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iLibrieleNotti : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (6)
di fulmini , Fri 7 May 2021 4:00
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Capitolo 5. Scienza dell’economia.


Soffermiamoci sulla scienza dell’economia o ‘economia politica’. Ci interessa in particolare rilevare, utilizzando le analisi svolte da Gramsci, come questa scienza si configura e diviene progressivamente una scienza politica, una scienza dello Stato.

Conviene partire dalla individuazione delle origini di questa scienza. “Quando si può parlare di un inizio della scienza economica?” si domanda Gramsci in uno dei paragrafi intitolati Punti di meditazione per lo studio dell’economia. “Se ne può parlare da quando si fece la scoperta che la ricchezza non consiste nell’oro (e quindi tanto meno nel possesso dell’oro) ma consiste nel lavoro. William Petty (A treatise of taxes and contributions, 1662, e Verbum Sapientis, 1666) intravvide

William Petty


e Cantillon (1730) esplicitamente affermò che la ricchezza non consiste nell’oro: ‘la Richesse en elle-même n’est autre chose que la nourriture, les commodités et les agréments de la vie ... le travail de l’homme donne la forme de richesse à tout cela’. Il Botero si era avvicinato a una affermazione molto somigliante, in un brano del suo lavoro Delle cause della grandezza delle città stampato nel 1588 [...]. Se questo è il punto di partenza della scienza economica e se in tal modo è stato fissato il concetto fondamentale dell’economia, ogni ulteriore ricerca non potrà che approfondire teoricamente il concetto di ‘lavoro’, che intanto non potrà essere annegato nel concetto più generico di industria e di attività, ma dovrà invece essere fissato in quella attività umana che in ogni forma sociale è ugualmente necessaria.” (Q, 1263-4)


Già in questa osservazione è precisato come fin dall’inizio l’oggetto della scienza economica sia una praxis sociale, il lavoro, inteso non riduttivamente come mera produzione di beni, e neppure genericamente come insieme delle attività umane, ma come quell’insieme determinato delle attività umane socialmente necessarie in ciascuna formazione economico-politica. Il concetto di lavoro qui formulato da Gramsci è nuovo, in quanto da una parte include, oltre alle attività produttive, quelle organizzative e direttive, politiche e culturali; ma dall’altra restringe il campo delle attività socialmente necessarie, escludendo le attività superflue, arbitrarie, non razionali.


Da questa individuazione degli inizi della scienza economica, Gramsci procede alla identificazione dell’oggetto di studio proprio di essa nella fase matura del suo sviluppo, che è l’ordine sociale. Nei fatti la scienza economica individua la propria materia di studio nel ‘mercato determinato’. Ma cos’è il ‘mercato determinato’? Una prima risposta è contenuta nell’individuazione del significato teorico delle ‘regolarità’ ed ‘automatismi’ della vita sociale come premessa ed oggetto di questa scienza: “C’è stato un periodo in cui non poteva esserci ‘scienza’ non solo perché mancavano gli scienziati, ma perché mancavano certe premesse che creavano quella certa ‘regolarità’ o quel certo ‘automatismo’, il cui studio dà origine appunto alla ricerca scientifica. Ma la regolarità o l’automatismo possono essere di tipi diversi nei diversi tempi e ciò creerà diversi tipi di ‘scienze’. Non è da credere che essendo sempre esistita una ‘vita economica’ debba sempre essere esistita la possibilità di una ‘scienza economica’ [...]. Nell’economia l’elemento ‘perturbatore’ è la volontà umana, volontà collettiva, diversamente atteggiata a seconda delle condizioni generali in cui gli uomini vivevano, cioè diversamente ‘cospirante’ o organizzata.” (Q, 1350-1)


Gramsci approfondisce la questione nel paragrafo intitolato Regolarità e necessità: “Concetto e fatto di ‘mercato determinato’, cioè rilevazione scientifica che determinate forze decisive e permanenti sono apparse storicamente, forze il cui operare si presenta con un certo ‘automatismo’ che consente una certa misura di ‘prevedibilità’ e di certezza per il futuro delle iniziative individuali che a tali forze consentono dopo averle intuite o rilevate scientificamente. ‘Mercato determinato’ equivale pertanto a dire ‘determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione’, rapporto garantito (cioè reso permanente) da una determinata superstruttura politica, morale, giuridica.” (Q, 1477) Gramsci coglie in tal modo il fatto che l’oggetto dell’economia politica è l’ordine sociale (“blocco economico-politico”), cioè il concreto sistema di rapporti economici, politici e culturali tra le classi ed i gruppi. La scienza dell’economia è perciò una scienza sociale e politica.


Più precisamente la scienza dell’economia o ‘economia politica’ è scienza dello Stato, e non solo nel senso comunemente accettato che lo Stato (in senso stretto) interviene e regola il sistema economico. In un altro paragrafo intitolato Punti per lo studio dell’economia, Gramsci spiega: “Nella concezione dello Stato: Einaudi pensa all’intervento governativo nei fatti economici, sia come regolatore ‘giuridico’ del mercato, cioè come la forza che dà al mercato determinato la forza legale, in cui tutti gli agenti economici si muovano a ‘parità di condizioni giuridiche’, sia all’intervento governativo come creatore di privilegi economici, come perturbatore della concorrenza a favore di determinati gruppi. Lo Spirito invece si riferisce alla sua concezione speculativa dello Stato, per cui l’individuo si identifica con lo Stato. Ma c’è un terzo aspetto della questione che è sottintesa nell’uno e nell’altro scrittore, ed è quello per cui, identificandosi lo Stato con un gruppo sociale, l’intervento statale non solo avviene nel modo accennato dall’Einaudi, o nel modo voluto dallo Spirito, ma è una condizione preliminare di ogni attività economica collettiva, è un elemento del mercato determinato, se non è addirittura lo stesso mercato determinato, poiché è la stessa espressione politico-giuridica del fatto per cui una determinata merce (il lavoro) è preliminarmente deprezzata, è messa in condizioni di inferiorità competitiva, e paga per tutto il sistema determinato. Questo punto è messo in luce dal Benini, e non si tratta certo di una scoperta; ma è interessante che il Benini vi sia giunto e in che modo vi è giunto. Poiché il Benini vi è giunto partendo da principi dell’economia classica.” (Q, 1257-8)


E in effetti questa concezione della scienza dell’economia come scienza politica si trova già in Jean-Jacques Rousseau, che apre il suo Discorso sull’economia politica con questa definizione: “Economia o Oeconomia (morale e politica) parola che viene da οίkoς, casa, e da νόμoς, legge, originariamente indica soltanto il saggio e legittimo governo della casa, per il bene comune di tutta la famiglia. Il senso di questo termine è stato in seguito esteso al governo di quella grande famiglia che è lo Stato.” (J. – J. Rousseau, Discorso sull’economia politica, Laterza, Bari 1971, p. 33)


E si trova in G. W. F. Hegel: “L’economia politica è la scienza che ha la sua origine da questi punti di vista, ma poi deve mostrare il rapporto e il movimento delle masse, nella loro determinatezza qualitativa e quantitativa e nelle loro complicazioni. – È questa una delle scienze che è sorta nel tempo moderno, come in suo proprio terreno. Il suo sviluppo mostra lo spettacolo interessante, del modo in cui il pensiero (v. Smith, Say, Ricardo) dalla quantità infinita di fatti singoli, che si trovano dapprima dinanzi ad esso, rintraccia i princìpi semplici della cosa, l’intelletto attivo in essa e che la governa.” (G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Bari 1974, p. 195).

Ma perché, occorre chiedersi, in questa determinata fase storico-politica la scienza dello Stato si svolge come scienza dell’economia? “Non per nulla – scrive ancora Gramsci in un paragrafo intitolato Punti di meditazione per lo studio dell’economia – la scienza economica è nata nell’età moderna, quando il diffondersi del sistema capitalistico ha diffuso un tipo relativamente omogeneo di uomo economico, cioè ha creato le condizioni reali per un’astrazione scientifica che diveniva relativamente meno arbitraria e genericamente vacua di quanto fosse prima possibile.” (Q, 1284-5)

La scienza dello Stato si sviluppa come scienza dell’economia quando e nella misura in cui la civiltà in formazione (statale-nazionale) è organizzata e diretta dall’economia, o più precisamente da una forma economica determinata – il capitale – che diviene dominante. (Che la società sia diretta dall’economia definisce l’economismo; quando la forza economica dirigente è il capitale si configura una forma o espressione specifica dell’economismo, il capitalismo.) Di fatto la nuova classe emergente progressivamente egemone e dominante, cioè la classe borghese moderna, si costituisce a partire dall’economia, e ricava da questa la sua forza. Più in generale, la ‘seconda natura’ dell’uomo che si forgia in questo processo, gli ‘automatismi’ che ne caratterizzano i comportamenti – come homo oeconomicus – si costituiscono nel mercato. La transizione dalla civiltà cristiano- medioevale alla civiltà statale-nazionale ha significato in questo quadro lo spostamento del centro gravitazionale della società dalle istituzioni e attività religiose alle istituzioni e attività economiche.

Questo spostamento è teorizzato e realizzato dalla scienza politica, che diviene e si presenta come scienza economica, compiendo una operazione di trasferimento dello Stato all’economia, un assorbimento da parte di questa della politica. Gramsci coglie il momento e il modo nei quali questo passaggio si compie nella teoria stessa: “Bisognerebbe studiare bene la teoria di Ricardo e specialmente la teoria di Ricardo sullo Stato come agente economico, come la forza che tutela il diritto di proprietà, cioè il monopolio dei mezzi di produzione. È certo che lo Stato ut sic non produce la situazione economica ma è l’espressione della situazione economica, tuttavia si può parlare dello Stato come agente economico in quanto appunto lo Stato è sinonimo di tale situazione. Se si studia infatti l’ipotesi economica pura, come Ricardo intendeva fare, non occorre prescindere da questa situazione di forza rappresentata dagli Stati e dal monopolio legale della proprietà. Che la questione non sia oziosa è dimostrato dai cambiamenti apportati nella situazione di forza esistente nella società civile dalla nascita delle Trade-Unions, quantunque lo Stato non abbia mutato di natura. Non si trattava dunque per nulla di un paragone ellittico, fatto in vista di una futura forma sociale diversa da quella studiata, ma di una teoria risultante dalla riduzione della società economica alla pura ‘economicità’ cioè al massimo di determinazione del ‘libero gioco delle forze economiche’, in cui essendo l’ipotesi quella dell’homo oeconomicus, non poteva non prescindersi dalla forza data dall’insieme di una classe organizzata nello Stato, di una classe che aveva nel Parlamento la sua Trade-Union, mentre i salariati non potevano coalizzarsi e far valere la forza data dalla collettività a ogni singolo individuo.”(Q, 1310-1) Lo scienziato dell’economia, riducendo il concetto di Stato a forza che tutela il diritto di proprietà, cioè a mera “espressione della situazione economica”, fa sì che lo Stato reale, lo “Stato in senso organico e allargato” (Q, 763) che si identifica con il mercato determinato (è “sinonimo” della situazione economica), possa essere teorizzato e compreso in una “economia pura” o scienza dell’economia, prescindendosi cioè dal fatto e dal concetto di Stato in senso stretto, di Stato politico. Ecco perché la costituzione dei sindacati, essendo un fenomeno della sfera economica, trasforma i rapporti di forza politici dello Stato reale.

Gramsci approfondisce ulteriormente la questione nel paragrafo “Alcuni aspetti teorici e pratici dell’ ‘economismo’. Economismo – movimento teorico per il libero scambio – sindacalismo teorico. [...] Il significato di queste due tendenze [movimento teorico per il libero scambio e sindacalismo teorico] è però molto diverso: il primo è proprio di un gruppo sociale dominante e dirigente, il secondo di un gruppo ancora subalterno, che non ha ancora acquistato coscienza della sua forza e delle sue possibilità e modi di sviluppo e non sa perciò uscire dalla fase di primitivismo. L’impostazione del movimento del libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una ‘regolamentazione’ di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico. Pertanto il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il personale dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso, cioè a mutare la distribuzione del reddito nazionale. Diverso è il caso del sindacalismo teorico, in quanto si riferisce a un gruppo subalterno, al quale con questa teoria si impedisce di diventare mai dominante, di svilupparsi oltre la fase economico-corporativa per elevarsi alla fase di egemonia etico-politica nella società civile e dominante nello Stato. Per ciò che riguarda il liberismo si ha il caso di una frazione del gruppo dirigente che vuole modificare non la struttura dello Stato, ma solo l’indirizzo di governo, che vuole riformare la legislazione commerciale e solo indirettamente industriale (poiché è innegabile che il protezionismo, specialmente nei paesi a mercato povero e ristretto, limita la libertà di iniziativa industriale e favorisce morbosamente il nascere dei monopoli): si tratta di rotazione dei partiti dirigenti al governo, non di fondazione e organizzazione di una nuova società politica e tanto meno di un nuovo tipo di società civile. Nel movimento del sindacalismo teorico la questione si presenta più complessa: è innegabile che in esso l’indipendenza e l’autonomia del gruppo subalterno che si dice di esprimere sono invece sacrificate all’egemonia intellettuale del gruppo dominante, poiché appunto il sindacalismo teorico non è che un aspetto del liberismo, giustificato con alcune affermazioni mutilate, e pertanto banalizzate, della filosofia della praxis.” (Q, 1589-90)

Il movimento teorico per il libero scambio, che è poi la concezione di scienza economica che più radicalmente distacca l’economia dalla politica, prospettando l’economismo puro, è nei fatti una regolamentazione di carattere statale, un programma politico, un progetto di Stato, vale a dire una concezione di scienza politica. Esso subordina politicamente il movimento organizzativo delle classi subordinate, cambia il personale dirigente dello Stato, riforma la legislazione, ecc. Il rilievo critico fatto da Gramsci (l’ “errore teorico” di concepire la distinzione tra società politica e società civile come distinzione organica) rivolto qui al movimento teorico del libero scambio, ma che riguarda anche l’insieme della scienza economica, è importante per il fatto che mostra come l’oggetto della scienza economica non sia diverso dall’oggetto della scienza politica, come non esista una realtà economica distinta da una realtà politica, tali che possano divenire oggetti propri di scienze diverse. Ma su ciò ritorneremo più avanti.

Oltre all’analisi specificamente teorica sulla scienza dell’economia e sulla sua natura di scienza politica, Gramsci svolge una ricognizione storica concreta del processo attraverso il quale la scienza politica, nata con Machiavelli come propriamente politica, diviene poi scienza politica incentrata sull’economia e qualificatisi come scienza economica.

Lo studio è riassunto in due paragrafi. “Machiavelli. Studi particolari su Machiavelli come ‘economista’[...]. Pare che lo Chabod, in qualche suo scritto sul Machiavelli, trovi che sia una deficienza del fiorentino, in confronto, per es. Al Botero, il fatto della quasi assenza di riferimenti economici nei suoi scritti [...]. Occorre fare alcune osservazioni generali sul pensiero politico del Machiavelli e sul suo carattere di ‘attualità’ a differenza di quello del Botero, che ha carattere più sistematico e organico sebbene meno vivo e originale. Occorre anche richiamare il carattere del pensiero economico di quel tempo e la discussione sulla natura del mercantilismo (scienza economica o politica economica?) Se è vero che il mercantilismo è una (mera) politica economica, in quanto non può presupporre un ‘mercato determinato’ e l’esistenza di un preformato ‘automatismo economico’, i cui elementi si formano storicamente solo a un certo grado di sviluppo del mercato mondiale, è evidente che il pensiero economico non può fondersi nel pensiero politico generale, cioè nel concetto di Stato e delle forze che si crede debbano entrare a comporlo. Se si prova che il Machiavelli tendeva a suscitare legami tra città e campagna e ad allargare la funzione delle classi urbane fino a domandar loro di spogliarsi di certi privilegi feudali-corporativi nei rispetti della campagna, per incorporare le classi rurali nello Stato, si dimostrerà anche che il Machiavelli implicitamente ha superato in idea la fase mercantilista e ha già degli accenni di carattere ‘fisiocratico’, cioè egli pensa a un ambiente politico-sociale che è quello presupposto dall’economia classica. Il pro. Sraffa attira l’attenzione su un possibile avvicinamento del Machiavelli a un economista inglese del 1600, William Petty, che Marx chiama il ‘fondatore dell’economia classica’.” (Q, 1038-9)

“In Machiavelli si può scoprire in nuce la separazione dei poteri e il parlamentarismo (il regime rappresentativo): la sua ‘ferocia’ è rivolta contro i residui del mondo feudale, non contro le classi progressive. Il Principe deve porre termine all’anarchia feudale e ciò fa il Valentino in Romagna, appoggiandosi sulle classi produttive, mercanti e contadini. Dato il carattere militare-dittatoriale del capo dello Stato, come si richiede in un periodo di lotta per la fondazione e il consolidamento di un nuovo potere, l’indicazione di classe contenuta nell’Arte della guerra si deve intendere anche per la struttura generale statale: se le classi urbane vogliono porre fine al disordine interno e all’anarchia esterna devono appoggiarsi ai contadini come massa, costituendo una forza armata sicura e fedele di tipo assolutamente diverso dalle compagnie di ventura. Si può dire che la concezione essenzialmente politica è così dominante nel Machiavelli che gli fa commettere gli errori di carattere militare [...]. Da una concezione del Machiavelli più aderente ai tempi deriva subordinatamente una valutazione più storicistica dei così detti ‘antimachiavellici’, o almeno dei più ‘ingenui’ tra essi. Non si tratta, in realtà, di antimachiavellici, ma di politici che esprimono esigenze del tempo loro o di condizioni diverse da quelle che operavano sul Machiavelli; la forma polemica è pura accidentalità letteraria. L’esempio tipico di questi ‘antimachiavellici’ mi pare da ricercare il Jean Bodin (1530-96) che fu deputato agli Stati Generali di Blois del 1576 e vi fece rifiutare da Terzo Stato i sussidi domandati per la guerra civile. [...] Durante le guerre civili in Francia, il Bodin è l’esponente del terzo partito, detto dei ‘politici’, che si pone dal punto di vista dell’interesse nazionale, cioè di un equilibrio interno delle classi in cui l’egemonia appartiene al Terzo Stato attraverso il Monarca. Mi pare evidente che classificare il Bodin fra gli ‘antimachiavellici’ sia questione assolutamente estrinseca e superficiale. Il Bodin fonda la scienza politica in Francia in un terreno molto più avanzato e complesso di quello che l’Italia aveva offerto al Machiavelli. Per il Bodin non si tratta di fondare lo Stato unitario-territoriale (nazionale) cioè di ritornare all’epoca di Luigi XI, ma di equilibrare le forze sociali in lotta nell’interno di questo Stato già forte e radicato; non il momento della forza interessa il Bodin, ma quello del consenso. Col Bodin si tende a sviluppare la monarchia assoluta: il Terzo Stato è talmente cosciente della sua forza e della sua dignità, conosce così bene che la fortuna della Monarchia assoluta è legata alla propria fortuna e al proprio sviluppo, che pone delle condizioni per il suo consenso, presenta delle esigenze, tende a limitare l’assolutismo. [...] Che il programma o la tendenza di collegare la città alla campagna potesse avere nel Machiavelli solo un’espressione militare si capisce riflettendo che il giacobinismo francese sarebbe inesplicabile senza il presupposto della cultura fisiocratica, con la sua dimostrazione dell’importanza economica e sociale del coltivatore diretto. Le teorie economiche del Machiavelli sono state studiate da Gino Arias [...] ma è da domandarsi se Machiavelli abbia avuto teorie economiche: si tratterà di vedere se il linguaggio essenzialmente politico del Machiavelli può tradursi in termini economici e a quale sistema economico possa ridursi. Vedere se il Machiavelli che viveva nel periodo mercantilista abbia politicamente preceduto i tempi e anticipato qualche esigenza che ha poi trovato espressione nei fisiocratici. Anche Rousseau sarebbe stato possibile senza la cultura fisiocratica? Non mi pare giusto affermare che i fisiocratici abbiano rappresentato meri interessi agricoli e che solo con l’economia classica si affermino gli interessi del capitalismo urbano? I fisiocratici rappresentano la rottura col mercantilismo e col regime delle corporazioni e sono una fase per giungere all’economia classica, ma mi pare appunto per ciò che essi rappresentino una società avvenire ben più complessa di quella contro cui combattono e anche di quella che risulta immediatamente dalle loro affermazioni: il loro linguaggio è troppo legato al tempo ed esprime il contrasto immediato tra città e campagna, ma lascia prevedere un allargamento del capitalismo all’agricoltura. La formula del lasciar fare lasciar passare, cioè della libertà industriale e d’iniziativa, non è certo legata a interessi agrari.” (Q, 1572-6)

Di questa analisi storica del passaggio dalla scienza politica del Machiavelli fino all’economia politica classica ci limitiamo a sottolineare alcuni dei motivi teorici che la strutturano.

In Machiavelli la scienza politica si configura come scienza della politica e non dell’economia perché nel suo tempo gli automatismi propri del mercato capitalistico non si erano ancora estesi all’insieme della società, e dovevano essere quindi autoritativamente indotti, conformati dal potere politico in formazione, lo Stato. Machiavelli si trova a dover fondare i rapporti città-campagna su base militare.

I fisiocrati rappresentano un punto di passaggio dalla scienza politica del Machiavelli alla scienza economica, in quanto teorizzano e realizzano un rapporto città-campagna non militare ma economico, di mercato. L’economia politica si costituisce come scienza dello Stato dal momento in cui è il mercato determinato che regola la vita collettiva. Questo significa uno spostamento della base dello Stato e un assorbimento della politica da parte dell’economia, coincidente con lo spostamento del potere di direzione (egemonico, nella società civile) dalla nobiltà e dal clero alla borghesia. (Marx renderà assoluto estendendolo a tutta la storia questo assorbimento e questo spostamento che è tipico di una determinata epoca storico-politica.)

Il Bodin per parte sua è individuato come teorico di transizione, come teorico del passaggio dallo Stato assoluto allo Stato moderno, nella misura in cui sollecita l’elemento del consenso, il ruolo del Terzo Stato e l’esigenza di un nuovo blocco storico.

La scienza economica raggiungerà il suo assetto maturo e paradigmatico in Inghilterra perché qui l’economismo e il capitalismo sono più avanzati ed il nuovo gruppo di intellettuali è più organico alla nuova formazione economico-politica: “In Inghilterra lo sviluppo è molto diverso che in Francia. Il nuovo raggruppamento sociale nato sulla base dell’industrialismo moderno, ha un sorprendente sviluppo economico-corporativo, ma procede a tastoni nel campo intellettuale-politico. Molto vasta la categoria degli intellettuali organici, nati cioè sullo stesso terreno industriale col gruppo economico, ma nella sfera più elevata troviamo conservata la posizione di quasi monopolio della vecchia classe terriera, che perde la supremazia economica ma conserva a lungo una supremazia politico-intellettuale e viene assimilata come ‘intellettuali tradizionali’ e strato dirigente dal nuovo gruppo al potere. La vecchia aristocrazia terriera si unisce agli industriali con un tipo di sutura che in altri paesi è appunto quello che unisce gli intellettuali tradizionali alle nuove classi dominanti.” (Q, 1526)

(Il libro intero lo trovate qui: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5108)

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