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iLibrieleNotti : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (7)
di fulmini , Wed 12 May 2021 4:00
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Capitolo 6. Scienza del diritto.

Una seconda scienza politica che si costituisce contemporaneamente alla scienza dell’economia in ordine alla costruzione degli Stati nazionali moderni è la scienza del diritto. Questa scienza, che si svolge principalmente ed assume la sua struttura paradigmatica in Francia, è da Gramsci individuata come forma nazionale francese della scienza politica o scienza dello Stato. “La Francia fu lacerata dalle guerre di religione con la vittoria apparente del cattolicismo, ma ebbe una grande riforma popolare nel Settecento con l’illuminismo, il voltairianismo, l’enciclopedia che precedé e accompagnò la rivoluzione del 1789; si trattò realmente di una grande riforma intellettuale del popolo francese, più completa di quella tedesca luterana, perché abbracciò anche le grandi masse contadine della campagna, perché ebbe un fondo laico spiccato e tentò di sostituire alla religione una ideologia completamente laica rappresentata dal legame nazionale e patriottico; ma neanche essa ebbe una fioritura immediata di alta cultura, altro che per la scienza politica nella forma di scienza positiva del diritto. (Cfr il paragone fatto da Hegel delle particolari forme nazionali assunte dalla stessa cultura in Francia e in Germania nel periodo della rivoluzione francese [...].)” (Q, 1859-60)

In questo testo Gramsci ha inoltre identificato il fenomeno della scienza del diritto in quanto distinto dall’Illuminismo e dall’Enciclopedia: mentre questi sono movimenti di riforma intellettuale e morale di massa, quello è una elaborazione di alta cultura, una specifica struttura conoscitiva e direttiva (la cui espressione matura furono i codici giuridici francesi).

dipinto

Charles Gabriel Lemonnier, Lettura della tragedia di Voltaire 'L'orfano della Cina', 1755, nel salotto di Madame Geoffrin a Rue Saint-Honoré.
I personaggi più noti riuniti intorno al busto di Voltaire sono Rousseau, Montesquieu, Diderot, d'Alembert, Buffon, Quesnay, Condillac.


Sul significato teorico e pratico di questa differenza torneremo nell’esame dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, ma conviene fin d’ora considerare una osservazione tanto importante quanto incompresa che troviamo all’inizio ed alla fine dei Quaderni. Nella terza pagina del primo Quaderno (febbraio 1929): “non i principi della rivoluzione francese superano la religione, ma le dottrine che superano questi principii, cioè le dottrine della forza contrapposte al diritto naturale” (Q, 7); nell’ultima pagina del Quaderno 27 (1935): “concettualmente non i principii della Rivoluzione francese superano la religione, poiché appartengono alla sua stessa sfera mentale, ma i principii che sono superiori storicamente (in quanto esprimono esigenze nuove e superiori) a quelle della Rivoluzione francese, cioè quelli che si fondano sulla realtà effettuale della forza e della lotta” (Q, 2315) Che alla scienza del diritto Gramsci si riferisca con le espressioni: “dottrine della forza contrapposte al diritto naturale” e “principii che si fondano sulla realtà effettuale della forza e della lotta” – alla scienza del diritto e non al marxismo; che questa scienza politica, e non l’Illuminismo e i principi dell’89, rappresenti il definitivo superamento storico della civiltà precedente, risulta anche dall’insieme delle analisi che Gramsci svolge sulle questione.

Il primo quesito che sorge è che cosa sia il diritto, il diritto moderno in particolare, e come esso si affermi nel processo costituente dello Stato moderno.

I costumi e le leggi. È opinione molto diffusa e anzi è opinione ritenuta realistica e intelligente che le leggi devono essere precedute dal costume, che la legge è efficace solo in quanto sanziona i costumi. Questa opinione è contro la storia reale dello sviluppo del diritto, che ha domandato sempre una lotta per affermarsi e che in realtà è lotta per la creazione di un nuovo costume. Nell’opinione su citata esiste un residuo molto appariscente di moralismo intruso nella politica.

Si suppone che il diritto sia espressione integrale dell’intera società, ciò che è falso: invece espressione più aderente della società sono quelle regole di condotta che i giuristi chiamano ‘giuridicamente indifferenti’ e la cui zona cambia coi tempi e con l’estensione dell’intervento statale. Il diritto non esprime tutta la società (per cui i violatori del diritto sarebbero esseri antisociali per natura, o minorati psichici), ma la classe dirigente, che ‘impone’ a tutta la società quelle norme di condotta che sono più legate alla sua ragion d’essere e al suo sviluppo. La funzione massima del diritto è questa: di presupporre che tutti i cittadini devono accettare liberamente il conformismo segnato dal diritto, in quanto tutti possono diventare elementi della classe dirigente; nel diritto moderno cioè è implicita l’utopia democratica del secolo XVIII.

Qualche cosa di vero tuttavia esiste nell’opinione che il costume deve precedere il diritto: infatti nelle rivoluzioni contro gli Stati assoluti, esisteva già come costume {e come aspirazione} una gran parte di ciò che poi divenne diritto obbligatorio: è con il nascere e lo svilupparsi delle disuguaglianze che il carattere obbligatorio del diritto andò aumentando, così come andò aumentando la zona dell’intervento statale e dell’obbligazionismo giuridico. Ma in questa seconda fase, pur affermando che il conformismo deve essere libero e spontaneo, si tratta di ben altro: si tratta di reprimere e soffocare un diritto nascente e non di conformare.

L’argomento rientra in quello più generale della diversa posizione che hanno avuto le classi subalterne prima di diventare dominanti. Certe classi subalterne devono avere un lungo periodo di intervento giuridico rigoroso e poi attenuato, a differenza di altre; c’è differenza anche nei modi: in certe classi l’espansività non cessa mai, fino all’assorbimento completo della società; in altre, al primo periodo di espansione succede un periodo di repressione. Questo carattere educativo, creativo, formativo del diritto è stato messo poco in luce da certe correnti intellettuali: si tratta di un residuo dello spontaneismo, del razionalismo astratto che si basa su un concetto della ‘natura umana’ astrattamente ottimistico e facilone. Un altro problema si pone per queste correnti: quale deve essere l’organo legislativo ‘in senso lato’, cioè la necessità di portare le discussioni legislative in tutti gli organismi di massa: una trasformazione organica del concetto di ‘referendum’, pur mantenendo al governo la funzione di ultima istanza legislativa.” (Q, 773-4)

Differenziandosi sia dalla diffusa concezione del diritto come espressione del costume e della morale comune, sia dalla concezione marxista del diritto come sovrastruttura che riflette e legittima e riproduce i rapporti sociali dati, Gramsci evidenzia il carattere politico e progettuale del diritto. Ogni struttura giuridica determinata è, insieme, risultato di una lotta politica e progettazione di nuovi automatismi sociali, imposizione e modello di sviluppo di determinati modi di sentire - di pensare - di agire, elaborazione e costruzione di un ‘mercato determinato’.

Il problema che Gramsci affronta in questo paragrafo non è un mero tentativo di definizione del diritto, di distinzione tra ciò che è il ‘costume’ e ciò che sono le ‘leggi’ e di comprensione dei loro rapporti astratti, ma anche e fondamentalmente quello di identificare la trasformazione avvenuta nei meccanismi e nei contenuti della costruzione dell’ordine sociale nel passaggio alla nuova civiltà statale. Laddove nella civiltà precedente la regolamentazione dei comportamenti e l’adesione all’ordine sociale dato erano costruiti e garantiti dall’etica, cioè da norme interiorizzate nella coscienza di ciascun membro e rappresentate e unificate nell’istituzione religiosa, nella nuova civiltà in formazione comportamenti e integrazione sociale vengono costruiti politicamente, cioè da norme formalizzate in leggi positive e unificate nell’istituzione statale. Questo significa la progressiva sostituzione del costume (come espressione di comportamenti tradizionali) da parte del diritto (come induzione di nuovi comportamenti), l’ambito del quale aumenta e si rafforza nella misura in cui cresce il terreno dell’intervento statale.

Le leggi dello Stato, però, non sono creazioni arbitrarie e razionalistiche, ma formalizzazione e sviluppo di comportamenti, valori, idee operanti già all’interno di gruppi particolari progressivamente egemoni. La diffusione del nuovo tipo umano rappresentato da queste figure sociali costituisce una vera e propria rivoluzione antropologica, della quale il diritto è lo strumento e il calco.

Ciò non vuol dire che i nuovi tipi umani sostituiscano interamente i precedenti, né che essi rappresentino da soli l’unità sociale in formazione. Quando Gramsci rileva che “il diritto non esprime tutta la società” e che invece espressione più aderente dell’intera società sono “quelle regola di condotta che i giuristi chiamano ‘giuricamente indifferenti’ ”, egli opera una distinzione tra ciò che è comune a tutti gli uomini – quei modi di sentire, di pensare, di agire che, formatisi nelle precedenti epoche culturali, si accumulano, selezionano, decantano in una specie di prima natura sociale e culturale dell’uomo (elementi della quale sono il senso comune, la coscienza morale, il costume), e che costituisce l’unità sociale di base – e ciò che è un progetto di sviluppo verso un’unità superiore, quelle strutture della sensibilità, della conoscenza, del comportamento elaborate e introdotte da un gruppo determinato, le quali, in quanto espressioni di una parte (e non condivise da tutti) comportano una diversità, l’emergere di una specie di seconda natura.

Secondo questa logica, la diffusione dei nuovi tipi umani dovrebbe significare la trasformazione della legge in costume, cioè un allargamento dell’unità sociale di base e una diminuzione del campo dell’obbligazione giuridica: ciò indicherebbe il successo del progetto di nuova unità, l’affermarsi della nuova civiltà. Il fatto che “il carattere obbligatorio del diritto andò aumentando, così come andò aumentando la zona dell’intervento statale e dell’obbligazionismo giuridico” segna, rileva Gramsci, “il nascere e lo svilupparsi delle disuguaglianze”, il fallimento del tentativo.

Per comprenderne le cause occorre passare all’esame dei contenuti politici del diritto moderno e delle fasi del suo sviluppo.

Gramsci considera la questione in più paragrafi: “la grandezza del Machiavelli consiste nell’aver distinto la politica dall’etica. Non può esistere associazione permanente e con capacità di sviluppo che non sia sostenuta da determinati principii etici, che l’associazione stessa pone ai suoi singoli componenti in vista della compattezza interna e dell’omogeneità necessarie per raggiungere il fine. Non perciò questi principii sono sprovvisti di carattere universale. [...] Un’associazione normale concepisce se stessa come aristocrazia, una élite, un’avanguardia, cioè concepisce se stessa come legata da milioni di fili a un dato raggruppamento sociale e per il suo tramite a tutta l’umanità. Pertanto questa associazione non si pone come un qualche cosa di definitivo e irrigidito, ma come tendente ad allargarsi a tutto un raggruppamento sociale, che anch’esso è concepito come tendente a unificare tutta l’umanità. Tutti questi rapporti danno carattere {tendenzialmente} universale all’etica di gruppo che dev’essere concepita come capace di diventare norma di condotta di tutta l’umanità. La politica è concepita come un processo che sboccherà nella morale, cioè come tendente a sboccare in una forma di convivenza in cui politica e quindi morale saranno superate entrambe.” (Q, 749-50)

La politica compare come una nuova morale, propria di un gruppo sociale che si organizza in una associazione o partito politico che tende a conformare a sé tutta la società, a universalizzare le proprie norme di condotta, a inserire nella morale comune i propri comportamenti (questo è, considerato da un altro punto di vista, il problema della legittimazione di gruppi che ascendono a ruoli direttivi, che si realizza attraverso una modificazione della morale comune).

Riprendendo questa idea Gramsci sviluppa più avanti il problema di questo passaggio, della continuità e del cambiamento che esso comporta: “Continuità e tradizione. Un aspetto della questione accennata [...] dal punto di vista del centro organizzativo di un raggruppamento è quello della ‘continuità’ che tende a creare una ‘tradizione’ intesa, naturalmente, in senso attivo e non passivo come continuità in continuo sviluppo, ma ‘sviluppo organico’. Questo problema contiene in nuce tutto il ‘problema giuridico’, cioè il problema di assimilare alla frazione più avanzata del raggruppamento tutto il raggruppamento: è un problema di educazione delle masse, della loro ‘conformazione’ secondo le esigenze del fine da raggiungere. Questa appunto è la funzione del diritto nello Stato e nella Società; attraverso il ‘diritto’ lo Stato rende ‘omogeneo’ il gruppo dominante e tende a creare un conformismo sociale che sia utile alla linea di sviluppo del gruppo dirigente. L’attività generale del diritto (che è più ampia dell’attività puramente statale e governativa e include anche l’attività direttiva della società civile, in quelle zone che i tecnici del diritto chiamano di indifferenza giuridica, cioè nella moralità e nel costume in genere) serve a capire meglio, concretamente, il problema etico, che in pratica è la corrispondenza ‘spontaneamente e liberamente accolta’ tra gli atti e le omissioni di un individuo, tra la condotta di ogni individuo e i fini che la società si pone come necessari, corrispondenza che è coattiva nella sfera del diritto positivo tecnicamente inteso, ed è spontanea e libera (più strettamente etica) in quelle zone in cui la ‘coazione’ non è statale, ma di opinione pubblica, di ambiente morale ecc.” (Q, 756-7)

Il diritto moderno in quanto progetto politico è l’espressione dei gruppi sociali emergenti, di quei gruppi o classi portatori del progetto statale moderno. Il diritto, più concretamente, è un elemento dello Stato, è l’insieme delle attività tramite le quali i gruppi dirigenti diffondono e organizzano in tutte le classi i loro fini; è il modo in cui “la classe dirigente ‘impone’ a tutta la società quelle norme di condotta che sono più legate alla sua ragion d’essere e al suo sviluppo”. ‘Imposizione’ che non significa restrizione o limitazione dei comportamenti dati, ma trasformazione e creazione di comportamenti nuovi; non riproduzione di un governo di pochi ma tentativo di espansione della classe dirigente secondo l’ideale democratico. In questo senso, si è spesso dimenticato come l’egualitarismo portato dalla classe borghese non sia puramente formale e astratto, ma esprima il tentativo politico di assimilare tutta la società al modo di essere proprio di questa classe. Tuttavia il diritto moderno, nel compiere questa opera di omologazione, non cancella la divisione tra dirigenti e diretti, rispetto ai quali svolge una funzione differenziata: rende omogeneo il gruppo dominante e crea il conformismo delle classi subordinate, cioè coordina l’azione dirigente dei primi e rende congrue le attività dei secondi ai fini dei primi.

Questa funzione di organizzazione e di organamento svolta dal diritto moderno è approfondita da Gramsci in altri paragrafi, tesi alla identificazione della natura del cambiamento che si produce al livello dello Stato nel passaggio alla nuova civiltà. “Nello Stato antico e in quello medioevale, l’accentramento sia politico-territoriale, sia sociale (e l’uno non è poi che funzione dell’altro) era minimo. Lo Stato era, in un certo senso, un blocco meccanico di gruppi sociali e spesso di razze diverse: entro la cerchia della compressione politico-militare, che si esercitava in forma acuta solo in certi momenti, i gruppi subalterni avevano una vita propria, a sé, istituzioni proprie ecc. e talvolta queste istituzioni avevano funzioni statali, che facevano dello Stato una federazione di gruppi sociali con funzioni diverse non subordinate, ciò che nei periodi di crisi dava un’evidenza estrema al fenomeno del ‘doppio governo’. L’unico gruppo escluso da ogni vita propria collettiva organizzata era quello degli schiavi (e dei proletari non schiavi) nel mondo classico, e quello dei proletari e dei servi della gleba e dei coloni nel mondo medioevale. [...] Lo Stato moderno sostituisce al blocco meccanico dei gruppi sociali una loro subordinazione all’egemonia attiva del gruppo dirigente e dominante, quindi abolisce alcune autonomie, che però rinascono in altra forma, come partiti, sindacati, associazioni di cultura. Le dittature contemporanee aboliscono legalmente anche queste nuove forme di autonomia e si sforzano di incorporarle nell’attività statale: l’accentramento legale di tutta la vita nazionale nelle mani del gruppo dominante diventa ‘totalitario’.” (Q, 2287)

Gramsci riprende l’argomento nel paragrafo successivo: “L’unità storica delle classi dirigenti avviene nello Stato e la storia di esse è essenzialmente la storia degli Stati e dei gruppi di Stati. Ma non bisogna credere che tale unità sia puramente giuridica e politica, sebbene anche questa forma di unità abbia la sua importanza e non solamente formale: l’unità storica fondamentale, per la sua concretezza, è il risultato dei rapporti organici tra Stato o società politica e ‘società civile’. Le classi subalterne, per definizione, non sono unificate e non possono unificarsi finché non possono diventare ‘Stato’: la loro storia, pertanto, è intrecciata a quella della società civile, è una funzione ‘disgregata’ e discontinua della storia della società civile e, per questo tramite, della storia degli Stati o gruppi di Stati.” (Q, 2287-8)

Nelle civiltà precedenti i membri sociali erano accorpati in gruppi: ordini, classi, caste, corporazioni ecc. Questi gruppi che svolgevano da sé, con relativa autonomia, specifici insiemi di funzioni socialmente necessarie, definivano l’ambito di attività e di esperienza dei singoli; erano cioè unità sociali integrali provviste di senso e di vita propria, proprie istituzioni e gerarchie. L’ordine sociale generale era dato dalla giustapposizione funzionale, in un determinato equilibrio gerarchico, dell’insieme dei gruppi; il sistema dei poteri – il governo e l’amministrazione – era costituito dal blocco meccanico di quei gruppi che svolgevano particolari funzioni dirigenti.

Nel processo di formazione della nuova civiltà, da una parte si sciolgono i legami che vincolano gli individui ai gruppi, dall’altra si disgregano i gruppi funzionali stessi, dall’altra ancora si spezza il blocco meccanico di direzione. L’ordine sociale deve ricomporsi secondo un nuovo modello; i problemi che si pongono riguardano da una parte l’inserimento degli individui nella società, dall’altra la costituzione di un nuovo sistema di potere, infine la subordinazione a questo dell’insieme della società. La grande costruzione con la quale questi problemi vengono affrontati è lo Stato: lo Stato moderno con le sue istituzioni burocratiche e rappresentative, costituitosi sulle basi del diritto positivo.

Lo Stato realizza l’unificazione storica delle classi dirigenti, “sostituisce al blocco meccanico dei gruppi sociali una loro subordinazione all’egemonia attiva del gruppo dirigente e dominante”. È cioè un blocco organico, che determina la ristrutturazione interna e la perdita di autonomia dei gruppi. Gli individui, seppure continuano ad essere membri e ad agire all’interno dei nuovi gruppi, non esauriscono in questi i loro interessi ed i loro rapporti, entrano in un sistema di rapporti molecolari e diretti con lo Stato, acquistano così una dimensione politica generale: con il loro individualizzarsi si universalizzano.

“Questione dell’ ‘uomo collettivo’ o del ‘conformismo sociale’. Compito educativo e formativo dello Stato, che ha sempre il fine di creare nuovi e più alti tipi di società, di adeguare la ‘civiltà’ e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell’apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei tipi nuovi d’umanità. Ma come ogni singolo individuo riuscirà a incorporarsi nell’uomo collettivo e come avverrà la pressione educativa sui singoli ottenendone il consenso e la collaborazione, facendo diventare ‘libertà’ la necessità e la coercizione? Questione del ‘diritto’, il cui concetto dovrà essere esteso, comprendendovi anche quelle attività che oggi cadono sotto la formula di ‘indifferente giuridico’ e che sono di dominio della società civile che opera senza ‘sanzioni’ e senza ‘obbligazioni’ tassative, ma non per tanto esercita una pressione collettiva e ottiene risultati obbiettivi di elaborazione nei costumi, nei modi di pensare e di operare, nella moralità ecc.” (Q, 1565-6)

Il compito del diritto nella costruzione dello Stato moderno: incorporare l’uomo individuale all’uomo collettivo e conformare gli individui ai fini e ai bisogni dello Stato. Gramsci così si differenzia dalla tradizione marxista, secondo la quale il diritto moderno segna lo scioglimento dei legami tradizionali e sanziona l’atomizzazione e il dominio sociale, mentre sarebbe soltanto nell’economia e più specificamente a partire dai rapporti di produzione che si ristruttura la società con le sue classi sociali e le sue lotte. Laddove Gramsci riconosce invece anche nel diritto ‘borghese’ uno strumento formatore di collettività.

È su questa base che si può cogliere l’omologia tra la scienza dell’economia e la scienza del diritto – scienze politiche entrambe -, la prima in rapporto all’homo oeconomicus e al mercato determinato, la seconda in rapporto all'uomo collettivo e allo Stato.

Una ragione del fatto che in Francia la scienza del diritto raggiunga la sua forma matura e paradigmatica è individuata da Gramsci nei caratteri culturali nazionali francesi: “La tradizione culturale, che presenta i concetti sotto forma di azione politica, in cui speculazione e pratica si sviluppano in un solo nodo storico comprensivo, sarebbe esemplare. Ma questa cultura è rapidamente degenerata dopo gli avvenimenti della grande rivoluzione, è diventata una nuova Bisanzio culturale. Gli elementi di tale degenerazione, d’altronde, erano già presenti e attivi anche durante lo svolgersi del grande dramma rivoluzionario, negli stessi giacobini che lo impersonarono con maggiore energia e compiutezza. La cultura francese non è ‘panpolitica’ come noi oggi intendiamo, ma giuridica. La forma francese non è quella attiva e sintetica dell’uomo o lottatore politico, ma quella del giurista sistematico di astrazioni formali; la politica francese è specialmente elaborazione di forme giuridiche. Il francese non ha una mentalità dialettica e concretamente rivoluzionaria neanche quando opera come rivoluzionario: la sua intenzione è ‘conservatrice’ sempre, perché la sua intenzione è di dare una forma perfetta e stabile alle innovazioni che attua. Nell’innovare pensa già a conservare, a imbalsamare l’innovazione in un codice.” (Q, 1256-7)

Nel paragrafo Lo Stato e la concezione del diritto Gramsci sintetizza il significato della svolta storica segnata dalla nascita del diritto moderno nella storia politica, precisandone anche il contenuto essenziale in rapporto alla formazione dello Stato moderno: “La rivoluzione portata dalla classe borghese nella concezione del diritto e quindi nella funzione dello Stato consiste specialmente nella volontà di conformismo (quindi eticità del diritto e dello Stato). Le classi dominanti precedenti erano essenzialmente conservatrici nel senso che non tendevano ad elaborare un passaggio organico dalle altre classi alla loro, ad allargare cioè la loro sfera di classe ‘tecnicamente’ e ideologicamente: la concezione di casta chiusa. La classe borghese pone se stessa come un organismo in continuo movimento, capace di assorbile tutta la società, assimilandola al suo livello culturale ed economico: tutta la funzione dello Stato è trasformata: lo Stato diventa ‘educatore’, ecc. Come avvenga un arresto e si ritorni alla concezione dello Stato come pura forza ecc. La classe borghese è ‘saturata’, non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa (o almeno le disassimilazioni sono enormemente più numerose delle assimilazioni).” (Q, 937)

In questa ultima affermazione Gramsci coglie storicamente il limite della concezione moderna del diritto, che è insieme il limite dello sviluppo della civiltà statale. I gruppi emergenti portatori di questa concezione del diritto non sono in grado di assimilare tutta la società, trovano un limite interno alla propria espansione, in quanto il tentativo di ricomporre i rapporti fra i dirigenti e i diretti è basato sulla costruzione del consenso e della collaborazione dei diretti e non nella dissoluzione della distinzione. Ciò rivela l’esistenza di una sfasatura tra le condizioni storiche date e l’iniziativa intrapresa, il che non significa l’impossibilità in assoluto della realizzazione dei fini, ma il suo parziale anacronismo o irrealismo: il disegno si sviluppa progressivamente caratterizzando una epoca storica, ma resta incompiuto.

Gramsci va ancora oltre, individuando l’ ‘errore’ teorico inscritto nella scienza del diritto: “Le espressioni di Stato etico o di società civile verrebbero a significare che quest’ ‘immagine’ di Stato senza Stato era presente ai maggiori scienziati della politica e del diritto in quanto si ponevano nel terreno della pura scienza (= pura utopia, in quanto basata sul presupposto che tutti gli uomini sono realmente uguali e quindi egualmente ragionevoli e morali, cioè passibili di accettare la legge spontaneamente, liberamente e non per coercizione, come imposta da altra classe, come cosa esterna alla coscienza).” (Q, 764)

Le limitazioni teoriche di questa scienza sono: in primo luogo, un eccesso di intellettualismo e di scientismo, in quanto è attribuito ai presupposti e alle generizzazioni teoriche un grado di concretezza che non hanno: nell’identificazione astratta dell’umana eguaglianza, razionalità e moralità si trascurano le differenze, le contraddizioni e le resistenze degli uomini concreti; in secondo luogo, l’insufficiente distinzione tra l’elaborazione dei fini e l’accertamento delle condizioni, tra ciò che gli uomini storicamente sono e ciò che possono o ‘debbono’ diventare; in terzo luogo, un vizio di formalismo, in quanto è supposto che un certo contenuto può essere costruito approntandone la forma, in quanto si ritiene di fatto che la libera adesione e la partecipazione a un progetto e a un ordinamento nuovo possa essere indotta, conquistata giuridicamente, dall’esterno, senza suscitare un’autonoma attivazione della coscienza: sia le leggi che l’educazione modellano un soggetto che, nonostante cambi idee e comportamenti, resta passivo; ha ‘ricevuto’ senza partecipare alla creazione.

(Il libro intero lo trovate qui: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5108)

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