 1408) “È certo che la concezione soggettivistica è propria della filosofia moderna nella sua forma più compiuta e avanzata.” (Q, 1413)

“L’ ‘ideologia’ è stata un aspetto del ‘sensismo’, ossia del materialismo francese del XVIII secolo. Il suo significato originario era quello di ‘scienza delle idee’ e poiché l’analisi era il solo metodo riconosciuto e applicato dalla scienza, significava ‘analisi delle idee’ cioè ‘ricerca dell’origine delle idee’. Le idee dovevano essere scomposte nei loro ‘elementi’ originari e questi non potevano essere altro che le ‘sensazioni’: le idee derivano dalle sensazioni.” (Q, 1490)

Una questione da approfondire ulteriormente è quella del luogo occupato dalla scienza delle idee nel passaggio dalla cultura medioevale alla cultura moderna e nella storia di questa. In questa prospettiva ci limitiamo qui a individuare tre diversi rapporti che sono stati sottolineati da Gramsci.


Il primo rapporto intercorre tra la scienza delle idee e la concezione religiosa del mondo, ed è caratterizzato insieme da una rottura e da una continuità. Gramsci, dopo aver rilevato come la concezione oggettivistica della realtà esterna abbia origine nella credenza della creazione divina del mondo, e aver dimostrato che la concezione soggettivistica ha rotto criticamente con “la filosofia della trascendenza da una parte e la metafisica ingenua del senso comune” dall’altra, si domanda se ci sia anche un rapporto di continuità: “Può la concezione ‘soggettiva’ del Berkeley essere disgiunta dalla religione e in che modo il Berkeley connetteva la sua concezione con le sue credenze religiose? Il Saggio popolare così come il saggio su Teoria e Pratica ((entrambi di Bucharin)) nel suo semplicismo non riesce a comprendere come possa essere connesso con la religione sia il materialismo meccanico come il soggettivismo più estremo. Né il Berkeley fu un ‘eretico’ in religione: anzi la sua concezione è un modo di concepire il rapporto tra la divinità e il pensiero umano, in fondo una ‘teologia’. (Q, 1486) “L’ ‘ideologia’ è stata un aspetto del ‘sensismo’, ossia del materialismo francese del XVIII secolo. [...] Ma il sensismo poteva associarsi senza troppa difficoltà colla fede religiosa, con le credenze più estreme nella ‘potenza dello Spirito’ e nei suoi ‘destini immortali’. (Q, 1490) Gramsci sottolinea ancora, accogliendo una osservazione di M. Missiroli come nello sviluppo posteriore la religione non rifiuta più la nuova struttura conoscitiva ma piuttosto “come il cattolicismo tende, in concorrenza con la filosofia idealista, ad accaparrarsi le scienze naturali e fisiche”. (Q, 1414)


Il secondo rapporto è quello che intercorre tra la Riforma e la scienza delle idee. Questa scienza costituisce una elaborazione intellettuale raffinata, storicamente connessa e radicata appunto nei movimenti nazionali popolari di riforma intellettuale e morale formatisi nel XVI secolo: “dalla primitiva rozzezza intellettuale dell’uomo della Riforma è tuttavia scaturita la filosofia classica tedesca e il vasto movimento culturale da cui è nato il mondo moderno” (Q, 1293). Si tratta cioè di un caso particolare di quei rapporti che legano le fioriture d’alta cultura alle trasformazioni molecolari dei modi di sentire e di operare delle moltitudini dei quali abbiamo già trattato, e che sono per Gramsci un criterio di ricerca fondamentale per la storia della cultura.

Il medesimo criterio serve anche in senso contrario, per capire cioè il caso in cui il radicamento storico nazionale manca, ad esempio nell’anacronistica ripresa del sensismo settecentesco in Italia: “nessuna opera d’arte può non avere un contenuto, cioè non essere legata a un mondo poetico e questo a un mondo intellettuale e morale [...]. Il problema quindi è di ‘storicità’ dell’arte, di ‘storicità e perpetuità’, nel tempo stesso, è di ricerca del fatto se il fatto bruto, economico-politico, di forza, abbia (e possa) subìto l’elaborazione ulteriore che si esprime nell’arte o se invece si tratti di pura economicità inelaborabile artisticamente in modo originale in quanto l’elaborazione precedente già contiene il nuovo contenuto, che è nuovo solo cronologicamente. Può avvenire infatti, dato che ogni complesso nazionale è una combinazione spesso eterogenea di elementi, che gli intellettuali di esso, per il loro carattere cosmopolitico, non coincidano col contenuto nazionale, ma con un contenuto preso a prestito da altri complessi nazionali o addirittura cosmopoliticamente astratto. Così il Leopardi si può dire il poeta della disperazione portata in certi spiriti dal sensismo settecentesco, a cui in Italia non corrispondeva lo sviluppo di forze e lotte materiali e politiche caratteristico dei paesi in cui il sensismo era forma culturale organica. Quando nel paese arretrato, le forze civili corrispondenti alla forma culturale si affermano ed espandono, è certo che esse non possono creare una nuova originale letteratura, non solo, ma anzi che ci sia un ‘calligrafismo’ cioè, in realtà, uno scetticismo diffuso e generico per ogni ‘contenuto’ passionale serio e profondo. Pertanto il ‘calligrafismo’ sarà la letteratura organica di tali complessi nazionali, che come Lao-tse, nascono già vecchi di ottanta anni, senza freschezza e spontaneità di sentimento, senza ‘romanticismi’ ma anche senza ‘classicismi’ o con un romanticismo di maniera”(Q, 1777-8).

Il terzo rapporto sottolineato da Gramsci riguarda la continuazione e lo sviluppo successivo della scienza delle idee. Gramsci individua una specie di linea ereditaria dalla scienza delle idee alla ‘scienza della esperienza della coscienza’ e alla scienza della logica di Hegel, indi al positivismo, al materialismo storico, allo psicologismo, sino a Sigmund Freud.

“L’hegelismo ha tentato di superare le concezioni tradizionali di idealismo e di materialismo in una nuova sintesi che ebbe certo una importanza eccezionale e rappresenta un momento storico-mondiale della ricerca filosofica” (Q, 1437).

“E’ certo che la concezione soggettivistica è propria della filosofia moderna nella sua forma più compiuta e avanzata, se da essa e come superamento di essa è nato il materialismo storico, che nella teoria delle superstrutture pone in linguaggio realistico e storicistico ciò che la filosofia tradizionale esprimeva in forma speculativa. [...] Fa anzi meraviglia che il nesso tra l’affermazione idealistica che la realtà del mondo è una creazione dello spirito umano e l’affermazione della storicità e caducità di tutte le ideologie da parte della filosofia della praxis, perché le ideologie sono espressioni della struttura e si modificano e si modificano col modificarsi di essa, non sia mai stato affermato e svolto convenientemente. La quistione è strettamente connessa, e si capisce, alla quistione del valore delle scienze così dette esatte o fisiche e alla posizione che esse sono venute assumendo nel quadro della filosofia della praxis di un quasi feticismo, anzi della sola e vera filosofia o conoscenza del mondo.” (Q, 1413)

‘La filosofia della praxis è lo ‘storicismo’ assoluto, la mondanizzazione e terrestrità assoluta del pensiero, un umanesimo assoluto della storia.” (Q, 1437)

“Ideologia, psicologismo, positivismo. Studiare questo passaggio nelle correnti culturali dell’800: il sensismo + l’ambiente danno lo psicologismo: la dottrina dell’ambiente è offerta dal positivismo.” (Q, 566)

“Si può affermare che Freud sia l’ultimo degli ideologi.” (Q, 1491)

Questi tre rapporti che inquadrano la scienza delle idee nella storia della cultura si connettono alla questione del luogo occupato da questa scienza nella storia politica. “Cosa occorre intendere – domanda Gramsci nel paragrafo Introduzione allo studio della filosofia. Principi e preliminari. – per filosofia, per filosofia di un’epoca storica, e quale sia l’importanza e il significato delle filosofie dei filosofi in ognuna di tali epoche storiche. Assunta la definizione che B. Croce dà della religione, cioè di una concezione del mondo che sia diventata norma di vita, poiché norma di vita non si intende in senso libresco ma attuata nella vita pratica, la maggior parte degli uomini sono filosofi in quanto operano praticamente e nel loro pratico operare (nelle linee direttive della loro condotta) è contenuta implicitamente una concezione del mondo, una filosofia. La storia della filosofia come si intende comunemente, cioè la storia della filosofia dei filosofi, è la storia dei tentativi e delle iniziative ideologiche di una determinata classe di persone per mutare, correggere, perfezionare le concezioni del mondo esistenti in ogni determinata epoca e per mutare quindi le conformi e relative norme di condotta, ossia per mutare la attività pratica nel suo complesso. [...] La filosofia di un’epoca non è la filosofia di uno o altro filosofo, di uno o altro gruppo di intellettuali, di una o altra grande partizione delle masse popolari: è una combinazione di tutti questi elementi che culmina in una determinata direzione, in cui il suo culminare diventa norma d’azione collettiva, cioè diventa ‘storia’ concreta e completa (integrale). La filosofia di un’epoca storica non è dunque altro che la ‘storia’ di quella stessa epoca, non è altro che la massa di variazioni che il gruppo dirigente è riuscito a determinare nella realtà precedente: storia e filosofia sono inscindibili in questo senso, formano ‘blocco’.” (Q, 1255)

Occorre infine considerare che ogni singola struttura conoscitiva costituisce un modo specifico di essere e di fare politica. “Il problema di che cosa è la ‘scienza’ stessa è da porre. La scienza non è essa stessa ‘attività politica’ e pensiero politico, in quanto trasforma gli uomini, li rende diversi da quelli che erano prima? Se tutto è ‘politico’ occorre, per non cadere in un frasario tautologico e noioso distinguere con concetti nuovi la politica che corrisponde a quella scienza che tradizionalmente si chiama ‘filosofia’, dalla politica che si chiama scienza politica in senso stretto.” (Q, 1766)

Abbiamo già affrontato {La Traversata. Libro Primo} il problema dei modi differenziati di essere e di fare politica corrispondenti a strutture conoscitive diverse, esaminando in particolare il caso della filosofia morale e quello della sociologia. Il primo tipo di politica “consiste nell’organizzare la vita dei singoli, il loro modo di volere, pensare e operare, attraverso la fissazione di fini e principi generali, valori e norme di comportamento; fornendo un determinato senso alla vita al quale si connette una determinata etica, essa orienta gli uomini nella prospettiva di un determinato progetto storico-politico”.


Il secondo tipo di politica “consiste anch’essa nel tentativo di orientare gli uomini secondo un progetto storico-politico. Lo fa però in un modo parzialmente diverso poiché, sebbene comune rimanga l’intento generale di organizzare la subordinazione dei diretti, mutate sono le condizioni storiche: la produzione di massa richiede la standardizzazione degli uomini e crea le masse, l’uomo massa; il controllo e la direzione delle masse richiede u modo di volere, pensare ed operare di massa, una politica di massa che crei il consenso passivo. A questo scopo la ‘scienza della società’ non ridiscute quei fini e principi generali, quei valori e norme di comportamento fissati dalle filosofie (perciò la sociologia presuppone una filosofia alla quale si subordina), ma elabora ‘teorie’ che razionalizzano il senso comune, ‘metodi’ e tecniche d’accertamento e di controllo sociale, ‘dati’ che riducono le differenze e i cambiamenti a quantità operazionali (riducendo la qualità a quantità, elaborando la realtà sociale quantitativamente – ‘matematica sociale’ – e operazionalizzandola statisticamente, organizza la realtà stessa secondo modelli operazionali e la controlla praticamente).”

La scienza delle idee non è né filosofia morale né sociologia, e costituisce un terzo, in un certo senso intermedio, modo di essere e di fare politica. Il suo modo di trasformare gli uomini e i gruppi, le loro attività pratiche e comportamenti, consiste nello spostare l’attenzione sull’ambiente e riorientare la coscienza verso l’esperienza e la pratica, nell’indurre e sollecitare la produzione di esperimenti, cioè esperienze di trasformazione pratica guidate teoricamente e controllate tecnicamente, nel diffondere alcune attività creative standardizzate, nella costituzione dell’Io (figura moderna della coscienza individuale) e nell’elaborazione di un nuovo tipo di intellettuale (l’intellettuale e il dirigente moderno).

Questi elementi caratterizzanti il modo in cui la scienza delle idee fa politica, orientano gli uomini e i gruppi nella prospettiva di un progetto storico-politico determinato: lo Stato democratico (rappresentativo-burocratico). Così intesa lascienza delle idee si mostra come una terza scienza politica, che congiuntamente alla scienza dell’economia e alla scienza del diritto avviano la maturazione dello Stato moderno e segnano il tramonto dello Stato assoluto.

“Si può osservare il parallelo svolgersi della democrazia moderna e di determinate forme di materialismo metafisico e di idealismo. L’uguaglianza è ricercata dal materialismo francese del secolo XVIII nella riduzione dell’uomo a categoria della storia naturale, individuo di una specie biologica, distinto non per qualificazioni sociali e storiche, ma per doti naturali; in ogni caso esssenzialmente uguale ai suoi simili. Questa concezione è passata nel senso comune, che ha come affermazione popolare che ‘siamo nati tutti nudi’ (seppure l’affermazione di senso comune non è precedente alla discussione ideologica degli intellettuali). Nell’idealismo si ha l’affermazione che la filosofie è la scienza democratica per eccellenza in quanto si riferisce alla facoltà di ragionare comune a tutti gli uomini.” (Q, 1280-1) Dove è da notare come Gramsci individua l’organicità della scienza delle idee al processo costituente lo Stato democratico nella tendenziale riformulazione del concetto di eguaglianza tra gli uomini. Da fondamentazioni metafisiche e trascendenti, proprie della filosofia metafisica e della teologia, si passa a fondamentazioni immanentiste e storiciste.

In realtà nella direzione intrapresa dalla scienza delle idee si fondano insieme eguaglianza e libertà, i due principi dello Stato moderno, ad ul livello più profondo: nella creazione dell’Io, dell’individuo che crea, dirige se stesso ed è soggetto di diritti e doveri, sulla base e a partire dalla propria coscienza. Così come la scienza dell’economia prende parte alla costruzione dello Stato moderno per via della elaborazione dell’homo oeconomicus, e la scienza del diritto tramite l’elaborazione dell’uomo collettivo, così la scienza delle idee giunge allo scopo attraverso la costruzione dell’individuo libero ed eguale.

Ma proprio qui Gramsci vede un limite nella scienza delle idee, nel fatto che questa compie solo parzialmente la riformulazione del concetto di eguaglianza. Nel paragrafo Esame del concetto di natura umana scrive: “ ‘Origini del concetto di uguaglianza’: la religione con la sua idea di dio-padre e uomini-figli, quindi uguali; la filosofia secondo l’aforisma: ‘Omnis enim philosophia, cum ad communem hominum cogitandi facultatem revocet, per se democratica est; ideoque ab optimatibus non iniuria sibi existimatur perniciosa’. La scienza biologica, che afferma l’uguaglianza ‘naturale’ cioè psico-fisica di tutti gli elementi individuali del ‘genere’ umano: tutti nascono allo stesso modo ecc. ‘L’uomo è mortale; Tizio è uomo, Tizio è mortale.’ Tizio = tutti glu uomini. Così ha origine empirico-scientifica (empirico = scienza folcloristica) la formula: ‘Siamo nati tutti nudi.’ ” (Q, 887-8) In altro luogo, dopo aver citato la stessa proposizione in latino, annota: “Questa ‘comune facoltà di pensare’ diventata ‘natura umana’, ha dato luogo a tante utopie [di cui] si riscontra traccia in tante scienze che partono dal concetto dell’uguaglianza perfetta fra gli uomini ecc.” (Q, 756)

Nonostante il tentativo operato dalla scienza delle idee di rifondare il concetto di eguaglianza , su basi psico-fisiche e razionali, tale concetto resta legato a quello di natura umana, che è un concetto filosofico; non si completa il passaggio dal ragionamento filosofico all’analisi scientifica, dalle ‘essenze’ alle esperienze, bensì si accoglie un concetto proprio della filosofia nell’analisi scientifica. Il risultato è che l’uomo concreto, gli uomini con le loro differenziazioni e opposizioni, restano fuori dall’indagine scientifica; il loro ‘spazio teorico’ è occupato ancora dalla precedente struttura conoscitiva. L’idea democratica resta “legata alla concezione della ‘natura umana’ identica e senza sviluppo come era concepita prima di Marx per cui tutti gli uomini sono fondamentalmente uguali” (Q, 756). In tal modo anche nella scienza delle idee in quanto scienza politica permangono elementi irrealistici: “utopia, in quanto basata sul presupposto che tutti gli uomini sono realmente uguali e quindi egualmente ragionevoli e morali”. (Q, 764)

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